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Juventus_addicted

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  1. D'accordo sull'avere pazienza, ridicolo criticare dopo così poche partite. Certo ci si aspetterebbe qualche progresso, ma al momento anche i troppi infortuni condizionano la stagione. Dal mio punto di vista la paura maggiore, per gli anni a venire, è quella di avere una squadra che vivacchi nel medio alto anonimato: con giovani di belle speranze usati prevalentemente per far cassa e scarponi spacciati come campioni, anche Guardiola e Klopp non vincerebbero una mazza.
  2. Speriamo sia il punto di svolta, la nascita di un grande giocatore, il fuoriclasse che ci guidi verso i grandi trionfi. Mammaliturchi
  3. non conosco le cifre; non so quindi quante magliette delle 3 maggiiori squadre italiane vengano vendute negli States. Credo comunque poche, a prescindere. Forse meglio puntare al mercato asiatico. Ma francamente sono troppo contrariato per farne un un'analisi delle vendite Giusto. Ed io infatti sarei disposto a spendere ogni anno la giusta cifra per una maglia che mantenga viva la tradizione. Francamente quelle con inserti rosa o gialli, a zigzag, a Palio di Siena, fanno male allo stomaco.
  4. Definizione merchandising: L'insieme delle attività dirette a promuovere un prodotto quando questo ha raggiunto il punto di vendita. Ci si chiede: ma chi è che ha il coraggio di pubblicizzare cotanta schifezza? E soprattutto: ma quante pensano di venderne? Comincio a pensare che sia in atto una campagna di sabotaggio interna. Ma * Santo, cosa ci vuole a farne una così? Semplice, senza fronzoli, bianconera e juventina. "Mandiamoli in pensione i direttori artistici" diceva un grande cantante; io queste menti eccelse le manderei in miniera
  5. Non solo. Vuole far intendere che senza rigore non l'avremmo mai sbloccata. Pazienza se domini il match, chissenefrega se tiri in porta 50 volte contro un paio di conclusioni degli avversari, quello che negli anni hanno fatto passare come dogma assoluto è che la Juventus sia la squadra più beneficiata dai calci di rigore, in termini numerici ed in termini di assegnazione in momenti topici della partita. Mai nessuno che tiri fuori una statistica, semplici numeri che possano confutare questa tesi. Io l'ho fatta, questa statistica. 30 anni di rigori (dall'avvento della Triade, per intenderci) alle 6 squadre principali. Ed i numeri raccontano una storia molto diversa da quello che vogliono farci vedere. Mistificazione della realtà: siamo in Corea del Nord
  6. Non solo battutine, meglio rinfrescare la memoria (anche a me stesso, nel caso che i media classici si dimenticassero di scriverlo): 2017 - Caso Bagarinaggio Juventus A marzo 2017 scoppia il caso sui rapporti tra alcuni dirigenti della società calcistica Juventus, tra cui Andrea Agnelli ed esponenti della 'ndrangheta piemontese (i Pesce), in particolare Rocco Dominello che è stato anche capo-ultra del gruppo "I drughi", per la vendita di biglietti per le partite di calcio attraverso la pratica del bagarinaggio. Nasce così una indagine sportiva della procura federale della FIGC. Il 30 giugno 2017 si conclude il processo Alto Piemonte in cui vengono condannati Saverio (ora dissociatosi dalla 'ndrangheta) e Rocco Dominello, con 12 anni e due mesi di carcere al primo e sette anni e nove mesi al secondo per aver fatto da intermediari all'attività di bagarinaggio delle partite della Juventus a Torino . Il 15 settembre riprende il processo sportivo della FIGC in cui sono accusati di aver commesso illeciti con gli ultra Andrea Agnelli, il security manager Alessandro d’Angelo, il responsabile della biglietteria Stefano Merulla e l’ex direttore commerciale Francesco Calvo. Andrea Agnelli viene condannato ad una squalifica di un anno, di cui sconta 3 mesi, fino a quando il 19 dicembre 2017 la corte federale d'appello della FIGC decide di far terminare la squalifica e lo obbliga a pagare 100.000 euro e sanziona la società Juventus per 600.000 euro. fonte: wikipedia Provo a ricordare, la "verità" raccontata dai giornali e dalle televisioni era grossomodo questa: la Juventus ha trattato con la ‘ndrangheta, esiste un’intercettazione che inchioda il presidente Agnelli dimostrando il suo coinvolgimento. L’intercettazione è stata riferita dall'allora procuratore della Figc, tale Giuseppe Pecoraro, addirittura di fronte alla commissione Antimafia. Costui (Pecoraro) fa riferimento ad una conversazione tra Agnelli e il capo della sicurezza della Juve, dove si parla di Dominiello e si dice che bisogna parlargli... Peccato che questa conversazione NON ESISTA! e chi lo dice? il Pecoraro stesso, ad aprile 2017, che di fronte a Rosy Bindi (presidente della commissione, che aveva chiesto conto a DIA e ROS delle registrazioni, ricevendo risposta negativa sula loro esitenza), cambia versione dicendo che non si è trattato di un testo di una conversazione ma di un’“interpretazione” data dai pm. PM che successivamente controbatte che "non esiste nessuna interpretazione". Come finisce? Che Pecoraro affermi che comunque non sia da escludere una conoscenza da parte di Agnelli del Dominiello, e che la Bindi dica che "le mafie arrivano persino a toccare la Juventus". Dello sputtanamento, del fango, della gogna in fondo a chi gliene frega? stiamo parlando di quei delinquenti juventini.... E a livello sportivo? si è proseguito ugualmente, condannando Agnelli (come ho riportato più sopra) per aver intrattenuto rapporti con i tifosi favorendo il bagarinaggio di biglietti e violando il codice di giustizia sportiva. Accusa per altro non contestata dalla Società, spiegando che si trattava di rapporti per lo più finalizzati alla tutela dell'ordine pubblico all'interno dello stadio. Viene il voltastomaco a ricordare, poi vennero anche il caso Suarez, dove volevano condannarci per la vicenda di un calciatore che non aveva e non avrebbe mai indossato la casacca bianconera, e le plusvalenze, dove invece colpirono molto bene il bersaglio. E qui dentro c'è ancora chi dice che non siamo sotto perenne attacco... un saluto
  7. Juventus_addicted

    I 70 anni di una leggenda bianconera: Marco Tardelli

    Forse in giornata verrò smentito, ma trovo incredibile che la nostra Società, così tanto attenta alle comunicazioni social, non abbia ancora fatto gli Auguri ad una leggenda Juventina. Potrà persino risultare antipatico quando lo si ascolta in televisione, ci saranno state incomprensioni, ma è indubbio che abbia scritto pagine importanti della nostra Storia, senza dimenticare il Mondiale da protagonista nel 1982. Si fanno gli Auguri a meteore e fuggiaschi, ci si dimentica di chi ha vinto questo: Campionato italiano: 5 Coppa Italia: 2 Coppa UEFA: 1 Coppa delle Coppe: 1 Supercoppa UEFA: 1 Coppa dei Campioni: 1 Colonna portante di uno dei più forti reparti centrali che abbia mai visto giocare, Auguri Marco Tardelli per i tuoi 70 anni! Vi riporto un bell'articolo tratto da "Storie di calcio": Capanne, paesino abbarbicato sulle Apuane, provincia di Lucca. Marco ci nasce nel 1954, e ci cresce, come ha più volte raccontato, «in serena povertà». Infanzia modesta eppure felice, padre operaio all’Anas, lui ultimo di quattro fratelli, tutti maschi, tutti innamorati di calcio. Oddio, a Marco preme soprattutto correre, dicono abbia l’atletica nel sangue. Ma si muove bene anche sui campi da calcio, non fosse per quel fisico esile, gracilino. Cinquantanove chili, quando arriva a Pisa. Nonostante tutto, il suo nome è finito sul bloc-notes di parecchi osservatori, e la società nerazzurra lo acquista per settantamila lire. Primi passi nelle giovanili, e un mestiere per consumare il tempo libero e mettere in tasca qualche lira: fa il cameriere in un ristorante-albergo a due passi da piazza dei Miracoli. Un’esperienza da ricordare anche più tardi, quando gli diranno che il calcio è gioia, ma anche sacrificio. «Io correvo molto, in campo, e la notte prima di una partita non chiudevo occhio, ero sempre in tensione. Niente, in confronto a quando correvo da un tavolo all’altro e mi spiegavano che col tempo mi sarebbero venuti anche i piedi piatti». Pisa è l’inizio dell’avventura, il debutto in C dal ’72 al ’74, le prime battaglie. Pisa è un posto da non lasciare mai più, nei pensieri del giovane Marco. Invece, a vent’anni, arriva la chiamata del Como, e il ragazzo parte per il primo viaggio importante lontano da casa. Ambientarsi è dura, e lo sarebbe ancor di più se non ci fosse qualcuno ad aiutarlo. Si chiama Pippo Marchioro, quel qualcuno. Più che un allenatore è un secondo padre. «Persona stupenda. Appena possibile, mi metteva sul treno e mi spediva dai miei, a casa. Così non cadevo preda della nostalgia». Como e Marchioro (ma anche Beltrami, “diesse” di raro acume) significano molto di più, dal punto di vista professionale: a vent’anni, Tardelli è un bel gioiellino da lanciare sui campi di Serie B, e lui non si fa pregare: quelle sue corse a perdifiato gli regaleranno un soprannome mai troppo amato, “Schizzo”, e un biglietto d’ingresso al grande circo del calcio che conta. A fine stagione il Como conquista la Serie A, Marco l’attenzione dei grandi club. Ed eccolo, il primo (breve) in contro. Marco e l’Inter si sfiorano, si accarezzano e improvvisa mente si perdono di vista. Succede, appunto, in quell’estate del ’75. Succede, per l’esattezza, che il presidente nerazzurro Fraizzoli si fa avanti, offrendo al Como ottocento milioni a rate per il pezzo pregiato. Cifra da astronomi, per l’epoca. Sembra fatta, c’è un accordo di massima. Ma di colpo lo scenario cambia: gli ottocento milioni nelle casse del Como ci entrano, ma arrivano da Boniperti, che si presenta davanti a Beltrami deciso a chiudere l’affare in quattro e quattr’otto. Col contante in valigia. Marco Tardelli, aspirante nerazzurro, si veste di bianconero. Della Juventus scriverà un pezzo di storia. Inizia alla corte di Carletto Parola, un anno dopo si ritrova tra le mani di Giovanni Trapattoni. Resterà a Torino dieci anni, quanto basta a riempire una bacheca di trofei, una carriera di attimi indimenticabili. Dentro il baule dei ricordi finiranno cin­que scudetti, una Coppa Uefa (vinta anche grazie a un suo gol nella partita di andata, a Torino, della finale contro l’Atletico Bilbao), una Coppa delle Coppe. Oltre a quella Coppa dei Campioni tanto attesa e poi altrettanto maledetta, quella gioia trasformatasi subito in dolore nella notte dannata dell’Heysel. Il primo anno bianconero Marco lo vive da difensore. Parola, dopo qualche turno di panchina, lo manda in campo sulla fascia sinistra. Un terzino fuori dalle regole, sempre proiettato verso l’area avversaria, caratteristica che in fondo aveva evidenziato anche a Como. È un anno amaro, un campionato perduto quando ormai sembrava vinto, e lo scudetto finisce sulle maglie dell’altra Torino, quella di fede granata. Ma Boniperti non si pente del suo acquisto. In campo, il giovane terzino d’attacco Tardelli è uno dei migliori. Al debutto in Serie A. si è guadagnato in fretta un posto da titolare strap­pandolo a Spinosi, uno del giro azzurro. Crescerà, con l’avvento del Trap. Diventerà un leader naturale, il prototipo del giocatore completo e moderno. Capace di destreggiarsi in qualunque ruolo, in qualunque zona del campo, senza perdere smalto, lucidità, continuità. Capace di marcare l’avversario aggredendolo, logorandolo, trasformandosi ogni volta da sorvegliante in sorvegliato speciale. Nella Juve del Trap, quella delle grandi conquiste, diventa centrocampista arretrato, e trova spesso anche la via della rete. I suoi compagni di reparto si chiamano Causio, Furino, Benetti. Probabilmente il centrocampo più forte della storia bianconera, un posto incantato dove convivono fantasia e grinta, tecnica e potenza. Arriva lo scudetto dei 51 punti, ne arrivano altri quattro. Quel centrocampo, escluso Furino, è lo stesso della Nazionale azzurra al Mondiale argentino del ’78. Quella Juve è il sogno dei tifosi, e Marco Tardelli ne diventa il simbolo. Lui e la sua impossibilità di essere normale, lui e la sua insonnia, lui e quelle urla di gioia che sono un rito e anticipano quello più forte, più acuto, più bello. Il rito che diventerà mito. Sette anni dopo quelle prime apparizioni in bianconero, Marco Tardelli è un’icona del calcio italiano. Il Mondiale di Spagna, nell’82, è la sua seconda volta, dopo l’avventura argentina. Ci arriva con un altro padre calcistico che gli segnerà la carriera di giocatore e, in seguito, quella di allenatore. Insomma, la vita. Enzo Bearzot costruisce intorno a sé un gruppo felice e vincente, nonostante la partenza difficile e quel silenzio-stampa che è difesa nei confronti del mondo fuori, ma che all’inizio non contribuisce a riscaldare i cuori e i rapporti. Ma il gruppo va avanti, i due “coyotes”, quelli che non dormono la notte, Tardelli e Conti insomma, sono tra i trascinatori in campo e fuori, e il “Vecio” trova tra le zolle dei campi di Spagna la pepita d’oro Paolo Rossi. Non è questione di fortuna: i risultati premiano le scelte di Bearzot, che si porta dietro giocatori eclettici, fedeli alla causa. In quei giorni Tardelli, che a ventott’anni sta vivendo gli anni della maturazione calcistica, probabilmente immagazzina nozioni che gli serviranno anche dopo aver chiuso la carriera di giocatore: «L’avventura in Spagna è stata fantastica. Quell’esperienza mi ha insegnato che un gruppo unito può superare qualunque difficoltà». Appunto. Il resto è tutto scritto in quella fotografia, un attimo consegnato alla storia: 11 luglio 1982, lo stadio Bernabeu stracolmo, quel passaggio illuminante del povero Scirea, il tiro che beffa Schumacher e che vale il 2-0, la corsa gridata, infinita. Destinata a resistere al tempo, come le mani alzate di Zoff che stringono la Coppa. L’urlo di Marco è l’urlo di uno del popolo, quello baciato dalla grazia che sta lì, in campo, a nome di tutti. Immortale anche per questo. Marco torna in Italia da campione del mondo, ed è sempre lui. Sanguigno, combattivo. Arriva da eroe, pochi mesi più tardi è già considerato un traditore della patria. Di quella bianconera, nel caso. È lui, insieme a Gentile e Furino, l’ispiratore del gran rifiuto di Casale. Boniperti propone il solito contratto pronto da firmare, i tre dicono no e chiedono l’adeguamento nei confronti di quelli dei campioni stranieri. Alla Juve, fino a quel momento, si firmava in bianco. Dalla tradizione alla rivoluzione. «Mai avuto niente contro i giocatori stranieri, mai stato razzista. A Boniperti chiesi semplicemente perché noi, campioni del mondo, dovevamo andare in campo e guadagnare la metà degli stranieri?». La difesa della buona scuola italiana. Ieri come oggi, da calciatore come da tecnico. Chiamiamola pure coerenza. Insomma, questa è la prima crepa in un rapporto che sembrava destinato a durare eternamente. Che va avanti, comunque, perché Marco in bianconero vince ancora tanto: la Coppa Italia dell’83, scudetto, Coppa delle Coppe e Supercoppa europea l’anno successivo, fino al giorno del grande trionfo e della grande tragedia, della prima Coppa dei Campioni bagnata nel sangue, della folle finale di Bruxelles nell’85. L’ultima stagione è quella delle incomprensioni con Giovanni Trapattoni. Il tecnico, che ne intuisce il naturale declino, lo vede meglio in un raggio d’azione circoscritto. Praticamente lo utilizza da terzino destro. Sono discussioni, come sempre succede quando si scontrano due personalità forti. Ammette, e non gli costa fatica: «Il tempo ti fa capire tante cose. Forse lui non sbagliò a tenermi arretrato: ero più vecchio, potevo risparmiarmi e inserirmi con maggiore lucidità». Marco e la Signora continueranno ad amarsi, ma si comportano da amanti traditi. Lui saluta senza polemiche, ma sentendosi, di fondo, incompreso. Chiude con 239 gettoni di presenza (e 35 reti) in maglia bianconera. Una leggenda. Il destino lo rimette sulla strada dell’Inter, con un contratto faraonico per l’epoca. Settecento milioni a stagione per due anni. Non è più l’Inter di Fraizzoli, che lo aveva tra le mani e se l’era lasciato sfuggire. E quella di Pellegrini, che vuole giocatori motivati e vincenti e fa follìe per Tardelli, ma anche per Marangon e Fanna. Che non vince nulla quell’anno con Castagner (poi rilevato da Corso) in panchina, né ci riuscirà con l’avvento di Trapattoni. Ecco, un altro scherzo del destino: Marco e il Trap ancora una volta insieme. Problemi? Mai, perché il vecchio maestro non è uno che serba rancore. Semmai è la sorte, improvvisamente nemica, a decidere il declino del campione. Nel primo anno nerazzurro del Trap, Tardelli incappa in una serie incredibile di contrattempi e infortuni. Si frattura addirittura entrambe le mani, in momenti diversi. E un momento delicato della carriera, e lui così abituato a combattere deve passarlo a maledire il desti no. Due stagioni a Milano, avarissime di risultati e gioie. Pochi ricordi buoni, su tutti la doppietta contro il Real Madrid nella semifinale di Coppa Uefa, nel l’aprile dell’86: un altro 3-1, come quello del Bernabeu, un’altra gioia seppur meno intensa. In mezzo, giorni da dimenticare, e alla fine della stagione ’86-87 un addio quasi obbligato. Pellegrini e il diesse Beltrami, lo scopritore del giovane Tardelli a Como, gli offrono un’altra stagione da trecento milioni, lui preferisce chiudere e sembra un addio al calcio giocato. Invece, ci sarà un’appendice. Lo chiamano dalla Svizzera, il San Gallo gli offre una maglia da titolare. Da quelle parti, a Losanna, c’è già un altro mito del calcio italiano e delle magiche notti di Spagna, Giancarlo Antognoni. Marco dice sì, si butta nell’avventura col solito impegno. Durerà poco. Contrasti col mediocre tecnico Markus Frei, che soffre una presenza così ingombrante nello spogliatoio, accelerano la fine della strana storia. Ma è soprattutto un problema di stimoli: «In fondo, è stato un anno divertente. Dovevo restare a San Gallo per due stagioni, ma a un certo punto mi sono accorto che avevo sempre la stessa voglia di allenarmi, ma non più quella di scendere in campo alla domenica. E allora ho detto basta». Ha trentaquattro anni, il calcio continua a provocargli insonnia e angosce, ma è lui il primo a sapere che il calcio non può che continuare a essere la sua vita. Dopo il ritiro dal calcio giocato inizia per lui la carriera di allenatore: Italia Under 16, poi Como, Cesena e dal 1997 Commissario Tecnico dell’Italia Under 21, con la quale diventa campione d’Europa nel 2000. Passato come allenatore dell’Inter nella stagione 2000-2001, da quel momento inizia per lui un momento sfortunato: esonerato alla fine della stagione a causa dei pessimi risultati ottenuti dalla squadra milanese (perse tra l’altro 6-0 col Milan in campionato e 6-1 col Parma in Coppa Italia). Stessa negativa sorte ebbero le esperienze con Bari, Egitto ed Arezzo. Nel giugno 2006 ritorno “all’ovile”: entra nel CDA della Juventus sulla lunga onda del rinnovamento imposto dalla vicenda di Calciopoli, ma si dimette dopo esattamente un anno a causa di opinioni discordanti con la dirigenza bianconera. Nel 2008 colpo di scena: ancora il Trap sulla strada di Tardelli: Giovanni gli offre il ruolo di vice-allenatore della nazionale dell’Irlanda, con l’obiettivo di riportare in alto il calcio irlandese, esperienza durata fino al 2013.
  8. Juventus_addicted

    I 70 anni di una leggenda bianconera: Marco Tardelli

    A ben pensarci, facendo le debite proporzioni, viene da ridere (o meglio ancora, da piangere) a pensare come siano cambiati i rapporti di forza tra giocatori e società. Un tempo Boniperti si poteva permettere di far firmare i contratti in bianco ai propri tesserati, donandogli certo fama ed immortalità, e sicuramente non facendoli morire di fame. Erano pagati bene, ma non in maniera spropositata. Oggi ci tocca tenere sul groppone modesti pedatori che guadagnano milioni di euro, pagando commissioni a faccendieri oscuri e procuratori dal dubbio background. Uno come Tardelli, nel calcio di oggi, quanto guadagnerebbe? Stipendio da TOP PLAYER sicuramente
  9. Juventus_addicted

    I 70 anni di una leggenda bianconera: Marco Tardelli

    Auguri anche a te!
  10. Juventus_addicted

    I 70 anni di una leggenda bianconera: Marco Tardelli

    Grazie diciamo che in tv, così come lo era in campo, non mi pare proprio un personaggio in cerca di "piacioneria". Per altro non ricordo nemmeno lodi sperticate durante i periodi migliori. Insomma, rude ma coerente. Proprio come piacciono a me.
  11. Il più pulito c'ha la rogna. Anzi, il più pulito è l'unico che viene penalizzato
  12. Baciamo le mani, don Vito. "Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare" Personaggio grottesco, degno rappresentante del nostro calcio. Se non ti stanno bene le cose, denunci. E non parli solo quando ti fa comodo.
  13. Juventus_addicted

    Ravezzani sul caos DAZN: "Le disdette juventine hanno pesato"

    Buongiorno a tutti. Ho una domanda per gli oltranzisti della disdetta, per i duri e puri del "zero euro al sistema marcio e corrotto". Gente che, a scanso di equivoci, mi vede più che volentieri schierato tra le proprie fila. Ma se (e quando) la nostra amata Juventus dovesse vincere il campionato, riterreste che sia tutto regolare? Tornereste giulivi ad abbonarvi? Sono anni che ho questo dubbio, questo conflitto interiore che assai mi disturba. Non si può sempre pensare che quando vince la Juve lo fa solo per manifesta superiorità. Bisogna avere un minimo di onestà intellettuale e coerenza verso se stessi. La Juve fa parte di un sistema, e temo che ne accetti le regole e i ricatti, anche se a me indigesti. Per questo, personalmente mi sono di molto allontanato dal calcio giocato. Permane la necessità di respirare aria di Juventus, ma la disaffezione verso il nostro campionato è un processo irreversibile. @garrison: il tuo topic sugli aumenti delle presenze allo stadio, benchè interessante, andrebbe ampliato e corretto facendo una comparazione con il periodo di dominio bianconero. Ho il dubbio che durante quei 9 anni molta gente tra gli avversari preferisse i pomeriggi all'Ikea.
  14. Juventus_addicted

    Gaetano Scirea, sempre nei nostri cuori

    Ciao fratello. Parole sante, le tue. Vorrei raccontare un aneddoto: era la stagione 88-89, la prima con Zoff allenatore e Gaetano suo secondo. Ero già grandicello, non avevo ancora finito le superiori. Mio papà decise di portarmi comunque a vedere gli allenamenti della Juve, che allora si svolgevano ancora al campo Combi. I giocatori, al termine della seduta, dovevano attraversare la strada per tornare negli spogliatoi del Comunale, sottoponendosi quindi al rito dell'assalto da parte dei tifosi in cerca di autografi. Per me era come essere nel luogo più bello del mondo, e giravo anch'io con il mio blocchetto e la penna. Tutti, dico tutti, scarabocchiarono improbabili geroglifici, chiedendo scusa per la fretta (a parte Altobelli, scuola inter, che anche se aveva ragione -un padre gli lanciò un pargolo in braccio per fargli la foto- disse bruscamente al malcapitato di darsi una mossa). Ma 2 persone, veri Uomini dall'animo gentile e generoso, si fermarono molto più a lungo per soddisfare le decine di tifosi. Ovviamente non c'è bisogno di dire chi erano, ma ti dico che conservo ancora la foto (per altro scentrata, non c'erano gli smartphone) mia con Gaetano e Dino, e rimpiango ogni giorno quel mondo che è profondamente cambiato, in peggio. Buona serata
  15. Juventus_addicted

    Gaetano Scirea, sempre nei nostri cuori

    e' vero, ogni anno qualcuno ripropone questo Topic. Ed è giusto, perchè è impossibile dimenticare quel giorno. Ce lo siamo detti più volte: la notizia data da Sandro Ciotti alla domenica sportiva, il pianto di Marco Tardelli, le successive e contrastanti emozioni di incredulità, sbigottimento, perdita, rimarranno per sempre indelebili. Sono passati 35 anni, un tempo lunghissimo, ma Gaetano rimarrà per sempre nel cuore di tutti noi. Vi propongo un bell'articolo tratto da "Storie di calcio": Il 3 settembre 1989, Gaetano Scirea moriva nel rogo di un auto, su un’anonima strada polacca, dopo aver visionato per la Juve il Gornik Zabrze. Era il campione che si raccontava nei lunghi silenzi, in quel sorriso impercettibile e semplice… 3settembre 1989, una domenica d’estate declinante e di calcio che rinasceva. Seconda giornata di campionato, spedito in orbita prima causa Mondiale. La Juventus che Zoff forgiò a sua immagine e somiglianza, silenziosa, umile, però severa eruppe in una fragorosa vittoria a Verona: 4-1 doppietta di Schillaci, Daniele Fortunato e Marocchi. Missione compiuta. Nel frattempo lontano, lungo la strada che unisce Varsavia a Cracovia, la città santa, Gaetano Scirea ex capitano, promosso aiutante in campo, tornava da una missione di cosiddetto “spionaggio”. Aveva visionato il Gornik Zabrze modesta squadra polacca che avrebbe affrontato la Juve in Coppa Uefa. Su una vecchia Fiat 125, insieme con gli orgogliosi dirigenti del club dei minatori, Gaetano non vedeva l’ora di tornare a casa dalla sua Mariella e Riccardo che l’aspettavano al mare, nella casa di Andora. Li aveva chiamati dalla Polonia all’ora di pranzo: «Vado a messa, stasera torno». E proprio nel momento di uno dei tanti trionfi juventini il destino s’impadronì della vita di quell’uomo buono. Un sorpasso azzardato, lo schianto frontale contro un furgone, poi il rogo innescato dalle taniche di benzina stipate nel bagagliaio. Così sulla dissestata strada di Skierniewice imprigionati dentro la bara di fuoco morirono Gaetano, l’autista e l’interprete si salvò solo il dirigente del Gornik sbalzato dall’auto in fiamme. Così calava un lugubre tramonto di quel giorno infame. Se i giorni vengono distinti fra loro la notte ha un solo nome. E sul far della notte la notizia deflagrò nel modo più crudele, annientò Mariella e Riccardo davanti alla tele visione e i giocatori della Juventus al rientro a Torino. Aspettavano il loro capitano per raccontargli di Verona… Tanti anni sono passati da quel giorno infame eppure la figura di Scirea continua a stagliarsi, esempio di grandezza. Gaetano è stato il campione infinito che Trapattoni definì «Leader con il saio» e Bearzot: «Giocatore unico, grandissimo, un angelo. Se mai c’è stato uno per cui bisognava ritirare la maglia quello era lui». Prima dell’avvento di Del Piero uno dei tre capitani massimi con Scirea e Boniperti, era stato lo juventino più juventino di sempre. Fedelissimo alla Signora le aveva regalato tutto in Italia, in Europa nel mondo. E in cima al mondo portò anche la Juvitalia, offrendo a Tardelli l’occasione dell’urlo nella notte magica di Madrid, 11 luglio 1982. E intanto gli anni continuano a passare da quel giorno infame che sottrasse alla vita, agli affetti, alla gente un grandissimo uomo prima ancora di immenso giocatore espressione inarrivabile dl ruolo ricoperto sul campo. Un posto dove un passero in una gabbia per aquile è libero. E Scirea libero grande è stato per davvero, più degli altri sommi perché lui ha saputo essere immenso difensore in difesa, grande centrocampista in mezzo, sofisticato attaccante in avanti. Gli altri, absit iniuria verbis, sapevano (tutt’al più) soltanto avanzare. Era il 1974 quando quel ragazzo cresciuto a silenzi e calcio dall’oratorio di Cernusco sul Naviglio eppoi nell’Atalanta amica si presentò al cospetto di Boniperti per raccogliere “l’eredità” di Saldavore che fu uno dei sommi. Gaetano entrò e non uscì più, prima compagno di Cuccureddu e Morini, due simpatici “tipacci”. Poi a comandare una difesa in cui comparivano “Monumento” Zoff, “Gheddafi” Gentile, “Carabina” Cabrini comparve lui il mite Gai. Già grandissimo, eppure chiedeva a chi (presumeva) ne sapesse più di lui se si poteva sganciare. Nel sabaudo rispetto dei ruoli. Come accadde in un derby che il Toro tremendista stava comandando e lui ribaltò con due gol di pura rabbia ed esultanza palesata, strana per lui così misurato. Sempre. Nel gesto atletico, nella forma, nel rispetto dell’avversario mai considerato nemico. Ligio, riconoscente rinunciò nel nome della juventinità a un importantissimo ruolo nella Roma. Quando sbocciò dalla Primavera eppoi nella prima squadra dell’Atalanta fu incoraggiato a far pressione sugli avversari, essere più cattivo: previo guiderdone. Mai Gaetano avrebbe derogato tant’è che terminò l’infinita carriera senza un’ammonizione. Gai e il Monumento vivevano in simbiosi. Zoff adottò subito quel ragazzo uomo intuendo di che pasta era fatto, dapprima baluardo, bastione, maestro d’eleganza al limitar dell’area eppoi in panchina con lui per continuare a percorrere la strada d’una calcio romantico destinato a perdersi. Gaetano e Dino parlavano con lo sguardo e bastavano i loro gesti solenni. Vivevano, diffondendolo, un fragoroso silenzio. E se la parola è una chiave, il silenzio è il grimaldello. Maledetto quel giorno: tre settembre millenovecentottantanove… Buona giornata a tutti
  16. Rispolvero questo topic perché scorrendo le notizie su Repubblica.it la mia attenzione è stata catturata da 2 nomi: Dossieraggi, Cantone chiede l’arresto di Laudati e Striano Il gip aveva detto no, ma la Procura di Perugia presenta ricorso. Udienza il 23 settembre Il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha chiesto nuovamente gli arresti domiciliari per l'ex sostituto procuratore Antonio Laudati, oggi in pensione, e per Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza e per anni di stanza alla Direzione investigativa antimafia, indagati nell'inchiesta sui dossieraggi confezionati attraverso presunti accessi non autorizzati alla banca dati della Direzione nazionale antimafia. Il gip di Perugia aveva rigettato l'istanza confermando gravi indizi di colpevolezza ma non le altre esigenze cautelari: secondo il giudice non sussistono pericoli di fuga, di reiterazione del reato (essendo uno in pensione e l’altro non più sul suo posto di lavoro) né di inquinamento delle prove. Cantone però la pensa diversamente e ha fatto appello. Il 23 settembre il Tribunale del riesame dovrà valutare la richiesta in un'udienza. Ovviamente nessun accenno al fatto che i nostri tesserati fossero illegalmente spiati, nessun collegamento con la parola Juventus. Una leggera disparità di trattamento con quei giorni, quando le notizie venivano confezionate in modo da far sembrare Agnelli & C non come vittime di dossieraggio illegale, ma come potenziali autori di crimini. Non mi meraviglio più di niente, ma auguro a quei signori ed ai giornalisti un intensissimo cagotto
  17. Juventus_addicted

    Perchè i grandi calciatori falliscono da allenatori?

    con tutto il rispetto, al fatto che sei troppo giovane oppure che non te li ricordi... attualmente mi vengono in mente Ancelotti e Guardiola, 2 grandi calciatori (a meno che tu non intenda fuoriclasse con il numero 10), il salentino (anch'egli grande calciatore, checchè se ne dica), il Mancio (che anche se mi stava sulle balle ha avuto un discreto successo), Simeone. se penso al passato, mi tornano in mente Capello e Liedholm. Probabilmente altri. buona serata
  18. Lo abbiamo visto con Acerbi che dava impunemente del negher a Juan Jesus, o con Barella che passa il tempo a protestare, ed in generale con il loro modo di essere schifosamente ipocriti. Ma non mi incazzo nemmeno più. Prego ogni giorno gli dei che gli si possa ritorcere tutto contro. Io non voglio batterli solo sul campo, li voglio vedere soffrire
  19. Aspetto di vederlo all'opera in partite ufficiali. Confesso che non lo conoscevo, sembra senz'altro un un'upgrade rispetto agli altri. Purtroppo da solo non può fare miracoli, persino il migliore Deschamps (a mio modesto avviso, anche se poco appariscente uno dei centrocampisti più forti che abbiamo avuto) avrebbe difficoltà a dirigere il traffico. Veramente incredibile la situazione attuale
  20. Chiedo solo una cosa: riportare entusiasmo. E se dovessimo partire ad handicap, TM sarebbe l'ultimo da incolpare: ad oggi rosa quantitativamente inferiore alla scorsa stagione, ma anche qualitativamente non mi pare granché.... per cui spero perlomeno di vedere gente con la voglia di onorare la maglia, e che ci renda orgogliosi. Forza Thiago, forza ragazzi, forza Juve.
  21. Juventus_addicted

    Seedorf racconta Del Piero: "Era disumano"

    Mi permetto di risponderti. La prima parte è "numericamente" vera, purtroppo. Troppe finali perse, bastavano un paio di vittorie in più e quel "pisciarci in testa" (come dici tu) non sarebbe così oltraggioso. Ma credimi, per me che ho viaggiato parecchio era motivo d'orgoglio sentire parlare anche all'estero con ammirazione e stima della nostra amata Juventus. Questo fino alla Grande Farsa, da allora le battutine si sprecano, con l'avvento dei social poi, ovvero con la globalizzazione nello sparare minchiate, la situazione è diventata imbarazzante, sconfortante. Una macchia indelebile, una marchiatura con il fuoco: imbroglioni. Quindi non sono di certo triste se il nostro movimento sprofonda nell'anonimato. Sulla seconda parte del tuo messaggio, sei ovviamente libero di pensarla come vuoi. Ma che i milanisti ci rispettino, è falso. Semplicemente stanno attraversando un periodo in cui non possono alzare troppo la cresta, i cartonati li surclassano, ma se dovessero competere con noi per la vittoria del campionato stai pure tranquillo che scatenerebbe tutto il loro squallido livore. Buona serata
  22. Non so quanto sia vera, mi sa tanto di semplice fotomontaggio. Ad ogni modo la speranza è che portino soldi veri. Il connubio con un'azienda perennemente sull'orlo del fallimento è inquietante
  23. Si corre il rischio di non venire pagati.... Trovata in rete:
  24. Juventus_addicted

    C'era una volta il fuoriclasse juventino

    Tu ci scherzi, ma recentemente ho fatto un calcolo: è alla Juventus dal 17-18, con una parentesi di una stagione a Lione; presenze ufficiali 117, minuti giocati 7821. Non so quanto fosse il compenso, ma con uno stipendio di 2 milioni all'anno (probabilmente i primi anni prendeva anche di più) significa che questo signore ha preso circa 1500 € al minuto; stipendio da numero 10 TOP
  25. Juventus_addicted

    C'era una volta il fuoriclasse juventino

    Io mi affezionavo maggiormente ai giocatori con le palle. Gente che sbranava l'avversario. Mancano pure quelli. PS: beato l'autore del Topic che è talmente giovane da seguire la Juve dal 90. Ci sono però state Juventus vincenti anche senza un "10" fuoriclasse. Ricordo quella di Zoff e (seppur più sfocatamente) quella del Trap (Bilbao)
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