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Leevancleef

Nba, la storia dei nomi delle franchigie! Ecco come a Boston nacquero i Celtics, a Chicago i Bulls, a Los Angeles i Lakers... e tutte le altre squadre

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Celtics: i verdi per eccellenza!

Nel 1946 Walter Brown, proprietario del Boston Garden Arena, aveva un desiderio: riempire le tribune anche quando l'hockey era in vacanza. Così con Howie McHugh fondò una squadra di basket: "La chiameremo Boston Celtics, e li vestiremo di verde!"

 

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Cosa significa essere un Celtic? Indossare la maglia color verde ha un sapore diverso, speciale e non solo nel basket ma, in generale, nella storia dello sport professionistico. Quella di Boston è considerata "la" franchigia: il nome e il logo rappresentano quasi 70 anni di tradizione vincente. Nessuna squadra ha conosciuto un periodo di dominazione come quello vissuto dai Celtics dal 1957 al 1969, con 11 titoli vinti. Il soffitto del Boston Garden è una collezione di stendardi.

 

LA STORIA — Il 6 giugno del 1946 è giorno in cui 11 signori, già proprietari di squadre di hockey e di palazzetti, decisero di fondare una nuova Lega professionistica di basket. La battezzarono BAA, Basketball Association of America, nata per occupare le arene anche quando l'hockey era in vacanza. La storia del nome inizia proprio in quei giorni. Walter Brown, già proprietario della squadra di hockey dei Boston Olympics e della Boston Garden Arena, si innamora del basket e decide con questo sport di soddisfare due desideri. Il primo era quello di vedere riempirsi i posti del Garden anche quando la stagione di hockey era conclusa. Il secondo: vedere giocare,nell'area di sua proprietà, una squadra vincente. Il tutto nasce durante una discussione tra Brown e Howie McHugh, membro dello staff che si occupava della comunicazione per il Boston Garden e uomo scelto per dare un'identità alla nascente squadra di basket. All'inizio sia Brown che McHugh erano indirizzati su nomi come il non esattamente accattivante Whirlwinds, Unicorns o Olympics, già utilizzato per la squadra di hockey. Ma Brown improvvisamente ebbe l'idea e, si dice, esclamò: "La chiameremo Boston Celtics, e li vestiremo di verde!". Il nome aveva già in se una grande tradizione cestistica, derivava infatti dai New York Celtics, gli "original Celtics", ed inoltre "A Boston ci sono tantissimi irlandesi". McHugh non era esattamente entusiasta del nome e cercò di far cambiare idea a Brown. Ma non ci fu nulla da fare. Anno 1946, Boston Celtics: la Dinasty ebbe inizio.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Nba, New York Knicks: nel nome l'Olanda, i pantaloni e la storia

I Knickerbockers devono il loro nome al primo bestseller nella storia della Grande Mela e alla tradizione olandese della città. Così nel 1946, quando venne fondata la franchigia di basket, la scelta fu scontata

 

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Pantaloni “risvoltati”, coloni olandesi e un romanzo satirico sulla storia di New York. Prendete tutto questo e avrete i New York Knickerbockers. La storia ha inizio 137 anni prima della fondazione della franchigia quando, nel 1809, Washington Irving, artista e saggista icona dell'epoca, pubblica il romanzo satirico sulla storia del dominio europeo intitolato A History of New York. From the beginning of the world to the end of the Dutch dinasty. Il protagonista si chiama Diedrich Knickerbocker. Come i suoi predecessori, che arrivarono in Nord America nel 17°secolo per fondare New Amsterdam, Diedrich è un eccentrico e raffinato europeo che usa portare strani pantaloni larghi sui fianchi e che superano di poco, in lunghezza, il ginocchio. Il libro divenne il primo best seller nella storia della letteratura newyorkese e la città, che grazie a Irving riscopriva le sue origini, si ritrovò fusa nello Knicker style. Ma non solo. Il lavoro letterario di Irving diede anche a New York un simbolo: quello di “papà knickerbocker”, la caricatura del colono per eccellenza, con tanto di parruccone di cotone bianco, largo cappello con tre punte e, naturalmente, gli ormai tanto famosi pantaloni.

 

KNICKERS E SPORT — Irving poteva forse prevedere la portata sociale del suo libro, ma difficilmente poteva immaginarne l'importanza per lo sport newyorkese. Nel 1845 Alexander Cartwright fonda i Knickerbockers, la prima squadra di baseball organizzata in modo professionistico della storia, che migrerà però nel New Jersey l'anno successivo. Bisognerà aspettare 101 anni dopo la nascita del team di Cartwright per rivedere dei Knickerbockers a New York. È un giorno del 1946 quando Ned Irish (giornalista e organizzatore di eventi per il Madison Square Garden), Fred Polesta e altri membri dello staff discutono della nascita di una squadra di basket. Per il nome si decise di raccogliere i bigliettini con le idee di ognuno dei membri della dirigenza in un cappello. Una volta radunati i fogli si passò allo spoglio: sorpresa, o forse no, la maggior parte di essi riportavano la scritta Knickerbockers. La decisione ultima spettò a Irish che accettò, anche se il nome venne da subito accorciato a Knicks. Da li a poco si presentò il momento di scegliere il logo: anche qui la forza della tradizione olandese era troppo forte. Si prese “papà knickerbocker” e gli si mise una palla da basket in mano. I New York Knicks entrarono così in scena, allora come oggi di arancio e blu vestiti, con alle spalle un storia degna da film. Magari di Spike Lee.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Nba, Denver Nuggets: dai supermercati alle pepite

Il nome della franchigia di Denver richiama la caccia all'oro del Colorado della seconda metà dell'Ottocento. Ma il primo embrione di squadra professionistica nella Mile High City aveva ben altri riferimenti

 

Piggly Wiggly oggi è una catena privata di supermercati con oltre 600 punti vendita in 17 diversi stati. Forse in pochi lo sanno, ma scavando nel passato è anche il motivo per cui il primissimo embrione da cui nascono gli attuali Denver Nuggets erano conosciuti come “Pigs”, sebbene il nome reale fosse Denver Safeway. Il salto temporale porta ai primi anni Trenta, quando William N. Haraway, dirigente di entrambe le compagnie, fondò la prima squadra amatoriale del fervido circuito AAU di Denver, dando anche un posto di lavoro ai giocatori. Guidata dal giocatore/allenatore “Jumping Jack” McCracken, i Pigs erano una potenza in quella che si autodefiniva la “Basketball Capital”.

 

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NUGGETS — Fu nel 1939, quando la Safeway mollò la sponsorizzazione, che nacquero i primi Nuggets, le “pepite” che rimandano alla famosa corsa all'oro della seconda metà dell'Ottocento, quando il Colorado divenne una vera e propria miniera a cielo aperto. Quei Nuggets durarono poco più di una decade, giusto in tempo di aderire prima alla NBL e poi, nel '49, alla NBA, diventando la prima franchigia professionistica del Colorado e la prima ad Ovest del fiume Mississippi della lega. I Nuggets come li conosciamo oggi rinascono in ABA nel 1974, con l'appendice dei sette anni precedenti in cui si chiamarono prima Larks e poi Rockets. James Trindle, business californiano, non trovò terreno fertile a Kansas City, e diede ascolto al consiglio del commissioner George Mikan, puntando su Denver. Larks, “allodole”, era un tributo al volatile più popolare del Colorado; Rockets arrivò con la cessione del club al magnate locale degli autotrasporti Bill Ringsby, proprietario della Rocket Truck Lines.

 

IN NBA — Il ritorno al nome Nuggets avvenne nel 1975, l'anno precedente al nuovo sbarco in NBA con la fusione tra le due leghe. Reso necessario dalla presenza degli Houston Rockets, nati a San Diego nel '67, un fan-contest promosse il ritorno al vecchio nickname. E se allora il logo rappresentava un minatore (“Maxie the Miner”) felice per la scoperta della palla tricolore della ABA, dal 1982 invece si è privilegiato l'aspetto geografico, con lo skyline delle montagne presenti nel “Tetris-logo” dai colori dell'arcobaleno e, con una sola cima rimasta, in quello in vigore dal 1993, cambiato negli ultimi vent'anni soltanto nei colori. Dal 2005, però, picozza e pepita sono tornate nel logo alternativo, come tra il 1974 e il 1981. Ne Ringsby ne Haraway si sarebbero mai aspettati che nel 2012, “nugget”, con cui nello slang viene chiamato un ciuffo di marijuana, potesse diventare motivo di scherno nel 2012, quando lo stato del Colorado ne legalizzò l'utilizzo...

 

Michele Talamazzi - gds

 

Nba, Orlando è Magic grazie a... Disneyworld

La figlia del dirigente Pat Williams, in visita alla città della Florida, rimane affascinata dalle meraviglie del posto: “È magica!”. Dopo 4 mesi, il nome diventa ufficiale. Nel 1995 e nel 2009 i picchi più alti del team, con le due finali perse

 

Gli anni ‘80 stanno per finire e la Florida si innamora del Basket. A Orlando non esisteva un vera e propria tradizione sportiva. La città non possedeva nessuna squadra che partecipasse ai 4 massimi campionati professionistici americani. Niente football, basket, hockey e baseball. Nel 1986 Miami, Tampa e Orlando presentano alla NBA le loro richieste per poter avere e iscrivere nuove franchigie. I lavori, come è facile immaginare, sono molto lunghi e ad Orlando l’uomo d’affari Jim Hewitt e Pat Williams, già general manager dei Philadelphia 76ers, iniziarono una lunga campagna di sensibilizzazione della comunità attraverso le pagine dell’Orlando Sentinel. La cosa più importante era dimostrare alla Nba che la città era pronta per avere una sua propria squadra e che lo era decisamente più di Miami e Tampa. L’anno successivo, 1987, il derby a 3 della Florida viene vinto da Miami, mentre la Nba boccia Tampa. Orlando dovrà aspettare il 1989 per poter ufficialmente entrare a far parte della Lega. Le cose da fare per preparare il debutto sono tantissime e 2 anni non sono poi così lunghi. Una delle più impegnative è trovare un nome alla squadra.

 

LA SCELTA — Come spesso accade, anche lo staff della nascente franchigia di Orlando decide di lanciare un sondaggio ai tifosi, anch’essi nascenti, dalle pagine del maggiore quotidiano cittadino, il già citato Orlando Sentinel. Dai 4.300 suggerimenti Hewitt, Williams e collaboratori ne scelgono 4: Tropics, un richiamo al dolce clima tropicale della Florida, Juice, che si rifà alla ricca industria agroalimentare della zona, Heat, che diventerà di lì a pochissimo il nome della squadra di Miami e, naturalmente, Magic. Per una semplice ragione: Disneyworld, il parco divertimenti più grande e famoso del mondo. Proprio in quei giorni da Philadelphia arriva, per far visita al papà Pat, la piccola Karen Williams. La bimba, 7 anni, rimane incantata dalle bellezze di Orlando e specialmente da Disneyworld. A vacanza finita, all’imbarco dell’aereo che avrebbe riportato la piccola a Philadelphia papà Pat si sente dire: “Questa città è bellissima, mi è piaciuta tantissimo. È magica”. Il gioco è fatto, 4 mesi dopo arrivò l’annuncio ufficiale da parte della dirigenza. Se Orlando avrà una squadra sarà quella dei Magic. Grazie a Karen.

 

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Shaquille O’Neal ai tempi dei Magic

 

2 FINALS PER 2 SUPERMAN — I primi anni sono difficili, come è usuale per le franchigie neo iscritte alla Nba. Per vedere i Magic protagonisti bisognerà aspettare i draft del 1992 e 1993, quando arrivarono in Florida Shaquille O’Neal e Anfernee Hardaway (scelto in realtà da Golden State e immediatamente scambiato a Orlando per Chris Webber). Nella stagione ‘94/’95 le prime finals, perse 4-0 contro Houston ma con Penny e Shaq a sbaragliare l’intera Eastern Conference. Ci penserà poi Dwight Howard nel 2009 a riportare i Magic alle finals, perdendo contro i Lakers di Kobe e Gasol. Shaq e Howard: anni diversi ma stesso ruolo, stessa squadra, stesso supereroe. Una faida ancora aperta. Chi è il vero Superman di Orlando?

 

Andrea Grazioli – gds

 

Nba, Washington Wizards: erano Bullets, poi...

Il nome della franchigia della capitale cambiò nel 1997, quando "proiettili" divenne troppo scorretto. Ma le polemiche non se ne andarono fino all'arrivo di Michael Jordan

 

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“È un episodio che non ha precedenti nella storia dello sport”. Gilbert Arenas e Javaris Crittenton si erano appena puntati le pistole l'uno contro l'altro nello spogliatoio dei Washington Wizards. Era la vigilia di Natale del 2010 e questo episodio riportò la franchigia della capitale indietro nel tempo, nei giorni in cui la dirigenza decise di abbandonare il vecchio nome, Bullets . Si può facilmente credere che certi cambiamenti siano dettati da ragioni di marketing, ma non sempre è vero. A volte i “Proiettili” possono colpire e far male realmente, non solo simbolicamente su un campo da basket.

 

PROIETTILI — I Bullets nascono a Baltimora nel 1963. L'anno successivo il “mago” del mercato immobiliare Abe Pollin acquisisce la franchigia e nel '73 decide di trasferirla all'ombra della Casa Bianca. I Bullets saranno la squadra di Washington per 23 anni. La capitale degli U.S. è però tristemente nota per essere una delle città con il tasso di omicidi più alto, e di incidenti causati da proiettili vaganti, di tutto il paese. Il nome sembrerebbe dunque azzeccatissimo ma questa simbiosi non faceva piacere a Pollin. A far decidere il proprietario per il cambio di nome fu la morte di Yitzhak Rabin nel 1995, il primo ministro israeliano grande amico del patron di Washington ucciso a colpi di pistola.

 

ECCO I WIZARDS — Nella primavera del 1997, più di 500.000 nomi vengono suggeriti dai fans alla dirigenza. Si passa da stravaganze quali Antelopes, Astronauts e Funkadelics a nomi più classici come Dragons, Express, Stallions, Sea Dogs e naturalmente Wizards. Nomi, quest'ultimi, scelti dalla dirigenza come i 5 finalisti del concorso. Ma la questione morale che aveva condotto Pollin ad abbandonare Bullets metteva in luce gli aspetti oscuri di ogni nome. Un esempio: come possono “i dragoni” incoraggiare le gang di Washington a rinunciare ad impugnare le pistole? La scelta ufficiale arriva dallo spoglio dei voti di 800 tifosi scelti da Pollin: il risultato? Wizards.

 

POLEMICHE — Proprio quando sembra lontano ogni riferimento violento le cose ricominciano a mettersi male. Morris Shearin, il presidente della sezione locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), assieme alla parte cinica della stampa di Washington, gettò luce su una strana congruenza: il Ku Klux Klan è solito chiamare il suo leader supremo “the Imperial Wizard”. Nuove polemiche caddero in testa a Pollin. Ma nel 2001 accadde qualcosa. Michael Jordan torna in campo e sceglie Washington (di cui era anche comproprietario). Cala la notte sulle polemiche e sui tormenti legati al nome della franchigia di Washington. Da quel momento in poi importava solo del magico 23 stampato sotto il logo dei Wizards.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Nba, Sacramento Kings: nome nobile coast to coast

Nata a Rochester, stato di New York, col nome di una famosa distilleria, la franchigia per cui nel 2015-16 giocherà Marco Belinelli ha compiuto un lento giro d'America, finendo in California nel 1985. Ma ha sempre mantenuto un nome regale

 

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Dal proibizionismo alla nobiltà, costretti a cambiare nome dalla più grande fiera del bestiame degli States. E' la storia degli odierni Sacramento Kings, ricca di intrecci in un coast to coast lungo 40 anni, da New York alla California: 12 anni a Rochester, zona nord-occidentale dell'Empire State, 15 a Cincinnati, 6 divisi tra Omaha e Kansas City, e altri 7 solo a Kansas City, fino ad arrivare a Sacramento soltanto nel 1985.

 

LA STORIA — L'embrione della franchigia oggi nelle mani di Vivek Ranadive nasce infatti nello stato di New York dai Rochester Seagrams, club semiprofessionistico nato nel 1923 che portava il nome della famosa distilleria, che resistette agli anni del proibizionismo ma si piegò alla Grande Depressione. A metà degli anni '40 il club si unì ai Rochester Pros, dando inizio alla propria “regalità”: a suggerire il nome Royals per la squadra di Nbl posseduta dai fratelli Lester e Jack Harrison fu, in un fan-contest con oltre 500 nomi, un 15enne di nome Richard Paeth, che per il disturbo ricevette un assegno da 100 dollari. Del 1948 è invece l'approdo definitivo in Nba. Da allora la “nobiltà” della franchigia è rimasta intatta. E calzò a pennello anche quando nel 1957 la squadra visse il primo trasloco, a Cincinnati, Ohio, conosciuta come “Queen City of the West”.

 

I KINGS — Il passaggio da Royals a Kings, però, non fu un vezzo stilistico. Coincise con un altro spostamento, quello del 1972 a Kansas City, e fu forzato dalla presenza dei Kansas City Royals della Major League Baseball. La curiosità è che il nome della franchigia professionistica di baseball della città non ha origini nobiliari, bensì da “The Royal American Show”, una delle più importanti fiere/esposizioni di bestiame, da fine '800 di casa a Kansas City ospitando anche il più grande contest di barbecue del mondo. Altro giro, altro fan-contest, altro nome: Kings, associato non solo alla città del Missouri, ma anche a quello di Omaha, dove fino al 1978 la squadra giocò al Civic Auditorium alcune delle proprie gare casalinghe nell'attesa dell'apertura della Kemper Arena da 17mila posti, che peraltro a fine anni '70 conobbe il crollo del tetto causa una violenta tempesta.

 

CALIFORNIA — Ma la causa del trasloco in California è da ricercare piuttosto nella tiepida risposta del pubblico del Missouri. Tutto il contrario dell'approccio a Sacramento, dove la squadra sbarcò per la prima volta per un allenamento durante un road trip ad Ovest nella stagione '84-'85. I giocatori vennero accompagnati con 5 limousine in una palestra da 1.200 posti che ospitò 1.800 tifosi che accompagnarono la seduta con applausi e cori. Al termine, Reggie Theus fu costretto ad interrompere la sessione di autografi per una boccata d'aria. “I tifosi stavano salendo sul tavolo” ricorda l'ex Varese. Il nome Kings non è mai stato messo in dubbio. Oggi le associazioni con il proprio titolo nobiliare, i Kings le devono soprattutto al colore viola e alla propria mascotte, il simpatico leone (da definizione il “re” della foresta) Slamson

 

Michele Talamazzi – gds

 

Nba, a Milwaukee i Bucks vigorosi come i cervi. E il futuro...

Il nome della franchigia del Wisconsin fu scelto attraverso un concorso, puntando su un animale "agile e scattante" come doveva essere la nuova squadra. Ma sulle rive del lago Michigan si guarda al domani

 

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Giannis Antetokounmpo, 20 anni. Afp

 

22 Maggio del 1968. La franchigia di Milwaukee, Wisconsin, riceve finalmente un nome. La decisione viene presa attraverso un concorso che vede la partecipazione di ben 14.000, nuovi, tifosi. Il Signor R.D. Trebilcox, originario di Whitefish Bay, suggerisce di chiamare la squadra Bucks. Il maschio del cervo è infatti un animale “coraggioso, vigoroso ma anche agile e scattante”. Tutte caratteristiche perfette per un giocatore e una squadra di basket. L'idea piacque molto alla dirigenza e R.D. si aggiudicò una nuova automobile, gentilmente offerta dai nascenti Milwaukee Bucks. Più difficile, invece, trovare associazioni tra un atleta ideale e il tasso, altro animale simbolo del Wisconsin tanto da apparire sulla bandiera. La prima stagione della nuova franchigia è disastrosa e i Bucks chiudono all'ultima posizione della Eastern Conference. Ma, non tutti i mali vengono per nuocere. Si sa che in NBA un brutto campionato può regalare gioie al momento del Draft: Milwaukee si aggiudica così la prima scelta e porta nel Wisconsin Lew Alcindor (che dopo la conversione alla religione islamica si chiamerà Kareem Abdul Jabbar) che dalla prima stagione inizia a dominare sotto i tabelloni di tutte le arene NBA. Il primo, e unico, titolo della franchigia arriva però l'anno successivo, nel '71, quando da Cincinnati approda Oscar Robertson. I Bucks sono campioni dopo soli 3 stagioni dalla loro nascita. Una partenza folgorante che lascia il posto, però, ad annate non sempre esaltanti.

 

OWN THE FUTURE — Ma il team del Wisconsin è in continuo cambiamento. A dimostrarlo è la storia del logo. Quello originale presentava un cervo, in stile cartone animato, in procinto di appoggiare il pallone in “sottomano”. Nel 1993 viene sostituito dal primo piano di un buck dal collo muscoloso e dallo sguardo fiero, che rende più giustizia all'idea di R.D. Trebicox, su sfondo viola. Colore che viene sostituito dal rosso nel 2006, assieme al carattere della scritta che riporta il nome della franchigia. Il 2015 è l'anno del rinnovo. Il nome rimane lo stesso ma stanno cambiando le aspettative legate alla giovanissima e promettente squadra. Il rilancio dei Bucks arriva con l'hashtag #ownthefuture, utilizzato sui social sia dalla franchigia che dai fans, assieme ad un nuovo logo. Un cervo con 12 ramificazioni nelle corna (che disegnano anche un pallone da basket), non più 8, a significare una piena maturazione dell'animale-franchigia e con lo sguardo duro e concentrato davanti a se, verso l'arduo sentiero dell'NBA.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Memphis Express? No, restano Grizzlies. Quando la FedEx si piegò alla Nba e ai fans

Heisley propose di cambiare il nickname di Memphis, con un'offerta di 120 milioni di dollari, ma incassò il rifiuto dalla lega statunitense e dovette accontentarsi di dare il nome all'arena (il FedExForum) che nacque tre anni dopo l'arrivo della franchigia

 

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"Non è un territorio in cui siamo pronti ad entrare ” commentò Joe Litvin, vicepresidente di “Legal and Business Affairs” della Nba quando nel 2001 la lega rigettò la richiesta di Michael Heisley. Con un'offerta di 120 milioni di dollari sul piatto da parte della FedEx (Federal Express), il defunto business man che stava cambiando le sorti della franchigia spostandola da Vancouver a Memphis, chiese di poter cambiare il nome in Memphis Express. Con oltre tre lustri d'anticipo rispetto a quando avverrà l'esordio dello sponsor tecnico nel 2017, aprendo probabilmente ad altri marchi, Heisley avrebbe potuto essere più di un precursore.

 

GRIZZLIES STORY — Alla fine la FedEx dovette accontentarsi di dare il nome all'arena (il FedExForum) che nacque tre anni dopo l'arrivo della franchigia, mandando in pensione la caratteristica Pyramid Arena, oggi una sorta di centro commerciale. Poco male, anzi: sebbene il nome Grizzlies c'entri ovviamente poco con Memphis, essendo legato come in altri casi alla città d'origine della franchigia, è un nome che piace. E forse anche l'unico ad aver vinto ben due “contest” tra tifosi: il primo il Canada, il secondo in Tennessee. In realtà, il primo nome scelto per la franchigia nata nel 1993 a Vancouver dalla volontà del proprietario dei Canucks dell'Nhl, Arthur Griffiths, era Mounties, dalla Roy al Mounted Canadian Police. Il caratteristico corpo di polizia a cavallo canadese però obiettò, e la scelta venne dirottata sui tifosi tramite il quotidiano locale: Grizzlies vinse il sondaggio davanti a Ravens.

 

IL NO DEI FANS — Quando nel 2001 la franchigia si spostò a Memphis (destinazione preferita ad Anaheim, Louisville e New Orleans) la proprietà valutò l'ipotesi di associare la sponsorizzazione di FedEx o un nome più indigeno. Ma oltre a quello dell'Nba, arrivò un sec ondo rifiuto, dai fans. “Abbiamo chiesto ai tifosi se volessero un nuovo nome, ma la risposta è stata che amano il nome Grizzlies e non vogliono cambiarlo. Il nome Grizzlies sarà quindi sempre associato al basket professionistico a Memphis” disse allora il presidente delle Business Operations, Andy Dolich. Perché un bel nickname può sempre superare le barriere e le incongruenze geografiche. E nel tempo, soprattutto negli ultimi anni, quelli della “Grit ' n' Grind Era”, Memphis è una squadra che sembra riflettersi sempre più nel proprio nickname: vuoi per la stazza dei due uomini franchigia, Zach Randolph e Marc Gasol, vuoi per lo stile di gi oco aggressivo, a volte anche un po' rude, proprio come quello dell'orso Grizzly.

 

Michele Talamazzi - gds

 

Così a New Orleans nacquero i Jazz

Primo nome singolare e astratto della storia, ma dopo cinque anni si spostarono a Salt Lake City. Nel 1977 furono l'unica squadra a scegliere una donna al draft, che dovette rinunciare perché incinta

 

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Il logo degli Utah Jazz, mostrato dai due nuovi acquisti Trey Lyles e Oliver Hanlan. Ap

 

Steve Brown. Nome comune, musicista come tanti, newyorkese ma trapiantato a New Orleans per inseguire i suoi sogni di jazzista. Brown, all'epoca 27enne, è l'unica delle tre persone che nel 1974 votarono il nome Jazz per la neonata franchigia della 'Big Easy' di cui l'identità sia stata tramandata ai posteri, perché il 7 giugno di quell'anno, estratto da miss New Orleans, vinse due abbonamenti e un biglietto per l'NBA All-Star Game di Phoenix dell'anno seguente. Da fan dei Knicks si convertì, ma cinque anni più tardi venne “tradito” dallo spostamento a Salt Lake City della franchigia cui aveva dato il nome, che nonostante la presenza dell'eroe locale Pete Maravich non ebbe mai un record vincente. Ma questa è un'altra storia.

 

SCELTA UNA DONNA — Volete due ragioni per ricordare quei New Orleans Jazz? La prima è che negli annali risultano come prima e unica squadra (l'Nba invalidò la scelta di Denise Long nel 1969 da parte dei Warriors) ad aver scelto una donna, tale Lusia Harris, All-American da Delta State. Accadde nel 1977, ma Harris, pick n° 137 al 7° giro, era incinta e quindi impossibilitata a presentarsi al training camp.

 

UNICO NOME ASTRATTO — La seconda sono nome e logo. Jazz, nonostante i soli tre voti, era il nome perfetto per New Orleans, la capitale della musica nata a fine a fine Ottocento come fenomeno sociale tra gli schiavi, tanto da diventare all'epoca il primo nome singolare e “astratto” dell'Nba. Venne scelto in mezzo a più di 6,500 moniker consigliati dai tifosi: Dukes, Crescents, Pilots, Cajuns, Blues, Deltas e Knights furono gli altri sette che arrivarono all'atto finale. “Il jazz è una di quelle cose per cui New Orleans è orgogliosa e famosa in tutta la nazione” spiegò Fred Rosenfeld, proprietario di maggioranza con Sam Battistone. Nel logo, anche la felice intuizione artistica di rendere la “J” una nota musicale e di riempire la parte circolare con la forma del pallone da basket e i colori del Mardi Gras, scelti ancora prima del nome: viola per la giustizia, verde per il destino, oro per il potere. Nacque così uno dei loghi più classici e apprezzati dell'Nba, ancora in auge: nemmeno il rinnovamento del 1996, con l'inserimento delle più caratteristiche montagne l'introduzione dell'azzurro accanto al viola, peraltro nel punto più alto della storia dei Jazz con le due Finals perse contro i Bulls, sono riusciti a mandarlo in pensione. Tanto anche nel 2010 Utah è tornata al vecchio accostamento cromatico (pur se in realtà il viola è un navy blue, e il verde un po' più scuro), ed oggi quello che dovrebbe essere il logo alternativo è diventato di fatto, per utilizzo, il primo dei Jazz, con la scritta impressa sulle maglie da gioco e la J-nota utilizzata anche singolarmente come mini logo.

 

Michele Talamazzi – gds

 

Così a Chicago nacquero i Bulls

Nel 1966 il proprietario Dick Klein voleva ricordare a tutti che la città era la capitale della carne. Fu una frase del figlio a dargli l'idea: "Papà, dici solo cavolate!"

 

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"Dad, that's a bunch of bulls!", "Papà, stai dicendo un sacco di 'cavolate' ". Dalle proteste del piccolo Mark, figlio dell'allora proprietario della franchigia Dick Klein, nasce il nome di una delle squadre più celebri della storia. In realtà l'origine dei Bulls sarebbe da ricercare nell'identità economico-commerciale della città. Tra il 19° e il 20° secolo Chicago era il centro mondiale della macellazione e imballaggio della carne, che arrivava direttamente dal Texas per essere lavorata e distribuita nel resto del paese.

 

LA STORIA — Anno 1966. Dick Klein vuole donare alla propria squadra un nome che ricordasse a tutti che Chicago era la capitale della carne. La città non era nuova ad avere una squadra professionistica di basket, ma ci volle molto tempo prima che si trasformasse nella "basketball town" che è oggi. Ci avevano già provato, senza molto successo, gli Stags nel '49-'50, i Packers nel '61 e gli Zephyrs (gli odierni Washington Wizards, ne riparleremo), che volarono successivamente, nel '63, a Baltimora. Tra fine '800 e inizio '900 a Chicago erano già presenti le due squadre MLB dei Cubs e dei White Sox, quella NHL dei Blackhawks e i Bears per la NFL. Spazio per il basket sembrava non ce ne fosse. Klein, ex giocatore, voleva invece una squadra potente, forte e vincente. E così doveva essere il suo nome. "All'inizio stavo pensando a nomi quali Matadors, o Toreadors", dice Klein, “ma a pensarci bene nessuna squadra con un nome composto da più di tre sillabe ha mai avuto successo, ad eccezione dei Canadians". Un giorno esponendo alla propria famiglia le sue idee sul nome da dare alla squadra, Klein fece sbottare suo figlio Mark: “Ehi papà, stai dicendo un sacco di cavolate”. Il padre rimase folgorato. “Ecco! Chiameremo la squadra Chicago Bulls”. Da allora la franchigia non ha mai pensato di cambiare nome e logo. La connessione tra basket e l'industria alimentare di Chicago continua a crescere fino all'era Jordan, i floridi anni '90, quando grazie ai Bulls la zona di Randolph Street, che da degradata e pericolosa divenne il centro nevralgico della ristorazione di Chicago.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei Brooklyn Nets

 

Basket, New York, rap e una lunga battaglia legale con i Knicks per il "controllo" della Grande Mela sono nel DNA della franchigia, che dopo igli anni in New Jersey ha trovato casa a Brooklyn

 

Davide contro Golia. Americans vs Knicks, una rivalità che nasce fuori dal parquet e, in un certo senso, per il parquet. Quello del Madison Square Garden precisamente. I Nets hanno una lunga storia, che inizia ben prima del loro approdo a Brooklyn. Dobbiamo tornare indietro al 1966, agli anni della ABA (American Basketball Association). Arthur J. Brown decide di portare una nuova squadra a New York. Direttamente nell'anima della città, a Manhattan. I Knicks si oppongono, timorosi di perdere il loro posto nel cuore dei newyorkesi, non danno il permesso ai nuovi arrivati di giocare al Garden. Gli Americans decidono allora di migrare poco più a Sud. Nel New Jersey. Ma le difficoltà logistico-organizzative non finiscono qui. I tifosi del New Jersey sono tanti e la Teaneck Armory, la nuova casa degli Americans, fatica a contenerli tutti. Si deve tornare a New York.

 

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NETS A NEW YORK — Il Madison è però nuovamente inaccessibile e la franchigia “senza dimora” decide di stabilizzarsi, forse, a Commack, nelle vicinanze di New York. Qui arriva la decisione di cambiare nome. La dirigenza sceglie Nets, “Retine”. Quelle dei canestri ovviamente: un nome che è un invito a farle “frusciare”. Ma non solo, nell'area metropolitana di New York alla fine degli anni '60 ci sono già le squadre NFL dei Jets e MLB dei Mets. Ora arrivano i Nets. Tutto in rima, forse vi era già una vena rap nel corpo della franchigia. Nel '73 arriva a Dr.J, Julius Erving, e assieme a lui 2 titoli, nel '74 e nel '76. Ma una tegola sta per cadere sulla testa dei campioni ABA.

 

RITORNO NEL JERSEY — 1976, la ABA si fonde con la NBA. I Nets sono pronti, con Dr.J, a debuttare. I New York Knicks però non sono della stessa idea e fanno causa alla franchigia di Commack per aver “invaso” l'area metropolitana di New York. I Nets perdono la battaglia in tribunale e devono mettere mano al portafoglio. Ma sono in difficoltà. Non resta che fare una cosa, dolorosissima: vendere Erving, a Philadelphia, per monetizzare e pagare i 4.8 milioni di dollari di risarcimento ai Knicks. Che non si fermano qui. Nel '77 la modalità “squalo” dei blu-arancio viene riaccesa. Una nuova causa, altri 4 milioni di dollari di risarcimento. Ma, una volta tornati nel New Jersey arrivano anni migliori, quelli delle Finals (perse) e di Jason Kidd.

 

THE BROOKLYN WAY — Gli afro di Dr.J, e le sue leggendarie partite al Rucker Park di Harlem. Rime e playground, di questo infatti vive Brooklyn la nuova casa dei Nets dal 2012. Il rapper Jay-Z, proprietario di una piccolissima quota della franchigia, ne diviene uomo immagine. Cresciuto a pochi isolati dal Barclays Center, disegna le divise e il logo. Ha un modo di comunicare totalmente Brooklyn Style. Vuole portare i Nets ai piani alti della NBA. In campo un quintetto di All Star, con Garnett e Pierce su tutti. Ecco la rivincita di Davide, contro il Golia di blu-arancio vestito. Basket, New York e, ovviamente, rap. C'è tutto questo nel nome dei Nets.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Dallas Mavericks: "anticonformisti come la nostra gente"

 

La franchigia della Big D porta il nome di uno dei firmatari dell'indipendenza del Texas, diventato sinonimo di uno stile che anche oggi ben si addice ai Mavs

 

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Dirk Nowitzki, 37 anni, uno dei simboli dei Mavericks. Reuters

 

Sam Maverick si trasferì in Texas all'inizio dell'Ottocento, dopo aver completato gli studi in legge. Importante proprietario terriero e politico, sindaco di San Antonio e firmatario dell'indipendenza del Texas, Maverick iniziò ad allevare bovini quasi per caso: un suo debitore lo pagò con 400 capi di bestiame, e lui li liberò nelle sue terre, rifiutandosi però di marchiare i vitelli come da usanza. Senza saperlo, diede vita al termine che nel tempo ha preso il significato più ampio di “indipendente, anticonformista” e che da oltre trent'anni accompagna il basket professionistico a Dallas.

 

INDIPENDENTI — “Rappresenta lo stile indipendente e appariscente della gente di Dallas”. Estratta a sorte tra i 41 che suggerirono il nickname “Mavericks” nel fan contest promosso da un radio locale, nel 1980 toccò a Carla Springer, giornalista freelance, spiegarne l'associazione alla prima franchigia Nba di Dallas. Reso popolare sul piccolo schermo negli anni '50 dalla serie tv western Maverick, dove la parte di Bret Maverick (poi anche di Mel Gibson nel film del 1994) spettava a James Gardner, uno dei proprietari dei primi Mavs, e sul grande schermo da Tom Cruise in Top Gun, il nickname si associa bene anche all'attuale proprietario Mark Cuban, spesso fuori dagli schemi. Ed anche a chi lo scelse preferendolo a Wranglers e Express: il fondatore Donald Carter, eccentrico personaggio ben riconoscibile per l'inseparabile Stetson, il cappello da cowboy presente fino al 2001 presente anche nel logo.

 

IL REGALO — “Fui così stupido da prometterle una squadra da basket, e dovetti mantenere la promessa”. Nel 1978, Carter, businessman nel campo dell'arredamento, di basket non sapeva nulla. I Mavericks furono infatti “regalo” alla moglie Linda Jo, ex giocatrice alla Duncanville High School e definita la vera “basketball guru” della famiglia. Anche se c'è da scommettere che Carter fiutò l'affare, che nel giro di 16 anni gli ha permesso di rivendere la franchigia ad un prezzo 10 volte superiore. Coinvolto dal suo avvocato Doug Adkins, trovò un partner in Norm Sonju, già presidente dei Buffalo Braves che stavano per trasferirsi in California per diventare i San Diego Clippers. A presentarli fu Robert Folsom, sindaco di Dallas e pochi anni prima uno dei proprietari di quei Dallas Chaparrals della ABA che nel 1973 divennero gli attuali San Antonio Spurs. I due provarono ad acquistare i Bucks e i Kings per spostarli in Texas, mossa sconsigliata dall'Nba perché già Spurs e Rockets allora non avevano grande appeal. L'ingresso arrivò tramite l'espansione, e costò 12 milioni di dollari. “Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, mi domandavo soltanto se l'avessi alzato su una carrozzina o meno”.

 

ANTICONFORMISTA — Giugno 2011, trentadue anni dopo Donald Carter, da proprietario di minoranza e insieme alla moglie Linda, alza lui per primo il trofeo intitolato a quel Larry O'Brien che durante l'All-Star Game del 1979 annunciò l'arrivo di una nuova franchigia a Dallas. Bellissimo gesto di Mark Cuban. Anticonformisti anche in questo, i Mavericks.

 

Michele Talamazzi – gds

 

Miami Heat: caldi a canestro come il clima della città

 

La franchigia di South Beach apre nel 1988 con un nome che ricorda la calura della città, ma che permette anche alla dirigenza di creare in fretta un marchio

 

Miami, squadra giovane. Proprio come Orlando, altra franchigia della Florida. Le storie di Heat e Magic si incrociano nel derby a 3 che ha infiammato, alla fine degli anni '80 l'intero stato. Anni in cui la voglia di basket inizia a farsi sentire anche nel Sud della Florida. Orlando, Miami e Tampa si contendono una franchigia: Tampa viene scartata perché ci sono già i Buccaneers, franchigia Nfl. Miami è la prima scelta e nel 1988 lancia la sua squadra, un anno prima di Orlando.

 

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HEAT — Billy Cunningham è il fautore del progetto. L'hall of famer, ex fenomeno dei Philadelphia 76ers, ha però bisogno di investitori. Sulla sua strada si presentano 2 grossi imprenditori: Zev Buffman, magnate dell'industria televisiva, e Ted Arison, presidente della Carnival Cruise, la più famosa linea di navi da crociera battenti bandiera USA. Come per la franchigia “rivale” di Orlando, la scelta del nome viene lasciata ai tifosi. E nei suggerimenti che arrivano alla proprietà c'è tutta l'identità di Miami. Prima di tutto le spiagge e il mare, ma nomi come Palm Trees, Sharks e Barracudas. Rimandati. Come tralasciare, nel bene e nel male, le caratteristiche del clima tropicale? E così la dirigenza si orienta verso Tornadoes e Heat. Ci siamo quasi. In fondo c'è una caratterista subito evidente per chiunque sbarchi a Miami: il caldo. Nome trovato, dunque, ma la scelta non è stata così scontata come sembra. La dirigenza Heat guardava all'efficienza, non tanto alla fantasia. “Heat” ha infatti permesso agli addetti ai lavori di trovare immediatamente un logo: un pallone infuocato che infiamma la retina. Un emblema perfetto che racchiude in se realtà, il clima tropicale, e speranze, incendiare canestri, di un'intera città.

 

E POI ARRIVA ZO... — Come per Orlando, anche per gli Heat il primo periodo è molto difficile. La prima stagione, 1988-89, è un fallimento. Solo 15 vittorie su 82 partite di regular season. Arriveranno tempi più caldi per i fan? Eccome. Sicuramente bollenti, specialmente quando incrociano i New York Knicks, saranno quelli della seconda metà degli anni '90. Gli Heat hanno 2 leader: Pat Riley in panchina e Alonzo Mourning in campo. Una storia incredibile, quella del centro numero 33. Per le caratteristiche diviene simbolo della franchigia: carattere, atletismo e dedizione, uno dei migliori difensori della storia della Lega. Conquista il titolo nel 2006 con Wade e O'Neal, dopo aver stoppato, rimandandola in quinta fila, una glomerulosclerosi ai reni (con conseguente trapianto di quello sinistro). Si temeva per la sua vita e per la sua carriera. 3 anni dopo il trapianto si infila il suo primo anello al dito: Zo Mourning, più Heat di così...

 

Andrea Grazioli - gds

 

Golden State Warriors: da Philadelphia alla California

 

La franchigia campione in carica nacque nella città dell'amore fraterno ed è una delle 3 che giocano in Nba fin dalla sua fondazione, nel 1946. Il trasloco a San Francisco è datato 1962: 9 anni dopo il cambio di nome geografico, l'unico che non rappresenta una città o uno stato

 

“Ahava l’olam lo nichashelet”. Significa “l'amore non fallisce mai” in ebraico, ed è la citazione biblica che Steph Curry ha curiosamente tatuata sul polso. E casualità vuole che ebraiche siano anche le primissime radici degli attuali campioni in carica, i Warriors. L'omissione di Golden State è voluta: in primis perché la storia dei “Dubs” inizia sulla costa Est, a Philadelphia, e poi perché l'unico nome Nba che non sia quello di una città o di uno stato racchiude in sé un'altra storia.

 

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AMORE FRATERNO — A Philadelphia, Eddie Gottlieb allenava, faceva da general manager e poi scendeva agli angoli delle strade a vendere i biglietti. Era chiamato “The Mogul”, il magnate. Dove c'era basket, c'era lui. Per un periodo organizzò anche i tour europei degli Harlem Globetrotters. Ucraino di nascita ma ebreo di origini, Gottlieb fu uno dei padri fondatori dell'NBA e dei Warriors, ed oggi è ricordato attraverso l'intitolazione del trofeo di rookie dell'anno. La sua prima squadra furono gli SPHAs, acronimo di South Philadelphia Hebrew Association, noti anche come “The Wandering Jews”, gli ebrei erranti, perché non avevano un campo fisso. Le star dei quella squadra erano Chick Passon e Stretch Meehan, le stesse che accompagnarono la nascita dei primi Philadelphia Warriors, dal 1926 e per tre stagioni nella ABL, lega che conobbe due anni di stop e, alla ripresa nel 1933, il dominio dei rinati SPHAs, vincitori di sette titoli consecutivi. Ma quando nel 1946 fu tra i fondatori della BAA, che divenne poi NBA, Gottlieb riportò in auge i Warriors, con Celtics e Knicks l'unica squadra superstite tra gli 11 club originali. Nome generico, ma che qualcuno associa anche agli indiani del Delaware, traendo spunto dai riferimenti dei primi due loghi.

 

CALIFORNIA — Il trasloco a San Francisco è invece datato 1962, quando Frank Mieuli acquisì la maggioranza del club e diede origine ai San Francisco Warriors, che si dividevano tra il Cow Palace di Daly City e il San Francisco Civic Auditorium. Il nickname venne mantenuto. A cambiare fu invece, qualche anno più tardi, il nome che li definisce geograficamente. Golden State è infatti uno dei nomignoli dello stato della California, e venne introdotto il 18 luglio 1971. Lo stesso giorno la proprietà annunciò anche lo sdoppiamento tra Oakland e San Diego, che aveva appena perso i Rockets passati a Houston e che avrebbe ospitato 29 delle 41 gare casalinghe. Per un paio di settimane l'accordo venne dato per fatto, ma il primo agosto il club annunciò che avrebbe giocato solo alla Oakland Arena, oggi Oracle. Non è chiaro se Golden State venne scelto in funzione del possibile spostamento a San Diego, fatto sta che nome e logo (in cui verranno alternate la piantina della California e il Bay Bridge, il ponte che unisce San Francisco e Oakland) rimasero al loro posto, dando così origine ad un ibrido che oggi è diventato un tratto distintivo.

 

Michele Talamazzi - gds

 

Alle origini degli Houston Rockets

 

La franchigia nacque a San Diego nel '66: un anno dopo, dal nome Gulls si passò a Rockets con un fan contest. Nel '71 il trasloco in Texas

 

In NBA dici Rockets e pensi al collegamento con la NASA. Associazione fin troppo facile, vista la presenza del Lyndon B. Johnson Space Center dell'Ente per le attività spaziali e aeronautiche nella vicina contea di Galveston che dal 1967 ha reso Houston nota come “Space City”. Ed infatti non è così... o almeno non lo era in origine, visto che la squadra nacque, con lo stesso nickname, a San Diego.

 

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James Harden

 

DA SAN DIEGO — Atleta e allenatore modesto, Bob Breitbard della San Diego sportiva è diventato un'autentica icona dietro la scrivania. Nel 1961 fondò la San Diego Hall of Champions, museo sportivo a Balboa Park, nel 1966 costruì la San Diego Sport Arena (ancora nel 2000 considerata il top tra gli impianti tra i 10 e i 15mila posti a sedere), dove portò i San Diego Gulls della Western Hockey League e, un anno più tardi, i Rockets, dodicesima squadra NBA, nata per espansione insieme ai Seattle Supersonics e partita dalla scelta al draft, con il pick n° 7, di un certo Pat Riley. I primi Rockets costarono 1.75 milioni di dollari, e vennero chiamati così attraverso il classico fan contest, che decise di omaggiare il tema di “a city in motion” e la presenza della General Dynamics, una delle più importanti società specializzata in forniture militari del mondo e in particolare nella produzione dei razzi Atlas.

 

AVVIO LENTO — L'inizio non fu dei più incoraggianti: le 67 sconfitte della stagione d'esordio furono, allora, un primato negativo. E le cose non migliorarono strada facendo: scarsi risultati in termini di vittorie e di pubblico indussero Breitbard a vendere la squadra nel 1971 (non prima di aver ospitato anche l'All-Star Game NBA) al gruppo Texas Sports Investments, capitanato dal broker Wayne Duddleton e dal banchiere Billy Goldberg per 5.6 milioni dollari. La cessione fu così veloce e improvvisa che, come spiegò lo stesso Duddleton, “fu un problema avere le maglie nuove in tempo”. L'appeal dei Rockets, però, stentò a decollare anche nello Lone Star State, di cui divennero i primissimi portabandiera in NBA. Nonostante un match di esibizione dei San Diego Rockets a Houston datato 1968 avesse attirato soltanto 2mila persone, Duddleton andava affermando della bontà della mossa sulle base di ricerche di mercato ad hoc. Ma nella loro stagione d'esordio, gli Houston Rockets non raggiunsero nemmeno i 5mila spettatori di media, complice il vagabondaggio tra varie arene, in città (Astroarena, Astrodome, Sam Houston Coliseum, e l'Hofheinz Pavilion dell'Università di Houston) e non solo, con un match a Waco, San Antonio, che registrò appena 759 paganti e costrinse la tv ad aggiungere in sottofondo alla telecronaca un rumore del pubblico registrato... Il nickname, invece, attecchì subito: ironicamente, in un caso quasi più unico che raro, un nome scelto per omaggiare una città, si rivelò perfetto per un'altra.

 

Michele Talamazzi - gds

 

Le passioni dell'Indiana: basket, auto e cavalli. Così nascono i Pacers

 

In Indiana il basket si respira nell'aria: ma ci sono altre due passioni viscerali, che hanno dato il nome alla franchigia di Indianapolis. Viaggio nella Mecca della pallacanestro dal 1967 ad oggi

 

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Joseph Young, Myles Turner e Rakeem Christmas. Afp

 

L'Indiana è la Mecca del basket. La terra di Larry Bird. Se avete visto lo storico film Blue Chips avete ben presente lo scenario: distese pianeggianti, trattori e canestri montati nei cortili delle fattorie. Ma nonostante tutto ciò l'origine del nome della franchigia dell'Indiana non è da ricercare in questo, viscerale, amore per il basket. “Pacers” deriva da altre due grandi passioni tipiche di questo Stato, stranamente fuse insieme, le corse automobilistiche (la 500 miglia di Indianapolis è la più importante) e quelle dei cavalli.

 

NASCONO I PACERS — I Pacers debuttano nel 1976 nella NBA. Per scoprire le origini del nome dobbiamo però tornare indietro nel tempo. Il 1967 è l'anno dell'esordio nella ABA, i vertici della dirigenza della franchigia sono Richard Tinkham e Chuck Barnes, rispettivamente appassionati di macchine da corsa e cavalli. Lo staff sceglie di non chiedere opinioni “popolari” come spesso accade per questo genere di decisioni: il nome della squadra diventa così una questione strettamente interna dove, naturalmente, i due massimi investitori Tinkhame e Barnes hanno l'ultima parola. Perché Pacers, dunque? Il nome deriva dall'incontro tra la “pace car”, meglio nota da noi come “safety car” (la macchina che durante le corse entra in pista in caso di incidenti) e “pacing”, la specialità del “galoppo”, che ha in Barnes un grande estimatore. Tutti i membri della dirigenza si trovarono d'accordo. I problemi sorsero però, stranamente se vogliamo, quando bisognò decidere dove far giocare la squadra. L'idea era quella di creare una squadra itinerante che giocasse le partite casalinghe in giro per l'intero stato. La prima casa dei Pacers fu lo State Fairgrounds Coliseum di Indianapolis. Città che poi non venne mai abbandonata. L'idea originaria rimane però impressa nel nome, che non cambiò più: Indiana (e non Indianapolis) Pacers.

 

DAGLI ANNI DELLA DINASTY A REGGIE MILLER — Come spesso accade gli esordi non sono dei migliori. Ma i Pacers ci mettono soli 3 anni per risalire le tormentose acque della ABA e vincere il titolo. Nel 1970 sono per la prima volta campioni, si ripetono nel 1972 e '73 diventando così la squadra più titolata nella storia della ABA. Ma i problemi sono purtroppo dietro l'angolo. Nel 1976 ABA e NBA si fondono e la franchigia affronta un decennio ai margini. Cosa che l'Indiana non sopporta. Ma nel draft del 1987 approda ai Pacers un giovane e magrissimo Reggie Miller. Sceglie il numero 31. Con Reggie in campo i Pacers, negli anni '90, raggiungono 4 finali di Conference e nel 2000 approdano alle Finals, perse, contro i Lakers di Shaq e Kobe. Che dire di Miller? Uno dei giocatori più amati e odiati, fenomenale trash talker (una gallina starnazzante dirà Michael Jordan), il suo modo di uscire dai blocchi è unico. I piedi “a posto” prima di rilasciare, come vorrebbe ogni coach, non li ha mai avuti. Ma automaticamente quel pallone entrava. Un giocatore, forse, da non mostrare ai propri figli o ai giovani allievi. Un maledetto, insomma. Un maledettissimo fenomeno.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei Cleveland Cavaliers

 

Jerry Tomko nel 1970 suggerì il nome della franchigia dell'Ohio: "Un gruppo di coraggiosi che non si arrende mai". Ma la ricompensa ci mise 40 anni ad arrivare...

 

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Febbraio 2010. A casa di Jerry Tomko arriva un pacco. Dalla confezione si legge il nome di uno “strano mittente”: Cleveland Cavaliers, la squadra che Jerry tifa da 40 anni. Lo scarta e trova un pallone autografato da tutti i membri del roster. Lo stupore dell'allora 68enne è grande, per due motivi. Il primo: ha tra le mani un cimelio firmato dai suoi giocatori preferiti. Il secondo: finalmente la franchigia di Cleveland, con un ritardo di circa 40 anni, si è ricordata di lui. E' infatti grazie a lui se LeBron James è il re dei Cavaliers.

 

CAVS — La storia comincia nel 1970, quando a Cleveland il basket è completamente assente. La fame di sport degli abitanti della città è calmata solo dai Cleveland Indians, squadra di MLB, e dai Barons (che successivamente diventeranno i Crusaders), minors di hockey. La Cleveland Arena è dunque esclusivamente terra dei Barons. Ma a Nick James Mileti, proprietario di tutto ciò che a Cleveland ha a che fare con lo sport (squadre e arena compresi), non basta. Come già successo a Boston era necessario riempire i posti del palazzetto anche quando i giocatori di hockey erano in vacanza. Mileti contatta allora la NBA e, dopo aver versato alla Lega circa 4 milioni di dollari, ottiene il permesso di iscrivere al campionato una nuova squadra. Anche questa, naturalmente, sua.

 

IL CONTEST — Come spesso accade negli Stati Uniti, quando nasce una nuova franchigia viene indetto un contest per scegliere il nome della squadra. Tutta la città può partecipare attraverso le pagine del “Plain Dealer”, il maggiore quotidiano di Cleveland, e dalle frequenze di “3WE” radio, anch'essa di proprietà di Mileti. Proprio su 3WE è sintonizzato, mentre sta andando a prendere la moglie al lavoro, il signor Jerry Tomko. Incuriosito decide di partecipare al concorso e scrive una lettera in cui motiva la sua scelta: Cavaliers. “I Cavalieri sono un gruppo di uomini impavidi e coraggiosi che non si arrendono mai”. Così dovrebbero essere, pensava Tomko, i giocatori della squadra della mia città. La lettera convinse Mileti: la squadra aveva un nome e il contest un vincitore. Il premio avrebbe dovuto essere un biglietto per assistere come ospite d'onore alla partita di debutto in NBA. Ma il regalo ci mise 40 anni per arrivare a casa di Jerry. Certo il roster dei Cavs del 2009-10 rispetto quello della prima stagione (conclusa con il record non proprio entusiasmante di 15 vittorie e 67 sconfitte) era tutta un'altra cosa. Ritroviamo così il signor Tomko, un po invecchiato, a casa ad ammirare e accarezzare il pallone autografato. E, magari, assieme a lui per condividere questo emozionante momento il figlio Brett, ex giocatore MLB e la nuora, la playmate Julia Shultz. Fortune di casa Tomko...

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei Minnesota Timberwolves

 

Il preferito della franchigia di Minneapolis, che esordì nel 1989, era Blizzard. Ma ai proprietari non piaceva e chiesero a 842 consiglieri delle cittadine dello stato di scegliere tra gli altri due più popolari. I lupi sbranarono i Polars

 

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“Gun Flint”, la pietra focaia destinata all'innesco di armi le cui prime bozze risalgono ad un disegno di Leonardo agli inizi del 1500, era il nickname sul quale Tim Pope puntava maggiormente. “Pensavo potesse vincere un nome composto” disse Pope, quando venne invece premiato con un viaggio all'All-Star weekend del 1987 a Seattle per aver suggerito, tra i 10 inviati, il nome Timberwolves nel fan contest che avrebbe restituito una franchigia professionistica a Minneapolis trent'anni dopo l'addio dei Lakers e venti dopo le comparsate dei Muskies e dei Pipers nella ABA degli anni '60.

 

NIENTE BLIZZARD — Appena inoltrata la richiesta ufficiale, i due proprietari Harvey Ratner e Marv Wolfenson nell'ottobre del 1986 (4 mesi prima del sì della NBA) provarono a coinvolgere tutto lo stato del Minnesota, ricevendo nel giro di un paio di mesi oltre 6mila proposte con 1.284 nomi diversi in una lista interminabile, varia e curiosa (tra questi Lynx, dal 1999 il nome della squadra WNBA, e Lacustrians, alternativa a Lakers...). Il giudizio popolare indicò in “Blizzard” il nickname vincente, ma “Harv and Marv”, come venivano chiamati, cercavano qualcosa di maggiormente legato al territorio e chiesero così a 842 consiglieri civici delle varie cittadine dello stato di scegliere tra gli altri due più popolari, Timberwolves e Polars. I “lupi”, che vinsero con una proporzione di 2 a 1, erano il nickname perfetto per lo stato che vanta la più alta popolazione tra quelli continentali (1.200 esemplari dal 1974, quando venne definita specie a rischio) e un centro di ricerca specializzato nella cittadina di Ely.

 

AGGRESSIVI MA NON MINACCIOSI — Ed anche il logo, in un altro contest, lo creò un altro nativo del Minnesota (ma arrivarono proposte anche dalla Norvegia): Mark Thompson, artista professionista, ricevette 2.500 dollari per il disturbo. “Aggressivo, ma non minaccioso” fu la benedizione del presidente Bob Stein. Nel 1987 fece il suo esordio su un assegno di 20mila dollari andato in beneficenza. I Timberwolves, costati 32.5 milioni di dollari e rivenduti cinque anni più tardi ad un gruppo guidato da Glen Taylor a 88.5, fecero il proprio esordio solo tre anni dopo, il 3 novembre del 1989, coronando insieme agli Orlando Magic l'espansione della NBA a 27 squadre, accelerata l'anno precedente dalla nascita degli Charlotte Hornets e dei Miami Heat. Nei primi T'Wolves, contrazione del nickname sempre più diffusa negli anni, c'era Rick Mahorn, in un raro caso di un giocatore passato dall'essere titolare e uomo spogliatoio di una squadra campione NBA, i Detroit Pistons dei “Bad Boys”, al draft d'espansione. Ma per i playoff bisognerà attendere Kevin Garnett e Stephon Marbury...

 

Michele Talamazzi - gds

 

Atlanta Hawks: tre città per una squadra. In principio erano i Bisons...

 

La franchigia ha cambiato città 4 volte in 22 anni prima di trovare casa in Georgia. Ecco come da Bisons, il nick che aveva negli anni Trenta, è diventata Hawks

 

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Quando si pensa alla storia e alla tradizione NBA può capitare che tra i primi nomi che saltano alla mente non vi sia quello degli Atlanta Hawks. Ed è un errore. La loro vicenda ha inizio nel 1935, passa attraverso gli anni di Pistol Pete Maravich e dello Human Highlight Film (all'anagrafe Dominique Wilkins) per arrivare al 2015, anno in cui il team di Budenholzer ha avuto il miglior record della Eastern Conference. Il volo degli Hawks parte dunque molto lontano sia nel tempo che nello spazio: a un migliaio di kilometri da Atlanta, a Buffalo precisamente, dove nella prima metà degli anni '30 giocano i Bisons.

 

TRE CITTÀ PER UNA SQUADRA — Buffalo Bisons debuttano nel 1936 nella Midwest Basketball Conference. Quando scendono in campo impressionano l'intera Lega schierando come centro Hank Williams, primo giocatore di colore nel Midwest. Ma i Bisons passano anche annate di inattività. Fino al giorno in cui Ben Kerner (propietario della franchigia) decide di trasferire la sua squadra sulle sponde del Mississipi nella zona nota come Tri-Cities, un conglomerato formato da Rock Island e Moline, città dell'Illinois, e da Davemport, Iowa.

 

DAI BUFALI AI FALCHI — Il nome Hawks trova la propria ragion d'essere nella storia della zona delle Tri-Cities: nel 1832, anno della famosa Black Hawk War. Un gruppo composto da 3 tribù di nativi americani, Sauks, Maeskwakis, guidati dal capo indiano Black Hawk, decidono di attraversare il Mississipi per riprendersi le terre native dell'Illinois, spedizione che però durò solo 3 mesi. Kerner, assieme alla dirigenza della franchigia, decide così di chiamare la propria squadra Blackhawks. Ma nonostante il forte richiamo alla storia del territorio, e le ottime annate di debutto in NBA sotto la guida di Red Auerbach, i Blackhawks, nel 1951, sono costretti ad emigrare. Destinazione Milwaukee, dove però il nome perde di identità e viene, per questo motivo, tagliato in Hawks. La squadra fatica a decollare e Kerner decide di preparare nuovamente le valigie. Si va nel Missouri, a St. Louis.

 

L'ANELLO E IL VOLO PER ATLANTA — A St. Louis la franchigia conosce i suoi anni migliori. Quelli della grande rivalità con i Celtics dell'ex Auerbach e dell'anello nel 1958. La notorietà degli Hawks cresce e il piccolo Kiel Auditorium non basta più. Kerner chiede alle autorità di St. Lous il permesso di costruire un'arena più grande, ma l'idea viene rispedita al mittente. Nel 1968 la franchigia viene ceduta a Tom Cousins e Carl Sandres, che decidono di trasferire la squadra per la quarta volta in 22 anni. Si va in Georgia, ad Atlanta. Dopo tanti aerei e trasferimenti questo è, almeno per ora, il volo di sola andata. Ecco a voi gli Atlanta Hawks...

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei San Antonio Spurs

 

Nati a Dallas come Chaparrals, dal nome della sala riunioni dell'hotel in cui venne fondata la franchigia. Ma il trasferimento nella città dell'Alamo portò un nuovo nome (attraverso contest popolare). E nuovi successi

 

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Boscaglie spinose e speroni. Roba da cowboy texani. Ma la franchigia che ha dominato l'era del post-Jordan nasce lontano da San Antonio, in una città che diventerà successivamente, assieme a Houston, una delle rivali del derby a 3 che infiamma il Texas. È il 1967 quando, nella Chaparral Room dell'Hotel Sheraton di Dallas nascono i predecessori degli Spurs, i Dallas Chaparrals, team della ABA.

 

GLI ANTENATI — Una squadra che prende il nome da una sala riunioni di un hotel? Certo, si potrebbe pensare ad un primo sguardo, che la fantasia non è di casa in Texas. E non siamo così lontani dalla realtà: la dirigenza dell'allora nascente franchigia dei Chaparrals organizzò una riunione proprio perché il nome per la squadra stentava da arrivare. A mali estremi, estremi rimedi. Il Chaparral, termine di origine spagnola, è lo spinoso sottobosco che popola i paesaggi mediterranei e che è possibile ritrovare anche nei territori texani e californiani. Ma non solo. Chaparral è anche “l'uccello corridore”, quello, per intendersi, che Willy il coyote non è mai riuscito a braccare nel famoso cartone animato. Quel giorno allo Sheraton, da un iniziale stato di confusione e indecisione, si trovò nome e logo: un uccello intento a giocare con la palla a spicchi. Per fortuna di Gregg Popovich, che difficilmente avrebbe sopportato un logo simile, la squadra si trasferì a San Antonio passando attraverso diversi cambiamenti, tra i quali nome e grafica.

 

SAN ANTONIO SPURS — È il 1973 quando i Chaparrals si trasferiscono a San Antonio. Il pubblico di Dallas, a causa degli altalenanti risultati, non ne fa una tragedia. Già nel 1970-71 lo staff dirigenziale, a causa della scarsa affluenza al Moody Coliseum di Dallas, provò il tutto per tutto cambiando il nome in Texas Chaparrals. L'idea era di attirare pubblico ampliando all'intero stato il bacino d'utenza, ma l'esperimento non riuscì e due anni dopo la franchigia venne venduta ad una cordata di 36 imprenditori di San Antonio, con a capo Angelo Drossos e Red McCombs. La prima decisione? Evitare riunioni in hotel e indire un contest aperto a tutta la cittadinanza per trovare un nuovo nome. I nickname che arrivarono in finale furono Spurs (speroni) e Gunslingers (pistoleri). E la scelta, anche per evitare problemi, ricadde su Spurs. L'uccello “giocatore-corridore” venne sostituito dall'ormai storico logo a “U” e i colori divennero il nero argento, al posto del bianco, blu e rosso dei Chaparrals. Gli Spurs sopravvivono alla fusione ABA-NBA del 1976, ma dovranno attendere 26 anni per appendere il primo stendardo

al soffitto dell'AT&T Center. Il 1999 è l'anno in cui la coppia Robinson-Duncan domina in ogni canestro d'America. Dai Big two ai big three (Duncan, Ginobili, Parker): i titoli diventano 5. Quello degli Spurs è riconosciuto come un dominio strutturale, sistematico, ma sempre silenzioso e avvezzo ai riflettori. A parte quelli che illuminano i parquet, naturalmente.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Phoenix Suns: tropicali si, ma "cactus" mai.

 

Jerry Colangelo, nel 1968 il più giovane g.m. della Nba, sceglie per la neonata franchigia un nome che richiamasse al clima tropicale della città. Con buona pace di chi voleva chiamarli Cactus Giants

 

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Mark Bagnall aveva 12 anni quando, il 23 gennaio 1968 (esattamente il giorno dopo che l'NBA approvò la nascita di una franchigia a Phoenix e Milwaukee), inviò uno dei 28mila suggerimenti nel “name the team contest” promosso dall'Arizona Republic. Scrisse una lettera a Karl Eller, uno dei proprietari nella cordata capitanata da Richard Bloch che con 2 milioni di dollari prese parte all'espansione, proponendo il nome “Firebirds”. L'oriolo, o “rigogolo”, passero riconoscibile per il piumaggio dai colori accesi ma soprattutto per le sue doti canore, molto diffuso in Arizona. Non ricevette mai una risposta. Firebirds venne associato 18 anni più tardi, sempre a Phoenix, ad una franchigia di una lega minore di baseball, fino ad allora Phoenix Giants perché affiliata ai San Francisco Giants. Il vincitore di quel contest venne premiato con un viaggio alle Hawaii. “Qualcuno deve aver letto la mia lettera” scherzò Bagnall in un'intervista qualche anno fa.

 

IL CLIMA DI PHOENIX — L'NBA salutò così la nascita dei Phoenix Suns, nonostante i tanti pareri negativi, non ultimo quello di J. Walter Kennedy. L'allora commissioner accolse la richiesta di Bloch con un “Phoenix? Devi essere matto”. Nonostante un'area metropolitana in forte espansione, Phoenix era considerata un mercato troppo piccolo, lontano da tutto e soprattutto una città troppo “calda” per il proprio clima tropicale. Kennedy cambiò idea dopo un rapido tour in città, parlando con ragazzi, negozianti e qualche tassista, toccando con mano l'entusiasmo della città. E proprio le alte temperature dell'Arizona indussero Jerry Colangelo (allora, a soli 28 anni, il più giovane general manager della NBA dopo una parentesi a Chicago come scout e assistente dei Bulls) a scegliere il nome “Suns”, proposto tra gli altri da Selinda King, premiata con 1.000 dollari e due abbonamenti della prima stagione pro di Phoenix. Venne preferito a Scorpions, Rattlers, Thunderbirds, Wranglers, Mavericks, Tumbleweeds, Mustangs, Cougars in un contest che comprendeva almeno 13 nomi composti con “Sun” ed altri più stravaganti come “Cactus Giants”.

 

I PRIMI PRO' — I Suns di Dick Van Arsdale, del futuro Hall of Famer Gail Goodrich e di David Lattin, il centro della Texas Western campione NCAA resa celebre dal film Glory Road, furono la prima vera squadra del Midwest in una NBA fino ad allora sbilanciata tra costa Est e costa Ovest, e la prima unica franchigia professionistica in Arizona fino all'arrivo dei Cardinals della NFL (da St. Louis) nel 1988. E a proposito di premi persi, curiosa è anche la storia del logo: il club pagò ben 5.000 dollari un'artista locale per disegnarlo, ma rimase deluso dal risultato. Alla fine, il pallone contornato dai raggi del sole, solo leggermente modificato negli anni e diventato un'icona, fu una creazione di Stan Fabe, proprietario di una stamperia a Tucson, che ricevette un rimborso di 200 dollari...

 

Michele Talamazzi – gds

 

Charlotte Hornets, bisogna tornare al 1780...

 

La città del North Carolina era la più importante della zona ed il centro dei moti rivoluzionari. Per rintracciare l'origine del suo nome si deve tornare al 1780, quando volle conquistare la sua indipendenza dalla Gran Bretagna

 

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Oggi è amata per essere la franchigia di Michael Jordan che è da sempre affezionatissimo al North Carolina, dove ha fatto l'università (e sicuramente i Tar Heels sono, da anni ormai, la squadra meglio vestita della NCAA). La squadra di Charlotte, prima di essere acquisita da MJ ha passato anni con risultati alterni. Dal trio delle meraviglie Bogues-Johnson-Mourning, al trasferimento a New Orleans e il ritorno a casa. Ma perché in North Carolina sono così affezionati agli Hornets? La ragione la ritroviamo proprio nel nome.

 

LA 24ESIMA SQUADRA — La vicenda dei calabroni ha inizio nel 1985, quando la NBA era composta da sole 23 squadre. L'allora commissioner David Stern voleva aumentare il numero di franchigie nella Lega, un progetto che sarebbe durato all'incirca 3 anni e che avrebbe visto aggregarsi 4 nuovi team. L'imprenditore George Shinn, originario di Kannapolis, abituato a sentire il grande amore del North Carolina per il basket NCAA decise di portare una franchigia NBA a Charlotte. Tra lo scherno della stampa nazionale USA, che non considerava la città adatta ad ospitare una squadra così importante, Shinn organizzò una cordata con altri importanti businessmen della zona. Il 5 Aprile 1987 David Stern chiama Shinn: “Sarete voi la 24esima squadra della NBA”. Ma un dubbio sorge nella mente della dirigenza: che cosa scriveremo sulle magliette?

 

IL VOLO DEI CALABRONI — Charlotte Spirit. Inizialmente era questo il nome accreditato. Ma il contest “name the team” fece cambiare idea allo staff. La 24esima squadra selezionata da Stern si chiamerà Hornets. Per scoprire cosa c'è sotto questo nickname, e assieme il fascino che esercita sui fan di Charlotte, dobbiamo tornare fino al 1780. La contea di Mecklenburg, nel North Carolina, fu una delle prime a volersi dichiarare indipendente dalla Gran Bretagna. Charlotte era la città più importante della zona ed il centro dei moti indipendentisti. Quando arrivò, con l'intento di sedare le proteste, il generale Charles Cornwallis gli abitanti di Charlotte gli diedero un benvenuto molto “caldo”: una astutissima trappola. Gli uomini posizionati all'ingresso del paese, una volta avvistati nelle vicinanze Cornwallis e i suoi uomini iniziarono improvvisamente a sparare, costringendo l'armata britannica a cercare rifugio verso il centro del paese, dove ad attendere vi era un altro battaglione. Molti scapparono, altri non uscirono più dalle mura di Charlotte. Non fu l'unica occasione in cui Cornwallis cercò di prendersi la contea di Mecklenburg. Ma non vi riuscì mai. L'ultima volta che ci provò si ritirò urlando ai suoi: “Andiamocene da questo nido di calabroni”. Una storia fatta di voglia di libertà, indipendenza e coraggio. Ecco perché Charlotte ama così tanto i suoi Hornets.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei Toronto Raptors

 

I canadesi organizzarono un contest tra i tifosi per scegliere il nome della nuova franchigia: vinse quello che richiamava i dinosauri di Jurassic Park, appena usciti al cinema

 

Toronto, la patria dell'hockey su ghiaccio. Ma come è già successo per altre franchigie, tra dischetti e palla a spicchi vi è molto in comune. Ad esempio? I palazzetti. Soprattutto se vuoti, durante la offseason. Ma in Canada la voglia di basket c'è e si sente. I Raptors non sono la prima squadra di basket professionistico di Toronto. Nel 1946 debuttano nella BAA (Basketball Association of America) gli Huskies. Un amore lungo però appena un anno. Nel 1947 gli allora proprietari Cradock e Shannon chiusero le porte del Maple Leaf Garden. Nonostante il lungo letargo, che il clima canadese favorisce, dopo 50 anni il basket a Toronto si risveglia. Nel 1995 una squadra di giovani dinosauri correrà sui parquet della NBA. Le loro originali divise, nella seconda metà degli anni '90, impazzeranno in tutta Europa. La 15 di Carter e, in Italia, la storica numero 4 di Vincenzo Esposito.

 

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The Raptor, la mascotte di Toronto. Reuters

 

ARRIVANO I RAPTORS — Siamo nel 1993. Al cinema esce Jurassic Park e il commissioner David Stern annuncia il progetto di “espansione” della NBA in Canada. Un accostamento strano solo ad una prima occhiata. John Bitove è il capo del progetto Raptors. L'imprenditore del settore alimentare versa nelle casse NBA quasi 130 milioni di dollari. Dopo una maxi spesa come questa era necessario trovare un nome all'altezza. Bitove vuole coinvolgere la comunità. All'inizio i fans vorrebbero riportare indietro il tempo, e chiamare la nuova squadra Huskies. Ma la dirigenza non è d'accordo. Il contest lanciato attraverso le principali testate giornalistiche locali impazza. Arrivano 2000 nickname. La top-10 finale includeva solo nomi di animali: Beavers, Bobcats, Dragons, Grizzlies, Hogs, Scorpions, T-Rex, Tarantulas, Terriers e, naturalmente, Raptors. Tanta fantasia da film dell'orrore ha però un fondamento: la preistoria-mania che imperversa a Toronto e nel mondo grazie, appunto, a Jurassic Park. Anche Bitove si convince: vada per Raptors.

 

I 2 CUGINI — I dinosauri cominciano a mordere della stagione 1994-95, ma per i primi due anni collezionano risultati altalenanti. Ma qualcosa sta per cambiare. Dal Draft del 1997 con la nona scelta i Raptors si aggiudicano Tracy McGrady. L'anno dopo in uno scambio con i Warriors arriva in Canada il rookie Vince Carter. I due si dicono essere cugini di terzo grado. Hanno entrambi ereditato, da qualche lontano avo, un talento incredibile e un atletismo spaventoso. Le top 10 delle giocate della settimana diventano così un affare di famiglia e i Raptors conoscono il loro momento di massima notorietà. Soprattutto per Carter, che vede tutto il Canada, e gli USA, impegnati a trovargli il giusto soprannome. Air Canada, per le sue incursioni nello spazio aereo canadese, Vinsanity, gioco di parole tra il nome Vince e “insanity”, la follia delle sue giocate e che comunica ai suoi fans. Ma sarà, come spesso accade, Shaq ad azzeccare il soprannome giusto: “Half man-Half amazing”. Metà uomo- metà meraviglia. Quella provata a vedere questo strano velociraptor volante.

 

Andrea Grazioli - gds

 

I Patrioti... dell'amore fraterno: Philadelphia 76ers

 

Nome patriottico che richiama la storia della città in cui nel 1776 venne firmata la Dichiarazione d'Indipendenza. Ma la storia della franchigia comincia a Syracuse, New York. Con un altro nome patriottico

 

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La città dell'amore fraterno. Terra di incroci, di arrivi e partenze. Ma i Sixers non nascono a Philadelphia e originariamente non avevano questo nome. Prima di incantare Philly devono attendere 17 anni. Sulla via verso la nuova casa incroceranno anche i Warriors, che negli stessi anni lasciano la Pennsylvania in direzione San Francisco.

 

NATI A SYRACUSE — La storia inizia nel 1946 a più di 400 kilometri da Philly. I Syracuse Nationals sono la franchigia più importante della NBL (National Basketball League), la squadra che più contribuisce a dare legittimità alla Lega, considerata “minore” rispetto alla rivale BAA (Basketball Association of America). Il proprietario è l'italo americano Daniel Biasone, che rimarrà a capo dei Nationals fino al giorno della cessione, della partenza e della nascita dei 76ers. Il 1963 è l'anno in cui la franchigia abbandona lo stato di New York. Si va a Sud-Ovest verso Philadelphia, che sta per rimanere orfana della propria squadra, i Warriors. Sono anni frenetici per il basket americano. Franchigie che nascono, si trasferiscono o vengono cedute. Dopo quasi 20 anni Biasone lascia. I Nationals, hanno dei nuovi proprietari: i magnati della carta stampata Irv Kosloff e Ike Richman. La loro prima mossa è trasferire la franchigia in Pennsylvania. La seconda cambiargli nome: nascono i 76ers.

 

BASKET E STORIA — C'è qualcosa che accomuna Nationals e 76ers. Il patriottismo. La scelta del nuovo nome avviene attraverso un concorso vinto da Walt Stahlberg, originario del New Jersey che ricorda all'America intera che Philadelphia è la città in cui il 4 luglio 1776 è stata scritta la Dichiarazione d'Indipendenza. Il documento, ufficialmente richiesto e siglato da Thomas Jefferson, ha chiari riferimenti ai principi illuministici, come quello dell'uguaglianza originaria di tutti gli uomini. Se Philly avrà una nuova squadra di basket il suo nome dovrà richiamare a quella data e a quei concetti. E' così che nascono così i Philadelphia 76ers. Il nickname, per motivi di comodità giornalistica, verrà subito modificato in Sixers: diventerà famosissimo, sia sulla carta stampata che sulle maglie.

 

UNO SGUARDO AL FUTURO — La città dell'amore fraterno non potrà che avere un rapporto particolare con i suoi giocatori simbolo. Ce ne sono stati tanti che hanno fatto la storia dei Sixers. Da Wilt Chamberlain a Julius Erving, passando per Charles Barkley e Allen Iverson. Giocatori immensi e uomini difficili, ma amati visceralmente dall'intera città. Oggi è tempo di ricostruzione. Okafor, favorito secondo gli stessi colleghi al premio di matricola dell'anno 2015-16, e Noel sono le basi del futuro dei Sixers. Ci sarebbe anche Embiid, ma per vedere all'opera la terza scelta al draft 2014 bisognerà aspettare un altro anno. Non è l'attesa, però, una delle caratteristiche dell'amore? E a Philadelphia ce ne sarà tanto anche per lui...

 

Andrea Grazioli - gds

 

La tradizione della Motor City per i Detroit Pistons

 

Il nickname della franchigia sembra fatto apposta per Motown, ma la squadra mosse i primi passi a Fort Wayne, Indiana. I pistoni erano il business della famiglia che li ha fondati. E che nel 1957 li trasferì nella città delle automobili

 

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Reggie Jackson con la maglia che ricorda la tradizione automobilistica di Detroit. Reuters

 

I Pistoni della Motor City. Mai, come in questo caso, il nome di una franchigia è tanto in simbiosi con l'identità della propria città. Ma, a ben vedere, i Pistons nascono lontano da Detroit e solo per caso dopo molto tempo approdano nella città dei motori. Ma già allora qualcosa univa i Pistons a Motown: gli affari della famiglia Zollner.

 

ORIGINI A FORT WAYNE — L'anno è il 1941. La località Fort Wayne, Indiana, terra di basket per antonomasia. Fred e Janet Zollner sono due fratelli, proprietari di una delle più importanti fonderie d'America specializzata nella produzione di pistoni per macchine, camion e treni. Come è facile immaginare i principali clienti sono la Ford e la General Motors, con sede a Detroit. I fratelli Zollner non sono dei novellini dello sport: nel 1941 sono già proprietari di una squadra di softball conosciuta come “Zollner Piston softball team”. Ma, si sa, nell'Indiana si ama “lanciare” principalmente la palla a spicchi, e lo si fa ovunque, nelle palestre come nei cortili sterrati delle fattorie. La fame di basket inizia ad attanagliare anche Fred e Janet che decidono, così, di fondare i “Fort Wayne Zollner Pistons”. Nessun concorso aperto ai tifosi, nessuna stressante seduta con lo staff. Le idee sono ben chiare: promuovere attraverso lo sport la loro attività. Il primo logo della franchigia sarà, neanche a farlo apposta, un omino fatto di pistoni intento a palleggiare. Dal softball al basket cambia ben poco, sono i Pistons a portare in giro per il paese il nome di Fort Wayne.

 

MOTOWN — Dal 1941 al 1948 la squadra di Zollner gioca nella NBL (National Basketball League), con ottimi risultati. Dopo i 2 titoli vinti nel '44 e nel '45, il nome dei Pistons inizia a circolare e la fama si ingigantisce. Fred Zollner nel frattempo diventa un personaggio centrale per la storia del basket americano. È grazie all'iniziativa del proprietario dei Pistons, infatti, che i dirigenti delle franchigie di NBL e BAA (Basketball Association of America) si cominciano a trattare quell'intesa da cui, nel 1949, nascerà la NBA. Naturalmente i Pistons sono una delle prime squadre a prender posto nella nuova Lega. Il roster è buono, le numerose aspettative vengono in parte accontentate raggiungendo per 8 anni consecutivi i Playoff. Ma alla famiglia Zollner Fort Wayne inizia ad andare stretta e iniziano seriamente alla possibilità di trasferirsi. L'Indiana rimane orfana della squadra che ha portato un titolo a Fort Wayne per 2 stagioni consecutive. Ma dove potranno mai andare i Pistons? Nel 1957 l'annuncio ufficiale: si va a Detroit. La squadra naturalmente non ha bisogno, e non ha mai pensato, di cambiare nome: Detroit Pistons suona perfettamente.

 

Andrea Grazioli - gds

 

Le origini del nome dei Portland Trail Blazers

 

La franchigia dell'Oregon, che non ha mai cambiato sede da quando è nata nel 1970, richiama alla storia della città, punto di arrivo dei flussi migratori dal midwest. E anche il logo riflette l'originalità della squadra

 

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Dal fiume Missouri all'Oregon Country. No, non è la solita storia di una franchigia professionistica che migra da una città ad un'altra. Eppure quella dei Portland Trail Blazers, una delle otto squadre NBA nate prima degli anni Settanta a non aver mai cambiato sede, è ugualmente una storia di migranti. Meglio, di pioneri. Tra il 1841 e il 1869, prima della diffusione delle ferrovie, l'Oregon Trail era infatti una delle principali strade di migrazione degli Stati Uniti: a percorrere i 3.500 chilometri che collegavano una parte del paese all'altra erano soprattutto coloni, cow-boy, minatori e uomini d'affari.

 

PIONEERS — Portland era il punto d'arrivo dell'Oregon Trail, e l'Oregon Trail fu il punto di partenza della storia dei Trail Blazers. Che in realtà avrebbero dovuto chiamarsi proprio “Pioneers”, il nickname scelto dal fan contest indetto nel 1970, l'anno in cui il promoter sportivo Harry Glickman riuscì a coronare il proprio sogno (rimasto nel cassetto dal 1955 quando l'NBA bocciò l'espansione in Oregon) con l'aiuto degli imprenditori Bob Schmertz, Larry Weinberg e Herman Sarkowsky garantendo i 3.7 milioni di dollari necessari per iniziare, insieme a Buffalo Braves (oggi i Los Angeles Clippers) e Cleveland Cavaliers. Hickman aveva visto giusto: tra il 1977 e il 1995, Portland fece registrare il record di 814 sold-out consecutivi, poi battuto solo da Cleveland Indians e Boston Red Sox. Pioneers, però, era già il nickname del locale Lewis & Clark College, tra le altre cose intitolato proprio alla memoria di due pionieri, Meriwether Lewis e William Clark. Trail Blazers era il secondo nome più popolare con 172 voti tra i 10mila pervenuti via posta, ed anche nel comune diminutivo di “Blazers”, riflettendo lo spirito pionieristico, era perfetto per la prima franchigia pro e della NBA dello stato dell'Oregon e calzante con uno sport veloce e dinamico. L'annuncio venne dato il 13 marzo 1970, davanti agli 11mila spettatori di una partita tra New York Knicks e Seattle Supersonics al Portland's Memorial Coliseum. Blake Byrne, general sales manager di KPTV e uno dei 172 votanti del nickname, venne estratto a sorte vincendo due abbonamenti.

 

IL LOGO — A caratterizzare i Trail Blazers è il fatto di essere apparentemente l'unica squadra sportiva americana a portare questo nome, e di avere uno dei rari loghi astratti nel mondo sportivo professionistico. Interpretazione grafica disegnata da Frank Glickman, nientemeno che il cugino di Harry, e famoso come il “pinwheel logo” (girandola, ndr), rappresenta cinque giocatori contro altri cinque, e fino a metà anni Novanta aveva un orientamento verticale, prima del restyling (con l'inclinazione di 45° e l'ingresso del colore argento accanto a rosso e nero) ad opera di Steve Sandstrom, artista vincitore di cinque Clio Awards e grande tifoso dei Blazers.

 

Michele Talamazzi

 

Pelicans, simboli della New Orleans che non muore mai

 

È il nickname più recente dell'Nba: dal 2013 identifica la squadra della Lousiana, sconvolta dall'uragano Katrina e dal disastro ambientale della Deepwater Horizon

 

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Dalla bandiera della Louisiana alle maglie della nuova franchigia di New Orleans, sedotta e abbandonata dai Jazz negli anni Settanta prima di rinascere nel 2002 come Hornets e traslocare temporaneamente a Oklahoma City a causa dell'uragano Katrina. Il pellicano bruno è simbolo dello stato della Big Easy, e dal 2013 anche il nickname più recente dell'Nba. Al tempo stesso, però, è probabilmente anche il più antico. Le sue origini sono infatti ultracentenarie: i New Orleans Pelicans esistettero già, tra il 1887 e il 1959 e, per una stagione, nel 1977, come squadra di baseball della città, che partecipava ad una lega minore, la Southern League, e nel 1910 vinse il titolo trascinata dall'esterno “Shoeless” Joe Jackson.

 

CAMBIO — Gli attuali Pelicans nascono invece dai vecchi Charlotte Hornets, che all'inizio del nuovo millennio traslocarono per ragioni economiche. “Abbiamo perso 15 milioni di dollari quest'anno, l'anno prossimo rischiamo di perderne 20”, dichiarò Ray Woolridge, uno dei proprietari, che si chiamò fuori proprio quando George Shinn annunciò l'abbandono del North Carolina, dove i dati di pubblico erano in forte calo. Il voto dei proprietari Nba fu quasi unanime (28-1), e gli Hornets si trasferirono in Louisiana mantenendo il nickname. “Il nome Hornets non significava nulla per la nostra comunità”, disse il proprietario Tom Benson, già patron dei New Orleans Saints della Nfl dal 1985, che nell'aprile del 2012 comprò la franchigia per 338 milioni di dollari dall'Nba (che la rilevò da Shinn, costretto a venderla causa problemi finanziari e giuridici) e annunciò il prossimo cambio di denominazione, lasciando che il nome Hornets tornasse a Charlotte.

 

SIMBOLO — Pelicans venne scelto tra oltre 100 nomi presi in considerazione. “Il nostro stato è stato colpito duramente negli ultimi anni, e ha dimostrato resistenza, capacità di lottare e rialzarsi. In questo senso il pellicano riflette la nostra cultura”, disse Benson. Simbolo anche, quindi, dell'inizio di una nuova era, quella destinata ad essere contraddistinta da Anthony Davis, e della voglia di voltare pagina, dopo Katrina che costrinse la squadra al trasloco temporaneo a Oklahoma City tra il 2005 e i 2007 e dopo la marea nera causata nel 2010 dal disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, di cui le immagini più viste furono proprio quelle dei poveri pellicani ricoperti di petrolio. Se era difficile trovare un nome bello e calzante per la città come fu “Jazz” negli anni Settanta, forse era anche impossibile trovare qualcosa di più significativo di Pelicans.

 

Michele Talamazzi - gds

 

Potenza ed energia: gli Oklahoma City Thunder

 

Nel settembre del 2008 venne ufficializzato il nome della nuova franchigia. Bennett: "La potenza e l'energia della parola, in sintonia con l'identità della squadra"

 

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Kevin Durant, ala piccola degli Oklahoma City Thunder. Ap

 

“Se non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”. Clay Bennett riprese un vecchio detto del comico Will Rogers, conosciuto come 'figlio prediletto dell'Oklahoma', per cogliere in contropiede le possibili critiche quando, il 3 settembre del 2008, ufficializzò a Leadership Square, nella downtown di Oklahoma City, il nickname della nuova franchigia. Thunder divenne subito il peggior segreto non mantenuto, visto che era noto già da diverse settimane. L'Abc lo svelò a metà luglio. Il sito Nba associò il link NBA.com/thunder alla pagina del club. Infine, il nome Oklahoma City Thunder comparve nel calendario sul sito dei Magic. “Era difficile mantenere il segreto” spiegò Bennett. “Ci piace l'energia e la potenza della parola, in sintonia con l'identità che vogliamo abbia la squadra”.

 

LA SCELTA — Da un mazzo di 64 nomi, Thunder venne preferito, tra gli altri, a Wind, Marshalls, Renegades, Energy, Bison, Twisters e Barons. E venne ben accolto dai tifosi: il giorno seguente il club registrò vendite record per il merchandising. I riferimenti del nuovo nickname? Oltre a quello climatico (l'Oklahoma è parte della Tornado Alley, regione geografica particolarmente soggetta a tempeste), ci sono quelli alla 45a Divisione della Fanteria dell'esercito statunitense, il cui quartier generale è a Oklahoma City e che nel 1939 rimpiazzò la svastica, ormai associata al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, con un altro simbolo appartenente alla cultura indiana chiamato Thundebird (“uccello del tuono”), e ad uno dei successi più famosi del popolare cantante country, Garth Brooks, intitolato “Thunder Rolls”.

 

BANDIERA — “Vogliamo davvero rappresentare l'Oklahoma” disse Bennett dando vita a quella che divenne ufficialmente, non considerando il passaggio forzato degli Hornets tra il 2005 e il 2007, la prima franchigia professionistica dello stato, il cui colore della bandiera, lo sky-blue, venne scelto per la maglia insieme alle finiture arancioni e gialle a rappresentare il tramonto dell'Oklahoma. Magari non un nome perfetto come in altri casi in Nba, ma certo più calzante di Supersonics, nickname che nel trasloco da Seattle non si spostò, insieme a colori e logo. Nella causa intrapresa nel giugno del 2008 dalla città di Seattle contro Bennett (che aveva acquistato la franchigia nel 2006 da Mr. Starbucks, Howard Schultz, per 350 milioni, e per portare la squadra a Oklahoma City ruppe un contratto in essere ancora per due anni con la Key Arena), la città della pioggia mantenne il proprio nickname e la propria storia, nella speranza, ancora intatta, che un giorno l'Nba torni in città. Intanto, però, una tempesta si era già portata via Kevin Durant e una nuova era...

 

Michele Talamazzi - gds

 

Il "veliero" che traghettò... i Celtics! Ecco i Los Angeles Clippers!

 

Il nome, veliero, venne scelto quando la franchigia si spostò da Buffalo a San Diego, da dove poi nel 1984 Donald Sterling la trasferì a Los Angeles. Ma l'uomo che gliela vendette, Irv Levin, aveva comprato i Boston Celtics

 

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I Celtics in California? Giammai. Può suonare bizzarro, ma è il motivo per cui nacquero gli attuali Los Angeles Clippers. Irv Levin, produttore cinematografico e teatrale, era riuscito ad acquistare Boston nel 1974, due anni dopo un primo tentativo andato a vuoto per un conflitto di interessi (due dirigenti della sua compagnia, la National General Corporation, erano tra i proprietari dei Sonics). Sebbene fosse un nativo di Chicago, Levin odiava il freddo e voleva portare la sua squadra in California. Si inventò così uno “scambio” di proprietà con il numero uno dei Buffalo Braves, John Y. Brown, il boss della catena Kentucky Fried Chicken. E spostò la sua nuova franchigia sulla costa Ovest, a San Diego, dove presero vita i Clippers.

 

LO SCAMBIO — Oggi la “Boston-connection” sull'altra sponda di LA è formata da Doc Rivers e Paul Pierce. Tecnicamente, però, gli antenati degli attuali Clippers, conosciuti come franchigia perdente, sono proprio i Celtics. “Almeno da un mero punto di vista legale” spiegò qualche anno fa Russ Granik, nel 1978 consigliere dell'assistente general manager dell'NBA. Questo perché le due proprietà si scambiarono di fatto la franchigia, mossa approvata del board NBA con 21 voti favorevoli ed uno solo contrario. Una trade in cui vennero inseriti anche giocatori, il più famoso Nate Archibald, futuro Hall of Famer in maglia Celtics. Di fatto, la proprietà dei San Diego Clippers era quella dei Boston Celtics, mentre il gruppo di imprenditori dei Buffalo Braves capitanato da John Y. Brown ereditò i Boston Celtics, reduci dall'era Russell e pronti ad entrare in quella di Larry Bird. Giudicate voi chi ha fatto l'affare...

 

IL CONTEST — Il nome “Clipper”, veliero, venne deciso nel classico contest che coinvolge i tifosi: deriva dalle navi a vela che nel 19° secolo venivano costruite nei cantieri inglesi, olandesi, francesi e americani e adibite al trasporto delle merci sulle rotte oceaniche. Progettate per raggiungere la massima velocità possibile a discapito della capacità di carico (fino ad un massimo di 37 km/h), devono l'etimologia proprio al verbo “to clip”, tagliare (i tempi di navigazione, o più semplicemente le onde). Sarebbe stato più adatto per una squadra di San Francisco, visto che nella Baia terminava la principale rotta che partiva da New York, ma calzava sicuramente più di Braves anche per San Diego, vista l'importante attività portuale della città.

 

IL TRASLOCO — Tre anni dopo il trasferimento per cui aveva sacrificato i Celtics, nel 1981, Levin non ce la faceva più. I risultati negativi e la morte della seconda moglie, Michelle, lo indussero a mollare. Se ne pentirà, ma intanto per 12.5 milioni di dollari vendette la franchigia a Donald Sterling, che dopo aver promesso in una lettera ai tifosi di San Diego che non avrebbe spostato la squadra, nel 1984 la portò a Los Angeles. L'NBA non approvò il trasloco e lo multò di 25 milioni di dollari, lui fece causa per 100 milioni ma la ritirò quando la lega abbassò a 6 il pegno da pagare. Non sarebbe stata l'ultimo problema tra Sterling e la lega, ma intanto la seconda squadra di L.A. era già realtà...

 

Michele Talamazzi - gds

 

I "laghi" in California? No, in Minnesota! Ma nacquero come "gemme": i Los Angeles Lakers!

 

I laghi nascono a Detroit come gemme, si trasferiscono a Minneapolis e diventano una delle franchigie più famose della Nba sotto i riflettori di Hollywood

 

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Da Detroit a Minneapolis e poi Los Angeles. Questo il viaggio della franchigia Nba più famosa al mondo. Che i Lakers non siano originari di L.A. è un dubbio che sorge spontaneo: quali sarebbero i grandi laghi californiani ai quali il nome si rifà? L'ispirazione arriva da lontano, dai bacini del Minnesota (Ten Thousand Lakes, diecimila laghi, è il motto dello stato), che ha salvato dalla rovina la squadra che, 40 anni dopo con lo showtime, ha rivoluzionato il gioco del basket.

 

MO-TOWN — La franchigia che oggi brilla sotto i riflettori di Hollywood ha origine nella città dei motori. Nel 1946, grazie al progetto di Maury Winston, nascono i Detroit Gems, “gemme”, nome ispirato alla professione di gioielliere del fondatore della squadra. I Gems si iscrivono alla NBL (National Basketball League), campionato che allora contava “solo” 44 gare. Di queste la squadra ne vince solo 4. Winston, affranto, mette immediatamente in vendita la franchigia, occasione che Ben Berger e Morris Chalfen, due imprenditori del Minnesota, non si lasciano scappare. Si parte per Minneapolis.

 

NELLA TERRA DEI LAGHI — Il pessimo 4-40 permette ai Gems di avere la prima scelta al Draft del 1947, trasformata in George Mikan, destinato a dominare per anni i tabelloni di tutta America. I nuovi proprietari della franchigia sono però intenzionati a tagliare i ponti col deludente passato e trovare un nuovo nickname alla loro squadra. Per farlo basta guardarsi attorno. Il Minnesota è una distesa verde intervallata da un numero incredibile di laghi. Le gemme diventano così i Minneapolis Lakers. Il primo anno è già tempo di titolo. Ne vinceranno 6 (1 NBL e 5 NBA), ma dopo il ritiro di Mikan il Minnesota torna ad amare quasi esclusivamente l'hockey e i proprietari decidono di lasciare. A salvare i Lakers, questa volta, arriva l'imprenditore (e politico) Bob Short.

 

CALIFORNIA LOVE — Il nuovo proprietario dopo un'annata deludente guarda speranzoso verso l'estremo Ovest. È il 1960 e i Lakers vanno a tentare la sorte a Los Angeles. La scelta si rivela azzeccata. Le fortune iniziano ad arrivare nell'estate dello stesso anno, di nuovo grazie al Draft: con la seconda scelta i Los Angeles Lakers selezionano Jerry West, che li trascinerà in finale 9 volte e che da il via alla Dinasty. L'era West lascia il posto all'era Chamberlain per arrivare a quella dello Showtime di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, le battaglie coi Celtics, le rivoluzioni nel gioco e nella Lega, fino ad arrivare a Kobe, Shaq e Gasol. 16 titoli, 31 finali NBA. Tutto made in Los Angeles.

 

LA PACE — E non poteva che essere hollywoodiana la riappacificazione finale tra Bryant e O'Neal, avvenuta durante l'ultima puntata del podcast di Shaq “The Big Podcast”. I due, che insieme hanno vinto 3 titoli 2000, 2001 e 2002, hanno chiarito questioni passate ma mai, realmente, sepolte. “Sei il più grande Laker di sempre”, ha detto Shaq a Kobe, parole che hanno chiuso il capitolo della rivalità ma che incendieranno un dibattito, già bollente: chi è il miglior Laker della storia?

 

Andrea Grazioli - gds

 

Seattle Sonics, "supersonici" come il modello di Boeing che avrebbe dovuto duellare col Concorde

 

I Seattle SuperSonics (conosciuti anche come Sonics) erano la squadra professionistica americana di pallacanestro della città di Seattle nello Stato di Washington che giocava nella Pacific e Northwest Division dell'NBA dal 1967 fino al 2008. Dopo la stagione 2007–08, la squadra venne spostata ad Oklahoma City, prendendo il nome di Oklahoma City Thunder. Il nome SuperSonics, il logo, ed i colori sono rimasti liberi e disponibili per future squadre con sede a Seattle. Secondo quanto dichiarato dal proprietario della squadra di Oklahoma, la storia dei Sonics verrà divisa tra i Thunder e la futura squadra di Seattle.

 

A Olympia, nello stato di Washington, vicino a Seattle, ha sede la Boeing, che all’epoca della fondazione della franchigia di basket (1967) progettava il Supersonic Transport, un modello di aeroplano da opporre al Concorde.

 

Il 20 dicembre del 1966, a Los Angeles, all'imprenditore Sam Schulman, a Eugene V. Klein e ad un gruppo di soci di minoranza è stato assegnato il franchise NBA per la città di Seattle. Schulman avrebbe operato come partner attivo e messo a capo della squadra operativa. Il nome SuperSonics venne scelto a seguito del progetto della Boeing chiamato Boeing 2707 o SST, progetto successivamente cancellato. La squadra fu la prima professionistica della città di Seattle e iniziò a giocare nell'ottobre del 1967, l'allenatore scelto fu Al Bianchi e contava tra le file alcuni campioni come Walt Hazzard, Bob Rule e Al Tucker.

 

Attualmente i Sonics sono in Stand By. Tutto l’organico (manager, staff medico, coach, giocatori, ecc) si e’ trasferito ad Oklahoma City ma come stabilito da un giudice nella causa nata fra Citta’ e squadra: nome, logo, colori sociali e storia dei Sonics sono rimasti a Seattle.

 

fonti web

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La Juventus dell'NBA.

 

Io ho sempre considerato i Lakers la Juventus dell'NBA... non a caso in ogni arena rivale il coro è "beat LA" .the

 

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Io ho sempre considerato i Lakers la Juventus dell'NBA... non a caso in ogni arena rivale il coro è "beat LA" .the

 

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.nono solo i più titolati :d

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aggiornamento:

 

Nba, New York Knicks: nel nome l'Olanda, i pantaloni e la storia

I Knickerbockers devono il loro nome al primo bestseller nella storia della Grande Mela e alla tradizione olandese della città. Così nel 1946, quando venne fondata la franchigia di basket, la scelta fu scontata

 

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Pantaloni “risvoltati”, coloni olandesi e un romanzo satirico sulla storia di New York. Prendete tutto questo e avrete i New York Knickerbockers. La storia ha inizio 137 anni prima della fondazione della franchigia quando, nel 1809, Washington Irving, artista e saggista icona dell'epoca, pubblica il romanzo satirico sulla storia del dominio europeo intitolato A History of New York. From the beginning of the world to the end of the Dutch dinasty. Il protagonista si chiama Diedrich Knickerbocker. Come i suoi predecessori, che arrivarono in Nord America nel 17°secolo per fondare New Amsterdam, Diedrich è un eccentrico e raffinato europeo che usa portare strani pantaloni larghi sui fianchi e che superano di poco, in lunghezza, il ginocchio. Il libro divenne il primo best seller nella storia della letteratura newyorkese e la città, che grazie a Irving riscopriva le sue origini, si ritrovò fusa nello Knicker style. Ma non solo. Il lavoro letterario di Irving diede anche a New York un simbolo: quello di “papà knickerbocker”, la caricatura del colono per eccellenza, con tanto di parruccone di cotone bianco, largo cappello con tre punte e, naturalmente, gli ormai tanto famosi pantaloni.

 

KNICKERS E SPORT — Irving poteva forse prevedere la portata sociale del suo libro, ma difficilmente poteva immaginarne l'importanza per lo sport newyorkese. Nel 1845 Alexander Cartwright fonda i Knickerbockers, la prima squadra di baseball organizzata in modo professionistico della storia, che migrerà però nel New Jersey l'anno successivo. Bisognerà aspettare 101 anni dopo la nascita del team di Cartwright per rivedere dei Knickerbockers a New York. È un giorno del 1946 quando Ned Irish (giornalista e organizzatore di eventi per il Madison Square Garden), Fred Polesta e altri membri dello staff discutono della nascita di una squadra di basket. Per il nome si decise di raccogliere i bigliettini con le idee di ognuno dei membri della dirigenza in un cappello. Una volta radunati i fogli si passò allo spoglio: sorpresa, o forse no, la maggior parte di essi riportavano la scritta Knickerbockers. La decisione ultima spettò a Irish che accettò, anche se il nome venne da subito accorciato a Knicks. Da li a poco si presentò il momento di scegliere il logo: anche qui la forza della tradizione olandese era troppo forte. Si prese “papà knickerbocker” e gli si mise una palla da basket in mano. I New York Knicks entrarono così in scena, allora come oggi di arancio e blu vestiti, con alle spalle un storia degna da film. Magari di Spike Lee.

 

Andrea Grazioli - gds

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Ecco, i Pantaloni alla Zuava invece potrebbero essere l'Inter. .ghgh

 

Interessante quest'ultimo articolo, non la sapevo così approfonditamente la storia.

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aggiornamento:

 

Nba, Denver Nuggets: dai supermercati alle pepite

Il nome della franchigia di Denver richiama la caccia all'oro del Colorado della seconda metà dell'Ottocento. Ma il primo embrione di squadra professionistica nella Mile High City aveva ben altri riferimenti

 

Piggly Wiggly oggi è una catena privata di supermercati con oltre 600 punti vendita in 17 diversi stati. Forse in pochi lo sanno, ma scavando nel passato è anche il motivo per cui il primissimo embrione da cui nascono gli attuali Denver Nuggets erano conosciuti come “Pigs”, sebbene il nome reale fosse Denver Safeway. Il salto temporale porta ai primi anni Trenta, quando William N. Haraway, dirigente di entrambe le compagnie, fondò la prima squadra amatoriale del fervido circuito AAU di Denver, dando anche un posto di lavoro ai giocatori. Guidata dal giocatore/allenatore “Jumping Jack” McCracken, i Pigs erano una potenza in quella che si autodefiniva la “Basketball Capital”.

 

NUGGETS — Fu nel 1939, quando la Safeway mollò la sponsorizzazione, che nacquero i primi Nuggets, le “pepite” che rimandano alla famosa corsa all'oro della seconda metà dell'Ottocento, quando il Colorado divenne una vera e propria miniera a cielo aperto. Quei Nuggets durarono poco più di una decade, giusto in tempo di aderire prima alla NBL e poi, nel '49, alla NBA, diventando la prima franchigia professionistica del Colorado e la prima ad Ovest del fiume Mississippi della lega. I Nuggets come li conosciamo oggi rinascono in ABA nel 1974, con l'appendice dei sette anni precedenti in cui si chiamarono prima Larks e poi Rockets. James Trindle, business californiano, non trovò terreno fertile a Kansas City, e diede ascolto al consiglio del commissioner George Mikan, puntando su Denver. Larks, “allodole”, era un tributo al volatile più popolare del Colorado; Rockets arrivò con la cessione del club al magnate locale degli autotrasporti Bill Ringsby, proprietario della Rocket Truck Lines.

 

IN NBA — Il ritorno al nome Nuggets avvenne nel 1975, l'anno precedente al nuovo sbarco in NBA con la fusione tra le due leghe. Reso necessario dalla presenza degli Houston Rockets, nati a San Diego nel '67, un fan-contest promosse il ritorno al vecchio nickname. E se allora il logo rappresentava un minatore (“Maxie the Miner”) felice per la scoperta della palla tricolore della ABA, dal 1982 invece si è privilegiato l'aspetto geografico, con lo skyline delle montagne presenti nel “Tetris-logo” dai colori dell'arcobaleno e, con una sola cima rimasta, in quello in vigore dal 1993, cambiato negli ultimi vent'anni soltanto nei colori. Dal 2005, però, picozza e pepita sono tornate nel logo alternativo, come tra il 1974 e il 1981. Ne Ringsby ne Haraway si sarebbero mai aspettati che nel 2012, “nugget”, con cui nello slang viene chiamato un ciuffo di marijuana, potesse diventare motivo di scherno nel 2012, quando lo stato del Colorado ne legalizzò l'utilizzo...

 

Michele Talamazzi - gds

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Nba, Orlando è Magic grazie a... Disneyworld

La figlia del dirigente Pat Williams, in visita alla città della Florida, rimane affascinata dalle meraviglie del posto: “È magica!”. Dopo 4 mesi, il nome diventa ufficiale. Nel 1995 e nel 2009 i picchi più alti del team, con le due finali perse

 

Gli anni ‘80 stanno per finire e la Florida si innamora del Basket. A Orlando non esisteva un vera e propria tradizione sportiva. La città non possedeva nessuna squadra che partecipasse ai 4 massimi campionati professionistici americani. Niente football, basket, hockey e baseball. Nel 1986 Miami, Tampa e Orlando presentano alla NBA le loro richieste per poter avere e iscrivere nuove franchigie. I lavori, come è facile immaginare, sono molto lunghi e ad Orlando l’uomo d’affari Jim Hewitt e Pat Williams, già general manager dei Philadelphia 76ers, iniziarono una lunga campagna di sensibilizzazione della comunità attraverso le pagine dell’Orlando Sentinel. La cosa più importante era dimostrare alla Nba che la città era pronta per avere una sua propria squadra e che lo era decisamente più di Miami e Tampa. L’anno successivo, 1987, il derby a 3 della Florida viene vinto da Miami, mentre la Nba boccia Tampa. Orlando dovrà aspettare il 1989 per poter ufficialmente entrare a far parte della Lega. Le cose da fare per preparare il debutto sono tantissime e 2 anni non sono poi così lunghi. Una delle più impegnative è trovare un nome alla squadra.

 

LA SCELTA — Come spesso accade, anche lo staff della nascente franchigia di Orlando decide di lanciare un sondaggio ai tifosi, anch’essi nascenti, dalle pagine del maggiore quotidiano cittadino, il già citato Orlando Sentinel. Dai 4.300 suggerimenti Hewitt, Williams e collaboratori ne scelgono 4: Tropics, un richiamo al dolce clima tropicale della Florida, Juice, che si rifà alla ricca industria agroalimentare della zona, Heat, che diventerà di lì a pochissimo il nome della squadra di Miami e, naturalmente, Magic. Per una semplice ragione: Disneyworld, il parco divertimenti più grande e famoso del mondo. Proprio in quei giorni da Philadelphia arriva, per far visita al papà Pat, la piccola Karen Williams. La bimba, 7 anni, rimane incantata dalle bellezze di Orlando e specialmente da Disneyworld. A vacanza finita, all’imbarco dell’aereo che avrebbe riportato la piccola a Philadelphia papà Pat si sente dire: “Questa città è bellissima, mi è piaciuta tantissimo. È magica”. Il gioco è fatto, 4 mesi dopo arrivò l’annuncio ufficiale da parte della dirigenza. Se Orlando avrà una squadra sarà quella dei Magic. Grazie a Karen.

 

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Shaquille O’Neal ai tempi dei Magic

 

2 FINALS PER 2 SUPERMAN — I primi anni sono difficili, come è usuale per le franchigie neo iscritte alla Nba. Per vedere i Magic protagonisti bisognerà aspettare i draft del 1992 e 1993, quando arrivarono in Florida Shaquille O’Neal e Anfernee Hardaway (scelto in realtà da Golden State e immediatamente scambiato a Orlando per Chris Webber). Nella stagione ‘94/’95 le prime finals, perse 4-0 contro Houston ma con Penny e Shaq a sbaragliare l’intera Eastern Conference. Ci penserà poi Dwight Howard nel 2009 a riportare i Magic alle finals, perdendo contro i Lakers di Kobe e Gasol. Shaq e Howard: anni diversi ma stesso ruolo, stessa squadra, stesso supereroe. Una faida ancora aperta. Chi è il vero Superman di Orlando?

 

Andrea Grazioli – gds

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Nba, Washington Wizards: erano Bullets, poi...

Il nome della franchigia della capitale cambiò nel 1997, quando "proiettili" divenne troppo scorretto. Ma le polemiche non se ne andarono fino all'arrivo di Michael Jordan

 

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“È un episodio che non ha precedenti nella storia dello sport”. Gilbert Arenas e Javaris Crittenton si erano appena puntati le pistole l'uno contro l'altro nello spogliatoio dei Washington Wizards. Era la vigilia di Natale del 2010 e questo episodio riportò la franchigia della capitale indietro nel tempo, nei giorni in cui la dirigenza decise di abbandonare il vecchio nome, Bullets . Si può facilmente credere che certi cambiamenti siano dettati da ragioni di marketing, ma non sempre è vero. A volte i “Proiettili” possono colpire e far male realmente, non solo simbolicamente su un campo da basket.

 

PROIETTILI — I Bullets nascono a Baltimora nel 1963. L'anno successivo il “mago” del mercato immobiliare Abe Pollin acquisisce la franchigia e nel '73 decide di trasferirla all'ombra della Casa Bianca. I Bullets saranno la squadra di Washington per 23 anni. La capitale degli U.S. è però tristemente nota per essere una delle città con il tasso di omicidi più alto, e di incidenti causati da proiettili vaganti, di tutto il paese. Il nome sembrerebbe dunque azzeccatissimo ma questa simbiosi non faceva piacere a Pollin. A far decidere il proprietario per il cambio di nome fu la morte di Yitzhak Rabin nel 1995, il primo ministro israeliano grande amico del patron di Washington ucciso a colpi di pistola.

 

ECCO I WIZARDS — Nella primavera del 1997, più di 500.000 nomi vengono suggeriti dai fans alla dirigenza. Si passa da stravaganze quali Antelopes, Astronauts e Funkadelics a nomi più classici come Dragons, Express, Stallions, Sea Dogs e naturalmente Wizards. Nomi, quest'ultimi, scelti dalla dirigenza come i 5 finalisti del concorso. Ma la questione morale che aveva condotto Pollin ad abbandonare Bullets metteva in luce gli aspetti oscuri di ogni nome. Un esempio: come possono “i dragoni” incoraggiare le gang di Washington a rinunciare ad impugnare le pistole? La scelta ufficiale arriva dallo spoglio dei voti di 800 tifosi scelti da Pollin: il risultato? Wizards.

 

POLEMICHE — Proprio quando sembra lontano ogni riferimento violento le cose ricominciano a mettersi male. Morris Shearin, il presidente della sezione locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), assieme alla parte cinica della stampa di Washington, gettò luce su una strana congruenza: il Ku Klux Klan è solito chiamare il suo leader supremo “the Imperial Wizard”. Nuove polemiche caddero in testa a Pollin. Ma nel 2001 accadde qualcosa. Michael Jordan torna in campo e sceglie Washington (di cui era anche comproprietario). Cala la notte sulle polemiche e sui tormenti legati al nome della franchigia di Washington. Da quel momento in poi importava solo del magico 23 stampato sotto il logo dei Wizards.

 

Andrea Grazioli - gds

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Nba, Sacramento Kings: nome nobile coast to coast

Nata a Rochester, stato di New York, col nome di una famosa distilleria, la franchigia per cui nel 2015-16 giocherà Marco Belinelli ha compiuto un lento giro d'America, finendo in California nel 1985. Ma ha sempre mantenuto un nome regale

 

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Dal proibizionismo alla nobiltà, costretti a cambiare nome dalla più grande fiera del bestiame degli States. E' la storia degli odierni Sacramento Kings, ricca di intrecci in un coast to coast lungo 40 anni, da New York alla California: 12 anni a Rochester, zona nord-occidentale dell'Empire State, 15 a Cincinnati, 6 divisi tra Omaha e Kansas City, e altri 7 solo a Kansas City, fino ad arrivare a Sacramento soltanto nel 1985.

 

LA STORIA — L'embrione della franchigia oggi nelle mani di Vivek Ranadive nasce infatti nello stato di New York dai Rochester Seagrams, club semiprofessionistico nato nel 1923 che portava il nome della famosa distilleria, che resistette agli anni del proibizionismo ma si piegò alla Grande Depressione. A metà degli anni '40 il club si unì ai Rochester Pros, dando inizio alla propria “regalità”: a suggerire il nome Royals per la squadra di Nbl posseduta dai fratelli Lester e Jack Harrison fu, in un fan-contest con oltre 500 nomi, un 15enne di nome Richard Paeth, che per il disturbo ricevette un assegno da 100 dollari. Del 1948 è invece l'approdo definitivo in Nba. Da allora la “nobiltà” della franchigia è rimasta intatta. E calzò a pennello anche quando nel 1957 la squadra visse il primo trasloco, a Cincinnati, Ohio, conosciuta come “Queen City of the West”.

 

I KINGS — Il passaggio da Royals a Kings, però, non fu un vezzo stilistico. Coincise con un altro spostamento, quello del 1972 a Kansas City, e fu forzato dalla presenza dei Kansas City Royals della Major League Baseball. La curiosità è che il nome della franchigia professionistica di baseball della città non ha origini nobiliari, bensì da “The Royal American Show”, una delle più importanti fiere/esposizioni di bestiame, da fine '800 di casa a Kansas City ospitando anche il più grande contest di barbecue del mondo. Altro giro, altro fan-contest, altro nome: Kings, associato non solo alla città del Missouri, ma anche a quello di Omaha, dove fino al 1978 la squadra giocò al Civic Auditorium alcune delle proprie gare casalinghe nell'attesa dell'apertura della Kemper Arena da 17mila posti, che peraltro a fine anni '70 conobbe il crollo del tetto causa una violenta tempesta.

 

CALIFORNIA — Ma la causa del trasloco in California è da ricercare piuttosto nella tiepida risposta del pubblico del Missouri. Tutto il contrario dell'approccio a Sacramento, dove la squadra sbarcò per la prima volta per un allenamento durante un road trip ad Ovest nella stagione '84-'85. I giocatori vennero accompagnati con 5 limousine in una palestra da 1.200 posti che ospitò 1.800 tifosi che accompagnarono la seduta con applausi e cori. Al termine, Reggie Theus fu costretto ad interrompere la sessione di autografi per una boccata d'aria. “I tifosi stavano salendo sul tavolo” ricorda l'ex Varese. Il nome Kings non è mai stato messo in dubbio. Oggi le associazioni con il proprio titolo nobiliare, i Kings le devono soprattutto al colore viola e alla propria mascotte, il simpatico leone (da definizione il “re” della foresta) Slamson

 

Michele Talamazzi – gds

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Nba, a Milwaukee i Bucks vigorosi come i cervi. E il futuro...

Il nome della franchigia del Wisconsin fu scelto attraverso un concorso, puntando su un animale "agile e scattante" come doveva essere la nuova squadra. Ma sulle rive del lago Michigan si guarda al domani

 

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Giannis Antetokounmpo, 20 anni. Afp

 

22 Maggio del 1968. La franchigia di Milwaukee, Wisconsin, riceve finalmente un nome. La decisione viene presa attraverso un concorso che vede la partecipazione di ben 14.000, nuovi, tifosi. Il Signor R.D. Trebilcox, originario di Whitefish Bay, suggerisce di chiamare la squadra Bucks. Il maschio del cervo è infatti un animale “coraggioso, vigoroso ma anche agile e scattante”. Tutte caratteristiche perfette per un giocatore e una squadra di basket. L'idea piacque molto alla dirigenza e R.D. si aggiudicò una nuova automobile, gentilmente offerta dai nascenti Milwaukee Bucks. Più difficile, invece, trovare associazioni tra un atleta ideale e il tasso, altro animale simbolo del Wisconsin tanto da apparire sulla bandiera. La prima stagione della nuova franchigia è disastrosa e i Bucks chiudono all'ultima posizione della Eastern Conference. Ma, non tutti i mali vengono per nuocere. Si sa che in NBA un brutto campionato può regalare gioie al momento del Draft: Milwaukee si aggiudica così la prima scelta e porta nel Wisconsin Lew Alcindor (che dopo la conversione alla religione islamica si chiamerà Kareem Abdul Jabbar) che dalla prima stagione inizia a dominare sotto i tabelloni di tutte le arene NBA. Il primo, e unico, titolo della franchigia arriva però l'anno successivo, nel '71, quando da Cincinnati approda Oscar Robertson. I Bucks sono campioni dopo soli 3 stagioni dalla loro nascita. Una partenza folgorante che lascia il posto, però, ad annate non sempre esaltanti.

 

OWN THE FUTURE — Ma il team del Wisconsin è in continuo cambiamento. A dimostrarlo è la storia del logo. Quello originale presentava un cervo, in stile cartone animato, in procinto di appoggiare il pallone in “sottomano”. Nel 1993 viene sostituito dal primo piano di un buck dal collo muscoloso e dallo sguardo fiero, che rende più giustizia all'idea di R.D. Trebicox, su sfondo viola. Colore che viene sostituito dal rosso nel 2006, assieme al carattere della scritta che riporta il nome della franchigia. Il 2015 è l'anno del rinnovo. Il nome rimane lo stesso ma stanno cambiando le aspettative legate alla giovanissima e promettente squadra. Il rilancio dei Bucks arriva con l'hashtag #ownthefuture, utilizzato sui social sia dalla franchigia che dai fans, assieme ad un nuovo logo. Un cervo con 12 ramificazioni nelle corna (che disegnano anche un pallone da basket), non più 8, a significare una piena maturazione dell'animale-franchigia e con lo sguardo duro e concentrato davanti a se, verso l'arduo sentiero dell'NBA.

 

Andrea Grazioli - gds

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Memphis Express? No, restano Grizzlies. Quando la FedEx si piegò alla Nba e ai fans

Heisley propose di cambiare il nickname di Memphis, con un'offerta di 120 milioni di dollari, ma incassò il rifiuto dalla lega statunitense e dovette accontentarsi di dare il nome all'arena (il FedExForum) che nacque tre anni dopo l'arrivo della franchigia

 

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"Non è un territorio in cui siamo pronti ad entrare ” commentò Joe Litvin, vicepresidente di “Legal and Business Affairs” della Nba quando nel 2001 la lega rigettò la richiesta di Michael Heisley. Con un'offerta di 120 milioni di dollari sul piatto da parte della FedEx (Federal Express), il defunto business man che stava cambiando le sorti della franchigia spostandola da Vancouver a Memphis, chiese di poter cambiare il nome in Memphis Express. Con oltre tre lustri d'anticipo rispetto a quando avverrà l'esordio dello sponsor tecnico nel 2017, aprendo probabilmente ad altri marchi, Heisley avrebbe potuto essere più di un precursore.

 

GRIZZLIES STORY — Alla fine la FedEx dovette accontentarsi di dare il nome all'arena (il FedExForum) che nacque tre anni dopo l'arrivo della franchigia, mandando in pensione la caratteristica Pyramid Arena, oggi una sorta di centro commerciale. Poco male, anzi: sebbene il nome Grizzlies c'entri ovviamente poco con Memphis, essendo legato come in altri casi alla città d'origine della franchigia, è un nome che piace. E forse anche l'unico ad aver vinto ben due “contest” tra tifosi: il primo il Canada, il secondo in Tennessee. In realtà, il primo nome scelto per la franchigia nata nel 1993 a Vancouver dalla volontà del proprietario dei Canucks dell'Nhl, Arthur Griffiths, era Mounties, dalla Roy al Mounted Canadian Police. Il caratteristico corpo di polizia a cavallo canadese però obiettò, e la scelta venne dirottata sui tifosi tramite il quotidiano locale: Grizzlies vinse il sondaggio davanti a Ravens.

 

IL NO DEI FANS — Quando nel 2001 la franchigia si spostò a Memphis (destinazione preferita ad Anaheim, Louisville e New Orleans) la proprietà valutò l'ipotesi di associare la sponsorizzazione di FedEx o un nome più indigeno. Ma oltre a quello dell'Nba, arrivò un sec ondo rifiuto, dai fans. “Abbiamo chiesto ai tifosi se volessero un nuovo nome, ma la risposta è stata che amano il nome Grizzlies e non vogliono cambiarlo. Il nome Grizzlies sarà quindi sempre associato al basket professionistico a Memphis” disse allora il presidente delle Business Operations, Andy Dolich. Perché un bel nickname può sempre superare le barriere e le incongruenze geografiche. E nel tempo, soprattutto negli ultimi anni, quelli della “Grit ' n' Grind Era”, Memphis è una squadra che sembra riflettersi sempre più nel proprio nickname: vuoi per la stazza dei due uomini franchigia, Zach Randolph e Marc Gasol, vuoi per lo stile di gi oco aggressivo, a volte anche un po' rude, proprio come quello dell'orso Grizzly.

 

Michele Talamazzi - gds

 

 

 

Così a New Orleans nacquero i Jazz

Primo nome singolare e astratto della storia, ma dopo cinque anni si spostarono a Salt Lake City. Nel 1977 furono l'unica squadra a scegliere una donna al draft, che dovette rinunciare perché incinta

 

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Il logo degli Utah Jazz, mostrato dai due nuovi acquisti Trey Lyles e Oliver Hanlan. Ap

 

Steve Brown. Nome comune, musicista come tanti, newyorkese ma trapiantato a New Orleans per inseguire i suoi sogni di jazzista. Brown, all'epoca 27enne, è l'unica delle tre persone che nel 1974 votarono il nome Jazz per la neonata franchigia della 'Big Easy' di cui l'identità sia stata tramandata ai posteri, perché il 7 giugno di quell'anno, estratto da miss New Orleans, vinse due abbonamenti e un biglietto per l'NBA All-Star Game di Phoenix dell'anno seguente. Da fan dei Knicks si convertì, ma cinque anni più tardi venne “tradito” dallo spostamento a Salt Lake City della franchigia cui aveva dato il nome, che nonostante la presenza dell'eroe locale Pete Maravich non ebbe mai un record vincente. Ma questa è un'altra storia.

 

SCELTA UNA DONNA — Volete due ragioni per ricordare quei New Orleans Jazz? La prima è che negli annali risultano come prima e unica squadra (l'Nba invalidò la scelta di Denise Long nel 1969 da parte dei Warriors) ad aver scelto una donna, tale Lusia Harris, All-American da Delta State. Accadde nel 1977, ma Harris, pick n° 137 al 7° giro, era incinta e quindi impossibilitata a presentarsi al training camp.

 

UNICO NOME ASTRATTO — La seconda sono nome e logo. Jazz, nonostante i soli tre voti, era il nome perfetto per New Orleans, la capitale della musica nata a fine a fine Ottocento come fenomeno sociale tra gli schiavi, tanto da diventare all'epoca il primo nome singolare e “astratto” dell'Nba. Venne scelto in mezzo a più di 6,500 moniker consigliati dai tifosi: Dukes, Crescents, Pilots, Cajuns, Blues, Deltas e Knights furono gli altri sette che arrivarono all'atto finale. “Il jazz è una di quelle cose per cui New Orleans è orgogliosa e famosa in tutta la nazione” spiegò Fred Rosenfeld, proprietario di maggioranza con Sam Battistone. Nel logo, anche la felice intuizione artistica di rendere la “J” una nota musicale e di riempire la parte circolare con la forma del pallone da basket e i colori del Mardi Gras, scelti ancora prima del nome: viola per la giustizia, verde per il destino, oro per il potere. Nacque così uno dei loghi più classici e apprezzati dell'Nba, ancora in auge: nemmeno il rinnovamento del 1996, con l'inserimento delle più caratteristiche montagne l'introduzione dell'azzurro accanto al viola, peraltro nel punto più alto della storia dei Jazz con le due Finals perse contro i Bulls, sono riusciti a mandarlo in pensione. Tanto anche nel 2010 Utah è tornata al vecchio accostamento cromatico (pur se in realtà il viola è un navy blue, e il verde un po' più scuro), ed oggi quello che dovrebbe essere il logo alternativo è diventato di fatto, per utilizzo, il primo dei Jazz, con la scritta impressa sulle maglie da gioco e la J-nota utilizzata anche singolarmente come mini logo.

 

Michele Talamazzi – gds

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Così a Chicago nacquero i Bulls

Nel 1966 il proprietario Dick Klein voleva ricordare a tutti che la città era la capitale della carne. Fu una frase del figlio a dargli l'idea: "Papà, dici solo cavolate!"

 

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"Dad, that's a bunch of bulls!", "Papà, stai dicendo un sacco di 'cavolate' ". Dalle proteste del piccolo Mark, figlio dell'allora proprietario della franchigia Dick Klein, nasce il nome di una delle squadre più celebri della storia. In realtà l'origine dei Bulls sarebbe da ricercare nell'identità economico-commerciale della città. Tra il 19° e il 20° secolo Chicago era il centro mondiale della macellazione e imballaggio della carne, che arrivava direttamente dal Texas per essere lavorata e distribuita nel resto del paese.

 

LA STORIA — Anno 1966. Dick Klein vuole donare alla propria squadra un nome che ricordasse a tutti che Chicago era la capitale della carne. La città non era nuova ad avere una squadra professionistica di basket, ma ci volle molto tempo prima che si trasformasse nella "basketball town" che è oggi. Ci avevano già provato, senza molto successo, gli Stags nel '49-'50, i Packers nel '61 e gli Zephyrs (gli odierni Washington Wizards, ne riparleremo), che volarono successivamente, nel '63, a Baltimora. Tra fine '800 e inizio '900 a Chicago erano già presenti le due squadre MLB dei Cubs e dei White Sox, quella NHL dei Blackhawks e i Bears per la NFL. Spazio per il basket sembrava non ce ne fosse. Klein, ex giocatore, voleva invece una squadra potente, forte e vincente. E così doveva essere il suo nome. "All'inizio stavo pensando a nomi quali Matadors, o Toreadors", dice Klein, “ma a pensarci bene nessuna squadra con un nome composto da più di tre sillabe ha mai avuto successo, ad eccezione dei Canadians". Un giorno esponendo alla propria famiglia le sue idee sul nome da dare alla squadra, Klein fece sbottare suo figlio Mark: “Ehi papà, stai dicendo un sacco di cavolate”. Il padre rimase folgorato. “Ecco! Chiameremo la squadra Chicago Bulls”. Da allora la franchigia non ha mai pensato di cambiare nome e logo. La connessione tra basket e l'industria alimentare di Chicago continua a crescere fino all'era Jordan, i floridi anni '90, quando grazie ai Bulls la zona di Randolph Street, che da degradata e pericolosa divenne il centro nevralgico della ristorazione di Chicago.

 

Andrea Grazioli - gds

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Wizards è un nome scialbo, il logo orrendo. Bullets era decisamente migliore.

Per quanto riguarda il nuovo logo dei Bucks, faccio notare come il collo rappresenti una M (di Milwaukee). Detto ciò, preferivo il vecchio.

È un peccato che i Jazz non siano più a NOLA, anche perché Pelicans fa abbastanza schifo. .ghgh

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Wizards è un nome scialbo, il logo orrendo. Bullets era decisamente migliore.

Per quanto riguarda il nuovo logo dei Bucks, faccio notare come il collo rappresenti una M (di Milwaukee). Detto ciò, preferivo il vecchio.

È un peccato che i Jazz non siano più a NOLA, anche perché Pelicans fa abbastanza schifo. .ghgh

 

Quotone! :d

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Wizards è un nome scialbo, il logo orrendo. Bullets era decisamente migliore.

Per quanto riguarda il nuovo logo dei Bucks, faccio notare come il collo rappresenti una M (di Milwaukee). Detto ciò, preferivo il vecchio.

È un peccato che i Jazz non siano più a NOLA, anche perché Pelicans fa abbastanza schifo. .ghgh

Beh, i Jazz non sono piu' a New Orleans da una vita.. Che brutto il nuovo logo dei Bucks (cosi' come quello degli Hornets)

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Beh, i Jazz non sono piu' a New Orleans da una vita.. Che brutto il nuovo logo dei Bucks (cosi' come quello degli Hornets)

A me piace quello di Charlotte.

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Le origini del nome dei Brooklyn Nets

 

Basket, New York, rap e una lunga battaglia legale con i Knicks per il "controllo" della Grande Mela sono nel DNA della franchigia, che dopo igli anni in New Jersey ha trovato casa a Brooklyn

 

Davide contro Golia. Americans vs Knicks, una rivalità che nasce fuori dal parquet e, in un certo senso, per il parquet. Quello del Madison Square Garden precisamente. I Nets hanno una lunga storia, che inizia ben prima del loro approdo a Brooklyn. Dobbiamo tornare indietro al 1966, agli anni della ABA (American Basketball Association). Arthur J. Brown decide di portare una nuova squadra a New York. Direttamente nell'anima della città, a Manhattan. I Knicks si oppongono, timorosi di perdere il loro posto nel cuore dei newyorkesi, non danno il permesso ai nuovi arrivati di giocare al Garden. Gli Americans decidono allora di migrare poco più a Sud. Nel New Jersey. Ma le difficoltà logistico-organizzative non finiscono qui. I tifosi del New Jersey sono tanti e la Teaneck Armory, la nuova casa degli Americans, fatica a contenerli tutti. Si deve tornare a New York.

 

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NETS A NEW YORK — Il Madison è però nuovamente inaccessibile e la franchigia “senza dimora” decide di stabilizzarsi, forse, a Commack, nelle vicinanze di New York. Qui arriva la decisione di cambiare nome. La dirigenza sceglie Nets, “Retine”. Quelle dei canestri ovviamente: un nome che è un invito a farle “frusciare”. Ma non solo, nell'area metropolitana di New York alla fine degli anni '60 ci sono già le squadre NFL dei Jets e MLB dei Mets. Ora arrivano i Nets. Tutto in rima, forse vi era già una vena rap nel corpo della franchigia. Nel '73 arriva a Dr.J, Julius Erving, e assieme a lui 2 titoli, nel '74 e nel '76. Ma una tegola sta per cadere sulla testa dei campioni ABA.

 

RITORNO NEL JERSEY — 1976, la ABA si fonde con la NBA. I Nets sono pronti, con Dr.J, a debuttare. I New York Knicks però non sono della stessa idea e fanno causa alla franchigia di Commack per aver “invaso” l'area metropolitana di New York. I Nets perdono la battaglia in tribunale e devono mettere mano al portafoglio. Ma sono in difficoltà. Non resta che fare una cosa, dolorosissima: vendere Erving, a Philadelphia, per monetizzare e pagare i 4.8 milioni di dollari di risarcimento ai Knicks. Che non si fermano qui. Nel '77 la modalità “squalo” dei blu-arancio viene riaccesa. Una nuova causa, altri 4 milioni di dollari di risarcimento. Ma, una volta tornati nel New Jersey arrivano anni migliori, quelli delle Finals (perse) e di Jason Kidd.

 

THE BROOKLYN WAY — Gli afro di Dr.J, e le sue leggendarie partite al Rucker Park di Harlem. Rime e playground, di questo infatti vive Brooklyn la nuova casa dei Nets dal 2012. Il rapper Jay-Z, proprietario di una piccolissima quota della franchigia, ne diviene uomo immagine. Cresciuto a pochi isolati dal Barclays Center, disegna le divise e il logo. Ha un modo di comunicare totalmente Brooklyn Style. Vuole portare i Nets ai piani alti della NBA. In campo un quintetto di All Star, con Garnett e Pierce su tutti. Ecco la rivincita di Davide, contro il Golia di blu-arancio vestito. Basket, New York e, ovviamente, rap. C'è tutto questo nel nome dei Nets.

 

Andrea Grazioli - gds

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Dallas Mavericks: "anticonformisti come la nostra gente"

 

La franchigia della Big D porta il nome di uno dei firmatari dell'indipendenza del Texas, diventato sinonimo di uno stile che anche oggi ben si addice ai Mavs

 

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Dirk Nowitzki, 37 anni, uno dei simboli dei Mavericks. Reuters

 

Sam Maverick si trasferì in Texas all'inizio dell'Ottocento, dopo aver completato gli studi in legge. Importante proprietario terriero e politico, sindaco di San Antonio e firmatario dell'indipendenza del Texas, Maverick iniziò ad allevare bovini quasi per caso: un suo debitore lo pagò con 400 capi di bestiame, e lui li liberò nelle sue terre, rifiutandosi però di marchiare i vitelli come da usanza. Senza saperlo, diede vita al termine che nel tempo ha preso il significato più ampio di “indipendente, anticonformista” e che da oltre trent'anni accompagna il basket professionistico a Dallas.

 

INDIPENDENTI — “Rappresenta lo stile indipendente e appariscente della gente di Dallas”. Estratta a sorte tra i 41 che suggerirono il nickname “Mavericks” nel fan contest promosso da un radio locale, nel 1980 toccò a Carla Springer, giornalista freelance, spiegarne l'associazione alla prima franchigia Nba di Dallas. Reso popolare sul piccolo schermo negli anni '50 dalla serie tv western Maverick, dove la parte di Bret Maverick (poi anche di Mel Gibson nel film del 1994) spettava a James Gardner, uno dei proprietari dei primi Mavs, e sul grande schermo da Tom Cruise in Top Gun, il nickname si associa bene anche all'attuale proprietario Mark Cuban, spesso fuori dagli schemi. Ed anche a chi lo scelse preferendolo a Wranglers e Express: il fondatore Donald Carter, eccentrico personaggio ben riconoscibile per l'inseparabile Stetson, il cappello da cowboy presente fino al 2001 presente anche nel logo.

 

IL REGALO — “Fui così stupido da prometterle una squadra da basket, e dovetti mantenere la promessa”. Nel 1978, Carter, businessman nel campo dell'arredamento, di basket non sapeva nulla. I Mavericks furono infatti “regalo” alla moglie Linda Jo, ex giocatrice alla Duncanville High School e definita la vera “basketball guru” della famiglia. Anche se c'è da scommettere che Carter fiutò l'affare, che nel giro di 16 anni gli ha permesso di rivendere la franchigia ad un prezzo 10 volte superiore. Coinvolto dal suo avvocato Doug Adkins, trovò un partner in Norm Sonju, già presidente dei Buffalo Braves che stavano per trasferirsi in California per diventare i San Diego Clippers. A presentarli fu Robert Folsom, sindaco di Dallas e pochi anni prima uno dei proprietari di quei Dallas Chaparrals della ABA che nel 1973 divennero gli attuali San Antonio Spurs. I due provarono ad acquistare i Bucks e i Kings per spostarli in Texas, mossa sconsigliata dall'Nba perché già Spurs e Rockets allora non avevano grande appeal. L'ingresso arrivò tramite l'espansione, e costò 12 milioni di dollari. “Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, mi domandavo soltanto se l'avessi alzato su una carrozzina o meno”.

 

ANTICONFORMISTA — Giugno 2011, trentadue anni dopo Donald Carter, da proprietario di minoranza e insieme alla moglie Linda, alza lui per primo il trofeo intitolato a quel Larry O'Brien che durante l'All-Star Game del 1979 annunciò l'arrivo di una nuova franchigia a Dallas. Bellissimo gesto di Mark Cuban. Anticonformisti anche in questo, i Mavericks.

 

Michele Talamazzi – gds

 

 

 

Miami Heat: caldi a canestro come il clima della città

 

La franchigia di South Beach apre nel 1988 con un nome che ricorda la calura della città, ma che permette anche alla dirigenza di creare in fretta un marchio

 

Miami, squadra giovane. Proprio come Orlando, altra franchigia della Florida. Le storie di Heat e Magic si incrociano nel derby a 3 che ha infiammato, alla fine degli anni '80 l'intero stato. Anni in cui la voglia di basket inizia a farsi sentire anche nel Sud della Florida. Orlando, Miami e Tampa si contendono una franchigia: Tampa viene scartata perché ci sono già i Buccaneers, franchigia Nfl. Miami è la prima scelta e nel 1988 lancia la sua squadra, un anno prima di Orlando.

 

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HEAT — Billy Cunningham è il fautore del progetto. L'hall of famer, ex fenomeno dei Philadelphia 76ers, ha però bisogno di investitori. Sulla sua strada si presentano 2 grossi imprenditori: Zev Buffman, magnate dell'industria televisiva, e Ted Arison, presidente della Carnival Cruise, la più famosa linea di navi da crociera battenti bandiera USA. Come per la franchigia “rivale” di Orlando, la scelta del nome viene lasciata ai tifosi. E nei suggerimenti che arrivano alla proprietà c'è tutta l'identità di Miami. Prima di tutto le spiagge e il mare, ma nomi come Palm Trees, Sharks e Barracudas. Rimandati. Come tralasciare, nel bene e nel male, le caratteristiche del clima tropicale? E così la dirigenza si orienta verso Tornadoes e Heat. Ci siamo quasi. In fondo c'è una caratterista subito evidente per chiunque sbarchi a Miami: il caldo. Nome trovato, dunque, ma la scelta non è stata così scontata come sembra. La dirigenza Heat guardava all'efficienza, non tanto alla fantasia. “Heat” ha infatti permesso agli addetti ai lavori di trovare immediatamente un logo: un pallone infuocato che infiamma la retina. Un emblema perfetto che racchiude in se realtà, il clima tropicale, e speranze, incendiare canestri, di un'intera città.

 

E POI ARRIVA ZO... — Come per Orlando, anche per gli Heat il primo periodo è molto difficile. La prima stagione, 1988-89, è un fallimento. Solo 15 vittorie su 82 partite di regular season. Arriveranno tempi più caldi per i fan? Eccome. Sicuramente bollenti, specialmente quando incrociano i New York Knicks, saranno quelli della seconda metà degli anni '90. Gli Heat hanno 2 leader: Pat Riley in panchina e Alonzo Mourning in campo. Una storia incredibile, quella del centro numero 33. Per le caratteristiche diviene simbolo della franchigia: carattere, atletismo e dedizione, uno dei migliori difensori della storia della Lega. Conquista il titolo nel 2006 con Wade e O'Neal, dopo aver stoppato, rimandandola in quinta fila, una glomerulosclerosi ai reni (con conseguente trapianto di quello sinistro). Si temeva per la sua vita e per la sua carriera. 3 anni dopo il trapianto si infila il suo primo anello al dito: Zo Mourning, più Heat di così...

 

Andrea Grazioli - gds

 

 

Golden State Warriors: da Philadelphia alla California

 

La franchigia campione in carica nacque nella città dell'amore fraterno ed è una delle 3 che giocano in Nba fin dalla sua fondazione, nel 1946. Il trasloco a San Francisco è datato 1962: 9 anni dopo il cambio di nome geografico, l'unico che non rappresenta una città o uno stato

 

“Ahava l’olam lo nichashelet”. Significa “l'amore non fallisce mai” in ebraico, ed è la citazione biblica che Steph Curry ha curiosamente tatuata sul polso. E casualità vuole che ebraiche siano anche le primissime radici degli attuali campioni in carica, i Warriors. L'omissione di Golden State è voluta: in primis perché la storia dei “Dubs” inizia sulla costa Est, a Philadelphia, e poi perché l'unico nome Nba che non sia quello di una città o di uno stato racchiude in sé un'altra storia.

 

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AMORE FRATERNO — A Philadelphia, Eddie Gottlieb allenava, faceva da general manager e poi scendeva agli angoli delle strade a vendere i biglietti. Era chiamato “The Mogul”, il magnate. Dove c'era basket, c'era lui. Per un periodo organizzò anche i tour europei degli Harlem Globetrotters. Ucraino di nascita ma ebreo di origini, Gottlieb fu uno dei padri fondatori dell'NBA e dei Warriors, ed oggi è ricordato attraverso l'intitolazione del trofeo di rookie dell'anno. La sua prima squadra furono gli SPHAs, acronimo di South Philadelphia Hebrew Association, noti anche come “The Wandering Jews”, gli ebrei erranti, perché non avevano un campo fisso. Le star dei quella squadra erano Chick Passon e Stretch Meehan, le stesse che accompagnarono la nascita dei primi Philadelphia Warriors, dal 1926 e per tre stagioni nella ABL, lega che conobbe due anni di stop e, alla ripresa nel 1933, il dominio dei rinati SPHAs, vincitori di sette titoli consecutivi. Ma quando nel 1946 fu tra i fondatori della BAA, che divenne poi NBA, Gottlieb riportò in auge i Warriors, con Celtics e Knicks l'unica squadra superstite tra gli 11 club originali. Nome generico, ma che qualcuno associa anche agli indiani del Delaware, traendo spunto dai riferimenti dei primi due loghi.

 

CALIFORNIA — Il trasloco a San Francisco è invece datato 1962, quando Frank Mieuli acquisì la maggioranza del club e diede origine ai San Francisco Warriors, che si dividevano tra il Cow Palace di Daly City e il San Francisco Civic Auditorium. Il nickname venne mantenuto. A cambiare fu invece, qualche anno più tardi, il nome che li definisce geograficamente. Golden State è infatti uno dei nomignoli dello stato della California, e venne introdotto il 18 luglio 1971. Lo stesso giorno la proprietà annunciò anche lo sdoppiamento tra Oakland e San Diego, che aveva appena perso i Rockets passati a Houston e che avrebbe ospitato 29 delle 41 gare casalinghe. Per un paio di settimane l'accordo venne dato per fatto, ma il primo agosto il club annunciò che avrebbe giocato solo alla Oakland Arena, oggi Oracle. Non è chiaro se Golden State venne scelto in funzione del possibile spostamento a San Diego, fatto sta che nome e logo (in cui verranno alternate la piantina della California e il Bay Bridge, il ponte che unisce San Francisco e Oakland) rimasero al loro posto, dando così origine ad un ibrido che oggi è diventato un tratto distintivo.

 

Michele Talamazzi - gds

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Alle origini degli Houston Rockets

 

La franchigia nacque a San Diego nel '66: un anno dopo, dal nome Gulls si passò a Rockets con un fan contest. Nel '71 il trasloco in Texas

 

In NBA dici Rockets e pensi al collegamento con la NASA. Associazione fin troppo facile, vista la presenza del Lyndon B. Johnson Space Center dell'Ente per le attività spaziali e aeronautiche nella vicina contea di Galveston che dal 1967 ha reso Houston nota come “Space City”. Ed infatti non è così... o almeno non lo era in origine, visto che la squadra nacque, con lo stesso nickname, a San Diego.

 

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James Harden

 

DA SAN DIEGO — Atleta e allenatore modesto, Bob Breitbard della San Diego sportiva è diventato un'autentica icona dietro la scrivania. Nel 1961 fondò la San Diego Hall of Champions, museo sportivo a Balboa Park, nel 1966 costruì la San Diego Sport Arena (ancora nel 2000 considerata il top tra gli impianti tra i 10 e i 15mila posti a sedere), dove portò i San Diego Gulls della Western Hockey League e, un anno più tardi, i Rockets, dodicesima squadra NBA, nata per espansione insieme ai Seattle Supersonics e partita dalla scelta al draft, con il pick n° 7, di un certo Pat Riley. I primi Rockets costarono 1.75 milioni di dollari, e vennero chiamati così attraverso il classico fan contest, che decise di omaggiare il tema di “a city in motion” e la presenza della General Dynamics, una delle più importanti società specializzata in forniture militari del mondo e in particolare nella produzione dei razzi Atlas.

 

AVVIO LENTO — L'inizio non fu dei più incoraggianti: le 67 sconfitte della stagione d'esordio furono, allora, un primato negativo. E le cose non migliorarono strada facendo: scarsi risultati in termini di vittorie e di pubblico indussero Breitbard a vendere la squadra nel 1971 (non prima di aver ospitato anche l'All-Star Game NBA) al gruppo Texas Sports Investments, capitanato dal broker Wayne Duddleton e dal banchiere Billy Goldberg per 5.6 milioni dollari. La cessione fu così veloce e improvvisa che, come spiegò lo stesso Duddleton, “fu un problema avere le maglie nuove in tempo”. L'appeal dei Rockets, però, stentò a decollare anche nello Lone Star State, di cui divennero i primissimi portabandiera in NBA. Nonostante un match di esibizione dei San Diego Rockets a Houston datato 1968 avesse attirato soltanto 2mila persone, Duddleton andava affermando della bontà della mossa sulle base di ricerche di mercato ad hoc. Ma nella loro stagione d'esordio, gli Houston Rockets non raggiunsero nemmeno i 5mila spettatori di media, complice il vagabondaggio tra varie arene, in città (Astroarena, Astrodome, Sam Houston Coliseum, e l'Hofheinz Pavilion dell'Università di Houston) e non solo, con un match a Waco, San Antonio, che registrò appena 759 paganti e costrinse la tv ad aggiungere in sottofondo alla telecronaca un rumore del pubblico registrato... Il nickname, invece, attecchì subito: ironicamente, in un caso quasi più unico che raro, un nome scelto per omaggiare una città, si rivelò perfetto per un'altra.

 

Michele Talamazzi - gds

 

Le passioni dell'Indiana: basket, auto e cavalli. Così nascono i Pacers

 

In Indiana il basket si respira nell'aria: ma ci sono altre due passioni viscerali, che hanno dato il nome alla franchigia di Indianapolis. Viaggio nella Mecca della pallacanestro dal 1967 ad oggi

 

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Joseph Young, Myles Turner e Rakeem Christmas. Afp

 

L'Indiana è la Mecca del basket. La terra di Larry Bird. Se avete visto lo storico film Blue Chips avete ben presente lo scenario: distese pianeggianti, trattori e canestri montati nei cortili delle fattorie. Ma nonostante tutto ciò l'origine del nome della franchigia dell'Indiana non è da ricercare in questo, viscerale, amore per il basket. “Pacers” deriva da altre due grandi passioni tipiche di questo Stato, stranamente fuse insieme, le corse automobilistiche (la 500 miglia di Indianapolis è la più importante) e quelle dei cavalli.

 

NASCONO I PACERS — I Pacers debuttano nel 1976 nella NBA. Per scoprire le origini del nome dobbiamo però tornare indietro nel tempo. Il 1967 è l'anno dell'esordio nella ABA, i vertici della dirigenza della franchigia sono Richard Tinkham e Chuck Barnes, rispettivamente appassionati di macchine da corsa e cavalli. Lo staff sceglie di non chiedere opinioni “popolari” come spesso accade per questo genere di decisioni: il nome della squadra diventa così una questione strettamente interna dove, naturalmente, i due massimi investitori Tinkhame e Barnes hanno l'ultima parola. Perché Pacers, dunque? Il nome deriva dall'incontro tra la “pace car”, meglio nota da noi come “safety car” (la macchina che durante le corse entra in pista in caso di incidenti) e “pacing”, la specialità del “galoppo”, che ha in Barnes un grande estimatore. Tutti i membri della dirigenza si trovarono d'accordo. I problemi sorsero però, stranamente se vogliamo, quando bisognò decidere dove far giocare la squadra. L'idea era quella di creare una squadra itinerante che giocasse le partite casalinghe in giro per l'intero stato. La prima casa dei Pacers fu lo State Fairgrounds Coliseum di Indianapolis. Città che poi non venne mai abbandonata. L'idea originaria rimane però impressa nel nome, che non cambiò più: Indiana (e non Indianapolis) Pacers.

 

DAGLI ANNI DELLA DINASTY A REGGIE MILLER — Come spesso accade gli esordi non sono dei migliori. Ma i Pacers ci mettono soli 3 anni per risalire le tormentose acque della ABA e vincere il titolo. Nel 1970 sono per la prima volta campioni, si ripetono nel 1972 e '73 diventando così la squadra più titolata nella storia della ABA. Ma i problemi sono purtroppo dietro l'angolo. Nel 1976 ABA e NBA si fondono e la franchigia affronta un decennio ai margini. Cosa che l'Indiana non sopporta. Ma nel draft del 1987 approda ai Pacers un giovane e magrissimo Reggie Miller. Sceglie il numero 31. Con Reggie in campo i Pacers, negli anni '90, raggiungono 4 finali di Conference e nel 2000 approdano alle Finals, perse, contro i Lakers di Shaq e Kobe. Che dire di Miller? Uno dei giocatori più amati e odiati, fenomenale trash talker (una gallina starnazzante dirà Michael Jordan), il suo modo di uscire dai blocchi è unico. I piedi “a posto” prima di rilasciare, come vorrebbe ogni coach, non li ha mai avuti. Ma automaticamente quel pallone entrava. Un giocatore, forse, da non mostrare ai propri figli o ai giovani allievi. Un maledetto, insomma. Un maledettissimo fenomeno.

 

Andrea Grazioli - gds

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