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Mormegil

Guerra di Siria e situazione mediorientale: news e commenti

Post in rilievo

1 ora fa, JuventusOnly ha scritto:

Intanto il regime di Assad e la Russia stanno praticamente usando Ghouta per scaricare le bombe avanzate in questi anni. Si parla di centinaia di vittime, alcune fonti parlano addirittura di più di mille vittime civili nei bombardamenti di questi giorni. Solo che non fa più notizia la mattanza di civili siriani, tanto 500 mila o 510 mila che differenza fa! 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-02-23/pioggia-bombe-e-strage-civili-ghouta-nuova-aleppo-siriana-122353.shtml?uuid=AEB7Mh5D

Vero. E sarebbe da chiedersi come mai Ghouta,  a differenza di Aleppo non stia suscitando particolari emozioni internazionali (non che ad Aleppo siano servite a qualcosa...). Forse si dà per scontata la ripresa del potere da parte di Assad sulla parte della Siria "che conta" e quindi si derubrica la questione Ghouta ad una specie di "pacificazione interna", una specie di "effetto Hama", se così si può dire.

Va detto anche che astuto qual'è Assad ha scelto il momento giusto per colpire, adesso che i riflettori sono tutti puntati alla frontiera nord.

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58 minuti fa, sol invictus ha scritto:

Vero. E sarebbe da chiedersi come mai Ghouta,  a differenza di Aleppo non stia suscitando particolari emozioni internazionali (non che ad Aleppo siano servite a qualcosa...). Forse si dà per scontata la ripresa del potere da parte di Assad sulla parte della Siria "che conta" e quindi si derubrica la questione Ghouta ad una specie di "pacificazione interna", una specie di "effetto Hama", se così si può dire.

Va detto anche che astuto qual'è Assad ha scelto il momento giusto per colpire, adesso che i riflettori sono tutti puntati alla frontiera nord.

Ormai tutti danno per scontata la permanenza di Assad. Anche la Giordania sta riallacciando i rapporti ultimamente. C'è da vedere se poi Assad per il "bene della patria" (e pressioni magari della Russia stessa da "vincitrice") deciderà di farsi da parte spiazzando tutti.

Secondo me non accadrà ma sarebbe comunque un cambiamento solo di facciata senza intaccare l'impianto del regime. Come a dire se il problema è il presidente alawita in un paese al 75% sunnita mettiamo un fantoccio sunnita al suo posto e almeno così si disinnesca la miccia principale del caos siriano.  

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con la Russia dalla sua parte, Assad fa quello che gli pare in Siria! cmq vada è lui il vincitore! poi se ai russi converrà, lo menterranno al potere, in caso contrario ci metteranno appunto un'altro come fantoccio per calmare la popolazione.

in tutto questo Turchia e Iran ci stanno sguazzando come Iena in Siria, approfittando che l'America i bastoni tra le ruote non le metterà mai ai Russi...

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3 ore fa, JuventusOnly ha scritto:

Ormai tutti danno per scontata la permanenza di Assad. Anche la Giordania sta riallacciando i rapporti ultimamente. C'è da vedere se poi Assad per il "bene della patria" (e pressioni magari della Russia stessa da "vincitrice") deciderà di farsi da parte spiazzando tutti.

Secondo me non accadrà ma sarebbe comunque un cambiamento solo di facciata senza intaccare l'impianto del regime. Come a dire se il problema è il presidente alawita in un paese al 75% sunnita mettiamo un fantoccio sunnita al suo posto e almeno così si disinnesca la miccia principale del caos siriano.  

La seconda opzione sarebbe giustamente un maquillage del regime, che potrebbe essere facilmente accettabile anche dall'Iran: in pratica replicherebbero in grande lo schema libanese, dove il cristiano Hariri presiede, ma di fatto non può governare senza Hezbollah e meno che meno contro Hezbollah.

In Siria, la variazione sarebbe un premier sunnita marionettato dagli Alawiti.  Chiaro che mentre in Libano gli sciiti sono circa il 40% del totale, in Siria saranno si è no il 20% quindi le due situazioni, in termini di peso numerico e sociale non sono esattamente identiche... ma si sa che in questi casi le percentuali contano poco... .ehm

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13 ore fa, sol invictus ha scritto:

La seconda opzione sarebbe giustamente un maquillage del regime, che potrebbe essere facilmente accettabile anche dall'Iran: in pratica replicherebbero in grande lo schema libanese, dove il cristiano Hariri presiede, ma di fatto non può governare senza Hezbollah e meno che meno contro Hezbollah.

In Siria, la variazione sarebbe un premier sunnita marionettato dagli Alawiti.  Chiaro che mentre in Libano gli sciiti sono circa il 40% del totale, in Siria saranno si è no il 20% quindi le due situazioni, in termini di peso numerico e sociale non sono esattamente identiche... ma si sa che in questi casi le percentuali contano poco... .ehm

Si ma siccome in Medio Oriente i simboli spesso diventano più importanti della questione stessa un togliere Assad potrebbe calmare un po' tutti. 

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Rula Jebreal giustamente è contro Assad come, insieme ad Hussein Obama, era contro Gaddafi e Mubarak raccontandoci che c'erano le primavere arabe e che sarebbe nata la democrazia in medioriente. In Egitto purtroppo nacque la democrazia e gli egiziani, deposto Mubarak, votarono in massa per Morsi dei fratelli musulmani. L'Occidente ha dovuto organizzare un golpe per togliere di mezzo Morsi (votato ed eletto democraticamente dagli egiziani) e mettere Al Sisi al suo posto. Se in Syria cade Assad c'è alternativa tra Al Qaeda ed ISIS.

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11 minuti fa, frankup ha scritto:

Rula Jebreal giustamente è contro Assad come, insieme ad Hussein Obama, era contro Gaddafi e Mubarak raccontandoci che c'erano le primavere arabe e che sarebbe nata la democrazia in medioriente. In Egitto purtroppo nacque la democrazia e gli egiziani, deposto Mubarak, votarono in massa per Morsi dei fratelli musulmani. L'Occidente ha dovuto organizzare un golpe per togliere di mezzo Morsi (votato ed eletto democraticamente dagli egiziani) e mettere Al Sisi al suo posto. Se in Sirya cade Assad c'è alternativa tra Al Qaeda ed ISIS.

A questi discorsi da neocolonialisti non ci crede più nessuno. 

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Posto questo interessante articolo del Newyorker in cui viene ricostruito un episodio piuttosto oscuro, avvenuto a Deir Ezzor,  in Siria, all'inizio di febbraio.

In estrema sintesi, nel corso di un violento combattimento circa 150 contractors russi di una compagnia privata collegata al Cremlino ed altrettanti  miliziani siriani ed hezbollah, sarebbero rimasti uccisi da un un massiccio fuoco di sbarramento lanciato su di loro da droni ed aerei americani, mentre tentavano di espugnare le posizioni curde poste a difesa degli impianti petroliferi attorno a Deir Ezzor.

L'episodio rientra in quella specie di guerra d'ombre combattuta in Siria e  che coinvolge non solo le varie potenze in prima persona,  ma anche attraverso i rispettivi proxies e contractors, che sovente agiscono per proprio esclusivo tornaconto anche all'insaputa dei loro masters (come pare sia avvenuto in questo caso), in un  coacervo di interessi pubblici e privati in cui è praticamente impossibile districarsi.

Una cosa è certa: in Siria nulla è come sembra e nulla è definitivo.

Tranne ovviamente i civili ammazzati

 

Quoto

 


 For the first time in fifty years, U.S. and Russian military forces have engaged in direct combat. Soldiers from the two countries last clashed during the Vietnam War, when Soviet soldiers shot down U.S. warplanes with anti-aircraft weapons. Last week, on February 7th, the two powers met again, when U.S. drones, attack helicopters, and fighter planes struck a contingent of pro-regime fighters near Deir Ezzor, a Kurdish-held city in eastern Syria. As would emerge later, among those killed were up to a hundred Russian citizens who were fighting in Syria as private military contractors, a shadowy mercenary force whose presence in Syria is not officially recognized by the Kremlin.

 
Not long before the attack, the Russian contractors, fighting alongside members of pro-Assad tribal militias, carried out a strike against a compound held by Syrian Democratic Forces, a Kurdish-led army, backed and advised by U.S. troops. During the maneuver, the Russian contractors crossed the Euphrates River near the town of Khusham, breaching what Moscow and Washington have agreed is the dividing line separating their respective zones of authority. U.S. Special Forces embedded with the S.D.F. called in the ferocious response from the air.

 According to investigations in the Russian press, as many as two thousand or three thousand Russian contractors are involved in military operations in Syria. Most of them are linked to a structure called Wagner, a company that has apparent ties to Yevgeny Prigozhin, a onetime St. Petersburg restaurateur who became close to Vladimir Putin in the early aughts. Prigozhin ended up with lucrative contracts to supply food to the Russian Army and has taken to overseeing the sorts of enterprises that the Kremlin finds useful but doesn’t want to manage itself. On Friday, the special counsel, Robert Mueller, indicted Prigozhin and twelve other Russian nationals for allegedly interfering in the 2016 U.S. Presidential election. He is widely linked to a so-called troll factory in St. Petersburg, where hundreds of people are paid to sit and create fake social-media accounts to foster discontent and confusion in political discussions online. Wagner was named by its commander, a former Russian special-forces officer named Dmitry Utkin, who is a fan of the German composer. In 2016, Utkin was photographed at a Kremlin ceremony in which Putin handed out awards for military valor.

 
Many of the Wagner mercenaries previously fought with pro-Russia rebel groups in eastern Ukraine; their motives run from financial necessity to a kind of ultra-patriotic enthusiasm. (According to the Conflict Intelligence Team, an online monitoring group, average monthly salaries at Wagner range from ninety thousand to two hundred and fifty thousand rubles, or about sixteen hundred to forty-four hundred dollars.) Wagner fighters tend to be drawn from a hodgepodge of experienced veterans, war adventurers, and committed nationalists. A field commander who fought in Ukraine and knew many of those who died in Syria told the Russian paper Moskovsky Komsomolets, “They believed they went to defend the Russian world on the edges of our sphere of influence. So write it like this: ‘They perished for the sake of their homeland, and for an idea.’ ”

 
It remains unclear why the Russian contractors attacked the compound in Syria held by the American-backed militia. An oil-processing plant in the area might have been the ultimate target—an objective with both mercantile and strategic appeal in the Syrian war. A report in Moskovsky Komsomolets went further, quoting a source in Syria who said “it was a purely commercial issue. It had nothing to do with war.” Another Russian paper, Kommersant, reported that the offensive operation had not been sanctioned by the country’s official military command in Syria and was viewed as a “dangerous self-initiative.” According to U.S. military officials, before launching the air strikes they used a Russian-U.S. hotline to ask if Russian forces were in the area, and were told that none had crossed the Euphrates—meaning that the Russian military command either was not aware of the movements of the private contractors or did not want to admit the presence of soldiers it does not openly acknowledge.

 
When I spoke with Noah Bonsey, a senior analyst at the International Crisis Group who covers Syria, he told me that the entire incident is “clouded in more ambiguity than usual, even by the standards of the Syrian war.” As he put it, “The key question is: Who ordered this foray across the Euphrates, and why? Was it a local decision? Did the Russian military command know about it?” He suggested that the oil facility made sense as a target because, in recent weeks, the Trump Administration has referred explicitly to control over the oil fields of eastern Syria as leverage in the ongoing conflict. This may have increased Russia’s interest in those same oil fields. At the same time, Kurdish forces are caught in a prolonged battle with the Turkish Army in Afrin, in northern Syria. The S.D.F. has moved some of its troops to aid in the fight, repositioning them out of Deir Ezzor. “Someone may have viewed that as an opportunity,” Bonsey said.

 Russia’s official involvement in the war in Syria began with an air campaign that Putin launched in September, 2015. Since then, reports have circulated in the Russian press of undeclared, private Russian mercenaries fighting on the ground. Russian contractors participated in both battles for Palmyra. The liberation of the city is perhaps Russia’s chief propaganda victory in the war. Shadowy,undeclared mercenary forces are attractive for several reasons: they allow the Kremlin to maintain the fiction that Russia is fighting from the air only, giving Putin the opportunity to declare an easy victory and avoid public discontent over the loss of human lives during a dragged-out conflict. Last December, during a surprise visit to a Russian airbase in Syria, Putin said that the “task of combating the armed groups here in Syria” had been “largely resolved,” and made a show of ordering many Russian units to leave the country.

 
Over the last two and a half years, Russia’s intervention in Syria has served several of the country’s interests, as Putin sees them. It saved the Assad regime from defeat, holding off the spectre of a regime change, and secured Russia an undeniable and influential role in the geopolitics of the Middle East. Considering Russia’s isolation in the aftermath of the conflict in Ukraine, Putin must consider it a fortuitous turn of events. It has also allowed Russia’s military officials and war planners to test a new generation of Russian weapons and military strategy. In Syria, Russia deployed drones widely, and launched air strikes with weapons guided by the country’s glonass navigation system. “The use of private military companies is part of this process of trial and error,” Ruslan Pukhov, a leading defense analyst and the director of the Center for Analysis of Strategies and Technologies, said. The appearance of groups like Wagner on the battlefield in Syria represents a “complete innovation” in Russian military practice, he told me.

 As with much in the defense sphere, Russian officials are convinced they are playing catchup with the West, particularly with the United States. The Kremlin began to consider the notion of private military companies in the years after the U.S. war in Iraq, where companies such as Blackwater and Triple Canopy took on outsized roles. But whereas in U.S. operations private military contractors tend to perform support and logistics functions—escorting supply convoys, guarding bases and top officials—the opposite seems true of Wagner forces in Syria. Many Wagner units carry out dangerous assault missions, and while official Russian special forces work alone, or in concert with Russian air power, Wagner mercenaries are given the task of embedding and coördinating with Syrian militia groups.

 One source with close ties among private Russian military companies told me that the Russian defense ministry provides Wagner with everything from munitions to food, and even transport aircraft, to move its fighters in and out of Syria. “In theory, all its operations and tactics should be agreed to by the military command,” the source explained. “But there’s always the human factor,” the source added, guessing at how things might have gone so wrong in Deir Ezzor. It’s possible that someone on the ground came to an agreement with local Syrian paramilitaries and didn’t bother to inform Russian military headquarters, or misled it about the nature of the mission. Or the Russian Army gives winking approval to Wagner’s more commercially inclined operations while formally claiming no knowledge of them. Last year, the Associated Press obtained a contract between a Wagner-linked company and Syria’s state-owned petroleum corporation, which promised a twenty-five-per-cent cut of the profits from oil and gas production at fields captured from militant control.

 Complicating all of this is the fact that, at least technically, private military companies are illegal in Russia, and previous attempts in parliament to draft the necessary legislation to formalize their status have gone nowhere. “We’re at crossroads,” Ivan Konovalov, a defense analyst and the author of a Russian-language book on private military companies, said. “Either we’ll see the winding down of the operations of such companies or the passing of legislation to regulate their activity.” One deputy in parliament this week called for exactly that. Konovalov hopes a law will soon appear. “Without it, there’s no mechanism to deal with such situations, no one knows what to do,” he told me.

 So far, Russia’s campaign in Syria has given Putin a seemingly cost-free propaganda boost, but, with the Russian losses at Deir Ezzor coming a month before Putin is up for reëlection, things may get trickier to manage. State-news broadcasts have been able to air stirring and choreographed reports of Russian military prowess without the ugliness and confusion of a prolonged ground war. The officially recognized number of Russian military personnel killed in Syria is small—forty-six people—and the deaths the state has publicly acknowledged have tended to come with heroic narratives, such as that of the Russian fighter pilot who blew himself up with a hand grenade as isis fighters encircled him when his plane was brought down over Syria, earlier this month. Up until now more unpleasant stories, like the capture of two Wagner fighters by isis last November, have been infrequent and small-scale enough for the state to successfully ignore. A poll last fall by the independent Levada Center showed that half of those surveyed thought Russia should send its military operations to Syria.

 The Kremlin fears, perhaps rightly, that it cannot sell a costly military engagement to the Russian people—it wants geopolitical leverage abroad and a patriotic boost at home without any echoes of the doomed Soviet war in Afghanistan or more recent campaigns in Chechnya. At the same time, despite years of caustic rhetoric, Putin and those around him have little appetite for an actual, full-throttle conflict with the United States: Russian officials are comfortable in the pose of ersatz, made-for-television showdowns with the U.S., not the real thing. That is all the more true in the age of the Trump Presidency, when Putin still hopes relations with the United States can be made more productive, or at least not head down the road to a third World War.

 In Moscow, one gets the sense that the Kremlin would like the whole story of Deir Ezzor just to disappear. Putin has yet to address the incident publicly, and it has received little attention on state television. Dmitry Peskov, Putin’s spokesperson, claimed that the Kremlin had no information about private Russian mercenaries in Syria. “Let’s be clear: there are a good many of our compatriots in many countries around the world,” he said. Later, when pushed on whether Putin would announce a national period of mourning, Peskov acted flummoxed. “I don’t get why a mourning period needs to be declared,” he said. Meanwhile, the Trump Administration and the U.S. military also seem to have little appetite for chest-thumping, or making the clash into a bigger deal than it already is. Defense Secretary James Mattis has tried to downplay the fact—potentially quite incendiary—that U.S. forces struck Russian fighters, telling reporters he didn’t know whom the U.S. air strikes had hit: “Right now I don't want to say what they were or were not, because I don’t have that kind of information.”

 Does that mean the deaths of dozens of Russian fighters as a result of a direct U.S. military attack will quietly fade away, however improbable that may seem? Earlier this week, a person close to private Russian military companies told me that those involved in the ill-fated battle in Deir Ezzor talk of a simmering feeling of betrayal—even if it’s hard to know who is responsible for it. “Some of them say they were betrayed by local Syrian militias who proposed this mission; others think they were betrayed by the Kurds, who asked the Americans to hammer them,” the source said, before moving farther down the list. “As they see it, the Americans can’t really have betrayed them because they are already enemies, anyway. Nor do they blame the Russian defense ministry: these guys know they got into something they shouldn’t have. And, as for the Russian government itself, well, none of them expect much of anything from the state, anyway.”
 

 

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su ghouta e informazione

https://www.tempi.it/siria-su-ghouta-voi-europei-raccontate-una-verita-parziale-quelli-sono-terroristi#.WpPRSejOU1s

Quoto

Siria. «Su Ghouta voi europei raccontate una verità parziale. Quelli sono terroristi»

 
Febbraio 22, 2018 Leone Grotti

Parla padre Mounir di Damasco. «Ghouta non è un quartiere di vittime perseguitate dal regime. È l’esatto contrario. Sono anni che sparano missili sulla capitale, uccidono innocenti, poveri civili»

 
 
 

siria-guerra-assad-ribelli-ansa-zuma.jpg

 

«Lo so cosa scrivono i media da voi in Italia e in tutto l’Occidente sulla guerra che si sta combattendo a Ghouta. Raccontano solo una faccia della medaglia, nessuno si preoccupa del nostro dramma». Si confida così a tempi.it padre Mounir, 34 anni, originario di Aleppo ma residente a Damasco, dove si occupa di un oratorio con oltre 1.200 giovani. Il salesiano fa riferimento ai durissimi scontri di questi giorni tra l’esercito del governo di Bashar al-Assad e le formazioni terroristiche che difendono Ghouta orientale, nella periferia della capitale. Secondo l’Osservatorio per i diritti umani, organizzazione vicina agli estremisti, negli ultimi giorni sarebbero morte quasi 300 persone nel sobborgo.

«Nessuno però parla dei civili, tanti bambini, uccisi qui dai colpi di mortaio, anzi, dai missili che vengono sparati da Ghouta», continua il sacerdote. Molte scuole nei quartieri di Damasco più colpiti dall’artiglieria ribelle sono state chiuse per sicurezza, al pari di molti negozi. I colpi di mortaio, infatti, cadevano spesso vicini agli istituti e nelle ore di uscita dei ragazzi. Da settimane anche i salesiani hanno dovuto chiudere il loro centro: «Era troppo pericoloso. Noi abbiamo degli autobus che girano per la città e raccolgono i ragazzi per portarli al centro, dove giochiamo, studiamo, facciamo catechismo ma ora per prudenza li lasciamo a casa, perché per strada potrebbero essere colpiti dai missili».

Il bombardamento di Ghouta si è intensificato nell’ultima settimana, perché il governo prepara l’assalto finale per riprendere il quartiere. «Tutto il giorno si sentono gli aerei dell’esercito che sorvolano la capitale. Spero che l’attacco cominci presto e che la zona venga finalmente liberata, come è stata liberata Aleppo», continua padre Mounir, ricordando che «Ghouta non è un quartiere di vittime perseguitate dal regime, come raccontate voi. È l’esatto contrario. Sono anni che sparano missili sulla capitale, uccidono innocenti, poveri civili. Quanti sono i bambini morti qui di cui nessuno parla? Questi non sono l’opposizione, sono terroristi, vengono da ogni parte del mondo, e l’esercito siriano ha il diritto di difendere la dignità dei siriani e il paese».

Il prossimo mese la Siria entrerà nel suo ottavo anno di guerra e padre Mounir non si fida più delle trattative di pace condotte dalla comunità internazionale: «Non stanno risolvendo niente, parlano ma non fanno nulla». Il sacerdote è stato ordinato cinque anni fa a Torino, ma ha scelto di lasciare l’Italia e tornare a Damasco per «servire il mio popolo in difficoltà». In questi giorni, però, le sue attività sono limitate al minimo perché «il governo ha consigliato a tutti di non muoversi di casa, se non per attività strettamente necessarie, perché molte zone della capitale sono sotto tiro. Nonostante questo cerchiamo di stare vicini ai nostri ragazzi e alle nostre famiglie».

Pare Mounir ha vissuto in Italia, ma ora non riesce più a leggere i giornali nostrani: «Ho visto come date le informazioni: sempre parziali, sempre nascondendo una parte della verità, addirittura truccando le foto», continua. «Voi di Tempi siete tra i pochi che avete il coraggio di raccontare tutta la verità. Io lo so che il governo siriano non è costituito da santi né da angeli, c’è la corruzione come in tanti altri paesi. Però dovete capire che la maggioranza della popolazione siriana, che soffre come e più degli altri, si fida di questo governo, nonostante i suoi sbagli. Voi europei invece appoggiate i terroristi che colpiscono la gente innocente. Questo è inaccettabile e qualcuno deve dirlo».

 

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2 ore fa, nelnomedelpaolo ha scritto:

Oppure la verità che non piace a Padre Mounir e altri "funzionari" del regime (perché quello è un religioso in un paese mediorientale, islamico o cristiano che sia) è che in Siria funziona che o sei con il regime o ti diamo di terrorista e puoi essere ucciso. .ghgh

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4 ore fa, JuventusOnly ha scritto:

Oppure la verità che non piace a Padre Mounir e altri "funzionari" del regime (perché quello è un religioso in un paese mediorientale, islamico o cristiano che sia) è che in Siria funziona che o sei con il regime o ti diamo di terrorista e puoi essere ucciso. .ghgh

Tutto può essere.

Ma padre mounir è uno dei tanti cristiani di siria ad aver contraddetto la narrazione dominante in occidente.

Non escluderei che i membri di una minoranza religiosa si siano posti la domanda "staremo meglio sotto assad o nella nuova siria dei ribelli non proprio democratici?"

 

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8 minuti fa, nelnomedelpaolo ha scritto:

Tutto può essere.

Ma padre mounir è uno dei tanti cristiani di siria ad aver contraddetto la narrazione dominante in occidente.

Non escluderei che i membri di una minoranza religiosa si siano posti la domanda "staremo meglio sotto assad o nella nuova siria dei ribelli non proprio democratici?"

 

Eh ma la domanda è: qual'è la "narrazione dominante in Occidente?"

Perché l'Occidente non ha una politica sulla Siria (e forse non l'ha mai avuta) e la famosa "narrazione" è buona per il titolo di prima pagina, ma già il giorno dopo, per dirla con Montanelli,  al massimo può servire ad incartare il pesce.

Il fatto è che  le pusillanimi cancellerie occidentali vedono la Siria come materia radioattiva da evitare con cura, e proprio per questo criminali come Assad o i suoi pupari di Teheran sanno di avere campo libero, indipendentemente dalla narrazione che se ne fa di loro in Occidente.

In Siria, come in tutto il M.O. ed altrove "ragione ha chi ragione la impone" (semicitando Boskov). Assad lo sa ed in Occidente pure, con buona pace (eterna) dei civili che ne subiscono le conseguenze.

La narrativa è utile se ha solidi interessi alle spalle, altrimenti è buona giusto per depurare le coscienze: e l'Occidente, in questo caso non ha più interessi in Siria perché ha appaltato a Mosca ed ai ai suoi scagnozzi locali, la soluzione di tutta la sporca questione. In fondo, "l'enorme minaccia" dell'ISIS appare sotto controllo ed  è quello ciò conta dalle nostre parti.

Chamberlain una volta disse "morire per Danzica? Proprio no". 

Oggi diciamo "morire per Ghouta? Ovviamente no!"

Speriamo di non dovercelo chiedere un domani per Tel Aviv o per Gerusalemme...

 

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1 ora fa, nelnomedelpaolo ha scritto:

Tutto può essere.

Ma padre mounir è uno dei tanti cristiani di siria ad aver contraddetto la narrazione dominante in occidente.

Non escluderei che i membri di una minoranza religiosa si siano posti la domanda "staremo meglio sotto assad o nella nuova siria dei ribelli non proprio democratici?"

 

Non esiste una narrativa dominante in Occidente, esiste la narrativa superficiale e la narrativa approfondita.

Quella superficiale, che fa comodo perché non richiede impegno e studio, è esattamente opposta a quella che contesta Padre Mounir, è quella del "Eh si, Assad è un dittatore, ma l'alternativa è Alqaeda, quindi meglio se rimane lui". 

Poi invece c'è la narrativa più approfondita, quella di chi conosce la Siria e le sue complessità, quella che sa bene quanto sia ridicolo ridurre un paese al 70% sunnita (ovvero 15 milioni di sunniti) in 4 o 5 gruppi fanatici fatti in gran parte di foreign fighters che quindi, in eventuali elezioni, non avrebbero nemmeno diritto di voto! 

Comunque ormai è troppo tardi, la minoranza alawita, quella cristiana, ecc, si sono giocate tutte le carte puntando tutto su Assad, ormai è chiaro che devono stare con lui, avevano l'occasione all'inizio della rivolta di schierarsi con la patria, di non identificare la patria con un regime, invece hanno scelto la strada più comoda. Sicuramente nell'immediato ci guadagnano visto che ormai Assad ha vinto, ma alla lunga si sono inevitabilmente messi in una posizione veramente pessima, inimicandosi di fatto 3/4 del popolo siriano, ovvero la componente sunnita. 

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26 minuti fa, sol invictus ha scritto:

Eh ma la domanda è: qual'è la "narrazione dominante in Occidente?"

Perché l'Occidente non ha una politica sulla Siria (e forse non l'ha mai avuta) e la famosa "narrazione" è buona per il titolo di prima pagina, ma già il giorno dopo, per dirla con Montanelli,  al massimo può servire ad incartare il pesce.

Il fatto è che  le pusillanimi cancellerie occidentali vedono la Siria come materia radioattiva da evitare con cura, e proprio per questo criminali come Assad o i suoi pupari di Teheran sanno di avere campo libero, indipendentemente dalla narrazione che se ne fa di loro in Occidente.

In Siria, come in tutto il M.O. ed altrove "ragione ha chi ragione la impone" (semicitando Boskov). Assad lo sa ed in Occidente pure, con buona pace (eterna) dei civili che ne subiscono le conseguenze.

La narrativa è utile se ha solidi interessi alle spalle, altrimenti è buona giusto per depurare le coscienze: e l'Occidente, in questo caso non ha più interessi in Siria perché ha appaltato a Mosca ed ai ai suoi scagnozzi locali, la soluzione di tutta la sporca questione. In fondo, "l'enorme minaccia" dell'ISIS appare sotto controllo ed  è quello ciò conta dalle nostre parti.

Chamberlain una volta disse "morire per Danzica? Proprio no". 

Oggi diciamo "morire per Ghouta? Ovviamente no!"

Speriamo di non dovercelo chiedere un domani per Tel Aviv o per Gerusalemme...

 

Premessa. Odio l'espressione Occidente per motivi che esulano dal tema. L'ho usata solo perché i media e la politica europea si sono appiattiti fin da subito alla versione usa  seguendo i picchi di interesse d'oltreoceano per la questione siriana (primi tumulti e repressione, aleppo e crimini del regime, isis, intervento russo) che bene o male coincidono con le diverse fasi della gestione americana del caso siriano (sostegno ai ribelli, intervento, disimpegno parziale).

Altra premessa non credo che in nessuna guerra nel corso dell'ultimo secolo ci sia una parte in causa che non abbia commesso crimini, al di là dei giudizi di tribunali e storia che, si sa, sono benevoli verso i vincitori, quindi il giudizio su assad criminale pare politicamente debole.

Alla domanda di apertura risponderei che si è sostenuta, fino all'esplosione del bubbone isis, una duplice tesi: assad è un piccolo male assoluto e il popolo siriano sogna la democrazia. Poi è venuto l'isis e la priorità è divenuta l'abbattere il mostro, ma assad restava il cattivo numero due da abbattere e causa del successo dell'isis (qui assad ha le sue belle colpe perché gli uomini isis sono entrati in iraq dalla siria, ma il flusso di soldi non partiva da damasco). Poi si entra nella fase tre: la russia in campo con assad, e ormai han capito tutti che non sarebbe più caduto, gli usa si concentrano su kim e per conseguenza l'opinione pubblica usa e, a traino, quella europea mettono la siria nel dimenticatoio, l'unico marginale argomento di interesse era la questione curda, ma con un suicidio politico si sono giocati le simpatie generali con la scommessa sull'indipendenza del curdistan iraqeno, come se la regione avesse bisogno di un altro elemento di destabilizzazione.

Oggi a che punto siamo. Viviamo sull'eco di fondo dell'assad cattivo con, come ricorda juventusonly nel post dopo il tuo, la postilla ma gli altri sono i barbuti che tagliano la gola (due verità parziali) e tra le due parti per "pusillanimità", io dico ignavia, giriamo la testa perché non vogliamo prendere posizione. Poi diciamocela tutta per le cancellerie europee la non volontà coincide con la non possibilità, ma questo è un altro discorso, gli usa invece un disegno chiaro lo avevano in mente, da qui i toni delle prime narrazioni dei fatti di siria, poi la geopolitica e il dopo gheddafi e il dopo mubarak hanno sconsigliato di percorrere quella strada

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2 ore fa, JuventusOnly ha scritto:

Non esiste una narrativa dominante in Occidente, esiste la narrativa superficiale e la narrativa approfondita.

Quella superficiale, che fa comodo perché non richiede impegno e studio, è esattamente opposta a quella che contesta Padre Mounir, è quella del "Eh si, Assad è un dittatore, ma l'alternativa è Alqaeda, quindi meglio se rimane lui". 

Poi invece c'è la narrativa più approfondita, quella di chi conosce la Siria e le sue complessità, quella che sa bene quanto sia ridicolo ridurre un paese al 70% sunnita (ovvero 15 milioni di sunniti) in 4 o 5 gruppi fanatici fatti in gran parte di foreign fighters che quindi, in eventuali elezioni, non avrebbero nemmeno diritto di voto! 

Comunque ormai è troppo tardi, la minoranza alawita, quella cristiana, ecc, si sono giocate tutte le carte puntando tutto su Assad, ormai è chiaro che devono stare con lui, avevano l'occasione all'inizio della rivolta di schierarsi con la patria, di non identificare la patria con un regime, invece hanno scelto la strada più comoda. Sicuramente nell'immediato ci guadagnano visto che ormai Assad ha vinto, ma alla lunga si sono inevitabilmente messi in una posizione veramente pessima, inimicandosi di fatto 3/4 del popolo siriano, ovvero la componente sunnita. 

Dovresti chiederti perché hanno scelto l'uovo oggi. Voglio dire questi vedono che nell'ultimo ventennio episodi di intolleranza verso i cristiani sono aumentati in tutta l'area, anche in paesi come l'egitto dove la comunità cristiana conta milioni di fedeli, mentre in siria i cristiani sono tutelati dal regime, tant'è che dopo la geniale campagna contro saddam molti cristiani in fuga sono stati accolti proprio in siria. Vedono che in egitto (paese a maggioranza sunnita) le elezioni le vincono i fratelli musulmani e vedono che il post gheddafi è il caos con la libia (paese sunnita) diviso tra generali, capi tribali, milizie islamiste, avventurieri e criminali 

Quando scoppia la guerra civile in siria i cristiani non prendono posizione aprioristicamente a favore del regime. Però le milizie ribelli si ingrossano con gente di alnusra, isis e compagnia bella (provenienza sunnita), ci sono notizie di villaggi cristiani che non si erano dichiarati per nessuna delle parti in causa (e la guerra è scoppiata da pochi mesi) attaccati e di luoghi di culto profanati, mentre l'esercito di assad non adotta questa condotta bellica. Per di più i cristiani che avevano partecipato alla prima parte della rivoluzione quando a novembre si crea il governo provvisorio sono esclusi dagli organi decisionali e, fiutata l'aria, cambiano barricata.

Mettendomi nei loro panni (e in quelli di tutte le minoranze) qualche domanda me la sarei fatta.

Vinci con assad e sei tranquillo sul breve periodo.

Vincono i ribelli e tu li appoggi. Bene. Il giorno dopo cosa succede? Secondo stadio della guerra civile o elezioni? Se ci sono le elezioni chi mi assicura che dall'urna non esca qualche sorpresa?

Altra guerra civile tra islamisti e "laici"? Ti schieri coi laici. Se perdi il miglior scenario è la diaspora. Se vinci nuove elezioni e si ritorna al punto di prima.

Mi sembra una chiamata piuttosto forzata, altre strade non ne hanno viste e o sono tutti ciechi o ...

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13 ore fa, JuventusOnly ha scritto:

Non esiste una narrativa dominante in Occidente, esiste la narrativa superficiale e la narrativa approfondita.

Quella superficiale, che fa comodo perché non richiede impegno e studio, è esattamente opposta a quella che contesta Padre Mounir, è quella del "Eh si, Assad è un dittatore, ma l'alternativa è Alqaeda, quindi meglio se rimane lui". 

Poi invece c'è la narrativa più approfondita, quella di chi conosce la Siria e le sue complessità, quella che sa bene quanto sia ridicolo ridurre un paese al 70% sunnita (ovvero 15 milioni di sunniti) in 4 o 5 gruppi fanatici fatti in gran parte di foreign fighters che quindi, in eventuali elezioni, non avrebbero nemmeno diritto di voto! 

Comunque ormai è troppo tardi, la minoranza alawita, quella cristiana, ecc, si sono giocate tutte le carte puntando tutto su Assad, ormai è chiaro che devono stare con lui, avevano l'occasione all'inizio della rivolta di schierarsi con la patria, di non identificare la patria con un regime, invece hanno scelto la strada più comoda. Sicuramente nell'immediato ci guadagnano visto che ormai Assad ha vinto, ma alla lunga si sono inevitabilmente messi in una posizione veramente pessima, inimicandosi di fatto 3/4 del popolo siriano, ovvero la componente sunnita. 

in realtà la semplificazione occidentale è che in siria vi sia una guerra fra dittatura e popolazione che chiede maggiori diritti, sul modello moti del 1848. la stessa semplificazione con cui vennero descritte le "primavere arabe". 

in realta in egitto fu eletto morsi, questo è un fatto, e nei piani dell'esercito rivoluzionario siriano non c'è l'instaurazione di una forma di governo laica, democratica.

questo non è né positivo né negativo. non sta scritto da nessuna parte che la democrazia debba essere adottata ubiquitariamente nel mondo. tuttavia è anche ragionevole che i cristiani (e le minoranze, in genere) sostengano l'alternativa meno svantaggiosa per loro, cioè le dittature laiche. come fu ad es per i copti in egitto: deposto mubarak, cominciarono le persecuzioni , finite solo con il colpo di stato dell'utile idiota sisi. questa non è codardia o opportunismo, come tu lasci intendere, ma istinto di sopravvivenza. 

l'unico paese del medioriente dove è in atto una vera, duramente repressa e scarsamente pubblicizzata battaglia per le libertà è l'iran.

 

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2 ore fa, takkino ha scritto:

in realtà la semplificazione occidentale è che in siria vi sia una guerra fra dittatura e popolazione che chiede maggiori diritti, sul modello moti del 1848. la stessa semplificazione con cui vennero descritte le "primavere arabe". 

in realta in egitto fu eletto morsi, questo è un fatto, e nei piani dell'esercito rivoluzionario siriano non c'è l'instaurazione di una forma di governo laica, democratica.

questo non è né positivo né negativo. non sta scritto da nessuna parte che la democrazia debba essere adottata ubiquitariamente nel mondo. tuttavia è anche ragionevole che i cristiani (e le minoranze, in genere) sostengano l'alternativa meno svantaggiosa per loro, cioè le dittature laiche. come fu ad es per i copti in egitto: deposto mubarak, cominciarono le persecuzioni , finite solo con il colpo di stato di sisi. questa non è codardia o opportunismo, come tu lasci intendere, ma istinto di sopravvivenza. 

l'unico paese del medioriente dove è in atto una vera, duramente repressa e scarsamente pubblicizzata battaglia per le libertà è l'iran.

 

Ma soprattutto: cristiani perseguitati da anni - e da più fuochi - tacciati di codardia o - peggio ancora - di opportunismo? 

Missionari cattolici, che potrebbero starsene comodamente a casa loro o dietro una scrivania a viver di rendita, funzionari di un potere dispotico, ennesima equiparazione logicamente e storicamente assurdamente falsa tra cristianesimo e islam? 

 

Parafrasando, la situazione è tragica, ma non seria (cit.). 

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14 ore fa, nelnomedelpaolo ha scritto:

Premessa. Odio l'espressione Occidente per motivi che esulano dal tema. L'ho usata solo perché i media e la politica europea si sono appiattiti fin da subito alla versione usa  seguendo i picchi di interesse d'oltreoceano per la questione siriana (primi tumulti e repressione, aleppo e crimini del regime, isis, intervento russo) che bene o male coincidono con le diverse fasi della gestione americana del caso siriano (sostegno ai ribelli, intervento, disimpegno parziale).

Altra premessa non credo che in nessuna guerra nel corso dell'ultimo secolo ci sia una parte in causa che non abbia commesso crimini, al di là dei giudizi di tribunali e storia che, si sa, sono benevoli verso i vincitori, quindi il giudizio su assad criminale pare politicamente debole.

Alla domanda di apertura risponderei che si è sostenuta, fino all'esplosione del bubbone isis, una duplice tesi: assad è un piccolo male assoluto e il popolo siriano sogna la democrazia. Poi è venuto l'isis e la priorità è divenuta l'abbattere il mostro, ma assad restava il cattivo numero due da abbattere e causa del successo dell'isis (qui assad ha le sue belle colpe perché gli uomini isis sono entrati in iraq dalla siria, ma il flusso di soldi non partiva da damasco). Poi si entra nella fase tre: la russia in campo con assad, e ormai han capito tutti che non sarebbe più caduto, gli usa si concentrano su kim e per conseguenza l'opinione pubblica usa e, a traino, quella europea mettono la siria nel dimenticatoio, l'unico marginale argomento di interesse era la questione curda, ma con un suicidio politico si sono giocati le simpatie generali con la scommessa sull'indipendenza del curdistan iraqeno, come se la regione avesse bisogno di un altro elemento di destabilizzazione.

Oggi a che punto siamo. Viviamo sull'eco di fondo dell'assad cattivo con, come ricorda juventusonly nel post dopo il tuo, la postilla ma gli altri sono i barbuti che tagliano la gola (due verità parziali) e tra le due parti per "pusillanimità", io dico ignavia, giriamo la testa perché non vogliamo prendere posizione. Poi diciamocela tutta per le cancellerie europee la non volontà coincide con la non possibilità, ma questo è un altro discorso, gli usa invece un disegno chiaro lo avevano in mente, da qui i toni delle prime narrazioni dei fatti di siria, poi la geopolitica e il dopo gheddafi e il dopo mubarak hanno sconsigliato di percorrere quella strada

Per come la vedo io, le cose in Siria sono andate storte fin dall'inizio, ma non certo per un caso del destino, bensì perché ci sono stati elementi formidabili, taluni formidabilmente voluti, talaltri più indiretti, che hanno contribuito ad alimentare il caos fino a renderlo un groviglio inestricabile. E due di questi elementi sono facilmente "personificabili": quello diretto è Assad, che ha perseguito una spregiudicata strategia di sopravvivenza ad ogni costo, scommettendo sul fatto che il caos avrebbe giocato a suo favore; il secondo, più indiretto è l'ex premier iracheno (sciita) Al Maliki che ha creato i presupposti per la rinascita di Al Quaida in Iraq (AQI) e quindi in Siria. In questo senso, la strategia spregiudicata di Assad è diretta conseguenza degli errori di Al Maliki,  o meglio è stata modellata proprio per sfruttare gli errori di Al Maliki e tentare così un clamoroso azzardo. Che in effetti ha pagato, sia pure con effetti tremendi sulla popolazione siriana che probabilmente all'Alawita Assad non dispiacciono affatto.

 

1) Partiamo dal primo. Al Maliki.

Il governo di Al Maliki in Iraq coincide con due eventi importanti,  collegati uno all'altro: ii primo è il "surge" americano di Petraeus (2007),  strategia politico militare per uscire dalla palude irachena lasciandosi  dietro un paese più o meno "pacificato" o meglio, un po'  meno caoticizzato rispetto agli anni dell'insurgence antiamericana; il secondo è  il cosiddetto "risveglio sunnita" dell'Anbar, la "Sawha"  o "Awakening", che attraverso il "surge" puntava alla  deconflittualizzazione della guerra civile irachena mediante un patto di "riconciliazione nazionale" che prevedeva la cooptazione delle milizie tribali sunnite nell'esercito iracheno e dei loro leader nell'apparato burocratico-amministrativo del governo (sciita) di Al Maliki,  in cambio del ritiro dell'appoggio delle tribù sunnite dell'Anbar agli jihadisti salafiti,  in gran parte foreign fighters di AQI del ben noto terrorista  (giordano) al Zarkawi. 

La cosa funziona e l'Iraq viene più o meno pacificato. Privata del sostegno sunnita AQI (che aveva fatto della conflittualità tra sciiti e sunniti un punto di forza della sua strategia del caos) viene sconfitta militarmente. Al Zarkawi viene ucciso da un drone e  così i suoi due successori (2010). AQI è dispersa e  i superstiti si rifugiano in una remota zona desertica ai confini con la Siria. Altri passano  direttamente in Siria, dove trovano ad accoglierli gli agenti del Mukhabarat di Assad. A questo punto, mission accomplished,  gli americani lasciano l'Iraq (fine 2011) con Al Maliki relativamente saldo in sella. Il diavolo però ci mette lo zampino. 

Pressato dagli iraniani (che invece l'Iraq non lo avevano lasciato affatto a differenza degli americani) Al Maliki viene meno all'accordo della Sawha,  emargina i sunniti, mette fuorilegge le loro milizie (anziché cooptarle nell'esercito) e lascia campo libero alle milizie sciite sponsorizzate dal generale iraniano Suleimani. In altre parole, tradisce gli accordi faticosamente raggiunti da Petraeus e così facendo, prepara il terreno alla rinascita di AQI: rinascita ovviamente agevolata dal comprensibile risentimento dei sunniti, che si ritrovano con sciiti e iraniani a spadoneggiare nei loro territori.

Siamo adesso nel 2012.

Consapevole  che il vento sta nuovamente cambiando a suo favore, il nuovo leader di AQI, al Baghdadi, ancora arroccato ed isolato nel deserto iracheno, tenta la mossa del cavallo e per rinvigorire la propria armata allo sbando, gioca la carta siriana: tenta cioè di infiltrarsi in Siria dove nel frattempo le cose stavano precipitando.

 

2) Passiamo adesso al secondo.  Assad.

Facciamo un passo indietro e ritorniamo agli anni del "surge" (2007-2011). Come già detto, privati dell'appoggio delle tribù sunnite irachene, centinaia di foreign fighters e tagliagole di AQI, cercano scampo in territorio siriano, dove però i servizi segreti di Assad (quegli stessi servizi segreti che ne avevano a suo tempo favorito il passaggio in Iraq e rifornito di armi e denari in funzione antiamericana) li bloccano e li neutralizzano sbattendoli in galera,  sottoponendoli a torture e perseguitandone le famiglie (si tratta per la maggior parte di FF siriani): il terrore di Assad infatti è che questi combattenti (sunniti), radicalizzati da anni di guerra in Iraq e dall'odio e dai massacri contro gli sciiti iracheni (la strategia del caos di al Zarkawi) possano ora diventare una minaccia per il suo regime alawita (corrente dello sciismo). Da qui la necessità per il regime di Assad di impedire a questa gente di fare danni. Le galere siriane si riempono così di veterani jihadisti.

Arriva il 2011  e scoppia la "primavera siriana". In questa fase la protesta è popolare, non settaria,  nel senso che non è ancora inquinata da istanze religiose ma solo civili e sociali. Il fatto, però è che la protesta dilaga e minaccia di travolgere il regime.

Ritorniamo ad Al Baghdadi ed all'AQI. 

Come già detto, per sopravvivere alla Sahwa,  Al Baghdad dal deserto siriano lancia la sua "campagna irachena": incarica cioè uno dei suoi luogotenenti,  il siriano Abu Mohamed al Jewlani di passare in Siria con un pugno di combattenti per preparare il terreno, guadagnare spazi  e reclutare combattenti. Nell'adempiere alla sua missione però al Jewlani, che non è uno stupido, non punta alla conflittualità settaria e jihadista, bensì a radicarsi sul terreno, cercando l'appoggio delle tribù sunnite siriane che poi sono le stesse che si trovano in Iraq. Per tutto il 2012 al Jewlani si rafforza in Siria attraverso la sua nuova organizzazione,  che non è più AQI, bensì Al Nusra ed è formata praticamente solo da siriani. Per aumentare il proprio appeal tra i sunniti, al Jewlani con al Nusra entra a far parte del fronte anti-Assad. Allo stesso tempo, Al Jewlani entra in conflitto con Al Baghdadi il quale a sua volta era entrato in conflitto con Al Zawahiri di Al Quaida.  I progetti strategici di Baghdadi e Zawahiri sono diversi ed al Jewlani,  rifiutandosi di dichiarare la propria fedeltà ad al Baghdadi si schiera con Zawahiri il quale conta su appoggi tra i sauditi.

Al Nusra in Siria entra quindi in conflitto con quello che nel frattempo è diventato l'ISIS. 

Assad a questo punto si trova di fronte ad un problema: la protesta che dilaga e che forma territori liberi in varie parti della Siria: tra queste la regione dell'Eufrate che nel frattempo è diventata campo di battaglia tra al Nusra e l'ISIS: non si tratta però della "Siria che conta" ma di un territorio semidesertico che si può anche sacrificare. Spregiudicato com'è Assad ritira le sue guarnigioni da tutta la Siria orientale e  le concentra ad ovest. La Siria orientale passa così, senza colpo ferire, sotto il dominio dell'ISIS che nel frattempo ha sconfitto al Nusra. L'ISIS, che predica uno jihadismo millenarista/internazionalista inizia a reclutare FF (cosa che almeno inizialmente al Nusra, sunnita nazionalista, non faceva).

L'aver abbandonato la Siria orientale non è però una mossa sufficiente ad Assad per riprendere il controllo della situazione: ed infatti il rais tenta la carta della disperazione, un azzardo spregiudicato per cercare di dividere il fronte delle opposizioni (nel quale c'è al Nusra ma non c'è l'Isis). Tra il 2011 ed il 2012 migliaia di jihadisti radicalizzati detenuti nelle carceri di  Assad vengono improvvisamente lasciati liberi: scopo di Assad è che vadano ad inquinare l'opposizione siriana, la quale fino a  quel momento era rimasta sostanzialmente laica, fatta salva al Nusra che tuttavia era di tendenza nazionalista. La scommessa riesce in pieno: gli jihadisti liberati affluiscono in massa parte nell'ISIS e parte in Al Nusra o in altri gruppi e dall'interno (complici le indecisioni dell'Occidente che a giorni alterni blandisce e scarica l'opposizione siriana) iniziano la loro opera di "evangelizzazione" jihadista tra i gruppi laici, fornendo così un formidabile assist (voluto e ricercato) al regime di Assad per poter dichiarare "terroristi" tutti i gruppi dell'opposizione ed inserendo una formidabile alternativa nelle tenere coscienze occidentali: la scelta tra "il male" (lui, Assad) ed "il peggio" (il mostro jihadista).

A questo punto, complice  l'offensiva dell'isis in Iraq (giunta alle porte di Baghdad) e complici anche alcuni sanguinosi attentati in Europa molto opportunamente arrivati al momento giusto (ricordo come il regime di Assad e l'Isis non si siano mai combattuti apertamente ed abbiano anzi collaborato in traffici di petrolio e di armi) l'Occidente, ottuso ed imbelle,  finisce per farsi letteralmente ipnotizzare dalla terribilissimissima minaccia terroristico-jihadista e quindi scarica definitivamente le opposizioni anti-Assad,  a cui non resta altro che votarsi al radicalismo sunnita.

Il resto è contorno.  Assad vince perché ha giocato sporco ed ha saputo sfruttare le debolezze occidentali, che lui conosce bene avendo vissuto per molti anni a Londra, vince perché dispone di alleati criminali  e spregiudicati come lui (Russia, Iran, Hezbollah), e vince perché al contrario degli occidentali (incluso l'ondivago Obama prigioniero della sua storia e delle sue "linee rosse") aveva fin dall'inizio un obiettivo: sopravvivere con qualunque mezzo ed a qualunque costo.

Costi e mezzi che le fighette occidentali pesano col bilancino e con la loro superiorità morale immacolata e suicida.

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13 ore fa, nelnomedelpaolo ha scritto:

Dovresti chiederti perché hanno scelto l'uovo oggi. Voglio dire questi vedono che nell'ultimo ventennio episodi di intolleranza verso i cristiani sono aumentati in tutta l'area, anche in paesi come l'egitto dove la comunità cristiana conta milioni di fedeli, mentre in siria i cristiani sono tutelati dal regime, tant'è che dopo la geniale campagna contro saddam molti cristiani in fuga sono stati accolti proprio in siria. Vedono che in egitto (paese a maggioranza sunnita) le elezioni le vincono i fratelli musulmani e vedono che il post gheddafi è il caos con la libia (paese sunnita) diviso tra generali, capi tribali, milizie islamiste, avventurieri e criminali 

Quando scoppia la guerra civile in siria i cristiani non prendono posizione aprioristicamente a favore del regime. Però le milizie ribelli si ingrossano con gente di alnusra, isis e compagnia bella (provenienza sunnita), ci sono notizie di villaggi cristiani che non si erano dichiarati per nessuna delle parti in causa (e la guerra è scoppiata da pochi mesi) attaccati e di luoghi di culto profanati, mentre l'esercito di assad non adotta questa condotta bellica. Per di più i cristiani che avevano partecipato alla prima parte della rivoluzione quando a novembre si crea il governo provvisorio sono esclusi dagli organi decisionali e, fiutata l'aria, cambiano barricata.

Mettendomi nei loro panni (e in quelli di tutte le minoranze) qualche domanda me la sarei fatta.

Vinci con assad e sei tranquillo sul breve periodo.

Vincono i ribelli e tu li appoggi. Bene. Il giorno dopo cosa succede? Secondo stadio della guerra civile o elezioni? Se ci sono le elezioni chi mi assicura che dall'urna non esca qualche sorpresa?

Altra guerra civile tra islamisti e "laici"? Ti schieri coi laici. Se perdi il miglior scenario è la diaspora. Se vinci nuove elezioni e si ritorna al punto di prima.

Mi sembra una chiamata piuttosto forzata, altre strade non ne hanno viste e o sono tutti ciechi o ...

Il punto di base è capire il momento storico, il Medio Oriente degli anni 60-90 è finito, non esiste più. Le tv di stato che raccontano il mondo delle favole non le guarda più nessuno, l'essere oppositori non è più una cosa che fa paura. Qualche oppositore di spicco cristiano in Siria (Michel Kilo su tutti) aveva colto tutto ciò e si era schierato apertamente a favore della rivolta nel 2011, il problema è che l'hanno seguito in pochi. In tutto ciò siamo di fronte ad un cane che si morde la coda, perché tu cristiano dici di appoggiare il regime per "paura" del dopo, gli estremisti invece usano il tuo appoggio al regime per aizzare la folla contro di te, accusandoti di avere le mani sporchi di sangue. Senza contare poi che in Medio Oriente è tutto il contrario di tutto, spesso sono i regimi stessi ad usare e alimentare lo spauracchio per stare ben saldi sulla poltrona, arrivando perfino a organizzare attentati e poi attribuirli a qualche gruppo estremista (vedi Alessandria nel 2011).

In Egitto per dire ormai non sono poche le voci copte che si sono stancate della Chiesa schierata apertamente con il regime, più che altro perché hanno capito che lo schierarsi in modo incondizionato con un regime che reprime TUTTI, non solo estremisti o terroristi, alla fine diventa un boomerang perché poi rischi di perdere le simpatie della maggioranza silenziosa, dell'uomo di strada che non ha mai avuto nulla contro di te ma inizia a vederti come parte del problema. 

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4 ore fa, takkino ha scritto:

in realtà la semplificazione occidentale è che in siria vi sia una guerra fra dittatura e popolazione che chiede maggiori diritti, sul modello moti del 1848. la stessa semplificazione con cui vennero descritte le "primavere arabe". 

in realta in egitto fu eletto morsi, questo è un fatto, e nei piani dell'esercito rivoluzionario siriano non c'è l'instaurazione di una forma di governo laica, democratica.

questo non è né positivo né negativo. non sta scritto da nessuna parte che la democrazia debba essere adottata ubiquitariamente nel mondo. tuttavia è anche ragionevole che i cristiani (e le minoranze, in genere) sostengano l'alternativa meno svantaggiosa per loro, cioè le dittature laiche. come fu ad es per i copti in egitto: deposto mubarak, cominciarono le persecuzioni , finite solo con il colpo di stato dell'utile idiota sisi. questa non è codardia o opportunismo, come tu lasci intendere, ma istinto di sopravvivenza. 

l'unico paese del medioriente dove è in atto una vera, duramente repressa e scarsamente pubblicizzata battaglia per le libertà è l'iran.

 

In verità nei piani del Free Syrian Army c'era eccome l'instaurazione di una Siria laica e democratica, solo che Assad (che scemo non è) in questi anni ha fatto di tutto per eliminare il FSA e lasciare sul campo solo Isis e Nusra. Anche i russi questo hanno fatto, hanno martellato il FSA e hanno lasciato all'Isis mezza Siria, quando poi la situazione è divenuta Assad vs Isis hanno fatto la sceneggiata dei paladini della laicità contro l'estremismo. Diciamo che in Siria c'è stato un gioco sporco a livelli inimmaginabili e prima che venga a galla tutta la verità ci vorranno decenni.

Sull'Iran non sono d'accordo, la battaglia in Iran non è molto diversa da quella dei vari paesi della "primavera araba", è di base una rivolta di malessere sociale, economico, ecc, in cui una piccola parte di giovani colti e laicizzati (come in Egitto,  Siria e  Tunisia) sta in prima fila, ma a livello numerico sono minoranza per ovvi motivi. 

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4 ore fa, Ronnie O'Sullivan ha scritto:

Ma soprattutto: cristiani perseguitati da anni - e da più fuochi - tacciati di codardia o - peggio ancora - di opportunismo? 

Missionari cattolici, che potrebbero starsene comodamente a casa loro o dietro una scrivania a viver di rendita, funzionari di un potere dispotico, ennesima equiparazione logicamente e storicamente assurdamente falsa tra cristianesimo e islam? 

 

Parafrasando, la situazione è tragica, ma non seria (cit.). 

A casa loro dove? Quelli di cui parli sono religiosi cristiani autoctoni, stanno già a casa loro, proprio per quello si schierano con il potere, perché nell'architettura di un regime mediorientale la casta religiosa ne fa sempre parte, non solo quella cristiana, anche quella islamica, basta vedere il modo vergognoso in cui il gran mufti di Siria fa passare Assad per una specie di santo!  

Non a caso uno dei pochi missionari non autoctoni, vedi Padre Dall'Oglio, era invece schierato in modo aperto con la popolazione e contro il regime, perché a differenza della casta religiosa locale (islamica e cristiana) non era dentro il potere, non parlava da una posizione privilegiata, non temeva di perdere quella posizione. La casta religiosa in Medio Oriente è parte del problema ed è proprio uno dei principali motivi di ascesa dell'estremismo, perché alleandosi con il potere ha perso credibilità tra le masse, favorendo di fatto le letture "clandestine" degli estremisti.

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58 minuti fa, JuventusOnly ha scritto:

A casa loro dove? Quelli di cui parli sono religiosi cristiani autoctoni, stanno già a casa loro, proprio per quello si schierano con il potere, perché nell'architettura di un regime mediorientale la casta religiosa ne fa sempre parte, non solo quella cristiana, anche quella islamica, basta vedere il modo vergognoso in cui il gran mufti di Siria fa passare Assad per una specie di santo!  

Non a caso uno dei pochi missionari non autoctoni, vedi Padre Dall'Oglio, era invece schierato in modo aperto con la popolazione e contro il regime, perché a differenza della casta religiosa locale (islamica e cristiana) non era dentro il potere, non parlava da una posizione privilegiata, non temeva di perdere quella posizione. La casta religiosa in Medio Oriente è parte del problema ed è proprio uno dei principali motivi di ascesa dell'estremismo, perché alleandosi con il potere ha perso credibilità tra le masse, favorendo di fatto le letture "clandestine" degli estremisti.

Non sono un esperto di Islam come te (anche se ho sempre cercato di documentarmi), ma "qualcosa" di cristianesimo ne mastico, anche per esperienze più o meno indirette. 

Mettere sullo stesso piano i ministri di culto (espressione bruttissima) della minoranza cristiana e quelli della maggioranza (con tutte le "correnti" del caso) islamica mi pare una forzatura bella e buona. E' un po' come imputare una colpa al cristianesimo (ne ha avute tante nella sua storia) accomunando cattolici e - chessò...- avventisti del settimo giorno; sarebbe una grossa forzatura. 

 

La storia (e la cronaca) dice che da anni - in alcuni paesi da decenni - per i cristiani in medioriente (non solo, direi oramai in TUTTI i paesi a maggioranza islamica con rarissime eccezioni) è una mera questione di sopravvivenza; venire a patti, per loro, non significa perpetuare privilegi (e nemmeno condividere o giustificare crimini di regime), ma - ripeto - sopravvivere. Sono stati rapiti e trucidati preti e vescovi, autoctoni o stranieri. Il cristianesimo ha conosciuto più martiri (martiri veri, non l'accezione perversa che l'slam radicale (?) attribuisce al termine, indicando fanatici assassini) nel ventesimo e inizio di ventunesimo secolo che in duemila anni di storia; e di questi, la grande maggioranza per opera di assassini accomunabili in un credo religioso facilmente identificabile; magari distorto, estremizzato, ma molto meno minoritario di quanto qualcuno voglia far credere, e molto più tollerato da un certo establishment di potere che si presenta come islam moderato di quanto taluni vogliano far credere. 

 

Quanto alla questione radicalizzazione delle masse, possiamo parlarne per ore trovando mille cause, tutte condivisibili (tra cui quella da te addotta: perdita di credibilità da parte delle autorità religiose per connivenza col potere totalitario), ma io (e sono in buonissima compagnia) torno sempre al punto: il Corano ha in sè i germi della democrazia, della laicità, dello sviluppo socio-culturale? 

La risposta per me è NO. Non si tratta (solo) di ritardo temporale, ma di "deficit di umanesimo" (cit.) che parte dalla radice. Un problema non contingente, ma antropologica. 

Per questo penso che certe questioni siano irrisolte e drammaticamente irrisolvibili. 

 

Tu mi dirai che in certe terre cristianesimo e islam hanno convissuto pacificamente per secoli, ed è vero; tralasciando il fatto che si tratta di eccezioni, bisogna chiedersi il perché: io parlerei principalmente (e anche qui sono in compagni di non pochi studiosi che ne sanno molto più di me) di "buonsenso" della gente (non solo, principalmente), oltre che di lungimiranza di alcune dinastie al potere.  Non è il normale corso degli eventi. 

 

 

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33 minuti fa, Ronnie O'Sullivan ha scritto:

Non sono un esperto di Islam come te (anche se ho sempre cercato di documentarmi), ma "qualcosa" di cristianesimo ne mastico, anche per esperienze più o meno indirette. 

Mettere sullo stesso piano i ministri di culto (espressione bruttissima) della minoranza cristiana a quelli della maggioranza (con tutte le "correnti" del caso) islamica mi pare una forzatura bella e buona. E' un po' come imputare una colpa al cristianesimo (ne ha avute tante nella sua storia) accomunando cattolici e - chessò...- avventisti del settimo giorno; sarebbe una grossa forzatura. 

 

La storia (e la cronaca) dice che da anni - in alcuni paesi da decenni - per i cristiani in medioriente (non solo, direi oramai in TUTTI i paesi a maggioranza islamica con rarissime eccezioni) è una mera questione di sopravvivenza; venire a patti, per loro, non significa perpetuare privilegi (e nemmeno condividere o giustificare crimini di regime), ma - ripeto - sopravvivere. Sono stati rapiti e trucidati preti e vescovi, autoctoni o stranieri. Il cristianesimo ha conosciuto più martiri (martiri veri, non l'accezione perversa che l'slam radicale (?) attribuisce al termine, indicando assassini fanatici) nel ventesimo e inizio di ventunesimo secolo che in duemila anni di storia; e di questi, la grande maggioranza per opera di assassini accomunabili in un credo religioso; magari distorto, estremizzato, ma molto meno minoritario di quanto qualcuno voglia far credere, e molto più tollerato da un certo establishment di potere che si presenta come islam moderato di quanto taluni vogliano far credere. 

 

Quanto alla questione radicalizzazione delle masse, possiamo parlarne per ore trovando mille cause, tutte condivisibili (tra cui quella da te addotta: perdita di credibilità da parte delle autorità religiose per connivenza col potere), ma io (e sono in buonissima compagnia) torno sempre al punto: il Corano ha in sè i germi della democrazia, della laicità, del liberalismo almeno culturale? 

La risposta per me è NO. Non si tratta (solo) di ritardo temporale, ma di "deficit di umanesimo" (cit.) che parte dalla radice. 

Per questo penso che certe questioni siano irrisolte e drammaticamente irrisolvibili. 

 

Tu mi dirai che in certe terre cristianesimo e islam hanno convissuto pacificamente per secoli, ed è vero; ma bisogna chiedersi il perché: io parlerei principalmente (e anche qui sono in compagni di non pochi studiosi che ne sanno molto più di me) di "buonsenso" della gente (non solo, principalmente), oltre che di lungimiranza di alcune dinastie al potere.  

 

 

Francamente è una lettura del Medio Oriente che ha un po' stancato, nulla di personale eh, ma questa lettura che va tanto di moda ora in certe correnti politiche occidentali sa di orientalismo vecchio stampo, roba tirata fuori dagli scatoloni impolverati per mero opportunismo politico in un momento storico in cui, sotto la scusa della "guerra del terrorismo", si può far passare qualsiasi schifezza sullo scacchiere mediorientale.

Siamo tutti d'accordo sul fatto che la società figlia dell'illuminismo, la società dei diritti e della democrazia, è l'unica strada percorribile dal genere umano per convivere senza problemi, ma parlando di "radici" la Storia dice cose molto diverse da queste che ora vanno di moda, finché al potere c'era la religione è sempre stata l'Europa ad avere un deficit di tolleranza verso le minoranze religiose rispetto alla realtà dei vari califfati, non il contrario. Imputare alle "radici" il proliferare di movimenti di "estrema destra islamica", se così vogliamo chiamarli, è anche un modo molto comodo per lavarsi le mani dalle cause politiche. E poi cos'è, il mondo islamico da un giorno all'altro è impazzito? Hanno preso tutti una pillola e da amici dei loro vicini cristiani fino all'altro ieri sono diventati dei pazzi con i forconi che li vogliono far fuori? Oppure così come in Europa l'islamofobia è stata alimentata sicuramente dal terrorismo, in Medio Oriente l'ascesa dell'estremismo ha ricevuto una spinta fondamentale da tutta una serie di eventi politici degli ultimi decenni, culminati con l'invasione dell'Iraq, che ha creato (erroneamente) nell'immaginario collettivo l'equazione "guerre occidentali=guerre cristiane" riportando a a galla terminologie dimenticate come crociati/e? Guarda che il meccanismo è lo stesso per cui milioni di europei vedono negli immigrati di origini islamiche una fantomatica "islamizzazione", solo che è un meccanismo 100 volte più potente, perché non è fatto di innocue macellerie halal o di polemiche sul crocifisso o sul velo, è fatto di bombe, di invasioni, di paesi devastati e di popoli a cui viene impedito sistematicamente il primo e più importante dei principi del diritto internazionale, quello dell'autodeterminazione. 

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2 ore fa, JuventusOnly ha scritto:

In verità nei piani del Free Syrian Army c'era eccome l'instaurazione di una Siria laica e democratica, solo che Assad (che scemo non è) in questi anni ha fatto di tutto per eliminare il FSA e lasciare sul campo solo Isis e Nusra. Anche i russi questo hanno fatto, hanno martellato il FSA e hanno lasciato all'Isis mezza Siria, quando poi la situazione è divenuta Assad vs Isis hanno fatto la sceneggiata dei paladini della laicità contro l'estremismo. Diciamo che in Siria c'è stato un gioco sporco a livelli inimmaginabili e prima che venga a galla tutta la verità ci vorranno decenni.

Sull'Iran non sono d'accordo, la battaglia in Iran non è molto diversa da quella dei vari paesi della "primavera araba", è di base una rivolta di malessere sociale, economico, ecc, in cui una piccola parte di giovani colti e laicizzati (come in Egitto,  Siria e  Tunisia) sta in prima fila, ma a livello numerico sono minoranza per ovvi motivi. 

fsa non ha mai avuto un progetto politico di nessun genere. quando i suoi membri hanno cominciato a darsene uno, si sono inquadrati nell'islamismo radicale - che non significa necessariamente terrorismo tipo isis.

in egitto fu o non fu eletto morsi? in tunisia e in libia vinsero partiti islamici moderati, i laici ottennero 2-3 seggi per ciascun parlamento, se non ricordo male.

non c'è molto altro da aggiungere, temo.

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Adesso, takkino ha scritto:

fsa non ha mai avuto un progetto politico di nessun genere. quando i suoi membri hanno cominciato a darsene uno, si sono spostati verso l'islamismo radicale - che non significa terrorismo.

in egitto fu o non fu eletto morsi? in tunisia e in libia vinsero partiti islamici moderati, i laici ottennero 2-3 seggi per ciascun parlamento, se non ricordo male.

non c'è molto altro da aggiungere, temo.

a) Il FSA all'inizio aveva un progetto politico, la cui espressione era il consiglio siriano. Progetto politico che si poteva sintetizzare in figure come Burhan Ghalyoun, tutto tranne che un estremista religioso! 

b) L'elezione di Morsi era scontata, se non altro perché dall'altra parte c'era Shafiq, ovvero il regime. Per Morsi al ballottaggio non votarono degli estremisti, votarono tutti quelli che volevano finirla con il vecchio regime, inclusi quei giovani laicizzati di cui parlavamo. Ti ricordo che al primo turno Morsi prese soltanto il 25% dei voti.

c) All'atto pratico il voler mettere i Fratelli Musulmani nello stesso pentolone di Isis, Nusra, ecc, non solo è un errore gigantesco a livello politico, ma vuol dire non conoscere neanche la differenza di background tra le varie correnti islamiste. Non fu l'elezione di Morsi a causare disordini e violenze, perché Morsi nella campagna elettorale e anche al potere riuscì sempre ad esprimere posizioni piuttosto concilianti verso le varie correnti politiche, sembrò molto più nazionalista che islamista, in realtà fu l'azione disturbatrice del vecchio regime a fare di tutto per scatenare disordini e violenze, perché l'unico modo per riprendere il potere era buttarla su quel piano, spaventando i mercati, la popolazione e le varie potenze. Di fatto Morsi non attuò mai politiche integraliste o repressive fino alla fase finale degli scontri, basti pensare che paradossalmente l'anno in cui gli egiziani hanno goduto di più libertà d'espressione è stato proprio quello con lui al potere, l'unica grande colpa di Morsi fu quella di essere inesperto, indipendentemente dall'orientamento politico non era di certo l'uomo giusto in una fase così delicata. 

d) In Tunisia hanno vinto i FM, ovvero Al Nahda, ma poi non è successo nulla di quello che in Egitto veniva raccontato da chi ha buttato giù Morsi, la Tunisia non è diventata una teocrazia e nessuno è diventato califfo. Dopo 4 anni hanno perso le elezioni e sono tornati a casa. E in Libia le elezioni le aveva vinte il blocco laico, non quello islamista, solo che lì è un discorso più complicato, il problema è più di natura tribale che altro. 

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