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Hakuna Mateta

Milan contro Juventus, la trappola dei nazisti per catturare i giovani

Post in rilievo

di Davide Grassi 

Ogni città custodisce nella pietra delle sue piazze e nei muri dei suoi edifici le tracce della propria storia. All'Arena Civica di Milano, oggi dedicata a Gianni Brera, quelle tracce raccontano non soltanto di sport e spettacolo, ma anche di uno degli episodi più oscuri dell'occupazione nazifascista a Milano. Il 2 luglio 1944, mentre la città era piegata dai bombardamenti alleati, svuotata dagli sfollamenti e affamata dal razionamento, sul campo dell'Arena scesero in campo Juventus e Milan. 

O, più precisamente, Milano: il regime fascista aveva imposto l'italianizzazione dei nomi delle società, trasformando il Milan in Milano, il Genoa in Genova e l'Internazionale in Ambrosiana. Un'operazione simbolica che intendeva cancellare ogni traccia linguistica straniera, in nome di un'identità forzatamente nazionale. Fu un'amichevole, giocata davanti a circa seimila spettatori che cercavano, per un pomeriggio, di dimenticare la guerra. In campo c'erano nomi importanti: i fratelli Sentimenti, Carlo Parola, Boniforti, Egidio Capra. E soprattutto Giuseppe Meazza, due volte campione del mondo, che in quegli anni vestiva la maglia bianconera dopo aver scritto pagine memorabili con l'Inter e con il Milan. Prima del fischio d'inizio, il saluto romano a centrocampo suggellò l'immagine di una normalità ostentata. Ma fuori dallo stadio la realtà era ben diversa. «La città è morta», aveva scritto in quei mesi Salvatore Quasimodo, futuro Premio Nobel: un verso che restituiva l'atmosfera di una Milano ferita, attraversata dalla violenza delle milizie fasciste e delle truppe tedesche. La partita fu senza storia: Juventus avanti 2-0 all'intervallo, poi 5-0 a cinque minuti dalla fine. Fu allora che il pomeriggio sportivo si trasformò in un incubo. Si udirono spari, quindi un annuncio dagli altoparlanti: i nati tra il 1916 e il 1926 dovevano uscire dalla porta Nord, gli uomini da quella occidentale, donne e bambini da quella Sud. Era un rastrellamento. All'esterno attendevano soldati italiani della contraerea di Monza, uomini della Guardia Nazionale Repubblicana e militari tedeschi a supervisionare. I controlli si protrassero fino a sera. 

Trecento persone furono trattenute e caricate su quindici camion diretti verso la Bicocca, dove aveva sede un ufficio di reclutamento della Todt, l'organizzazione incaricata di fornire manodopera al Terzo Reich. Su quei trecento uomini, la documentazione è scarsa. Un fonogramma della Questura alla Prefettura segnala l'operazione, organizzata dai tedeschi senza preavviso alle autorità fasciste italiane, a testimonianza dei rapporti di subordinazione che caratterizzavano la Repubblica Sociale. Nei giorni successivi, numerosi treni partirono verso la Germania. Un'analisi delle schede conservate all'Archivio di Stato mostra che nel convoglio dell'8 luglio 1944 l'80% dei deportati era nato tra il 1916 e il 1926: una percentuale anomala, che alimenta il sospetto che parte dei rastrellati all'Arena sia finita nei campi di concentramento, più che in semplici campi di lavoro. 

Per decenni, l'episodio è rimasto ai margini della memoria pubblica, sospeso tra ricordo orale e leggenda metropolitana. Solo un paziente studio ne ha ricostruito i contorni storici, restituendo alla città uno dei più imponenti rastrellamenti avvenuti nel periodo dell'occupazione. «Quella del 2 luglio 1944 non è solo una storia di calcio», osserva lo scrittore e storico Mauro Raimondi, che ha svolto la ricerca e ha trovato il documento che prova la vicenda. «È la dimostrazione di come il regime cercasse di usare lo sport per rappresentare una normalità inesistente, mentre intorno crollava tutto. L'Arena diventò una trappola: in novanta minuti si passò dall'illusione della festa alla brutalità della guerra. Noi non sappiamo la sorte di quei trecento uomini, ma restituire loro memoria significa ridare dignità a una parte dimenticata della città». 

La ricostruzione dell'episodio, insieme ad altre vicende di sportivi che si opposero al nazifascismo, è al centro del volume Un calcio alla guerra, Milan-Juve del '44 e altre storie (Le Milieu). Ma al di là del libro, resta la lezione storica: anche nei luoghi deputati al gioco e alla leggerezza, la guerra seppe insinuarsi con la sua violenza. E Milano, ancora una volta, ne porta il segno.

Gli articoli dei giornali dell'epoca riportarono il risultato dell'incontro, non i fatti di cronaca

 

Quotidiano Nazionale

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