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Juventus_addicted

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  1. Juventus_addicted

    Ridateci la Juventus

    Il mio tostapane stamattina mi ha guardato con l’aria di chi sa troppe cose. Non ha detto nulla, ovviamente (i tostapane sono notoriamente discreti) ma mentre sputava fuori una fetta di pane leggermente carbonizzata ho percepito un giudizio silenzioso sull’intera esistenza. Allora ho deciso di uscire. Ho preso l’ascensore, ma l’ascensore invece di salire o scendere ha iniziato a raccontarmi la trama di un film francese in cui una lumaca diventa sindaco di una città fatta interamente di cuscini. Non era un brutto film, a dire il vero, ma il finale era molto ambiguo: la lumaca non sapeva più se era davvero un sindaco o solo un’idea. Fuori piovevano cucchiaini. Un piccione mi ha chiesto se per caso avevo visto il suo commercialista, che pare sia sparito dopo aver investito tutto in futures sul basilico. Gli ho detto che non mi occupo di queste cose, io sto solo cercando di capire perché il mio frigorifero applaude ogni volta che apro lo sportello. Comunque niente, volevo condividere questo momento di grande serenità interiore. Se qualcuno ha una ricetta per la zuppa di nuvole o conosce un buon meccanico per ascensori narratori, mi scriva pure. Grazie.
  2. Juventus_addicted

    Ravanelli: "La Juve del 1996 avrebbe battuto anche l'Impero Romano"

    Scusa, ma chi ha detto che Ravanelli non se lo ricorda nessuno? Il senso del mio discorso era un altro. Se ti chiedessero, così d’istinto, di fare una lista dei più grandi giocatori che hanno indossato la maglia della Juve, inseriresti subito anche lui? Io, sinceramente, avendo ricordi nitidi della Juventus fin dai tempi di Liam Brady, mi vengono in mente tanti altri campioni tecnicamente più forti. Questo però non toglie nulla a Fabrizio Ravanelli. Se invece il discorso si sposta su attaccamento alla maglia, spirito di sacrificio, abnegazione e mentalità juventina, allora sì: Penna Bianca è assolutamente tra i migliori e merita tutta la gratitudine dei tifosi.
  3. Juventus_addicted

    Ravanelli: "La Juve del 1996 avrebbe battuto anche l'Impero Romano"

    Tutti noi, quando parliamo dei grandi della Juve, tendiamo a nominare le solite superstar: Del Piero, Zidane, Tevez, Vialli, Platini e così via. Eppure Fabrizio Ravanelli ha segnato in una finale di Champions League poi vinta dalla Juve, e nonostante questo viene raramente inserito in quel gruppo. Ma meriterebbe assolutamente di esserci. Per lo meno per gratitudine. Grande Penna Bianca "Nell'attacco della Juve, C'è una grande novità, È Fabrizio Ravanelli. Beniamino degli ultrá, Ravanelli Alè alè, Ravanelli Alè alè"
  4. Juventus_addicted

    22 Maggio 1996

    Il 22 maggio 1996 non è una data. È un odore, un rumore, un’immagine che chi c’era si porta dietro da trent’anni. La Juventus alzava la Champions a Roma contro l’Ajax, e noi eravamo convinti che quello fosse solo l’inizio di un’epoca infinita. Invece, col senno di poi, quello è diventato il punto più alto di una nostalgia collettiva. Erano anni diversi. Non migliori per forza, ma più nostri. Il calcio aveva ancora le ombre della nebbia nelle partite di provincia, le telecronache con pochi fronzoli, le maglie larghe, i numeri (e i nomi, in quella partita) cuciti male, i campioni che sembravano irraggiungibili ma umani. Si aspettava Novantesimo Minuto, si registravano le partite sulle VHS, si litigava al bar il lunedì mattina e basta: niente social, niente clip da 15 secondi, niente processi continui H24. Quella Juve aveva una fame feroce. Marcello Lippi in panchina, Gianluca Vialli capitano, Alessandro Del Piero che stava diventando leggenda davanti ai nostri occhi, Didier Deschamps, Paulo Sousa, Angelo Peruzzi, Ciro Ferrara. E tutti gli altri. Gente con facce vere, personalità vere, fame vera. E Roma quella sera sembrava il centro del mondo. I rigori. L'adrenalina. Le mani nei capelli. Il rigore di Jugovic, con quel sorriso carico di consapevolezza, che entra. La coppa al cielo. Per chi è juventino, certi frame sono tatuaggi. E fa quasi male pensare a tutto quello che è venuto dopo. Le finali perse del ’97, ’98, 2003, 2015, 2017. Le illusioni ogni volta. Le squadre fortissime. Le notti finite male. Ogni generazione juventina ha avuto la sua Champions sfiorata, ma chi ha vissuto il ’96 ha sempre avuto dentro quella convinzione romantica: “prima o poi torniamo lì”. E invece sono passati trent’anni. Nel frattempo è cambiato tutto. È cambiata l’Italia: a volte penso in meglio, quasi sempre in peggio. È cambiato il calcio: da sport popolare a industria globale. Sono spariti gli stadi fumosi, le radioline, i pomeriggi lenti della domenica. Sono arrivati gli algoritmi, il VAR, i procuratori star, le maglie che cambiano ogni tre mesi. Eppure, quando parte un video di quella finale o rivedi il Capitano Gianluca Vialli che alza la coppa, succede una cosa strana: per un attimo torniamo tutti lì. Più giovani. Più ingenui. Più convinti che il calcio potesse davvero fermare il tempo. Forse è questo il punto. Non ci manca soltanto vincere la Champions. Ci manca come ci sentivamo allora.
  5. Juventus_addicted

    Disperato bisogno di Juventus

    Ciao Zebra, Hai ragione a ricordare quel periodo, perché chi c’era se lo ricorda benissimo: anche allora sembrava di vivere in una Juventus smarrita, con dirigenti improvvisati, idee confuse e la sensazione costante che mancasse una direzione vera. E infatti il paragone ci sta. Però secondo me c’è anche una differenza emotiva enorme tra allora e oggi. In quegli anni eravamo devastati, sì, ma soprattutto arrabbiati. C’era un’ingiustizia enorme appena subita, c’era il veleno di Farsopoli ancora addosso, c’era la sensazione di essere stati colpiti e umiliati. Il tifoso juventino viveva di sangue amaro, ma anche di spirito di rivalsa. Ti aggrappavi all’idea che prima o poi saremmo tornati per riprenderci tutto. Oggi invece io vedo soprattutto stanchezza. Almeno nel mio caso. Non rabbia: stanchezza. Perché qui non c’è solo un nemico esterno da combattere, non c’è una ferita “subita”. Qui c’è una lenta erosione interna fatta di mediocrità normalizzata, comunicazione piatta, ambizioni ridotte e una Juventus che troppo spesso sembra aver perso la memoria di sé stessa. Ed è forse questo che deprime di più: vedere l’eccezionalità juventina trattata come un concetto quasi imbarazzante, come se pretendere fame, personalità e mentalità vincente fosse diventato eccessivo nel calcio moderno. Però ti dico anche una cosa: proprio perché ho già vissuto periodi storti, oggi cerco di non farmi più divorare il fegato. Il sangue amaro non me lo faccio più venire. Perché ho capito che loro passano, la Juve resta. E sotto questo aspetto il tuo richiamo al 2011 è giusto. Perché all’epoca, dopo due settimi posti e anni di confusione, sembrava davvero impossibile ricostruire una mentalità dominante. E invece bastarono poche persone giuste, messe nei posti giusti, per riaccendere tutto quasi all’improvviso. È anche per questo che, nonostante tutto, io non riesco a essere veramente rassegnato. Disilluso sì, spesso amareggiato pure. Ma rassegnato no. Perché la storia della Juventus è ciclica: cade, si sporca, viene data per finita, e poi torna. Nel frattempo provo a viverla con meno tossicità possibile. Mi concedo l’ironia, anche feroce, perché è l’unico modo per non trasformare il tifo in una continua intossicazione emotiva. E sinceramente preferisco farmi una risata amara davanti all’ennesima intervista sul “percorso di crescita” dopo una sconfitta deprimente, piuttosto che lasciare che questa fase mi consumi la passione. Perché la passione, quella vera, viene da molto più lontano di questa dirigenza o di questi giocatori.
  6. Juventus_addicted

    Disperato bisogno di Juventus

    Ti capisco fin troppo bene. Perché il punto non è “non vinciamo”. La Juve ha perso anche in passato. Il punto è che oggi non la riconosci più. Guardi una partita e non senti niente. Nessuna aura, nessuna fame, nessuna arroganza sportiva. Solo una squadra che sembra chiedere scusa di esistere. Ed è questa la cosa più devastante per chi è cresciuto con l’idea che la Juventus dovesse entrare in campo per comandare, non per galleggiare. Però sai una cosa? Io ho smesso di farmi divorare dalla depressione calcistica. Ho trovato il mio metodo di sopravvivenza: ridicolizzarli. Tutti. Senza rabbia isterica (almeno ci provo), senza insulti. Con quell’ironia amarissima che ormai è l’unica difesa possibile. Perché obiettivamente siamo arrivati al punto in cui il vertice societario parla come un amministratore di condominio, i dirigenti sembrano scoprire il calcio ogni lunedì mattina, e in campo vedi giocatori che portano la maglia della Juve con la stessa partecipazione emotiva di chi deve fare una call alle 8 di lunedì mattina. Gente che dopo un pareggio col Verona ti rilascia interviste con la faccia soddisfatta, come se avessero appena espugnato il Bernabeu. O che ti fa un balletto da bimbiminchia dopo aver segnato un gol. E allora io me li immagino così: riunioni infinite per decidere se fare un passaggio in avanti, facce serissime per spiegare che “serve equilibrio”, video motivazionali con la musica epica… per poi fare un tiro in porta in novanta minuti contro una squadra che ha il terzino pagato in buoni pasto. La verità è che questi non fanno arrabbiare: fanno folklore. Sono diventati una parodia inconsapevole della Juventus. E più cercano di raccontarti “il progetto”, più ti viene da chiedere se il progetto sia sabotare il concetto stesso di juventinità dall’interno. Ma proprio qui, paradossalmente, io ritrovo un filo di orgoglio. Perché la Juventus vera non sono loro. Non è questa dirigenza spaesata, non sono queste facce svuotate, non sono prestazioni senz’anima. La Juventus è quella roba che ti hanno cucito addosso da bambino. È il rifiuto dell’alibi. È la pretesa di grandezza. È quella sensazione quasi arrogante che il pareggio sia una mezza sconfitta. E quella roba lì non muore perché anni di gestione confusa e mediocrità travestita da prudenza hanno provato a spegnerla. Passeranno anche questi. Passeranno i filosofi del “quarto posto importantissimo”, passeranno quelli che “bisogna dare tempo al tempo”, passeranno i professionisti della mediocrità elegante. E quando la Juve tornerà davvero (perché storicamente torna sempre) io voglio esserci anche per ricordarmi quanto fosse profondo il deserto. Nel frattempo? Li guardo per quello che sono diventati: interpreti temporanei e indegni di una storia infinitamente più grande di loro. E sinceramente, ridere amaramente di certe scene è molto più sano che lasciare che ti tolgano pure l’amore per quei colori.
  7. Anch'io da giovane ho dato tutto me stesso per la figa, ma nessuno mi ricorda come Ricco Siffredi
  8. Manovra Pruzzo? Cosa diavolo mi sono perso? No, non dirmelo, non lo voglio sapere.🤣 In realtà era un video che, a detta di chi lo aveva annunciato sul forum, avrebbe dovuto rivelare grandi eventi destinati a verificarsi quel giorno. Ovviamente non accadde nulla: solo fuffa. In realtà, il fatto che io non intervenga in questo topic non significa affatto disinteresse. Al contrario, leggo sempre con attenzione e apprezzo il tuo impegno, così come quello degli altri utenti, nel mantenerlo vivo. Detto questo, arrivati a questo punto non posso nascondere una certa perplessità. Perché, amico mio, parliamoci chiaro: o è in atto una gigantesca operazione mediatica per far calare il silenzio e spegnere l’attenzione sulla vicenda arbitri-Inter (e allora dovremmo davvero chiederci se abbia senso continuare a seguire uno sport in cui, in Italia, c’è chi può essere massacrato mediaticamente, noi juventini, e chi invece può continuare indisturbato a farla franca) oppure quella frase sulle “designazioni a favore dell’Inter” si è rivelata un clamoroso autogol della Procura di Milano. E, in quel caso, ci sarebbe davvero da provare imbarazzo per il nostro sistema giudiziario, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. È anche per questo che preferisco restare in disparte, sperando prima o poi di leggere qualche buona notizia.
  9. Che poi, sto Gigio Juve.... L'ho visto una volta sola, e mi è bastata. Era praticamente nudo, si vedeva solo (fortunatamente) la parte superiore. Dieci minuti di nulla. Con sottofondo di bambini urlanti e trapani elettrici in funzione. Meno (molto meno) credibile del suo illustre omonimo Topo. Se dice "inchiesta a rischio", allora non perdo la speranza
  10. Juventus_addicted

    4 dirigenti e un presidente

    “4 dirigenti e un presidente” sembra davvero il titolo di una commedia romantica con Hugh Grant. Solo che invece di Londra, i matrimoni e una splendida Andie MacDowell, qui c’è la Continassa e gente che sparisce dopo le sconfitte. Praticamente il cast è questo: Comolli: quello che dovrebbe dare la linea strategica ma al momento sembra una figura talmente misteriosa che dopo un anno non abbiamo ancora capito né quale sia il suo ruolo preciso né se sappia parlare italiano, e nessuno capisce bene cosa faccia. Modesto: nome che ormai è diventato un programma. Ottolini: talmente invisibile che molti tifosi pensano sia un personaggio creato dall’IA per completare l’organigramma. Chiellini: leggenda assoluta per la nostra Storia, ma probabilmente usato come parafulmine emotivo della società. Tipo: “mettete Giorgio davanti alle telecamere così la gente magari si calma”. Spoiler: no, non si calma. E poi c’è Elkann, evocato come fosse Don Vito Corleone: “per avere Giustizia, parlerò con Elkann”. Solo che quando entrava in scena Marlon Brando percepivi potere, carisma, autorità. Anche ammirazione, nonostante il ruolo non proprio da "eroe". Qui invece sembra più la telefonata al proprietario del multisala perché si è rotta la macchina dei popcorn. E il problema è proprio questo: in una società normale dovresti capire subito chi comanda. Alla Juve invece pare sempre che ci sia qualcuno sopra qualcuno sopra qualcun altro, e alla fine nessuno che dica chiaramente: “la responsabilità è mia”. Alla fine, l'unico che ci mette la faccia è l'allenatore di turno ”.
  11. Stasera, mi raccomando, fatti fotografare con i tuoi amici interisti mentre festeggiano lo scudetto. Zio cane, a pensarci bene questo qua ha mai fatto qualcosa di cui ricordarsi in positivo? Il rigore dell'anno scorso all'ultima giornata? Capirai, col senno di poi era meglio se non lo segnava: magari l'avrebbero cacciato a pedate. Scusate, sono troppo incazzato
  12. Amico mio, beato te che riesci a riderci sopra. Io ho tanta voglia di andare stasera in zona corso Como qui a Milano, perché sono sicuro che sti pelandroni saranno lì in cerca di mignottone, e prenderli tutti a calci nel *
  13. Per quello ci sono già Ambrosini, Marocchi e compagnia bella. Vi ricordate lo spot "Locatelli fa le cose per bene"? Ecco, il nostro eroe lo ha preso alla lettera, ma al contrario: fa danni nei 90 minuti e poi completa l'opera davanti ai microfoni con interviste allucinanti. Stia zitto 'sto somaro. Stiamo zitti tutti. L'unico che dovrebbe parlare è l'indegno erede della real casa, per scusarsi e levarsi dai *
  14. "meglio di Tacchinardi". Ho letto persino questo. Che imbarazzo
  15. Signori, applausi. Non era facile trasformare la squadra più odiata d’Italia in una barzelletta itinerante, e invece la dirigenza ha compiuto il miracolo. Una stagione così tragicomica che manca solo la risata registrata di sottofondo ogni volta che perdiamo palla a centrocampo. Partiamo dai dirigenti: se il caos fosse quotato in borsa, questi sarebbero insider trader. Un progetto tecnico costruito con la precisione di uno che monta un mobile IKEA bendato dopo tre gin tonic. Mercato? Sembra fatto lanciando le figurine Panini dal balcone e prendendo quelle rimaste attaccate alla siepe. Allenatori cambiati come password del Wi-Fi. Idee tattiche? Misteriose come il terzo segreto di Fatima. E i giocatori… mamma mia i giocatori. C’è gente che corre meno del cursore buffering quando hai internet scarso. Alcuni sembrano convocati tramite concorso comunale. Altri entrano in campo con la stessa intensità di uno che va alla posta il lunedì mattina. Difesa horror: ogni cross avversario è un documentario di National Geographic sulla sopravvivenza nella savana. Centrocampo: reparto scomparso, chi l’ha visto? Attacco: più sterile di un deserto nucleare. Ci sono calciatori che appena ricevono palla sembrano vittime di un esperimento sociale: “Vediamo quante decisioni sbagliate consecutive può prendere un essere umano”. Capitolo personalità: una squadra con la cattiveria agonistica di un gruppo di ragazzi in gita scolastica al museo delle porcellane. E noi tifosi sempre lì. Fedeli. Presenti. Stoici. Ormai guardiamo le partite come si guarda un incidente stradale al rallentatore: sai che finirà male, ma non riesci a distogliere lo sguardo. La cosa incredibile è che ogni settimana riescono a superarsi. Pensavi di aver toccato il fondo? No. Loro scavano. Con entusiasmo. Ma almeno una nota positiva c’è: questa squadra sta unendo generazioni diverse di juventini sotto un unico sentimento comune: l’esaurimento nervoso. Fino alla fine, sì. Ma qualcuno controlli dove sia “la fine”, perché qui sembra una serie Netflix rinnovata contro ogni logica.
  16. Juventus_addicted

    Xabi Alonso nuovo allenatore del Chelsea

    Comunque staranno pure sul *, ma negli ultimi 15 anni hanno vinto 2 Champions, 2 UEFA, un mondiale per club, una Conference, più qualcosa in casa loro. Mi sento di poter dire che se avessimo vinto le stesse cose, non sarei così dispiaciuto. Xabi è un ottimo allenatore, farà bene
  17. Juventus_addicted

    Imparare ad essere popolo

    Più che cercare di non foraggiare chi ci odia, nel mio piccolo posso fare poche altre cose. Da sempre ho speso un bel po' di soldi per biglietti allo stadio e merchandising, anche se la società mi tratta come un cliente da spennare e non come un innamorato da coccolare. A volte litigo con i coglionazzi che ci insultano, anche se poi mi rendo conto che non ne vale proprio la pena. Una soluzione concreta? Dico la mia: Curva, club ufficiali e tifosi sparsi devono tornare a parlarsi. Preparare iniziative coordinate: striscioni, comunicati, coreografie, presenza mediatica. Contestare con intelligenza, non con sceneggiate che diventano caricature televisive. Pretendere dalla società una comunicazione forte, continua, non il silenzio istituzionale che spesso sembra rassegnazione. Difendere la Juve con dati, memoria storica e compattezza, non con l’isteria. Perché il problema vero è che negli ultimi anni siamo diventati reattivi: rispondiamo sempre dopo. Un popolo vero detta il tono, non lo subisce. E poi bisogna ricostruire l’orgoglio juventino nelle nuove generazioni. Molti ragazzi oggi conoscono più meme sulla Juve che la storia della Juve. Devono sapere cosa significano Boniperti, Scirea, Platini, Del Piero. Devono capire perché quella maglia pesa più delle altre. La Juve non morirà per un torto arbitrale o per una campagna mediatica. La Juve muore solo se il suo popolo smette di riconoscersi. Quindi sì: meno piagnisteo social e più presenza reale. Meno divisioni interne. Meno ricerca del colpevole del giorno. Più coscienza collettiva. Perché la vera forza della Juventus, storicamente, non è mai stata urlare “contro tutti”. È stata restare in piedi mentre tutti provavano a buttarla giù.
  18. Bellissimo articolo, mi riconcilia con questo mondo difficile. Dunque: sembra che i due abbiano litigato di brutto per... la scelta del terzo portiere!? Che cambiamento in casa dei meravigliosi: dalle Grandi Strategie Geopolitiche alla scelta di chi deve scaldare la panchina in Coppa Italia. Volano stracci veri. Ibra si è offeso così tanto che ora non va più a Milanello, preferisce fare il fantasma direttamente sulle tribune di San Siro. Roba da asilo Mariuccia. Ma il capolavoro della commedia deve ancora arrivare. Chi c’è dietro le quinte a suggerire le tattiche? Antonio Cassano! Sì, esatto, Fantantonio, il critico letterario del calcio moderno. Ibra lo chiama, prende appunti e poi telefona a Leao e Fofana per spiegargli come si gioca. Vi immaginate Ibra che spiega il calcio con i foglietti di Cassano? Infatti pare che Leao non ci stia capendo più un * di niente (non che prima fosse un fulmine di guerra tattico, intendiamoci). Max giustamente si è rotto le scatole: va bene il corto muso, va bene la gestione, ma subire il catechismo tattico da Cassano tramite Ibra è troppo anche per lui. La perla finale? Malagò lo vorrebbe sulla panchina della Nazionale. Il ruolo perfetto per lui: zero allenamenti quotidiani, solo gestione dei campioni (ehm, si fa per dire ) e una bella ippica ogni tanto tra una convocazione e l'altra. Prepariamo i fazzoletti per il grande addio, si scrive Milan, si legge Beautiful!
  19. In attesa di capire dove porterà l'ennesimo faldone su Rocchi, gli arbitri e i soliti noti, non posso fare a meno di notare che proprio in questi giorni ricorre il ventennale di quello che è stato, a tutti gli effetti, uno dei più grandi scandali della storia repubblicana. Non lo "scandalo" che la stampa di regime ci ha propinato per anni, ma quello di un sistema che ha partorito un vero e proprio aborto giuridico: un accanimento scientifico, una caccia alle streghe mirata a colpire un unico obiettivo, la Juventus. È nostro dovere non dimenticare. E dobbiamo chiederci seriamente se, davanti all'ennesimo obbrobrio di doppiopesismo della giustizia sportiva, abbia ancora senso appassionarsi a questo sport o se non sia meglio voltare le spalle a questa farsa, ormai ridotta a un wrestling recitato a tavolino. Vent’anni dopo. Noi ricordiamo Vent’anni fa, in poche settimane, provarono a riscrivere la storia della Juventus. Vent’anni fa, senza attendere la fine delle indagini, senza concedere il tempo della difesa, senza garantire equilibrio, una sentenza morale arrivò prima di qualsiasi verdetto ufficiale. Vent’anni fa nacque una delle fratture più profonde tra il calcio italiano e milioni di tifosi. Era l’inizio di maggio 2006 quando le prime indiscrezioni iniziarono a riempire le prime pagine dei giornali. Intercettazioni. Telefonate. Frasi spezzate, decontestualizzate, trasformate in titoli gridati. Nel giro di pochi giorni la Juventus venne dipinta come il male assoluto, il centro unico di un sistema che improvvisamente aveva un solo volto e un solo colore. Prima ancora che qualcuno potesse leggere le carte, la condanna era già stata emessa dall’opinione pubblica. Il massacro mediatico fu totale. Quotidiani, talk show, commentatori. Tutti allineati. Le intercettazioni complete non vennero mai raccontate fino in fondo. Quelle che ridimensionavano il quadro restarono sullo sfondo. Difendersi era impossibile, perché chi chiedeva equilibrio veniva subito accusato di voler negare l’evidenza. In realtà, l’evidenza era già stata costruita. Quando arrivò l’estate, il clima era ormai irrecuperabile. Il campionato era finito. La Juventus aveva vinto sul campo. Ma a fine giugno partì un processo sportivo rapidissimo, compresso, figlio di un’urgenza che aveva più a che fare con l’immagine che con la giustizia. In poche settimane si decise il destino di un club centenario. Il 14 luglio 2006 resta una data scolpita nella memoria di ogni juventino. Retrocessione in Serie B. Penalizzazione devastante. Revoca dello scudetto 2004 2005. Cancellazione di quello 2005 2006, poi assegnato d’ufficio. Non una sanzione come le altre, ma una punizione esemplare, pensata per colpire l’identità prima ancora dei risultati. Altre società erano coinvolte. Alcune in modo diretto. Altre in maniera meno evidente. Ma le pene non furono le stesse. C’è chi rimase in Serie A. C’è chi continuò a fare le coppe. C’è chi uscì quasi indenne. Per molti tifosi juventini la sensazione non è mai stata quella di voler ripulire davvero un sistema marcio, ma piuttosto di colpire solo la Juventus lasciando inalterato tutto il resto. È da lì che nasce la percezione di un’ingiustizia che non si è mai spenta. Un processo dove le intercettazioni non avrebbero potuto essere utilizzate, con l'abolizione di un grado di giudizio, poco tempo per esaminare le prove, nessuna possibilità di chiamare testimoni e produrre prove a discapito. Un procedimento che ancora oggi grida vendetta. Il 25 luglio la penalizzazione venne ridotta, ma nulla cambiò nella sostanza. La Juventus andò in Serie B. I titoli rimasero revocati. Il messaggio era ormai stato lanciato e il danno irreversibile. Eppure, proprio da quella ferita nacque qualcosa che nessuna sentenza avrebbe potuto cancellare. L’orgoglio. Giocatori che scelsero di restare quando sarebbe stato più facile scappare. Del Piero. Buffon. Camoranesi, Nedved. Trezeguet. Una tifoseria che non ha mai abbandonato. Stadi pieni anche in Serie B. Una risposta che non fu vittimismo, ma identità. A vent’anni di distanza non chiediamo di riscrivere la storia. Chiediamo di ricordarla tutta. Il processo mediatico. L’impossibilità di difesa. Le intercettazioni ignorate. Le disparità di trattamento. Le sentenze emesse in un clima già avvelenato. Perché Calciopoli non è stato solo un procedimento sportivo. È stato uno spartiacque che ha cambiato per sempre il rapporto tra la Juventus, i suoi tifosi e il sistema calcio. Noi c’eravamo. Noi ricordiamo. E non smetteremo mai di parlarne. Fino alla fine. Sempre.
  20. “Stiamo bene, in questo momento bisogna essere tutti da 10.” Sì, infatti si vede: sembrate tutti da 10: in pagella di educazione fisica alle medie, quando bastava presentarsi in tuta. “Sappiamo cosa ci giochiamo” Sì, purtroppo lo sappiamo anche noi: la dignità, partita dopo partita. “non ci possono essere alibi relativi alle condizioni fisiche.” Tranquillo Manu, ormai abbiamo superato pure quelli: siete stanchi mentalmente prima ancora che fisicamente. “Tutte le partite a questo punto della stagione sono difficili.” Per voi pure quelle contro squadre retrocesse da mesi sembrano la finale dei Mondiali. “Non ci sono alibi, non ci sono scuse” Perfetto, allora iniziate a vincere invece di ripetere sempre le stesse frasi dopo ogni pareggio imbarazzante. “Siamo la Juventus e per andare in Champions League devi vincere.” Ma va?! Grazie per la rivelazione mistica. Alla Juventus dovrebbero appendere questa frase nello spogliatoio, magari qualcuno capisce il concetto. “Sappiamo che dipende tutto da noi.” Ed è proprio questo che preoccupa. “Quanto mi dispiace per quel giallo? Tantissimo.” A noi dispiace di più per 90 minuti di passaggi all’indietro, ma ognuno ha le sue priorità. “Mi sono arrabbiato” Ah, quindi ogni tanto provate delle emozioni! Pensavo foste impostati su modalità risparmio energetico. “Io di solito non parlo di arbitri e non mi piace” Classico preambolo prima di parlarne per 3 minuti. “ma non può darmi quel giallo lì.” Certo, l’arbitro è il problema. Non il fatto che giochiamo come se il pallone scottasse. “Io ero nervoso e per questo ho sbagliato” Noi siamo nervosi da agosto, ma almeno non andiamo in campo a fare il compitino. “Però non simulo: con il Var non si può simulare” Vero, ma si può tranquillamente non incidere mai sulla partita, quello sì. “non ha senso darmi quel giallo.” Sai cosa non ha senso? Una squadra che ogni anno dice “dipende da noi” e poi dipende sempre dagli altri. In sintesi: belle parole, zero sostanza. Ormai le interviste sono più prevedibili dei passaggi orizzontali a centrocampo. Buonanotte
  21. Juventus_addicted

    Buon 5 Maggio

    5 maggio 2002: l’estasi pura. Chi se lo scorda? Venivamo da due anni di veleni, tra l'acquitrino di Perugia e i cambi di regolamento pro-Roma. Il clima era tossico, la stampa già apparecchiava la tavola per i piangina nerazzurri e noi sembravamo destinati all'ennesimo boccone amaro. Persino i laziali pregavano i loro di scansarsi pur di non far vincere la Roma! Io quel giorno ero in modalità "blackout"': tappato in casa col terrore di sentire i clacson di quelli là. La mia ragazza, santa donna, capisce l'antifona (anche perché il mio umore era ai minimi storici per qualsiasi attività...) e mette su un DVD. Non ricordo un solo fotogramma di quel film, avevo il cuore che batteva a ritmo di Udine. Poi, verso la fine, lei fa: "Vabbè, vediamo com’è finita". Accendo con le mani che tremano e... BOOM. La prima immagine? Il Fenomenopanzone in lacrime e le facce incredule di una dirigenza rimasta col buffet pronto e lo spumante sgasato. 4-2 all’Olimpico, 0-2 a Udine. Ho sollevato la mia lei così in alto che quasi toccava il soffitto. Da fantasma che ero, sono tornato a splendere. Una goduria che ancora oggi mi scalda l'anima! Passare dall'inferno al paradiso in 90 minuti: questa è l'essenza della nostra superiorità. Godo ancora oggi.
  22. Juventus_addicted

    Quand’è che ci siamo abituati alla mediocrità?

    Capisco il senso del tuo sfogo, ma ti rispondo da una posizione un po’ diversa. Io, per esempio, tutta questa revisione al ribasso del passato non l’ho mai fatta. Gente come Higuain, Mandzukic, Szczesny, Pjanic, ecc., per me erano il meglio che potessimo avere in quel momento storico. Non li ho massacrati allora e non sento il bisogno di rivalutarli oggi per forza: erano giocatori forti, punto. Detto questo, non mi riconosco nemmeno nell’idea che ci siamo abituati o rassegnati. Io, sinceramente, sono tutt’altro che apatico: sono incazzato. Perché una cosa è attraversare un ciclo meno vincente, un’altra è vedere mancanza di reazione, di carattere, di identità; sia in campo che fuori. Quello che mi pesa davvero non è solo perdere, ma come si perde. E soprattutto vedere gli altri (magari anche i peggiori avversari) vincere con fame e convinzione, mentre noi sembriamo molli, senza direzione. È lì che scatta la frustrazione. Sul “quando è iniziata la metamorfosi”, secondo me non è stato un momento preciso, ma una serie di scelte sbagliate sommate nel tempo: dirigenza instabile, progetto tecnico poco chiaro, cambi continui senza una visione forte. E alla lunga questo si riflette anche su noi tifosi, che cerchiamo appigli dove possiamo. Però no, non sono rassegnato. Anzi. Se mai, ho ancora meno pazienza di prima. E sì, la tentazione di andare a Torino a prenderli metaforicamente a legnate sui genöcc viene, proprio perché da questa squadra mi aspetto molto di più. Tornare a essere la Juventus? Possibile sì, ma solo se si riparte da cose semplici e dure: competenza, responsabilità e mentalità. Senza quelle, nessun singolo giocatore, per quanto forte, ti rimette in piedi davvero.
  23. Capisco il senso della tua provocazione, ma secondo me stiamo mescolando due piani diversi. Cristiano Ronaldo è arrivato in una Juve che era già una macchina quasi perfetta: squadra dominante in Italia, struttura solida, rosa piena di giocatori nel loro top (per lo meno negli 11). In quel contesto, non serviva “rifondare” spendendo 500 milioni in un colpo solo, ma aggiungere ogni anno 1–2 tasselli di altissimo livello per fare l’ultimo salto in Europa. Ed è proprio lì che, col senno di poi, qualcosa si è inceppato. Il mio discorso infatti non era su quell’estate, ma su come sono stati spesi i soldi negli ultimi 4–5 anni. Perché se guardiamo i numeri, il problema non è “quanto” si è speso, ma "come": -Douglas Luiz circa 50 milioni -Koopmeiners circa 60 milioni -Vlahovic oltre 80 milioni (più ingaggio pesantissimo) -Chiesa circa 60 milioni complessivi -Bremer circa 40 milioni (nonostante l'infortunio, l'unico che mi ha soddisfatto). -Openda non lo nomino perché ho appena finito di mangiare, e non voglio rivedere la paella -operazioni minori ma comunque onerose tra prestiti, commissioni e stipendi fuori scala Alcuni sono buoni giocatori, altri discreti, altri ancora incognite; ma quanti di questi sono davvero top europei che ti spostano il livello come fanno i giocatori di PSG o Bayern? Questo è il punto: PSG e Bayern spendono tanto, sì, ma sbagliano meno profili e costruiscono rose coerenti, con età media equilibrata e talento vero. Non è solo una questione di giovani vs esperti, è proprio qualità delle scelte. Quindi più che dire “servono over 30 di leadership”, io direi: serve tornare a selezionare meglio, avere una visione tecnica chiara e smettere di investire cifre da top club su giocatori che top non sono. Perché i 400–500 milioni, alla fine, anche la Juve li ha mossi. Solo che li ha spesi male
  24. Il bello dell'IA è la velocità: confronta decine di siti in un attimo, risparmiandoci una fatica enorme. Ho fatto una prova chiedendo i costi delle formazioni di ieri sera: il PSG ha messo in campo oltre 500 milioni, il Bayern circa 400. Vedendo queste cifre, mi viene il dubbio (eufemismo) che la Juve abbia sprecato tantissimi soldi in questi anni per giocatori mediocri. È amaro ammetterlo, ma il vero problema è stato la mancanza di competenza
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