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  1. Apro una nuova discussione perché non saprei dove inserire quello che ho scritto. Accetterò ben volentieri qualsiasi critica, correzione o integrazione. Per prima cosa ammetto di essere stato, fino a poco tempo fa, quasi completamente ignorante riguardo al calcio femminile. Seguivo solo, per curiosità storico/statistica la Uefa Women’s Champions League e poco altro. Una delle prime partite che ho visto, in streaming, è stata la finale del 2010 persa dal Lione ai rigori contro il Turbine Potsdam. Senza ragione ho tifato Potsdam. Non so perché ma parlando di portieri la Sarholz mi stava simpatica e la Bouhaddi no, ma tant’è… Nel 2011, complice la trasmissione in TV, ho seguito il Mondiale vinto dalle “Nadeshiko” giapponesi contro ogni pronostico. Un’altra bella favola di sport. Poi ho scoperto che anche in Sudamerica organizzavano la Copa Libertadores femminile. Per ultimo ho cercato di documentarmi sul calcio femminile italiano. E quando ho letto della creazione della Juventus Women la curiosità non ha più avuto limiti. Sono andato a studiarmi albi d’oro, storia, e tutto ciò che riuscivo a trovare. Premesso questo volevo fare alcune considerazioni: il fatto che la nostra Società abbia finalmente deciso di creare un team femminile, di supportarlo nel migliore dei modi e di dargli la maggior visibilità possibile non può che essere di aiuto a tutto il movimento. In Francia il calcio femminile fino al 1975 era praticamente vietato. Idem in Germania (!) fino al 1970. Ora sono nazioni leader in questo sport (lasciamo stare gli Stati Uniti, che in questo caso sono un mondo a parte), quindi significa che una corretta politica di sviluppo, programmazione e sostegno del calcio femminile possono condurre nel giro di una generazione ad un cambiamento epocale. Il problema, da noi, è che le atlete sono, per legge, dilettanti. Con tutti i limiti che questo comporta. Per rifarmi sempre alla Francia, là hanno ottenuto nel 2009 lo status di professioniste. In Germania mi sembra siano professioniste dal 1998. Come diceva giustamente qualcuno: “Non è semplice ingaggiare, in Italia, delle calciatrici straniere che nel loro paese usufruiscono dello stato (e di tutti i vantaggi) dell’essere pro”. Oltretutto qui da noi le squadre femminili sono state quasi sempre sostenute non da società di calcio (forse faceva eccezione il Milan) che avevano già una squadra maschile ma da sponsor che accettavano di “imbarcarsi” in una scommessa. Sono emblematici questi casi: la Falchi Astro Montecatini vince il campionato nel 1975. L’anno dopo rinuncia ad iscriversi alla Serie A e disputa la Serie B. La Diadora Valdobbiadene vince il campionato nel 1977. L’anno dopo si è ritirata a calendario già compilato. La Reggiana vince il campionato nel 1992-93. L’anno dopo rinuncia ad iscriversi alla Serie A. La Foroni Verona vince il campionato nel 2003-04. L’anno dopo ha rinunciato a iscriversi alla Serie A e si è sciolto. In campo maschile una cosa del genere sarebbe stata un’eccezione: la squadra campione che l’anno successivo non può più sostenere l’impegno di un torneo. In campo femminile, invece, viene accettata come una triste realtà. Ma ritornando alla bella realtà delle nostre ragazze mi domando una cosa: è vero che abbiamo saccheggiato altre squadre accaparrandoci molte delle migliori italiane in circolazione e che in questo momento un terzo circa della Nazionale è formata da nostre giocatrici, ma in confronto all’estero come siamo messi? La FIFA ci dà come diciassettesimi nel ranking mondiale e l’UEFA settimi in Europa, il che, data la nostra realtà non è poi così male. E si potrà migliorare. E a livello di club? Nella mia quasi nulla competenza mi sembra che fino ad ora le nostre ragazze stiano compiendo un qualche cosa di incredibile. Una squadra assemblata quest’estate, che sta dominando il campionato concedendo praticamente nulla alle avversarie. Quanto è dovuto alla nostra forza e a tutto ciò che sta mettendo in campo la società (in termini finanziari e organizzativi) e quanto ai limiti delle altre? Mi piacerebbe capirlo. Un test indicativo sarebbe potersi misurare in Europa, ma, se tutto va come speriamo tutti, questo potremo farlo solo l’anno prossimo. O meglio, affinando la domanda: quanto tempo ci vorrà per poter gareggiare con i top team esteri non dico vincendo, ma almeno senza sfigurare? Ultimamente in Champions la Fiorentina è uscita agli ottavi per 0-4 e 3-3 contro il Volfsburg che è una delle migliori squadre d’Europa e il Brescia ha subito un 2-3 in casa e un 6-0 in Francia contro il Montpellier, che in questo momento è terzo in campionato dietro il Lione e il PSG (mamma mia…). Ecco, un esempio da tenere fortemente in considerazione è proprio il Lione (Olympique Lyonnais, per la precisione). Fondato negli anni ’70 come sezione femminile del FC Lyon è stato assorbito nel 2004 dall’Olympique Lyonnais. E da lì è iniziata l’era “moderna” del Lione femminile che l’ha portata ad essere una delle squadre (se non la squadra) femminili più forti al mondo. Basta dire che dal 2006-2007 ad oggi ha vinto undici campionati consecutivi, sette coppe di Francia (le ultime sei consecutive) e quattro Champions. Oltre un mondiale per club nel 2012 (l’unico a cui abbia partecipato, organizzato dai soliti giapponesi per tre edizioni dal 2012 al 2014, e non riconosciuto dalla Fifa che sta pensando ad organizzarne uno con tutti i crismi dell’ufficialità). Tornando al campionato francese, il Lione ha numeri da paura: per cinque volte, di cui tre consecutive, ha terminato il campionato imbattuta e per tre volte ha vinto 22 partite su 22. Negli ultimi otto campionati ha segnato 910 goal subendone solo 53. In otto anni! E, in percentuale, il cammino in Champions è simile. Bisognerebbe chiedere alla nostra Sara Gama cosa vuol dire gareggiare ai massimi livelli in Europa: infatti, nella stagione 2014-2015 giocava nel Paris SG, squadra che agli ottavi di Champions eliminò proprio il Lione e che arrivò fino alla finale persa per 2-1 contro il Frankfurt. In quella finale Sara non giocò, rimanendo in panchina. Comunque almeno lei ha provato cosa vuol dire arrivare ad un passo dalla vittoria in Europa. Quello che spero è che il progetto Juventus Women prosegua negli anni in crescendo, con una programmazione mirata, costruendo attorno ad uno zoccolo primario una squadra solida, unita e vincente. Certo qualcuna ci saluterà, qualcuna farà un’altra scelta di vita, altre arriveranno. L’importante è che tutte siano fiere di indossare questa maglia e diano tutto per essa. Mi piace immaginare, fra tanti anni, una bimba che chiede: “Nonna, mi racconti ancora di quando hai vinto il primo campionato con la maglia della Juventus?”.
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