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Storie di Calcio: Velez - Il ponte invisibile tra Buenos Aires e Mostar

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Dato che l'ultimo ostacolo dell'Italia per arrivare alla fase finale dei Mondiali si chiama Bosnia, vi propongo un mio scritto. Niente di eclatante, ma qualcosa su un nome, due squadre che mi hanno sempre intrigato per via del loro nome.. insomma, qualcosa da leggere intanto che vi passa il weekend senza calcio di club. sefz

 

Se dovessimo stendere su un tavolo una mappa del calcio mondiale, cercando di tracciare delle rotte logiche tra le squadre che popolano i vari emisferi, il club argentino Vélez Sarsfield e il bosniaco Velež Mostar apparirebbero come due rette parallele destinate, per rigorosi postulati geometrici, a non incontrarsi mai. E in effeti, da un punto di vista storico, geografico e pure etimologico, questi due mondi non possiedono alcuna radice in comune. Eppure, se si scava sotto la superficie calcarea dei Balcani e oltre l’asfalto dei sobborghi di Buenos Aires, si scopre un qualcosa in più. Questi due club condividono un’anima gemella, essendo monumenti viventi alla comunità, alla resistenza e all’identità popolare.

 

Entrambi uniti dalla straordinaria coincidenza di un suono. Un nome che risuona in due continenti e lingue diverse: Velez. Dove finisce la logica, inizia la magia semantica del calcio. Tutto ha origine in due decenni molto vicini ma in contesti opposti.

 

Siamo nel 1910, in una Buenos Aires in rapida espansione, gonfia di speranze e immigrati europei, molti dei quali italiani. Un gruppo di giovani decide di fondare un club di calcio nei pressi di una piccola stazione ferroviaria della capitale. Quella stazione, e di conseguenza la squadra, prendeva il nome da Dalmacio Vélez Sarsfield, un illustre politico, avvocato e autore del Codice Civile argentino. Come in altri club argentini, il richiamo suona come pragmatismo di ragazzi che volevano un’identità legata al proprio quartiere, al proprio territorio.

 

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Ritratto di Dalmacio Vélez Sarsfield (1869)
 

A oltre undicimila chilometri di distanza, dodici anni dopo, ci trasferiamo a Mostar, nell’attuale Bosnia ed Erzegovina, più specificatamente nel sobborgo di Sjverni logor. Sotto l’impulso di Gojko Vukovic, un carismatico rivoluzionario che godeva di molto rispetto tra lavoratori e locali, nasce una nuova società sportiva con il prefisso RŠD (Circolo Sportivo dei Lavoratori). Al momento di scegliere il nome arrivano molte proposte. La leggenda narra che lo sguardo dei fondatori si alzò verso il cielo, incrociando il Monte Velež (che prende il nome dal dio slavo Veles), che sovrasta, protegge e domina la città. Decisero così di chiamare la squadra come la montagna “perché non esiste nulla di più alto”.

 

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La città di Mostar sotto il Monte Velež
 

Una montagna balcanica e un giurista argentino. Un’omonomia casuale che nasconde un destino però in parte condiviso. Entrambi i club infatti sono nati quasi come necessità fisiologiche di una comunità di riconoscersi in qualcosa di proprio. Non sono nati, invece, per un capriccio di un ricco mecenate o per logiche di profitto.

Il Velež Mostar è la squadra della classe operaia. Non è un caso che i suoi giocatori, i suoi tifosi e perfino il proprio stadio siano chiamati Rođeni (“i nati qui” o “i nostri”). Fin dal primo respiro, il club ha abbracciato valori fieramente antifascisti e di integrazione multietnica. Il Velež è stato un simbolo di resistenza durante i decenni più bui della Jugoslava e, in seguito, un faro di speranza durante il sanguinoso conflitto in Bosnia degli anni ‘90. Il club, durante quel periodo drammatico, venne letteralmente sfrattato da suo stadio storico (il Bijeli Brijeg), divenuto inaccessibile a causa delle divisioni etniche, costringendo il club a ripartire da un nuovo sobborgo.

 

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FK Velež Mostar con la Coppa Nazionale (1981)
 

Dall’altra parte del mondo, il Vélez Sarsfield è invece il cuore pulsante del barrio di Liniers. Nato dall’impulso della classe lavoratrice immigrata, il club ha rifiutato di essere etichettato come semplice squadra di calcio. Il Vélez, in Argentina, è un’istituzione a tutto tondo. La polisportiva promuove l’educazione, offre programmi d’assistenza e organizza attività sportive per evitare che i ragazzi finiscono persi per le strade. Il loro stadio è soprannomitato El Fortín (il fortino), inteso come un baluardo inespugnabile, un luogo dove la comunità fa quadrato e si protegge dalle avversità del mondo esterno.

 

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Vélez Sarsfield (1910)
 

In un calcio globale, che tende sempre più a smarrire le proprie radici in favore di diritti televisivi, mercati internazionali, multiproprietà e fair-play finanziari vari, la storia parallela dei due Velez ci ricorda l’essenza di questo sport. Tra i sobborghi argentini e le valli rocciose dell’Erzegovina, quel nome ci fa ricordare chiunque (sugli spalti, per le strade, in campo) non smetta mai di lottare per la propria identità. E sul prato verde, questi due club, hanno trovato la loro definitiva consacrazione. Le bacheche sono ovviamente molto diverse, ma restano accomunate per la capacità di sovvertire i pronostici.

 

Per i tifosi del Fortín, l'apice della gloria coincide con gli anni '90, un decennio che ha trasformato una solida realtà popolare in una gigante del calcio sudamericano. Sotto la guida del "Virrey" Carlos Bianchi, il Vélez va a vincere prima la Copa Libertadores ai rigori, nell'inferno del Morumbi contro il San Paolo. E poi, qualche mese più tardi, batte il Milan per 2-0 a Tokyo, vincendo la sua prima Coppa Intercontinentale. Per quanto riguarda il campionato locale, il Vélez vanta 11 campionati (l'ultimo nel 2024), diventando un'alternativa solida al potere delle storiche Cinco Grandes (Boca, River, Racing, Independiente, San Lorenzo).

 

Nel contesto ipercompetitivo della vecchia Jugoslavia, dominata dai colossi di Belgrado e dalle potenze croate, il Velež invece rappresentava una sorta di mina vagante, tanto da sfiorare il titolo nazionale per almeno tre volte. Il cumine della loro storia arriva con la conquista di due coppe nazionali (1981 e 1986). Dopo la fine della Jugoslavia, il Velež, tra periodi complicati, vince una coppa nazionale bosniaca (2022). In Europa, la squadra di Mostar arriva in finale di Coppa Mitropa, perdendo contro il Wacker Innsbruck (campione in carica) nel 1976. L'anno precedente, i Rođeni arrivano ai quarti di Coppa UEFA, battendo Rapid Vienna, Spartak Mosca, Derby County (ribaltando un 3-1 in terra di Albione) per poi soccompere al Twente (poi finalista).

 

Mentre a Liniers si celebrano le gesta che resero, per un periodo, un sobborgo più grande dei campioni d'Europa, a Mostar custodiscono i pochi trofei come cicatrici trasformate in medaglie. 

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