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  1. CHIELLINI Il capitano è il comandante della coppia, oltre che un… vero laureato: Università di Torino, non Harvard, ma il 110 e lode resta. Martedì con il suo corpo spigoloso si è arrampicato sulla statua di Lukaku e l’ha abbattuta, come in un racconto sulla tenacia: era largo la metà, ma forte il doppio. Gli statistici hanno fatto sapere che la serata per Chiellini è stata simbolica: ha vinto la partita numero 306 con la Juventus, diventando il terzo juventino con più vittorie nella storia. Sono tantissime e contengono 34 successi in Champions, molti arrivati con Barzagli e Bonucci al fianco. Old Trafford è uno dei pezzi pregiati in una collezione che contiene serate da tre punti in stadi nobili: Mestalla (Valencia), Bernabeu (Real Madrid), Wembley (Tottenham), Louis II (Monaco), Dragao (Porto), Sanchez Pizjuan (Siviglia), Etihad (City), Signal-IdunaPark (Borussia Dortmund). Il fatto che per arrivare al terzo posto abbia superato Scirea aggiunge un po’ di fascino, un po’ perché Chiellini nell’immaginario collettivo è molto diverso - grintoso, non elegante - e un po’ perché ci è riuscito anche grazie ai consigli del responsabile della match analysis della Juve, che di nome fa Riccardo e di cognome Scirea: è figlio di Gaetano. BONUCCI Durante la breve parentesi al Milan, la Champions è stata la competizione che gli è mancata di più. Bonucci assomiglia a quei supereroi che sanno sempre come sorprenderti: quando un attaccante pensa di averlo fregato, Leo tira fuori dalla manica la mossa a sorpresa. Le critiche lo fortificano e il livello della prestazione è direttamente proporzionale all’importanza della partita: assieme all’adrenalina aumentano l’attenzione, la concentrazione e la cattiveria. Difficilmente sbaglia un match da copertina: Bonucci aveva fatto bene a Valencia, ha segnato contro il Napoli (facendosi così perdonare per l’errore sul gol di Mertens) e assieme all’amico Giorgio ha alzato il muro a Old Trafford per difendere la gemma di Dybala. Tra lui e Chiellini c’è più che un’intesa profonda, Mourinho probabilmente la definirebbe empatia: uno sa leggere in anticipo i movimenti dell’altro, per capirsi basta uno sguardo. Leo inoltre non è nuovo a complimenti: prima di quello di Mourinho c’era stato l’outing di Guardiola. Pep lo ha definito «eccezionale» e ha fatto di tutto (senza successo) per portarlo al City. Il figliol prodigo invece è tornato a casa, anche per vivere serate come quella di Manchester e vincere la Coppa già sfiorata due volte: «Vogliamo arrivare in finale», ha raccontato nel dopo gara al sito Uefa. Ad Harvard si punta sempre all’eccellenza. Fonte: La Gazzetta dello Sport
  2. Senatori a vita, Giorgio Chiellini e Andrea Barzagli rappresentano la continuità: dopo l’addio del capitano Buffon, la Juve vuole tenersi stretto il suo successore e anche l’altro leader storico della difesa bianconera. Per questo nonostante siano entrambi abbondantemente sopra ai 30, per tutti e due è pronto il rinnovo di contratto. Re Giorgio ha chiuso la tredicesima stagione in bianco e nero facendo il motivatore. Dopo una stagione straordinaria, probabilmente la migliore per prestazioni e carisma, si è riciclato sostenitore dei compagni a bordo campo nelle ultime partite, per cercare di esorcizzare l’infortunio che lo aveva fermato contro il Napoli e lo ha costretto a saltare la finale di Coppa Italia e le ultime gare di campionato (tra cui la delicatissima sfida con l’Inter). Prima però Chiellini aveva giocato 38 gare ad altissimo livello, segno che l’età che avanza non è necessariamente un limite. Presto, molto presto (ormai è solo questione di giorni) si legherà alla Signora per altri due anni, che vivrà con l’eredità di Gigi al braccio. Giorgio è arrivato a Torino ventenne e resterà con la stessa maglia addosso almeno fino a 36 anni. Poi lo aspetta una scrivania alla Continassa, nuova sede bianconera, la collocazione perfetta per uno che ha una laurea in Economia. Chiello e Barza sono ciò che resta della BBBC bianconera, che aveva già perso Leonardo Bonucci l’estate scorsa ed è appena rimasta orfana di Buffon. Fonte: La Gazzetta dello Sport
  3. Può capitare, nel giorno in cui Douglas Costa abbatte nuovamente la barriera del suono e Higuain manda a referto il decimo gol del 2018 (oltre che il terzo assist consecutivo nelle ultime tre partite), che nessuno si accorga di Blaise Matuidi, tranne che in occasione del gol che chiude i giochi e relega i dieci minuti finali a puro garbage time. Eppure in una partita più complessa di quanto non dica il 2-0 finale (merito di quell’Atalanta che avrebbe dovuto scansarsi, ma non pretendiamo che chi proprio non vuole capire capisca dopo la nona W di fila in Serie A dall’inizio dell’anno, la dodicesima contando gli ultimi scampoli di 2017), in cui si è giostrato per il 49% del tempo effettivo a centrocampo e con la Juve che ha concentrato il 51% della sua produzione offensiva, il francese è stato un fattore tutt’altro che trascurabile: 94.6% di pass accuracy su 69 palloni giocati (e al netto di quella sanguinosa apertura che stava mandando in porta Ilicic, oltre che di qualche scelta troppo cervellotica in fase di ribaltamento dell’azione), quattro duelli aerei vinti, due contrasti e altrettanti intercetti a dimostrazione di un’ubiquità completa e totale sul terreno di gioco: Così come può capitare, nel giorno in cui Douglas Costa abbatte nuovamente la barriera del suono, Higuain manda a referto il decimo gol e il terzo assist del 2018 e Matuidi fa la differenza in tutto quel che resta facendosi notare solo al momento del gol, che detto gol appartenga, almeno al 50%, a Mattia De Sciglio, un altro di quelli che sta ricominciando a fare le cose per bene e in silenzio (nonostante di motivi per rimarcare ogni singola buona giocata ne avrebbe, eccome), compreso un cambio di campo a 60 metri, di estro e di sinistro, che mette Dybala e Higuain in condizioni di riesibirsi nel compañerismo già visto contro l’Udinese e a Matuidi di battere comodamente a rete. Poi, certo, continueremo a parlare di Douglas Costa abbatte nuovamente la barriera del suono e di Higuain manda a referto il decimo gol e il terzo assist del 2018. Ma questo campionato, che sembrava sfuggito via alle 19.58 di un sabato qualunque appena dieci giorni fa, è passato, passa e passera da queste cose. Che nessuno nota ma che sono importanti lo stesso. Anzi, forse più importanti. Di Claudia Pellecchia - juventibus.com
  4. Come usa dire spesso Allegri: la Juventus ai record preferisce i trofei, che lo avrà pensato anche ieri notte dopo il pari beffa di Ferrara, ma negli ultimi anni le due cose sono andate di pari passo. Basta pensare alla “nuova era” in cui sono entrati i bianconeri. Un’era in cui fanno la corsa sui propri, di primati. Il caso più lampante è quello della difesa e della porta blindata. Ieri sera Gigi Buffon e compagni hanno inanellato la decima partita consecutiva senza incassare reti eguagliando un'altra Juventus, quella 2015-16. Un record dal retrogusto amarognolo per almeno due motivi: con lo 0-0 contro la Spal oggi la Juventus rischia di ritrovarsi il Napoli a meno 2; e nel finale della partita del Mazza, Giorgio Chiellini ha lasciato il campo per infortunio. Un cambio dettato da un problema muscolare al flessore che genera ansia. Il centrale non andrà in Nazionale: tra oggi e domani gli esami per capire se sarà a disposizione contro Milan e Real. Il problema di Chiellini macchia il record, ma non lo cancella. Molti dei protagonisti sono gli stessi del 2016, in panchina c'è sempre Allegri e come questa volta la blindatura della porta ha condotto a braccetto i campioni d'Italia verso una rimonta. Quella del 2016 è stata molto più clamorosa, dal momento che la Juventus iniziò il campionato con l'handicap. Ieri sera a Ferrara è stato raggiunto il primato e dopo la sosta la Juventus ha l'occasione di migliorarlo. Uno stimolo in più nella volata col Napoli. Il fatto che tanto nella Juventus 2016 quanto in quella attuale ci sia Allegri in panchina è tutt'altro che un caso. Il “Conte Max”, pratico e pragmatico, sottolinea spesso – e lo ha fatto anche di recente, che «non c'è da vergognarsi nel fare una buona difesa perché il calcio è fatto di due fasi e quando bisogna difendersi, bisogna farlo al meglio». C’è un altro aspetto che dà l’idea del primato eguagliato: la Juventus attuale lo ha raggiunto nell’anno in cui, con la cessione estiva di Leonardo Bonucci al Milan, erano in molti a pensare che la difesa bianconera si sarebbe indebolita e che non sarebbe stata più ermetica come negli anni d’oro della BBC azzurra. Buffon anche nel momento in cui a inizio stagione la Juventus vinceva le partite 4-2 e 6-2 o prendeva gol ogni domenica dispensava ottimismo ripetendo un ritornello: «Non è una questione di uomini, bensì di atteggiamento di squadra». Fonte: Tuttosport
  5. Il dato è in assoluto clamoroso, seppur noto: la Juve ha subìto un solo gol nelle ultime 13 partite ufficiali. Ma lo diventa ancora di più se confrontato con i gol incassati, nello stesso parziale, dalle migliori squadre dei primi cinque campionati d’Europa, quelle qualificate agli ottavi di Champions League (con una piccola deroga per il Napoli, che completa il confronto anche per la Serie A). Dal conteggio delle ultime 13 partite ufficiali (vale a dire campionato, coppe nazionali e Champions League), la difesa della Juve diventa il muro d’Europa, puro cemento armato. Dopo Chiellini e compagni c’è la difesa dei campioni d’Inghilterra del Chelsea, non a caso guidati da un ex juventino, Antonio Conte, che ha subìto 7 gol quanti il Barcellona e uno meno del Napoli. Poi tutte le altre, a chiudere col Siviglia e poco prima col Real Madrid che in questo parziale ha incassato 16 gol, la bellezza di 15 in più della Juve. Tutto è cominciato con la sconfitta di Marassi (3-2) contro la Samp. Quel pomeriggio Allegri era molto preoccupato, la Juve sembrava aver rinnegato la sua tradizione, la sua storia di squadra capace di vincere gli scudetti attraverso la miglior difesa del campionato. Era la 13ª giornata, i campioni d’Italia avevano già subìto 14 gol. Oggi siamo alla 22ª e i gol incassati si sono fermati a 15. L’unico è stato realizzato da un ex bianconero, Martin Caceres, a quei tempi veronese, al Bentegodi. E se il giorno di Marassi la difesa della Juve era distante dal suo standard e anche da quello delle sue concorrenti allo scudetto, oggi è di nuovo al secondo posto, con appena una rete subita in più rispetto al Napoli: 15 a 14. In casa, detto per inciso, ha già la miglior difesa: 4 per la Juve, 7 per il Napoli. Per restituire solidità alla squadra, per proteggerla di più, Allegri era passato alla difesa a tre subito dopo la sconfitta di Genova. Poi, ritrovati gli equilibri, di nuovo e sempre a quattro. La soluzione del dopo-Bonucci, con i problemi che ne sono derivati, non è stata breve, ma alla fine Allegri ha individuato il giocatore su cui poteva e doveva puntare: Benatia. La sua crescita all’interno della difesa bianconera è stata decisiva. L’altra novità grossa, per la Juve, è la sostituzione di Buffon che per infortunio ha lasciato il posto a Szczesny. Il capitano tornerà in campo stasera a Bergamo, contro l’Atalanta, una partita in cui la solidità della difesa juventina sarà messa a dura prova, ma l’ex romanista non ha fatto rimpiangere il capitano. Fonte: Il Corriere dello Sport
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