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jurgen kohler

Calcio femminile, muro contro muro tra club e Lega Dilettanti: come finirà?

Post in rilievo

01 settembre 2018

 

SENTENZA ROVESCIATA – Facendo seguito a questa modifica, e quindi in attesa che si formasse il Consiglio Direttivo previsto da quella norma, lo stesso Commissario Straordinario Fabbricini ha provveduto poi, con il Comunicato Ufficiale n. 8 del 6 luglio, a dettare le regole per i nuovi campionati di serie A di B (nonché del Campionato Primavera, della Coppa Italia e della Supercoppa), gestendo direttamente i tesseramenti, i costi ed i requisiti per l’iscrizione. Sennonché, la volontà della FIGC di sganciare l’organizzazione delle competizioni femminili dall’alveo della Lega Nazionale Dilettanti ha subito un brusco stop dalla Corte di Giustizia Federale, la quale, dando ragione alla stessa LND, ha annullato la delibera del Commissario straordinario, rovesciando la decisione di primo grado presa in precedenza dal Tribunale Federale che si era espresso in modo diametralmente opposto. Ma su quali basi? Quali sono le ragioni delle parti? 

 

IL COMMISSARIO HA RIORGANIZZATO... – Omettendo gli aspetti procedurali e le varie relative schermaglie, che vedono, da un lato, la FIGC (con il suo Commissario Straordinario) ed i club e, dall’altro la LND, la vicenda si può semplificare in unica domanda: il Commissario Straordinario aveva il potere di fare quello che ha fatto con la delibera impugnata? Evidentemente sì per la FIGC, no per la LND! Sì per il giudice di primo grado; no per la Corte di Appello! Due opposte versioni, che si concentrano sulle conseguenze della delibera del Commissario e quindi su ciò che ha fatto con la delibera. Per la Federazione, si sarebbe limitato ad riorganizzare i massimi campionati di calcio femminile, cosa che gli compete, in quando la delega di tale funzione alle singole Leghe interessate (e quindi per il calcio femminile, alla LND) è solo facoltativa e può quindi essere revocata, ai sensi dell’art. 10 comma 3 dei Principi Fondamentali degli Statuti delle Federazioni. In buona sostanza, sintetizzando pagine e pagine di ricorsi e controricorsi, secondo la FIGC, il provvedimento del Commissario “si sarebbe limitato a imporre una nuova collocazione ad un settore deputato a gestire l’organizzazione del calcio femminile”, rimanendo così nei limiti delle sue competenze delineati dallo stesso art. 10 (comma 9). 

 

…O HA MODIFICATO? – Avrebbe, al contrario, provveduto a creare un nuovo organismo, “di fatto incidendo sull’organizzazione federale, come prevista e disciplinata dallo Statuto” secondo la LND, non potendolo però fare. Per quest’ultima non sarebbe solamente una questione di nome, passandosi da Dipartimento (della stessa LND) a Divisione, ma di un vero e proprio organo non previsto dallo statuto, tanto che il Dipartimento sarebbe rimasto all’interno della LND, che quindi avrebbe mantenuto (per la stessa Delibera del Commissario Straordinario) il compito di organizzare i campionati minori. Sarebbe stata infatti riesumata la vecchia “Divisione calcio femminile” (eliminata nel 2013 e sostituita dall’omonimo Dipartimento inquadrato nella LND con il compito di organizzare l’attività femminile), con la principale funzione di organizzare l’attività agonistica e organizzare i campionati, così come tutte le Leghe presenti all’interno della Federazione. Peraltro anche qualora fosse stata solo una ripresa in carica dell’organizzazione dei 2 campionati, secondo la LND, questa sarebbe avvenuta in violazione della norma che impone alla Federazione di farlo comunque “d’intesa con le Leghe interessate, sentite le Componenti tecniche”. Mentre in questo caso, con la Delibera, il Commissario Straordinario avrebbe “inciso direttamente sulla determinazione dell’ordinamento e sulla formula di ben 2 campionati (quello di A e di B di Calcio Femminile) senza che vi sia stata mai la prescritta intesa con la LND, direttamente interessata, né siano mai state “sentite” le Componenti tecniche sulla specifica questione”.

 

TRIBUNALE CONTRO CORTE D’APPELLO – E, se il Tribunale in prima istanza ha dato ragione al Commissario Straordinario ed ai club che sono intervenuti nel giudizio, rilevando che il Commissario Straordinario è rimasto nelle sue competenze e, non avendo istituito un nessun nuovo organismo, si è limitato ad esercitare una propria prerogativa, di opinione diametralmente opposta si è rivelata la Corte di Appello. Per il giudice di secondo grado, il Commissario Straordinario non poteva fare quello che ha fatto, perché, secondo la Corte, il suo compito è quello di “pervenire nel minor tempo possibile alla ricostruzione degli organi federali”, cosicché, avendo provveduto alla creazione di nuovi organi non previsti dallo Statuto, avrebbe superato i limiti dell’incarico ricevuto dal CONI nell’atto di commissariamento. Per questo giudice, non sarebbero presenti e, comunque anche qualora lo siano, non sarebbero stati adeguatamente esplicitati i requisiti “di necessità ed urgenza per giustificare un così rilevante atto di riorganizzazione e rimodulazione della struttura organizzativa federale”. Una sentenza lapidaria che evoca il vizio di carenza di potere nell’attività di riforma del Commissario Straordinario e che pone una seria questione per tutte le riforme presenti e future degli Statuti che il team coordinato dal Commissario Straordinario Fabbricini vorrebbe mandare avanti. 

 

CLUB FEMMINILI CONTRO LND – In realtà, a prescindere dalla questione del superamento o meno dei confini del mandato commissariale (se poteva farlo o non poteva farlo) e, in definitiva, al di là della effettiva portata della riforma (se ha creato o meno un nuovo organo o se, quantomeno per ora, si è limitata ad organizzare alcune delle competizioni), è indubbio che l’obiettivo finale della riforma non può che essere quello di conferire al calcio femminile una autonomia che avrebbe trasformato quello che era un Dipartimento della LND in una Lega vera e propria, con i propri organi amministrativi e rappresentativi e con poteri e dignità pari rispetto alle altre componenti della FIGC. Una Lega vera e propria e non un dipartimento inquadrato all’interno della LND e governato dal Consiglio direttivo di quest’ultima in sintonia con le proprie direttive interne, anche perché, come dichiarato dalle stesse società di calcio femminile, queste sarebbero “portatrici di interessi diametralmente opposti rispetto a quelli fatti valere dalla LND”. In buona sostanza, i club di vertice del calcio femminile non si sentono ormai più rappresentati dagli organi della LND, essendo spesso propaggini di società calcistiche maschili professionistiche. E ciò anche in seguito alle indicazioni dell’UEFA (evidentemente riprese dalla FIGC), che di fatto hanno costretto i club professionistici maschili ad aprirsi al calcio femminile dotandosi di squadre femminili e inserendo nei propri vivai un settore giovanile femminile, contribuendo quindi con le proprie risorse finanziarie allo sviluppo di tutto il movimento. 

 

PROFESSIONISMO CONTRO DILETTANTISMO – Professionismo contro dilettantismo: ecco forse l’altro punto nodale. Probabilmente, pur dichiarando che le calciatrici sarebbero rimaste inquadrate fra i calciatori dilettanti anche dopo la modifica dell’art. 94 delle NOIF, un passo ulteriore, dopo l’autonomia della Divisione calcio femminile per le squadre partecipanti ai due campionati nazionali, avrebbe potuto essere la decisione federale di stabilire (così come oggi avviene per le club di Serie A, B e Lega Pro), che i club che partecipano alle due competizioni nazionali di calcio femminile sono club professionistici, così come gli atleti loro tesserati. Una decisione che sarebbe spettata direttamente alla Federazione, così come previsto proprio dallo Statuto del CONI. Al contrario, aver confermato lo status dilettantistico per tutte le calciatrici si è rivelato un argomento a favore della LND, che sostiene di rappresentare (se non altro per il nome che porta) gli interessi di tutto il calcio dilettantistico, femminile compreso.   

 

COME FINIRÁ? – Ora la palla passa al Collegio di Garanzia del CONI, presieduto dall’ex Ministro Franco Frattini, che dopo aver sospeso in via cautelare i campionati che, in seguito alla sentenza della Corte di Appello Federale, erano stati di nuovo organizzati dalla LND, ha fissato per il 7 settembre l’udienza di discussione. A chi darà ragione? Azzardando un pronostico, potremmo dire che dal punto di vista giuridico, la pronuncia della Corte d’Appello appare fondata e difficilmente attaccabile, suggerendo però di modificare l’impianto giuridico della riforma e non la sua sostanza che appare più che giustificata. E così, se dovesse esserci lo stop definitivo, sarà necessario ripartire apportando i giusti correttivi per superare l’impasse, per la valorizzazione di un movimento che all’estero (soprattutto nel Nord Europa e nell’America del Nord, ma anche in Francia ed in Asia) nutre di grande considerazione, mentre da noi ancora viene considerato marginale, all’interno di una disciplina sportiva ritenuta per soli uomini. Ed un primo passo verso il riconoscimento di un professionismo nel calcio femminile (e, ancor più alla lontana, di un professionismo in alcuni sport femminili) che, evidentemente, fino a che il movimento rimarrà confinato fra i dilettanti, non potrà esserci.

ilposticipo.it

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4 ore fa, jurgen kohler ha scritto:

un passo ulteriore, dopo l’autonomia della Divisione calcio femminile per le squadre partecipanti ai due campionati nazionali, avrebbe potuto essere la decisione federale di stabilire (così come oggi avviene per le club di Serie A, B e Lega Pro), che i club che partecipano alle due competizioni nazionali di calcio femminile sono club professionistici, così come gli atleti loro tesserati. Una decisione che sarebbe spettata direttamente alla Federazione, così come previsto proprio dallo Statuto del CONI

E' vero che da un punto di vista formale la decisione di istituire una lega calcio femminile professionistica spetterebbe alla Figc, e che ,volendo, questa decisione potrebbe essere presa in ogni momento; il punto però è che l'impulso per una simile scelta dovrebbe partire dal basso, e quindi, prima di tutto, dalle stesse società.

 

Allora mi pongo questo problema: quante società di calcio femminile possono davvero permettersi il passaggio al professionismo (con tutti i maggiori oneri, fiscali  e previdenziali, che comporterebbe)?

E quelle che possono permetterselo (ad esempio la Juve), siamo certi che  lo vogliano davvero? Lo status di non professionista potrebbe essere un bell'alibi per non dover spendere troppo, considerato che il movimento oggi in Italia è ancora troppo poco redditizio e che non riuscirebbe ad autofinanziarsi.

 

La soluzione di Fabbricini nella sostanza era un ottimo compromesso. Io non sono molto fiducioso sull'esito del contenzioso, ma continuo comunque a sperare nel miracolo.

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20 minuti fa, JUVEXIT ha scritto:

E' vero che da un punto di vista formale la decisione di istituire una lega calcio femminile professionistica spetterebbe alla Figc, e che ,volendo, questa decisione potrebbe essere presa in ogni momento; il punto però è che l'impulso per una simile scelta dovrebbe partire dal basso, e quindi, prima di tutto, dalle stesse società.

 

Allora mi pongo questo problema: quante società di calcio femminile possono davvero permettersi il passaggio al professionismo (con tutti i maggiori oneri, fiscali  e previdenziali, che comporterebbe)?

E quelle che possono permetterselo (ad esempio la Juve), siamo certi che  lo vogliano davvero? Lo status di non professionista potrebbe essere un bell'alibi per non dover spendere troppo, considerato che il movimento oggi in Italia è ancora troppo poco redditizio e che non riuscirebbe ad autofinanziarsi.

 

La soluzione di Fabbricini nella sostanza era un ottimo compromesso. Io non sono molto fiducioso sull'esito del contenzioso, ma continuo comunque a sperare nel miracolo.

Nei fatti alla Juventus le calciatrici SONO professioniste, come per quanto riguarda le calciatrici di molte squadre di serie A. Si tratta di riconoscere quello che già è invece di mettere etichette di "dilettanti" a persone che fanno solo quello nella vita.

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Se le società (in un numero sufficiente a costituire un campionato) volessero lo status di professionista, probabilmente lo otterrebbero. O almeno si inizierebbe a discuterne.

Ma io  penso che, al momento, questa volontà non ci sia. E' impensabile che la Figc, come qualunque altra federazione sportiva, decida di  intervenire d'autorità se non c'è una disponibilità alla base.

 

Il fatto che alla Juve siano già professioniste nei fatti, non conta. Primo perché la Juve non gioca da sola, e secondo perché il problema non è quante ore alla settimana si allenano, ma quanto la società paga di ingaggi, di contributi previdenziali, di tasse ecc. Senza considerare che una società sportiva professionistica deve necessariamente costituirsi come società di capitali con obbligo del collegio sindacale.

Insomma il professionismo costa e io mi chiedo semplicemente  quante società impegnate nel calcio femminile oggi possono, o vogliono, affrontare queste maggiori spese.

 

Se non si risolve questo che, per me, è il problema di fondo, il tema del professionismo nel calcio femminile resterà sempre un discorso accademico.

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24 minuti fa, JUVEXIT ha scritto:

Se le società (in un numero sufficiente a costituire un campionato) volessero lo status di professionista, probabilmente lo otterrebbero. O almeno si inizierebbe a discuterne.

Ma io  penso che, al momento, questa volontà non ci sia. E' impensabile che la Figc, come qualunque altra federazione sportiva, decida di  intervenire d'autorità se non c'è una disponibilità alla base.

 

Il fatto che alla Juve siano già professioniste nei fatti, non conta. Primo perché la Juve non gioca da sola, e secondo perché il problema non è quante ore alla settimana si allenano, ma quanto la società paga di ingaggi, di contributi previdenziali, di tasse ecc. Senza considerare che una società sportiva professionistica deve necessariamente costituirsi come società di capitali con obbligo del collegio sindacale.

Insomma il professionismo costa e io mi chiedo semplicemente  quante società impegnate nel calcio femminile oggi possono, o vogliono, affrontare queste maggiori spese.

 

Se non si risolve questo che, per me, è il problema di fondo, il tema del professionismo nel calcio femminile resterà sempre un discorso accademico.

Il tema del professionismo non è in agenda e non è su quello che stanno polemizzando e litigando, è una invenzione dei giornalisti.

La polemica e il litigio riguardano soltanto chi gestirà serie A e B femminile, se la lega dilettanti o la FIGC tramite una divisione a parte, tutto li.

Per il resto, sono tutti discorsi che non interessano per il momento a nessuno: gran parte dello sport italiano, anche maschile, è giuridicamente dilettante e non costituisce alcun problema.

Alberto Tomba, per dire un esempio, per la legge italiana era un dilettante.

Quindi nessun problema

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Fesserie. L'unico motivo per cui abbandonano la Lega Dilettanti è spiegato esattamente nell'articolo che ho postato. Ovvero il professionismo. Voluto dall'Uefa. Voluto dalle giocatrici. Voluto dai club. Voluto dalla Figc. Voluto dal Coni. Voluto dalla politica. Che diavolo c'entra Alberto Tomba lo sa solo il solito troll...

 

Quoto

«In Italia nessuno sport femminile è riconosciuto come professionistico, ma nella realtà dei fatti le ragazze lo vivono come tale, specialmente a certi livelli. Le ragazze nel giro della nazionale hanno un impegno costante e quotidiano che non ti permette di lavorare perchè sei occupata a tempo pieno. Ci sono le trasferte e poi tutti gli impegni in nazionale, quindi l’impegno dal punto di vista della professione c’è ma non è riconosciuto come tale. I passi in avanti da fare sono ancora tanti. Non si tratta neanche di una questione di guadagno, è proprio lo status che manca, quindi essere riconosciuti nella figura di atleta. Chi si dedica a tempo pieno ad un’attività non può essere considerato un dilettante e deve avere tutte le tutele necessarie. Deve migliorare l’intero sistema dello sport femminile in generale perchè è un diritto sacrosanto che va assegnato anche alle atlete perchè di fatto è un lavoro a tempo pieno. E’ una battaglia che va portata avanti nella consapevolezza del diritto ed è giusto così».

 

Rita Guarino

 

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