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  1. Inanzitutto non rimprovero nulla ai ragazzi che hanno dato tutto e di piu, facendo una rimonta che per molti (in parte anche il sottoscritto), non ci credevano. Detto questo pero, credo che Allegri poteva fare meglio, e non e solo in questa partita, ma in troppe partite dove abbiamo subito troppo il possesso palla degl'avversari. Ricordo ad esempio, a Torino contro il Tottenham dove andiamo avanti 2-0 e facciamo 60 minuto davanti alla nostra area di rigore. Quasi stesso discorso al ritorno, quando solo due singole giocate del pipita riescono a sollevarci. E in certi lunghi tratti a Torino contro il Real e anche al ritorno. Parlo di 3 fattori fondamentali secondo me a questi livelli: 1. Mancanza di pressing di tutta la squadra, e non di 2 o 3 giocatori soli, 2. Mancanza di intensita di gioco, e 3. L'abbassare troppo il nostro baricentro. Secondo me se non miglioriamo sotto questi 3 aspetti, ci compliciamo la vita da soli, perche regalare 70 metri di campo a questi livelli puo risultare fatale. Nel mio concetto di calcio, si deve sempre giocare la palla, anche quando non c'e l'hai, e quindi non indietreggiare quando l'avversario prende palla, ma aggredirlo subito, sopratutto il portatore di palla, chiudendo ogno linea di passaggio corto, con tutto il collettivo, per minimizzare gli spazi dei passaggi corti, e costringere l'avversario a giocare palla lunga. Intendiamoci il pressing lo dobbiamo fare anche nelle gare di campionato, perche non si puo cambiare modo di giocare in 2 giorni, ma bisogna farla diventare un abbitudine regolare. Pultroppo aime le insufficienze di certe squadre in campionato non aiutano, perche ci rilassiamo e abbassiamo anche l'intensita, e quindi e molto difficile a volte cambiare marcia in Champions. Ecco pero forsi il nocciole tattico e proprio questo, cioe non sentirsi appagati in campionato su un 2-0, o un 3-1, ma continuare a pressarli alti e ettaccare con alta intensita. Ecco forse soli cosi si arriva a giocare con piu intensita, con piu pressing alto e un baricentro alto, contro squadre di alto livello in Champions. Stessa cosa aveva fatto Heynckes con il Bayern, tanto per fare un espempio, quando aveva vinto il triplete, pur giocando in un campionato come strafavoriti, gia ma vincendo con dei risultati pazzeschi in campionato.
  2. Buonasera a tutti oramai scriviamo di tutto per provare a capire come migliorare questa squadra che ha palesemente bisogno di una sistemazione a livello tattico...perchè la peggior difesa degli utlimi 15 anni vorrà dire qualcosa..credo quindi per me le soluzioni possono essere 2..o tornare a 3 dietro con Howedes...oppure tornare a 3 a centrocampo....e qui vengo al titoli del topic Pjanic basso in un centrocampo a 3 avrebbe compiti diversi da quelli attuali....il problema è che con Khedira che si sente spesso Kakà..Miralem resta solo come un cane abbandonato nel nostro centrocampo...a coprire e difendere....questo era uno dei suoi limiti nel giocare basso nel centrocampo a 3...ovvero la parte "difensiva" di quel ruolo... non credete che abbia finito il "tirocinio" e che ora possa fare quel ruolo alla Pirlo in maniera efficace? Matuidi Pjanic Khedira non vi sembra un centrocampo che ha tutto per essere titolare della Juve e rendere al massimo?
  3. Veniamo da due partite irrazionali, che andranno giudicate con molta, molta razionalità. Come? Provando a fare un quadro più ampio della situazione attuale della Juve, al di là della singola partita, ma inquadrandola nel contesto delle prime 8 giornate di campionato. Cosa succede alla Juve? Tira poco in porta? Gioca poco palla a terra? Trova pochi sbocchi? Subisce troppi tiri? Qual è il problema? Otto giornate iniziano ad essere uno step accettabile (NON definitivo, ma accettabile) per analizzare qualche dato. Due anni fa, per esempio, dopo lo stesso numero di gare nelle quali la Juve aveva maturato un distacco ancora maggiore di quello attuale, le statistiche sul gioco della squadra erano in netta controtendenza (cioè a vantaggio della Juve) rispetto ai punti in classifica. Vediamo quelle di quest’anno. Che tipo di calcio fa la Juve? Come arriva al gol? La Juve, forse per la sorpresa di molti, risulta essere la squadra che ha segnato il maggior numero di gol attraverso azioni manovrate, una in più del decantato (comprensibilmente) Napoli di Sarri. Se la Juve è prima come numero di gol, lo è ancor di più, rispetto alle altre big, per la percentuale TOTALE sul numero di proprie segnature. In pratica la Juve, attualmente, segna quasi esclusivamente grazie al gioco di manovra. Per la precisione: Juve: 17 su 21, 81% dei gol totali Roma*: 11 su 14, 78% Napoli: 16 su 26, 61% Inter: 10 su 17, 59% Lazio: 11 su 21, 52% Milan: 5 su 12, il 41% Un dato questo che era emerso già nelle primissime giornate, ne discutemmo qui iniziando a parlare di calcio per sbollire i postumi del calciomercato. Questa percentuale denota anche una maggiore precisione dei nostri attaccanti rispetto, ad esempio, a quelli del Napoli (parliamo di gol su azione). Se infatti scorporiamo i gol su rigore delle due squadre (che come sappiamo avrebbero da soli ridotto il gap di punti, se segnati tutti) otteniamo un parziale di 22 a 20 gol realizzati a favore del Napoli. Scopriamo quindi che gli azzurri, pur tirando di più in porta, hanno una percentuale realizzativa inferiore rispetto a noi. Hanno cioè “bisogno” di tirare molto di più in porta per avere più o meno gli stessi nostri numeri. Infatti, prendendo spunto dal dato dei tiri totali a partita… … vediamo come i tiri totali delle due squadre dopo 8 giornate siano rispettivamente 155 (Napoli) e 133 (Juve). La Juve quindi, tolti i rigori, segna un gol ogni 6,65 tiri, il Napoli uno ogni 7,04. Se poi togliamo dal novero anche i gol su calcio piazzato (2 per la Juve, 3 per il Napoli) e l’autogol a testa, il differenziale aumenta. Un gol ogni 7,82 tiri per la Juve, uno ogni 8,6 tiri per il Napoli. Probabilmente qualcuno, per ciò che si annusa in giro, si aspettava non solo un vantaggio dei “terribili” attaccanti del Napoli, ma anche una differenza netta. Da notare, a margine, la poca efficacia, rispetto ai tiri, dell’attacco della Roma, orfana di Salah, e soprattutto del Milan, che, pensate, è uguale a quella della Juve dei primi due anni di Conte (che concretizzava poco, con gli attaccanti, la mole di gioco che creava prima dell’arrivo di Tevez). Se volessimo dilungarci potremmo dire che questo stesso discorso vale anche per i nostri centrocampisti. La precisione dei passaggi è, infatti, quasi la stessa, leggermente a favore del Napoli (che ho sentito dire essere "impressionante"), che però fa un numero di passaggi corti (quindi un po' più "facili") molto superiore rispetto alla Juve, che prevale anche nei passaggi lunghi. Anche il dato sul possesso palla (per quello che vale, cioè poco, ma serve solo per un paragone) è abbastanza simile (60,2 Napoli, 58,1 Juve). Mediamente il Napoli “tiene palla” più alto, ma in realtà da quest’anno stiamo assistendo ad una modifica delle abitudini rispetto alle ultime due stagioni, ovvero una Juve che ha alzato un po’ il baricentro del gioco ed un Napoli che invece ha imparato a difendere più basso, alcune volte posizionandosi in area a tutela del risultato, cosa che gli scorsi anni faceva meno (e male). Veniamo alla difesa. Se i dati sul “gioco” e sull’attacco segnano un avvicinamento in un senso, quelli sulla difesa li segnano nell’altro. Il Napoli infatti subisce una paio di tiri in meno a partita rispetto alla Juventus, cosa mai successa negli ultimi anni. Questo è un dato importante per chi mira ad avere la miglior difesa a fine anno, non solo perché nelle scorse stagioni si è sempre verificato che chi subiva meno gol era anche il migliore nel subire meno tiri, ma anche perché, a questo punto della stagione, ha sempre costituito un parametro confermato nel proseguo del campionato (persino, come detto, quando la Juve iniziò malissimo trovandosi a -12 dalla prima). Ecco: QUESTO è il parametro più importante da invertire! Peraltro la Juve, oltre a subire più tiri, paga anche in termini di efficacia. Dei 61 tiri subiti in totale dal Napoli contro i 75 della Juve, i partenopei subiscono un gol ogni 12,2, la Juve uno ogni 10,7. Un tiro e mezzo di “efficacia” a partita di differenza, non tantissimo, ma alla lunga potrebbe diventare tanto se moltiplicato per il numero di gare, restando così le cose. Anche qui, a margine, come per gli attaccanti del Milan, sorprende la scarsa efficacia dei difensori rossoneri, che subiscono sì pochi tiri, ma in quei pochi tiri difendono malissimo, dato che prendono un gol ogni 6,15 conclusioni. E’ emersa quindi in queste prime 8 giornate una sorta di “juventinizzazione” del Napoli, che alle caratteristiche degli ultimi due anni ha aggiunto una maggiore attenzione difensiva, già solo nella posizione media in campo, anche quando si tratta di rinunciare ad essere sempre “belli”, e per contro una “napolizzazione” della Juventus, che risulta essere meno concreta in difesa ma che segna di più attraverso azioni manovrate rispetto a prima. Per fare un passettino in avanti proviamo ad andare oltre i numeri, o a cercare di capire da “cosa” questi scaturiscano. La capacità di soffrire e la gestione dei momenti. Prendendo sempre in esame le partite di Juventus e Napoli (le favorite per il titolo) notiamo che il Napoli ha sofferto l’avversario per molti più sprazzi di partita rispetto alla Juve, ma ha “saputo” soffrire di squadra (talvolta anche con un po’ di fortuna). Come riferimento prendiamo momenti “prolungati” di sofferenza col risultato di parità o di svantaggio. Quand’è che, in questi casi, il Napoli ha subìto l’avversario? - Alla 2^ giornata soffrì moltissimo per un’ora in casa contro l’Atalanta, andando addirittura sotto, prima di trovare un eurogol di Zielinski che li rimise sui binari. - Alla 3^ giornata, a Bologna, fu messo sotto dalla squadra di Donadoni per un’altra ora prima che il Bologna si suicidasse, praticamente, concedendo dei gol quasi comici (e loro bravi ad approfittarne, ovviamente). - Alla 5^ andò sotto a Roma contro la Lazio, forse senza soffrire così tanto, ma “irretita” dal gioco della Lazio (un po’ quanto successo anche a noi), prima che la Lazio subisse un’ecatombe di infortuni (gli aquilotti rimasero addirittura in 10), soprattutto difensivi, che facilitarono la rimonta al Napoli. - Alla 6^, a Ferrara contro la Spal, subì molto il gioco della squadra di Semplici, che andò anche in vantaggio e li riprese sul 2-2 a 10 dalla fine, prima del gol in azione solitaria di Ghoulam. - E infine potremmo aggiungere il secondo tempo contro la Roma all’8^, ma trattandosi di uno scontro diretto di quelli tosti la lasciamo da parte, pur ricordando i 2 legni della squadra di Di Francesco (edit: e come dice Sylar, anche l'assist "di rimpallo" di De rossi a Insigne). Diciamo che in metà delle partite il Napoli ha patito molto l’avversario, e non ha vinto con facilità, ma sapendo “come” soffrire e gestendo bene i momenti difficili. Quand’è che la Juve ha subìto il proprio avversario? Tenendo presente gli stessi parametri (cioè “in modo prolungato” o “col risultato di parità o svantaggio”), praticamente mai. Potremmo citare il Genoa alla 2^giornata, anche se in quel caso si trattò di due situazioni estemporanee che portarono al doppio vantaggio rossoblu (autogol dopo pochi secondi e un rigore dopo qualche minuto), non di una sofferenza sul gioco, tant’è che la Juve reagì da subito prendendo possesso della partita (a differenza dello scorso anno). Quindi potremmo dire che la Juve (in base a quei parametri) ha “subito” l’avversario in nessuna o al massimo in una situazione. PERO’… Però ha sofferto o è andata in difficoltà nelle situazioni in cui si è trovata in vantaggio (o doppio vantaggio) e ha dovuto difenderlo o gestirlo, ed è avvenuto spesso. - Nella 1^ contro il Cagliari, quando dopo il nostro vantaggio loro sfiorarono il pari e Buffon parò un rigore. - A Genova nella 2^ (in quel caso più comprensibile, vista la rimonta) quando, dopo averli letteralmente “ribaltati”, ci siamo trovati a difendere il minimo vantaggio, sul 2-3, con Lapadula che ebbe un paio di occasioni pericolose prima del gol finale di Dybala. - Alla 3^ in Juve-Chievo, quando nonostante il vantaggio di 1-0 giocammo male e rischiammo fino all’ingresso di Dybala dopo un’ora che cambiò la gara. - Alla 4^ a Sassuolo, quando dopo un meritato doppio vantaggio ci rilassammo e subimmo l’1-2 che riaprì la partita. - Alla 5^ contro la Fiorentina, in vantaggio 1-0 e con un uomo in più, li subimmo troppo negli ultimi 20 minuti rischiando la beffa. - Alla 7^ a Bergamo, dopo aver letteralmente dominato l’Atalanta (ricordiamo che il Napoli ci soffrì per un’ora, andando sotto, al San Paolo), riaprendo la partita da un doppio vantaggio, anche con un po’ di episodi che girarono storti, sinceramente. - All’8^, l’ultima, contro una Lazio che nel 1°T era stata ordinata e nulla più, andando sotto, e che nei primi 8 minuti del 2°T ci ha trovato molli ribaltando il risultato. E una squadra come la Juve non può concedersi leggerezze del genere. Una, due tre volte può succedere, ma se capita troppo spesso bisogna correggere qualcosa (che poi è quello a cui si riferisce spesso Allegri). Anche da queste cose si intravede una commistione nelle abitudini classiche delle due squadre, sintetizzate nel titolo. E per il Napoli è un bene, perchè significa aver fatto un passo in avanti. Meglio giocare "bene" che giocare solo "bello". In sintesi: a differenza del Napoli, che soffre più spesso in situazioni di 0-0 o quando si trova sotto, la Juve non ha problemi a sbloccare e ad andare in vantaggio, ma subisce troppo quando deve gestirlo. Quando il Napoli va in vantaggio è dura riprenderlo, anche se magari fino a quel momento ha subìto l’avversario per un’ora. La Juve forse arriva ad un’ora sommando i minuti di tutti gli avversari, ma quando va in vantaggio subisce il momento della partita, e quindi l’avversario. C’è quindi, al momento, una differenza nell’attitudine a “SAPER SOFFRIRE DI SQUADRA”, tutti insieme, quando la partita lo richiede (cosa nella quale siamo tradizionalmente maestri). Una differenza “di testa” che vede loro, al momento, focalizzati sull’obiettivo della vita, e noi su una certa leggerezza di GESTIONE (più che su un errato approccio alle gare), quasi come se pensassimo che il compito sia già finito lì (o forse per una difficoltà a calibrare il giusto mood dopo 6 anni di vittorie). Per questo motivo la caccia al singolo responsabile lascia un po’ il tempo che trova. Si tratta di un atteggiamento complessivo che deve migliorare, da parte di TUTTI. Mentre dalla loro parte forse è Hamsik quello che, girando al 100%, può dare qualcosa in più ad un Napoli che ha raggiunto la piena maturità, da parte nostra c’è persino qualche margine ulteriore, ammesso però che non prevalga la rilassatezza nei momenti delicati. Tralasciando episodi e casualità (nei quali ognuno può vederci ciò che vuole), che al momento spingono dalla loro parte (l’ecatombe laziale sull’1-0, gli infortuni e i pali della Roma, le partite in cui hanno “subìto” più del dovuto…) rispetto alla nostra (sbagliamo 2 rigori di seguito con Dybala, perdiamo 5 punti in due gare nelle quali subiamo 4 gol con 5 tiri in porta complessivi, prendiamo i legni sullo svantaggio invece di subirli sul vantaggio, ecc), e pur considerando ASPETTI e ASSETTI tattici che andrebbero approfonditi, il saper individuare i margini di miglioramento all’interno di queste mancanze, conservando i pregi, farà la differenza sulla prosecuzione del nostro campionato. A voi. - Leevancleef -
  4. Con la fine del calciomercato (finalmente) il centro del dibattito ritornerà pian piano sul calcio giocato. Siamo solo ad inizio stagione e abbiamo affrontato avversari inferiori, ma dando un'occhiata ai gol su azione realizzati dalla Juve emerge una costante: tante giocate di qualità, frutto di azioni palla a terra manovrate, movimenti coordinati e colpi di genio. Dei 7 gol della Juve 6 sono state su azione, e a parte 2 (un colpo di genio di Pjanic e un contropiede ad avversario sbilanciato), le altre lasciano intravedere meccanismi che hanno fatto capolino anche in altre azioni non concretizzatesi con il gol. Anzi, si potrebbe dire quasi che si tratti di un atteggiamento che "in nuce" sembrerebbe poter caratterizzare una Juve che quest'anno, dal centrocampo in su, ha accresciuto le scelte di "qualità" a sua disposizione. Basti pensare all'atteggiamento avuto dopo l'uno-due subito a Marassi, campo tradizionalmente difficile: non una reazione "furente", come quel tipo di partita indurrebbe ad aspettarsi, ma un prendere controllo della gara in maniera "morbida", ragionata, iniziando a tessere un possesso palla che, per quanto sia ancora da sincronizzare, era ragionato, frutto di continui cambi di campo per risalire metri fino all'area avversaria e trovare la giocata più idonea. In questo la presenza del "doble pivote" nella prima partita (quindi di Marchisio accanto a Pjanic) ha facilitato le cose, permettendo, con l'assenza di Bonucci in fase d'impostazione, una soluzione in più nelle palle in uscita che non penalizzasse troppo il "solo" Miralem. A Genova con Khedira in campo, Pjanic è sembrato scendere più spesso in mezzo ai due centrali difensivi per impostare il gioco. Non proprio una Salida Lavolpiana vera e propria... ma nei fatti era questo, sebbene applicata su una linea più alta di campo. L'ingresso di Matuidi ha poi dato ulteriore respiro, "liberando" maggiormente il bosniaco e la squadra da una situazione di affanno (difatti l'azione più manovrata di tutte arriva con Blaise in campo), lasciando intravedere come il francese, nonostante sia una mezzala perfetta per il centrocampo a 3, si possa districare bene anche in un centrocampo a 2. Da questo punto di vista anche i minuti di Bentancur (personalità e tecnica) rendono ottimisti. A questo si è aggiunto il fatto che in queste due partite Higuain (sebbene non ancora in perfetta condizione come altri giocatori dal fisico più imponente) abbia spesso fatto "il Dybala", e Dybala abbia spesso sostituito Higuain negli inserimenti offensivi. Il 1°gol di Genova, infatti, nasce da uno "stop-e-filtrante" di Gonzalo all'interno dell'area a liberare Pjanic che poi fa l'assist per Paulo. Lo stesso Higuain dà a Dybala una palla profonda deliziosa su cui Perin fa uno dei 2/3 miracoli del 1°T. Praticamente... un continuo scambio dei ruoli tra finalizzatore e regista arretrato. In tutto ciò è interessante notare anche alcuni movimenti dei singoli che ad una prima lettura passano in secondo piano, ma che ai fini delle singole azioni possono risultare decisivi (vedere cosa fa Cuadrado nell'azione del primo gol contro il Cagliari). Naturalmente, il tutto prescindendo dai discorsi sulla fase difensiva ancora da affinare, da un rendimento di alcuni giocatori non ancora all'altezza per una condizione atletica approssimativa, eccetera. Insomma... sicuramente è ancora troppo poco per fare un discorso completo, ma si tratta di alcuni spunti per ricominciare, quantomeno, a parlare di calcio.
  5. 3 giugno 2017: una data come tante altre, un sabato ordinario di un mese ordinario di un anno ordinario. Uno di quei sabati in cui decidi di trascorrere del tempo con le persone più care, magari davanti alla tv a guardare la 98sima replica di Titanic insieme alla dolce metà o davanti ad una cerveza (“por favor”) in compagnia della consueta manica d’amici. Tutto ciò ovviamente se sei un blasfemo rinnegato dal dio del calcio (sì, mi riferisco a voi amanti della vela e dell’inter), perché se sei nato sotto il segno della zebra e c’è traccia di sangue nel tuo bianconero allora “3 giugno 2017” è una data che da almeno 3 settimane si è saldata nella tua mente, un po’ come “30 giorni a novembre con aprile, giugno e settembre […]” e “Non dirgli mai” di Gigi D’Alessio. Scrivere che il 3 giugno 2017 è il giorno di Juventus-Real Madrid (leggasi anche Finale di Uefa Champions League) è lapalissiano e pletorico, per cui eviterò di farlo. Il vero nocciolo della discussione è: chi è il Real Madrid? Vero, qualche volta lo si è sentito nominare, forse per banali successi in campo europeo (11 Champions vinte, 3 finali negli ultimi 4 anni), ma vediamo chi è il Real Madrid all’interno del rettangolo verde. Come gioca il Real Madrid? Fin dal suo insediamento al trono dei Galacticos, Zinedine Zidane si è staccato in maniera netta dal suo predecessore, abbandonando il 4231 di Benitez e proseguendo il 433 del suo mentore Ancelotti. NAVAS CARVAJAL PEPE RAMOS MARCELO MODRIC CASEMIRO KROOS BALE BENZEMA C.RONALDO Il Real di Zidane è unico e raro nella storia dei Blancos: forse per la contaminazione italica dovuta alla sua permanenza in Serie A e alla collaborazione con Ancelotti (o forse no), la squadra del tecnico francese non ha alcun problema a lasciare talvolta il pallino del gioco all’avversario per pungere in ripartenza o a schierare 5 difensori nel 352, dimostrando quindi di sapersi adattare al tipo di partita ed alle caratteristiche dirette dell’avversario. La presenza di gente come Ronaldo, Benzema, Bale, Kroos, Modric e Marcelo fa sì che il Real sia un’arma di distruzione di massa. E, se manca qualcuno, nessun problema: c’è Isco in panchina (insieme ad James e Vazquez…). L’incombere del tempo ha trasformato Ronaldo in qualcosa più vicino alla punta piuttosto che all’ala di qualche tempo fa, privando di fatto i Blancos della profondità che il fenomeno portoghese sapeva garantire sia senza palla che palla al piede. Naturale conseguenza è che la manovra spagnola sia incentrata più sul possesso palla posizionale che sulle transizioni da lancio lungo, e tutti gli effettivi in campo assumono un atteggiamento che ben si sposa con questa filosofia: tutti devono essere vicini, le distanze tra i componenti dello stesso reparto devono essere ridotte (idem tra centrocampo e corsie laterali), devono sempre essere presenti linee di passaggio. Kroos è sempre vicino allo sviluppo e riesce ad arrivare in anticipo sulla seconda palla tenendo viva l'azione Il Real Madrid cerca infatti di far recapitare il pallone agli attaccanti attraverso un possesso consolidato che passa per la formazione di triangoli virtuali in ogni zona del campo, a partire dalla prima impostazione per finire alla fase di rifinitura. In fase di prima impostazione è solitamente Casemiro a svolgere il ruolo di pivot di riferimento: per Ramos e Pepe è lui l’opzione numero uno per avviare l’azione. Una volta che la sfera ha raggiunto il centrocampo, ecco che i giocatori del Real si dispongono immediatamente in modo da formare poligoni per favorire la circolazione del pallone in avanti. Squadra compatta e stretta: numerose soluzioni per il portatore Pochi secondi dopo il frame precedente, Modric accompagna la catena di destra Non c’è azione dei Galacticos che non passi per un possesso palla consolidato e posizionale. Possesso dalla difesa alla potenziale occasione da gol (velocità 1,5x) Le ultime uscite hanno visto Zinedine dover fare a meno dell’infortunato Bale. Al suo posto, l’ex 21 bianconero ha optato per l’inserimento di Isco in veste di trequartista trasformando il 433 classico in 4312 NAVAS CARVAJAL PEPE RAMOS MARCELO MODRIC CASEMIRO KROOS ISCO BENZEMA C.RONALDO Isco, costantemente al centro di voci di mercato negli ultimi 2 anni e di polemiche sullo scarso impiego, ha risposto “presente” inanellando una serie di prestazioni tali da non far minimamente avvertire l’assenza dell’asso gallese. L’ex Malaga infatti sopperisce alla verticalità ed alla potenza di Bale con una migliore gestione del pallone e miglior visione di complesso, e paradossalmente meglio si sposa con le caratteristiche intrinseche del Real. Isco è infatti libero di svariare su tutto il fronte , facilita la formazione di triangoli accompagnando sempre il possesso del proprio compagno. Il moto perpetuo di Francisco Román Alarcón Suárez smuove continuamente le linee dell’avversario, facilitando l’inserimento dei compagni e togliendo riferimenti all’avversario. In altre parole, col 22 in campo le attitudini del Real non vengono stravolte ma vengono addirittura amplificate: keep calm and possesso posizionale. 40 secondi di possesso generano una solare occasione da gol (velocità 2,5x) Dove il Real Madrid palesa difficoltà è nella difesa posizionale. Con Kroos e Modric in costante proiezione offensiva per garantire fluidità alla manovra, la solidità difensiva della squadra dipende visceralmente dallo schermo di Casemiro. Tuttavia c’è un “però”. E questo “però” è parecchio grande, perché Casemiro spesso e volentieri difende correndo in avanti generando spazio alle sue spalle ed esponendo la sua difesa ad eventuali attacchi frontali. Il secondo aspetto di fragilità strutturale dei Blancos risiede nella catena mancina di difesa. Marcelo è un’ala aggiunta col supplemento di un genio che non tutte le ali hanno, ma se attaccato regala qualcosa. L’esterno brasiliano infatti si rivela spesso svogliato e distratto nella fase di contenimento, e quando non lo è dimostra di non saper ben gestire le distanze e le legge del buon difensore. Marcelo posizionato malissimo dà le spalle all'esterno e lascia scoperto il corridoio per l'imbucata del portatore Evidentemente Marcelo ripensa all'ultima puntata di Better Call Saul In altre parole, il Real Madrid di Zidane è una squadra che senza pallone (non avendo solide basi difensive) può andare in difficoltà ma che, allo stesso tempo, ha una potenza d’attacco talmente esagerata che può far male perfino nel momento più inaspettato: nulla di nuovo sotto il sole. Ai posteri l’ardua sentenza.
  6. Ci risiamo: l’urna di Nyon ha cantato ancora una volta. Un’ultima volta. Juventus, Real Madrid, Atletico Madrid e Monaco: questi i nomi contenuti all’interno delle 4 palline manovrate dall’ex Juve Ian James Rush, gli accoppiamenti sono probabilmente quelli più sperati. La Juventus infatti si troverà a dover affrontare il Monaco di Jardim, sulla carta un gradino sotto Real ed Atletico; sulla carta, avanti in un’ipotetica graduatoria di gradimento. La ridondanza della locuzione «sulla carta» non è affatto un mero esercizio stilistico, ma un modo concreto di esplicitare le difficoltà cui vanno incontro gli eroi del Camp Nou capitanati da Max Allegri. Andiamo a vedere nel dettaglio. Come gioca il Monaco? Il progetto Les enfants terribles avviato dal club monegasco è di quelli nobili e coraggiosi: rispetto al Monaco che due anni or sono affrontò la Juventus ai quarti di finale sono cambiati 7 titolari, rimpiazzati da numerosissimi under-23. Si tratta di Lemar (21), Bakayoko (22), Mendy (22), Sidibé (24), Tourè (20) e (il fiore all’occhiello) Kylian Mbappé (18). Il tecnico Jardim è riuscito a combinare la loro freschezza con l’esperienza dei veterani Falcao e Glik creando un mix esplosivo capace di primeggiare in Ligue 1, di guadagnare la semifinale di Champions League e di superare il bottino di 100 reti stagionali. L’assetto base scelto dal tecnico portoghese è il 442 Subasic Sidibé Jemerson Glik Mendy B.Silva Bakayoko Fabinho Lemar Falcao Mbappé Come potrebbero suggerire le caratteristiche dei giocatori in campo, il Monaco è una squadra estremamente verticale, che preferisce concedere il possesso all’avversario e giocare di transizione. Del resto Mbappè, Lemar, Mendy e Toure sono elementi chiave che grazie alla loro esuberanza fisica possono risalire il campo da soli. Non è un caso che la squadra monegasca faccia largo uso di lanci lunghi mirati a mettere la palla alle spalle della difesa avversaria, laddove la velocità delle frecce d’attacco e il tempismo aereo del Tigre possono fare la differenza. E non è un caso (x2) che molto spesso Subasic si riveli uno dei giocatori ad aver effettuato più lanci lunghi. Dal posizionamento del corpo e dal controllo indirizzato in avanti, Glik ha già deciso di lanciare palla Nulla da aggiungere. Queste caratteristiche intrinseche si amplificano sensibilmente quando l’avversario è per natura portato a giocare a difesa aperta. Esempi? Borussia Dortmund e Manchester City. I tedeschi, alla pari del City di Guardiola, sono stati gli avversari ideali per esaltare i concetti di gioco del Monaco. Un Monaco che manifesta tutta la sua preparazione tattica già nel primo non possesso: sull'impostazione bassa dell’avversario i 4 centrocampisti francesi non sono perfettamente in linea ma assumono posizioni ibride giocando in avanti rispetto ai due mediani e più interni rispetto ai terzini. Il motivo è di quelli evidenti: fare densità in mezzo al campo invita i difensori o il regista a giocare una palla esterna: a quel punto gli scorrimenti e la limitatezza delle soluzioni del portatore di palla rendono facile la chiusura dell’azione. Ovviamente all'interno di un contesto di questo tipo risulta fondamentale il lavoro delle due punte, che sono chiamate a pressare continuamente uno dei due centrali e a schermare la ricezione del regista/metodista. Perdere questa prima linea di pressing consentirebbe all'avversario di giostrare palla in zona centrale trovandosi poi in superiorità numerica e con fasce scoperte fronte alla porta. Si accennava precedentemente a come il Monaco sia una squadra paurosamente verticale. La fase di possesso dei monegaschi contro squadre che giocano a difesa aperta è materialmente ridotta all’osso: il possesso posizionale è praticamente inesistente, il fraseggio non è pervenuto. Ciò a cui si affida il Monaco sono i lanci lunghi a saltare il centrocampo e le transizioni palla al piede di elementi come Mendy, Lemar e Mbappé che in progressione dimostrano che scuderie come Williams e McLaren possono prendere spunto per risalire la classifica costruttori. Con soli due passaggi il Monaco a partire dalla difesa ha creato una chiara occasione da gol Contro squadre che tendono a giocare con baricentri bassissimi, o che in certi frangenti della partita concedono il possesso palla, gli uomini di Jardim provano ad adattarsi a situazioni cui solitamente sono poco abituati operando un possesso palla per certi versi scolastico, mirato prevalentemente a manovre di aggiramento che consistono nel portare la palla in fascia, a partire da uno sviluppo pressoché centrale, per poi provare il traversone a cercare le punte. L’obiettivo numero 1, manco a dirlo, è la creazione di situazioni di 1vs1 o addirittura 2vs1, dove la tecnica e la velocità dei suoi esterni possono fare malissimo. Come si affronta il Monaco? Per far fronte al disturbo alla prima impostazione operato dai due attaccanti di Jardim, Manchester City e Borussia Dortmund, dopo 15 minuti di difficoltà, si adoperano praticando la salida lavolpiana. Nella squadra di Guardiola sono alternativamente Yaya Touré e Fernandinho ad abbassarsi sulla linea dei difensori; presso i gialloneri invece sono Weigl e Sahin ad alternarsi il compito. In virtù dello svantaggio da recuperare, il Manchester City nel secondo tempo ha risposto innestando la difesa a 3 che ha sortito effetti del tutto analoghi a quelli della salida lavolpiana praticata nel primo tempo. La linea difensiva del Monaco è tutt’altro che granitica. Le doti fisiche di Glik, Jefferson, Raggi, Mendy e Sidibé rendono coriacei i corpo a corpo, ma è nella lettura degli spazi che la retroguardia monegasca pecca. Le distanze dagli avversari in fascia talvolta sono eccessive e le ali hanno il tempo di controllare agevolmente la sfera, mentre gli inserimenti all’interno dell’area vengono letti con una frazione di secondo di ritardo che, per quanto infima, nel calcio moderno può essere mortale. Ma è quando viene attaccata frontalmente che l’intera difesa va in difficoltà: nessuno degli interpreti riesce a leggere in maniera corretta le distanze con il dirimpettaio né i tempi di uscita, per cui le situazioni si sviluppano in falli o uscite fuori tempo che aprono le porte dell’area di rigore. Solo l'errore di De Bruyne nella misura del passaggio salva il Monaco da morte quasi certa Tutti i difensori guardano la palla dimenticando l'esistenza di 20 metri vuoti alle loro spalle In definitiva, il Monaco è una squadra dalle brillanti doti tecniche ed atletiche ma che, per renderle operative, necessita di stare sul pezzo per 95 minuti a partita. Un momento di black-out, alla luce della fragilità strutturale dell'assetto difensivo francese, può rivelarsi fatale.
  7. Futbol Club Barcelona: questa la sentenza dell’urna di Nyon. La Juventus, reduce da un ottavo di finale superato abbastanza agevolmente, si troverà dunque a dover disputare i quarti di finale contro i blaugrana autori del miracolo qualificazione ai danni del PSG di Unai Emery. La stagione degli uomini di Luis Enrique non è stata propriamente all’insegna della continuità di rendimento, proviamo ad analizzarne l’andamento stagionale. Come gioca il Barcellona? Non è un mistero che il Barcellona di Luis Enrique sia ben distante dalla squadra allenata da Guardiola: l’ex tecnico della Roma, infatti, si è scostato dalle teorie di Pep rinunciando all’estremizzazione del tiki-taka e privilegiando, contestualmente, una manovra più verticale e maggiormente adatta a sfruttare le caratteristiche di Neymar e Suarez. L’anello di congiunzione tra i due differenti stili di gioco è costituito da Andres Iniesta: già fondamentale nel contesto del guardiolismo, la sua importanza diventa ben più preponderante nel Barça odierno. L’Illusionista, infatti, è il vero collante tra difesa ed attacco ed è capace di premiare il movimento degli attaccanti lungo corridoi che in realtà non esistono. Don Andres è fondamentale per la sua capacità di essere contemporaneamente il regista basso ed il regista avanzato dei blaugrana: nella prima veste è sempre pronto a dare soluzione si passaggio al difensore, nella seconda veste funge da perno basso di un ipotetico trapezio con gli “attaccanti” di riferimento. Andres Iniesta non è forte: è fortissimo. Talmente tanto da condizionare il rendimento non solo della squadra, ma anche di un mostro sacro che di nome fa Lionel Messi. Quando l’Illusionista viene oscurato, si palesano le difficoltà del Barcellona nel risalire il campo, in quanto la manovra centrale è visceralmente dipendente dalla visione e dalla qualità di fraseggio del numero 8 blaugrana. L’assenza tecnica dello spagnolo obbliga Messi ad abbassarsi sulla linea dei centrocampisti per dare sfogo allo sviluppo della manovra. Questa fragilità strutturale diventa ancor più evidente quando Andres non è in campo. In queste circostanze peggiora sensibilmente la gestione degli spazi occupati e la diversificazione delle fonti di gioco. Si passa in altre parole da situazioni in cui Iniesta è in cabina di regia sulla trequarti sinistra a situazioni in cui la trequarti sinistra è totalmente sguarnita. Si faceva poc’anzi riferimento ad una squadra non particolarmente continua nel corso della stagione. Non solo da un punto di vista del rendimento, ma anche dal punto di vista tattico. Dopo la debacle parigina Luis Enrique (anche se ad onor del vero qualche avvisaglia si era già intravista a fine febbraio contro l’Atletico Madrid, quando schierò Mathieu terzino sinistro) rispolvera il 3313 di vangalliana memoria proponendolo a fasi alterne. Sperimentato nella gara casalinga contro Gijon (6-1 in favore dei blaugrana), viene proposto nuovamente in occasione del match di ritorno contro i parigini. L’assetto vede Messi alle spalle di Neymar, Suarez e Rafinha TER STEGEN MASCHERANO PIQUE UMTITI RAKITIC BUSQUETS INIESTA MESSI RAFINHA SUAREZ NEYMAR L’atteggiamento del Barcellona col 3313 è totalizzante e spregiudicato. Da una parte, infatti, gli uomini di L.E. impongono il loro possesso nella metà campo avversario sfruttando ogni porzione del campo (l’ampiezza garantita da Rafinha-Neymar, la densità centrale garantita da Messi-Iniesta-Rakitic); dall’altra, la fase difensiva è “approssimativa”, fondata esclusivamente sulla capacità dei 3 centrali (abbandonati a se stessi) di reggere gli 1vs1. Come si affronta il Barcellona? Omettendo la natura pretenziosa di questo paragrafo, in due occasioni e con due modalità differenti il Barcellona si è trovato in difficoltà. Il Siviglia (ma anche il PSG nella gara di andata) hanno adottato una strategia coraggiosa, operando un pressing alto sia sul portatore di palla sia sui possibili ricevitori. Il modo di aggredire delle due compagini è finalizzato sicuramente alla riconquista rapida del pallone, ma anche a limitare la potenza d’impatto del Barcellona. Attraverso marcature a uomo a tutto campo e pressione ai difensori, il Siviglia toglie luce all’impostazione blaugrana obbligando l’avversario ad un disimpegno sporco o a dover cercare le fasce con un lancio lungo. Dopo aver controllato la gara per un’ora di gioco, il Siviglia è andato via via spegnendosi causa crollo atletico lasciando spazio all’iniziativa del Barcellona che concluderà il match sul risultato di 1-2 a suo favore. Diametralmente opposto è il piglio scelto dall’Atletico Madrid, che ha approcciato con un atteggiamento ben più conservativo: tutta la squadra è sotto la linea della palla con lo scopo di chiudere tutte le linee di passaggio. La fase offensiva viene affidata poi alle giocate individuali degli elementi di maggior inventiva ed iniziativa, ovvero Koke-Saul-Griezmann, tuttavia lo scarso rendimento avuto dai tre all’interno del match finirà per complicare le operazioni di risalita del campo da parte dell’Atletico che comunque uscirà dal Nou Camp con un buon pareggio. Chiaramente un approccio di questo tipo è vincolato alla continuità di attenzione e concentrazione su tutti i 95 minuti. Sbagliare un tempo di raddoppio o perdere le distanze tra i reparti può risultare fatale.
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