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Juventus_addicted

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  1. Caro Loca, le parole possono motivare, ma in campo servono i fatti. È finito il tempo dei proclami e delle promesse vuote: questa Juventus deve arare il campo, ogni maledetta domenica. Devono mangiare l'erba, rincorrere ogni pallone come fosse l'ultimo, sporcarsi la maglia e metterci l’anima. Non ci interessa solo il risultato: vogliamo vedere la fame negli occhi, la voglia di sbranare l’avversario, ogni singolo minuto. Perché si può anche perdere una partita, il calcio è fatto anche di questo, ma non si può uscire dal campo (come succede da diversi anni, ormai) con la sensazione di non averci nemmeno provato. Non si può dare l’idea di essere una squadra molle, senza identità, senza fuoco dentro. Quella maglia pesa, e chi la indossa deve onorarla. Sempre. Locatelli è il capitano ora, e le sue parole devono tradursi in esempio, in corsa, in tackle, in sudore. Il DNA della Juve non è solo vincere: è meritarselo. Ogni giorno. E se Tudor chiede intensità e disciplina, allora è da lì che si deve ripartire. Non ci serve gente che passeggia, ci serve gente che combatte. E se non possono vincere, devono almeno farsi temere. Fateci sentire fieri
  2. Juventus_addicted

    TV, Radio, Giornali, Web: come e quanto seguite il calcio oggi?

    Non do più un euro alle TV a pagamento dai tempi di Tele+. Da allora, le partite le ho sempre viste a casa di amici o conoscenti, nei locali o quando passavano in chiaro. Ora, a volte, nemmeno so chi le trasmette. Tempo fa, in un’altra discussione, si parlava se fosse meglio, in caso di contemporaneità, guardare un’amichevole Juve–Carmagnola o un Real Madrid–Manchester City in Champions. E non pochi di voi — alcuni sono qui anche adesso — dicevano: meglio l’amichevole della Juve. Oggi scopro che quelle stesse persone si sono allontanate dal calcio. Ecco, io continuo a pensare che, se la Juve tornasse davvero ai vertici, molti tornerebbero ad abbonarsi. Nonostante tutto quello che ci è toccato vivere: silenzi assordanti fuori dal campo, alleanze inspiegabili, dirigenti smarriti, scarponi in campo e panchine affidate a gente improbabile, e una società spesso lontana anni luce dai tifosi. Io, però, senza Juve non ci so stare. Appena posso mi collego, evito i soliti siti nemici, e cerco notizie. Ma una cosa l’ho decisa: mai più un pagamento diretto a chi ha infangato la nostra storia. Dico "diretto" perché spesso, senza nemmeno saperlo, si finanzia chi non ci rappresenta. E anche sapere che i soldi del merchandising finiscono in mani sbagliate fa solo male. A volte mi chiedo: quella passione che ti stritolava lo stomaco prima e durante una partita... quella rabbia, quel dolore dopo una sconfitta… è finita per sempre? E cosa ci vorrebbe per farla tornare? Forse non serve un nome o un volto. Forse basta una Juve che torni a essere Juve. Quella vera. Quella che non chiede scusa per voler vincere sempre. Comunque vada, il sangue resta bianconero. E non si cambia. Mai.
  3. Ah, Stefano... che dire? Grazie ancora per questo ulteriore viaggio nel tempo che ci hai regalato; un racconto che trasuda passione, orgoglio e quella sana, poetica ossessione che solo i veri juventini sanno coltivare. Eppure, non posso non chiederti, esterrefatto e con il massimo rispetto possibile... Ma eri già lì nel 1905?! Sulla panchina di corso Re Umberto? O magari a distribuire telegrammi con la notizia dello scudetto? 😄 Oppure eri tu quello che massaggiava Forlano all'alba quando dormiva sulle scale? Scherzi a parte, hai firmato un post che andrebbe stampato e incorniciato, perché non è solo un tributo a Forlano, a Durante, ai pionieri della maglia bianconera (rosa o no!), ma è un atto d’amore verso la Vecchia Signora, quella dei baffoni e dei pantaloni larghi, quando il calcio era ancora tutto cuore e fango. Grazie davvero. E già che ci siamo... Forza Juve, oggi come allora. Con Forlano e tutti gli altri nel cuore e (forse) Stefano in panchina! 💪⚪⚫ Un saluto juventino!
  4. Carissimo Stefano, sono davvero contento (e un po’ sollevato!) che il mio messaggio ti sia piaciuto. Ti confesso che leggere il tuo apprezzamento mi ha fatto un grande piacere… ma, allo stesso tempo, mi ha anche messo un filo in imbarazzo: su questo forum ci sono fratelli bianconeri che scrivono con una passione, una lucidità e una profondità che, sinceramente, ammiro e invidio tantissimo. Io cerco solo di metterci impegno e cuore (non sempre, a volte mi abbandono alla rabbia, al pregiudizio, anche al cazzeggio), e spesso le parole faticano a seguire il ritmo del pensiero. E ti svelo un piccolo segreto: quel messaggio che hai letto, in apparenza “di getto”, in realtà è stato limato, corretto e riscritto più volte. Altro che ispirazione improvvisa! Se scrivessi solo d'impulso, probabilmente lascerei per strada qualche congiuntivo, infilerei due o tre refusi e magari qualche frase sbilenca, qualche strafalcione, degni dei peggiori "scendi il cane" o "se io farei" che ogni tanto si sentono in giro. Per quella risposta, invece, ho impiegato diverse ore, cercando di rendere omaggio, nel mio piccolo, alla bellezza e all’intensità del tuo racconto. Racconto che, lo dico sinceramente, è stato per me come una boccata d’ossigeno puro: noi che viviamo di bianconero abbiamo bisogno di certi ricordi, certe immagini, certe emozioni, proprio come l’aria. E i tuoi interventi qui sul forum sono esattamente questo: ossigeno. Una linea diretta con la memoria, con il sentimento, con l’orgoglio di far parte di una storia, quella juventina, che non è solo calcistica, ma anche umana. Quindi, se posso permettermi: continua a scrivere. Continua a raccontarci quella Juventus che hai visto con i tuoi occhi, vissuto con la tua pelle, amata con il tuo cuore. Noi che siamo cresciuti a pane e Juve , con qualche capello in meno e qualche nostalgia in più, siamo qui ad ascoltare. Con rispetto, con attenzione, e con una gratitudine che , almeno nel mio caso, non è affatto di circostanza. Un grande, sincero abbraccio. Alla prossima, con la speranza di poter leggere presto un altro dei tuoi bei racconti. Fino alla fine! Un fratello juventino (non poi così giovane, ma orgoglioso di condividere questa passione con chi, come te e come altri qui dentro, ne custodisce la memoria). Buonanotte a tutti
  5. Carissimo Stefano, è sempre una meraviglia leggere le tue parole! È come aprire un vecchio album di fotografie in bianco e nero, sentire il gracchiare delle radioline accese la domenica pomeriggio e rivedere quei visi segnati dalla passione e dalla storia. Tu dici di avere "le gomme a terra", ma il tuo racconto ha più cavalli di un’Alfa Romeo Giulia Super lanciata in autostrada negli anni '70! (riferimento ad un'automobile che il mio papà apprezzava moltissimo, senza potersela permettere) Io, per darti un'idea, sono arrivato qualche mese dopo quella partita contro il Cagliari, e quando tu ti beccavi le perquisizioni della polizia jugoslava, mi preparavo ad andare all'asilo, probabilmente già con una sciarpa bianconera immaginaria al collo! Hai toccato corde profonde con la storia di Gigi Riva. Un mito assoluto del nostro calcio. Un campione che ha scelto il cuore alla gloria, la sua isola al palcoscenico più scintillante. Forse è vero, con lui in campo a Belgrado le cose sarebbero potute andare diversamente… Ma in fondo, parte del fascino del calcio è proprio questo: le sliding doors, i “se” e i “ma” che ci portiamo dietro come vecchie cicatrici da raccontare con un sorriso amaro davanti a un bicchiere di vino e due olive. Il botta e risposta a distanza tra Boniperti e Riva è poesia pura. Due uomini d'altri tempi, di quelli che oggi ci mancano come l’acqua nel deserto. Onesti, leali, duri ma con il cuore in mano. E quel “ti aspettavo 50 anni fa” è una coltellata dolce, che lascia il segno e ci ricorda che certe telefonate arrivano tardi, ma mai troppo tardi. E poi, quel racconto di Juventus-Cagliari, del rigore ripetuto, di Lo Bello, di Albertosi che piange… La curva divisa in due, i salumi e i formaggi sardi condivisi tra tifosi… che tempi! E oggi litighiamo per un fuorigioco semiautomatico… Ah, e che chicca il riferimento a Niccolai! Un giocatore generoso davvero… più con gli attacchi avversari che con la propria difesa (anche se leggo abbia infilato la propria rete solo cinque volte) ma sempre con grande spirito! Ogni tanto penso che anche noi avevamo Morini, un altro grandissimo che qualche volta faceva gol nella porta sbagliata. Per finire: Altafini che perde l’ossigeno a Belgrado, Bettega che si mangia un gol fatto… eh, quelle partite ce le portiamo dentro come una ferita che non brucia più, ma che ogni tanto ci viene voglia di grattare. Grazie per questo viaggio, davvero. Cura quelle gomme a terra con la Tachipirina se serve, ma sappi che la tua memoria, la tua passione e il tuo spirito sono ben più gonfiati di quelli che si vedono in campo oggi. Un grande abbraccio bianconero, con stima, affetto e un pizzico di sana invidia per tutto ciò che hai vissuto. Fino alla fine, un fratello juventino (di qualche anno più giovane).
  6. Juventus_addicted

    Ci deve essere ancora domani

    Parole vere, sentite, che toccano corde profonde. Perché è vero: la Juventus non è solo una squadra di calcio, è una parte viva della nostra identità, qualcosa che ci è stato trasmesso spesso in famiglia, insieme ai primi ricordi, ai primi abbracci davanti a una radio o una TV in bianco e nero, o allo stadio con gli occhi sgranati. La Juve si eredita, si racconta, si vive. E nei momenti difficili – e ce ne sono stati – la gran parte di noi non ha mai mollato. Anzi, è proprio lì che si riconosce la differenza tra chi "tifa" e chi "appartiene". Abbiamo cantato anche nelle sconfitte, abbiamo trovato orgoglio anche nelle stagioni più buie. I colori bianconeri non si spengono: scorrono nel sangue, fanno parte della nostra storia personale. Ma proprio per questo, per tutto ciò che la Juve rappresenta nella nostra vita, sentiamo il diritto – e il dovere – di chiedere rispetto. Ai vertici, a chi ne detiene la proprietà, vogliamo dire con chiarezza: mostrateci passione, visione, competenza. Non chiediamo miracoli, chiediamo impegno e coerenza. Perché la Juventus non è una semplice "azienda", e noi non siamo solo "stakeholders" da bilancio. La Juve è un’eredità collettiva. E mantenerla viva, forte, orgogliosa, non è solo compito nostro, che ci siamo sempre stati. È anche responsabilità di chi oggi la guida. Dateci segnali veri. Perché noi siamo pronti, come sempre, a continuare a colorare il mondo di bianconero. Ma ora tocca anche a voi. Con amore, non solo con calcoli.
  7. Hai ragione. A noi, però, volevano persino penalizzarci per un esame di lingua farlocco sostenuto da un giocatore che non era nemmeno della Juventus. Siamo sempre al solito copione: quando si parla di Juve, il tono è subito accusatorio, inquisitorio, quasi fosse un dovere morale puntare il dito. Quando invece si tratta di personaggi legati all’Inter, o si minimizza, o peggio ancora si fa finta di nulla. Nel nostro Paese funziona così: se sei sotto l’ombrello dei poteri forti, puoi permetterti qualsiasi cosa, tanto sei intoccabile. Ma se non sei allineato o, peggio ancora, se sei finito in disgrazia, allora vieni trattato peggio di un criminale incallito. Due pesi, due misure. E la credibilità va a farsi benedire.
  8. Anticiclo è un neologismo meraviglioso. Ah, se solo lo avessero avuto le mie ex quando ero giovane… quanti meno periodi senza vittorie avrei dovuto sopportare! scherzi a parte, Chiello ha centrato il punto: la Juve non è immune ai momenti difficili, ma a differenza di altri... noi abbiamo anticicli corti e scudetti doppi. Tradotto: mentre gli altri restano in crisi per un decennio, noi ce ne usciamo con 9 scudetti consecutivi. Una “pausa” in stile Juventus, insomma. E adesso? VOGLIO ESSERE FIDUCIOSO: si riparte, si ricostruisce, e con gente come Comolli (che non è solo “l’uomo dell’algoritmo”, ma scopriamo che è uno che si siede a tavola e ti fa pure ridere) e Chiellini stesso, il nuovo ciclo vincente sembra più una questione di tempo che di fortuna. Forza Juve
  9. Domani ricorre l'anniversario di un altro “glorioso” capitolo di quella vergognosa farsa chiamata Calciopoli. Riporto un estratto dell’articolo del 22/07/2006: era il giorno in cui, davanti alla Corte Federale, si riapriva il maxiprocesso con la Juventus, già condannata alla B dalla CAF, che cercava di far valere le proprie ragioni Ricordiamo tutti le "battaglie" legali dell’epoca, come quella memorabile dichiarazione dell’avvocato Zaccone: "Ci sono amplissimi margini per ridurre la penalizzazione…” “La Serie A? Vediamo, non esageriamo.” Eh già, una difesa davvero impavida… quasi commovente. E mentre noi ci indignavamo, soffrivamo, qualcun altro — il proprietario del club — decideva deliberatamente di non difendersi. A lui, con tutto il cuore, auguro un bel cagotto perpetuo, giusto per ricordargli ogni giorno cosa ha lasciato andare.
  10. Non solo il celebre scatto di Platini sdraiato sul prato di Tokyo, ma un'intera vita dietro l'obiettivo per raccontare la Juventus. Migliaia di foto per Hurrà Juventus, scatti iconici che hanno accompagnato generazioni di tifosi bianconeri. E poi l'inferno dell'Heysel, dove tante delle immagini del settore Z ridotto a brandelli, tra oggetti inanimati e vite spezzate, sono le sue. "Ma anche di tanti altri fotografi come me – diceva – che hanno immortalato la storia affinché quella tragedia assurda non venga mai dimenticata." Non fu facile: "Perché in quel momento – aggiungeva Totò – dentro di me c’era l’uomo che voleva fuggire dalla morte, e dall’altra parte il professionista che sentiva il dovere di raccontarla." Un altro pezzo della Juventus che ho amato se ne va. Riposa in pace, Salvatore Giglio.
  11. Trovate le differenze con quanto successo quasi vent'anni fa in Italia: TORINO - Mercoledì 14 giugno, ore 14,30. John Elkann e Carlo Sant'Albano si pre­sentano di fronte alla stampa, nella corni­ce di Atrium nel bel mezzo di Torino, e an­nunciano il nuovo corso juventino. I nove componenti del Consiglio di Amministra­zione, il codice etico cui tutti i tesserati dovranno attenersi, i comitati che nasce­ranno all'interno della struttura societaria per regolarne la vita e la quotidianità. LA SOCIETA' - «Voltiamo pagina» , è stato il messaggio lanciato dal vice-presidente di Fiat Auto e dall'attuale amministratore delegato della Juventus. «Chiudiamo qui un capitolo triste della nostra storia - ave­va ammesso senza difficoltà Elkann -. Ci sono stati comportamenti riprovevoli: adesso però abbiamo deciso di ripartire dalla serietà, dalla no­stra storia e dai nostri straordi­nari tifosi. Ripartiamo per dare stabilità e grandi prospettive alla Juventus, garantendo mas­sima collaborazione a chi è chiamato a decidere sul futuro del calcio » GiudaIscariota
  12. Juventus_addicted

    Auguri Gianluca. Per sempre Capitano

    Assolutamente d'accordo: quella corsa verso il centrocampo è l’essenza della Juve. Però lasciatemi dire una cosa… io a quella partita c’ero, e anche se sono passati quasi 30 anni, la ricordo come fosse ieri. Altro che "miracolo" il nostro gol della bandiera… il vero miracolo fu la Fiorentina in vantaggio 2-0! Chi c’era lo sa: la Juve dominò dall'inizio, fu sempre padrona del campo. La Viola segnò due volte quasi dal nulla, ma nel secondo tempo fu un assedio. Un tambureggiare continuo. Un massacro sportivo. Il classico pugile all'angolo che prende colpi da ogni direzione, senza via di scampo. Fisicamente, tatticamente, tecnicamente: li abbiamo annientati. Quella non fu solo una rimonta: fu una lezione di forza. E quel nostro Capitano che prende il pallone dopo il 2-2 e corre verso il centrocampo… quello sì che è il simbolo della Juve. Mai mollare, mai accontentarsi. Alla Juve si gioca per vincere. Sempre. Grazie Capitano. Oggi come allora, con te, per sempre. ⚪⚫💪
  13. 23 o 24 ottobre. Stasera altra scarica adrenalinica, altro che il torpore della Juve degli ultimi anni
  14. Anca mi sun strach. E mi piacerebbe avere soddisfazioni dalla mia squadra del cuore. E invece.... Meno male che sta settimana ho ricaricato le batterie con il Boss
  15. Per quanto riguarda la giustizia sportiva – e anche quella ordinaria – si può legittimamente essere d’accordo o meno con le sentenze emesse. Personalmente, ad esempio, non ho mai pensato che Moggi e Giraudo fossero dei santi. E nemmeno AA e compagnia. Per non andare per le lunghe, evito di citare tutte le porcherie delle altre squadre, l'evidente disparità di trattamento, che mi sale la pressione e con questo caldo non va bene. Ma entrare in questa discussione accusando la Juve o i suoi dirigenti di essere dei “ladri” è qualcosa che lascia seriamente perplessi sulla natura di chi scrive o di chi parla. Si può discutere di responsabilità, si può parlare di colpe, ma usare certi termini è solo il riflesso di pregiudizi tossici, tipici di certi ambienti, napoletani in primis, interisti a seguire, stron.zi anti juventini di ogni risma. Chi crede che la giustizia – soprattutto in ambito sportivo – sia sempre e solo sinonimo di equità, o è un ingenuo cronico, o un romantico fuori tempo massimo. Non a caso si dice: "la legge, per gli amici si interpreta, per i nemici si applica". È un detto amaro, ma reale, che ci ricorda quanto anche i sistemi giudiziari possano essere influenzati da rapporti, interessi e logiche di potere. Forza Juve, sempre. Invito tutti a ripeterlo 100 volte come un mantra, ai neoiscritti anche di scriverlo. Anche in questi tempi non felici.
  16. Allora, facciamo due conti. Ex dirigenti che patteggiano — colpevoli o innocenti, chi lo sa — mentre le altre squadre continuano a fare i loro giochetti sotto il naso di tutti, senza alcun problema. La società attuale? Invisibile, praticamente un fantasma: l’unica apparizione è stata settimana scorsa, quando hanno fatto gli indossatori di pigiama alle spalle di Trump (perché, si sa, la Juve ora fa anche sfilate di moda), mentre quest'ultimo annunciava bombardamenti e faceva discorsi sessisti. La squadra? Beh, a oggi fa semplicemente schifo. E il contorno? Un nuovo presidente del CONI che è una “napolecchia” tifosa del Napoli, cresciuto a Milano, sposato con una fiorentina e che vive a Roma — insomma, un vero e proprio concentrato di... “attaccamento antijuventino”. Cosa potrebbe andare peggio? «Potrebbe piovere», come direbbe il mitico Igor di Frankenstein Jr. Ma magari! dico io, invece no: ci becchiamo un caldo torrido e una sfilza di brutte notizie in tv. Insomma, ci vuole più che fegato, serve un miracolo per continuare a sostenere la Juve in questi tempi.
  17. Aho Garry, sei sempre un gran furbacchione.. Partiamo dal fatto che non conosci approfonditamente il progetto, ma finiamo subito a parlare di Report come se fosse un talent show tra testate giornalistiche... un bel cambio di marcia, devo ammetterlo. Capisco la preferenza per un giornalismo “asciutto e obiettivo”, peccato che la realtà spesso sia un po’ più complessa e che dietro “le tesi” ci siano dati, indagini e testimonianze. Non è una fiction, ma una questione concreta che riguarda un’intera comunità. Poi, se il problema è “fondamentalmente di costi e difficoltà di intervenire sulla struttura vecchia”, mi chiedo: perché allora non si considera il progetto alternativo già esistente che modernizzava lo stadio senza demolirlo? Forse costava troppo poco, e questo non torna troppo con la logica del “fare le cose per bene e con cervello”. Sul fatto che Milano e Roma debbano avere stadi moderni sono completamente d’accordo — ma proprio per questo servono scelte ponderate e non operazioni che rischiano solo di fare danni, speculando pure, come sottolineato nel servizio. Quanto ai vincoli architettonici, concordo che debbano avere senso (e con questo rispondo anche all'amico @Tarmako78) e non essere un ostacolo fine a sé stesso, o peggio. Però, se impediscono il caos e salvaguardano il patrimonio che rende l’Italia unica, allora ben vengano, anche se a volte qualcuno si innervosisce. Insomma, il tema è serio e merita più attenzione e meno “fretta da tifoso”. Magari alla prossima partita al nuovo stadio, potremo tifare non solo per la squadra, ma anche per un progetto fatto davvero bene. Buona serata a tutti
  18. Ti consiglio di guardare il servizio sul sito di Report. L’idea è quella di demolire lo stadio per costruirne uno nuovo… a 50 metri di distanza. Un’operazione che, oltre a ignorare un progetto già esistente (e poi misteriosamente scomparso, forse perché troppo economico), non porterebbe alcun vantaggio in termini di affluenza di pubblico — che resterebbe identica. Al contrario, come sottolineato nel servizio, il nuovo cantiere genererebbe enormi problemi di inquinamento atmosferico e impatti pesanti sul quartiere. Prova a immaginare cosa significherebbe viverci accanto ogni giorno. Io abito nella zona sud, giusto per chiarire: non faccio parte di nessun comitato contro l’abbattimento, ma conosco bene le conseguenze. E poi, a Madrid non hanno saputo modernizzare lo stadio esistente? Citi Wembley: personalmente lo trovavo discutibile, una vera schifezza con quella pista d’atletica che lo snaturava, ma almeno lì hanno avuto il buon senso di ricostruirlo nello stesso punto. Come è successo con il Delle Alpi, trasformato nello Stadium E infine, sui vincoli architettonici in Italia: meno male che esistono. Senza di essi, la “grande bellezza” che il mondo ci invidia sarebbe già stata sacrificata sull’altare del profitto.
  19. Ragazzi, nella puntata di Report non si è parlato affatto del "fallimento dell'Inter", come qualcuno magari sperava o pensava, ma nemmeno va fatta passare nel dimenticatoio dai perculatori di professione, qui dentro sempre presenti, che "indicano il dito e non vedono la luna". Si è parlato invece di una questione molto più seria, che dovrebbe far riflettere tutti noi, juventini, milanisti, interisti o semplici cittadini: la speculazione edilizia che ruota attorno all'abbattimento di San Siro. Facciamo un attimo il punto, un riassunto. San Siro è un impianto pubblico da oltre 70 anni, e per legge qualunque struttura con più di 70 anni diventa bene culturale. Questo comporta un vincolo paesaggistico che, almeno in teoria, lo dovrebbe proteggere. I 70 anni partono dal completamento del secondo anello, indicato come il novembre 1955. Peccato però che foto e documenti mostrino che il secondo anello era già operativo prima, addirittura da settembre '55, e utilizzato già in precedenza durante i lavori. Ma la chicca? I documenti progettuali originali di San Siro non sono presenti nell'archivio di Stato. Strano, eh? Si è parlato del progetto di ristrutturazione: 300 milioni, uno stadio rinnovato, più introiti per i club, e nessun bisogno di demolire nulla. Ma Milan e Inter hanno detto no, paventando l’idea di costruire altrove. E puff, progetto scomparso. Il Comune allora che fa? Inserisce l’intera area dello stadio in un piano di alienazione, come se fosse un bene non più utile. Ma lo stesso Comune indica San Siro come sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali del 2026 e come struttura attiva nel piano urbanistico fino al 2030. Dov'è la coerenza? Poi arriva la valutazione dell'Agenzia delle Entrate: 197 milioni in tutto (73 per lo stadio, 124 per le aree limitrofe). Tradotto: 440 €/mq, quando le case lì vicino si vendono a 8.000 €/mq! Per giustificare questa cifra ridicola, il Comune interpella due professori della Bocconi e del Politecnico, che confermano la valutazione. Peccato che abbiano rapporti con l’Agenzia delle Entrate. Conflitto di interessi? Sicuro. Altro numero inquietante: in 25 anni Milan e Inter hanno pagato 260 milioni di affitto, circa 10 milioni l’anno. Acquistare lo stadio a 73 milioni equivale a 7 anni d'affitto. Un affare? Per loro sì. Per noi cittadini, no. Capitolo demolizione: 80 milioni per abbatterlo, più di quanto verrebbe pagato. Ovviamente le società non vogliono sostenere la spesa. Infine, anche la scusa del "non è possibile mantenere San Siro solo per concerti" viene smontata. Il promoter Trotta ha dimostrato che il Comune guadagna più d'estate con concerti che tutto l'anno con le partite. Il nuovo progetto da 1,2 miliardi è insostenibile per due club indebitati per oltre 1 miliardo. Quindi la domanda sorge spontanea: chi c’è davvero dietro questa operazione? E' solo un un regalo per mantenere in vita le 2 società moribonde? Conclusione: Possiamo tifare Juve, Milan, Inter... ma davanti a queste operazioni, che puzzano di speculazione e svendita del patrimonio pubblico, dovremmo essere prima di tutto cittadini. Informati, consapevoli e indignati.
  20. Molto sommariamente, un piccolo riassunto della puntata di Report di ieri sera, giusto per chi se la fosse persa. Ancora una volta, un pugno nello stomaco per chi crede nella legalità e nella correttezza. L’ennesima dimostrazione che in questo Paese non esistono più regole, né morale, né onestà. Parte della puntata si è concentrata sulla vicenda della vendita dello stadio di San Siro, che già di per sé è un’assurdità. Parliamo di una struttura con oltre 70 anni di storia, che dovrebbe essere tutelata come bene architettonico e culturale, non svenduta come un vecchio capannone. Sono emerse presunte irregolarità legate a un’operazione che appare come una semplice vendita diretta a Inter e Milan, senza alcuna gara pubblica. Inoltre, è stato sollevato un potenziale conflitto di interessi: il Politecnico, che insieme alla Bocconi ha stimato in 197 milioni il valore corretto dell’impianto, in passato ha collaborato come advisor proprio con Inter e Milan per il progetto del nuovo stadio. Il sindaco Sala è stato messo alle strette quando si è parlato della possibilità di mantenere San Siro in piedi per ospitare eventi e concerti. A sbugiardarlo ci ha pensato Claudio Trotta, promoter musicale, che ha mostrato dati chiari: i ricavi estivi per il Comune di Milano dall’affitto dello stadio per concerti sono superiori a quelli ricevutii da Milan e Inter durante tutto l’anno. Altro che stadio in perdita. E poi il terreno: stimato in 800 euro al metro quadro. Una cifra ridicola, da insulto all’intelligenza di chiunque viva a Milano. Un vero regalo fatto a chi dovrebbe invece rendere conto di debiti per oltre un miliardo di euro. Lo ha ricordato anche l’ottimo Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia: in un paese serio, operazioni di questo tipo sarebbero vietate fino al saldo dei debiti. Insomma, amici bianconeri… viene solo la nausea. E intanto noi siamo sempre quelli "da punire". Che schifo.
  21. Juventus_addicted

    I 70 anni di Michel Platini

    Grazie Michel per aver contribuito a rendere la mia adolescenza un tempo indimenticabile. Buon Compleanno. Per i più giovani: Tratto da "storiedicalcio": Dalle strade di Joeuf ai tre sandwich di Boniperti lungo la «vie en rose» di Nancy e Saint Etienne, i «coups francs», un cane più bravo di Zoff, il nonno piemontese, la cugina di Novara SAINT ETIENNE. In principio, nella vita di Michel Platini, «Le platine» come dicono i francesi, «il platino», c’è un cane. Poi c’è la saracinesca di un garage. E quindi, c’è un palo della linea telegrafica Nancy-Metz. «Il cane si chiamava Fufi ed era il cane di mia cugina Stefanina che sta in Italia», ricorda Michel. Passeggiamo sulla «pelouse» dello stadio «Geoffroy Guichard», che è il campo di calcio di Saint Etienne, tettoie in lamiera, seggiolini multicolori, la ciminiera fumante di una fabbrica di bottiglie da un lato. Vetri e bottiglie, e il carbone, sono la ricchezza di Saint Etienne. «Fufi è stato il mio primo portiere». Michel è di buon’umore. «E la saracinesca del garage vicino alla casa in cui abitavo, a Joeuf, è stata la mia prima porta di calcio». Ha buoni e simpatici ricordi, Michel, e la mattina a Saint Etienne è piena di sole. «Il palo del telegrafo, poi, mi serviva per prendere la mira. Naturalmente, sto parlando di tiri col pallone. E di quando avevo sette anni». JOEUF E IL NONNO Joeuf, cinquanta chilometri da Nancy, è un paese di minatori, case grigie, strade bitumate, e alla Rue Saint-Exupery, numero sette, un giorno di giugno nasce Michel, è l’anno 1955. «Mio nonno era italiano, piemontese di un posto di collina vicino Novara, faceva il muratore e venne a cercar fortuna in Francia. Vennero lui, due fratelli e due sorelle, e si sistemarono a Joeuf. Mio nonno si chiamava Francesco ed era veramente un grand’uomo. A Joeuf è nato mio padre e sono nato io, ed è nata mia sorella Martina. Questo è stato l’inizio». Michel racconta con un certo gusto. Dei Platini solo nonno Francesco ebbe la forza di restare a Joeuf. Gli altri suoi fratelli tornarono sotto il cielo più benevolo delle colline novaresi. Mettendo su mattoni, Francesco Platini (ancora senza accento sulla «i») fa un gruzzolo di vecchi, benedetti franchi e si compra un bar. E’ «le Café des Sports» di Joeuf. «Mio nonno era patito di calcio, non poteva comprare che quel caffè, il bar degli sportivi di Joeuf» UN «GAMIN» «Nella mia vita c’è stato subito il pallone. Mio padre è un vero intenditore di calcio. Sarebbe diventato un grande giocatore – dice il figlio. – Giocava a centrocampo, milieu de terrain, ma volle rimanere un amateur, un dilettante del calcio. Finì col fare l’allenatore nel tempo libero. Quando smisi di centrare il palo del telegrafo ed ebbi undici anni e firmai il primo cartellino per il Jovicienne di Joeuf, lui è stato il mio maestro. Se sbagliavo uno stop, mi faceva fare venti giri di campo. Era meglio tirare il pallone a Fufi il cane». A proposito di Fufi, un giornale parigino ha scritto che «il grande portiere italiano Dino Zoff avrebbe fatto bene a conoscere Fufi, il cane dei Platini, perchè Fufi era capace di prendere quei palloni che Zoff non è riuscito a prendere». Dunque, Platini. Nato col pallone, un disastro a scuola. È un vero «gamin», un monello. C’è un abate Pieron di un collegio di Briey che se lo ricorda ancora. E un monsieur Deremble, direttore del collegio, ha dichiarato a un giornale di Nancy, nel coro dei commenti alla partenza di Michel Platini «pour l’Italia», che star dietro allo scolaro Platini «era una faccenda scioccante». «Beh, insomma, non stavo fermo un minuto», dice Michel. INSUFFICIENZA CARDIACA La verità è che Michel Platini era un discolo. La sua giovane insegnante di inglese e l’autista dell’autobus sul quale Michele saliva per andare a scuola, un certo Parachini, ne sapevano qualcosa. Parachini però era un duro. E se Michel sull’autobus esagerava, Parachini frenava brusco e diceva a Michel di scendere. Più volte il «petit Platini» si fece a piedi da casa a scuola, sei chilometri. Quasi Gian Burrasca. Agli insegnanti che lo rimproveravano, lui replicava: «Vous verrez quand je serai champion». È stato di parola. «A quattordici anni – mi racconta Michel – vado a Parigi, finale del concorso per i migliori giovani calciatori di Francia. Allo stadio di Colombes c’era un vento cane. Non riuscii a toccare e a giocare un solo pallone buono. Mi offrirono un biglietto per andare sulla Senna in battello e uno per andare a vedere la Torre Eiffel. Gli altri ragazzi rimasero allo stadio a giocare al calcio, a me consigliarono di fare il turista». Era il maggio del 1969. Non andò meglio a Metz. «Diciassette anni, andai a fare un provino. Visite mediche. Mi misero davanti ad uno spirometro. Un tipo mi dà un tubo e mi dice: soffiaci dentro. Soffiai, ma cautamente. Il tipo mi dice: soffia più forte. Io riprovo. Quello fa: ancora più forte. Non so come, forse l’emozione, io soffiai forte e persi i sensi. Mi dissero che l’ago rivelatore aveva segnato tre litri d’aria, che era una capacità polmonare fiacca e mi liquidarono con una bella sentenza: insuffisance cardiaque». NANCY, LA SUA CITTÀ E, poi, Nancy. Comincia la «vie en rose» per Michel Platini. Egli è un giovane promettente calciatore che ha soltanto una palese incomprensione con gli spirometri. Bocciato a Metz, lo richiedono il Sochaux e il Sedan, persino il Charleroi dal Belgio. Ma Aldo Platini ha amici a Nancy, per esempio Hervé Collot, ex «capitano» della squadra lorenese. È un buon passepartout. Michel è del Nancy. Metz, la squadra di Nestor Combin, non è più una nostalgia. «E a Nancy conosco Claude Cuny». Sembra uno qualunque. Invece, Cuny è il presidente del Nancy e, quel che più conta, è l’uomo che inventa per Michel le famose quattro sagome azzurre di plastica con le quali il figlio del professore di matematica e intenditore di calcio Aldo Platini perfeziona il suo «coup frane», il suo calcio di punizione, quello che il cane Fufi riusciva a parare e che risulta essere una «chance» di famiglia perché già il calcio di punizione di Aldo Platini, il padre, era una grossa cosa. Quando parla dei suoi anni a Nancy, Michel Platini fa gli occhi dolci e la voce sentimentale. «Nancy est ma ville et elle le resterà encore après le football. I’y reviendrai, c’est sur». La neve a Nancy, le inferriate rosse di Nancy, la Place Stanislas di Nancy, il pubblico dello stadio «Marcel Picot» di Nancy, gli amici, Olivier Rouyer «la freccia del Nancy» e Francisco «Paco» Rubio, e la pizzeria «Capri». Che tempi, a Nancy! UN NANO Una delle cose più buffe che mi ha raccontato Platini è quando per guardare nonno Francesco e i suoi fratelli doveva «alzare gli occhi parecchio». «Loro erano dei giganti ed erano buoni per giocare a basket-ball, ma io proprio non crescevo mai, e in casa mi chiamavano “le nain”. Je devais toujours lever la tire pour les regarder. Ma per fortuna, un anno, venni su di colpo di dieci centimetri». Indubbiamente, deve essere stato uno dei migliori anni di Platini. Ma, poi, questo Platini «nanin» (oggi un metro e 78) era ugualmente un fenomeno sportivo. Dai ricordi del padre: «A dodici anni lo metto in un kavak sulle onde lunghe dell’Atlantico in Bretagna, a Perros Guirec, bella stagione balneare. Comme par enchantement, il trouve immédiatement le style du spécialiste». Alla pallavolo, alla pallamano, al basket, al tennis Michel Platini di primo acchito ha sempre lo stile dello specialista. Diciamo che, in ogni sport dove c’è una palla, Michel non è mai in difficoltà. E sulle piste ghiacciate del pattinaggio? Anche là, un fenomeno. Aldo Platini non si entusiasma facilmente per il figlio: dice le cose come stanno. E quando dalla barca lo buttò per la prima volta in mare? «Un poisson dans l’eau!», un pesce. Ecco che cos’è Platini. Sulla spiaggia di Perros Guirec, nella dolce Bretagna, Michel palleggia a piedi nudi come i brasiliani. E’ uno degli esercizi in cui lo allenava particolarmente il padre. Non hanno prodotto caviglie infrangibili: quella sinistra di Michel ha fatto due volte trac (è scritto nella «sèrie noir» degli infortuni, sei, di Platini). TREMARELLA Da giocatore professionista il nostro Michel debutta a Nancy un giorno di maggio, contro il Nimes. Gli danno la maglia numero undici, Kuzowski il titolare è infortunato, e gli dicono di stare avanti. Stagione 1972, Michel ha 17 anni. «Quel trac!», dice. Che tremarella! Per venti minuti non tocca palla. «Non vedevo niente, mi si era appannata la vista. Per me fu un giorno di nebbia. Eppure c’era un gran sole». Passata l’emozione del debutto (Platini si diventa dopo), Michel fa due gol nelle successive due partite, contro il Sedan e contro il Lyon. Le cose si mettono bene, la tremarella non ci sarà più. Comincia «la leggenda». Devono però saperne poco a Bastia, dove notoriamente vive gente cattiva, perché, là, la leggenda-Platini viene presa a sputi e a insulti. Qualche fischio ci sarà a Saint Etienne anche dopo che Platini è diventato un idolo da queste parti, ma – si sa – anche gli idoli vengono fischiati qualche volta. Mentre con la maglia verde – «Les verts» – del Saint Etienne vola verso una finale europea, sfonda anche in nazionale, chiamatovi da Hidalgo, e «France Football» lo definisce «la locomotiva che conduce i francesi ai mondiali». Con Hidalgo ha un piccolo scontro di opinioni: quello vuole farlo giocare centravanti, Michel si sente un «milieu de terrain», un centrocampista. Vince Michel, il match è chiuso. «Sono pazzo di gol – mi dice Platini – ma non sono un centravanti. Io parto da lontano, mi inserisco. Ho sempre ammirato i registi. Da ragazzino, i miei idoli erano Rivera e Mazzola. Poi, ho ammirato Guillou. E ci ho giocato insieme, con soddisfazione». NAPOLI Il giorno che gioca a Fuorigrotta con la nazionale, prima dei «mondiali» in Argentina, Michel Platini aggira Zoff con due dei suoi «coups francs», punizioni, e scopre nel tiepido pomeriggio napoletano di febbraio che cos’è il tifo in Italia. Egli però ha modo di dichiarare: «Sono francese e mi sento tale. Stimo l’Italia, ma io non sono italiano». Ora, dopo aver firmato per la Juventus, rifiutando una eccitante contemporanea offerta del Paris Saint Germain, Michele Platini corregge il tiro e declama: «Parigi è Parigi, ma la Juve è la Juve». D’altra parte, suo nonno non era piemontese? E la cugina Stefanina non vive ad Agrate Conturbia, su una collina a trenta chilometri da Novara, e non lo chiama forse «Michelino», «il mio cugino Michelino, francese sì, ma il nonno era di qua»? Lascia la Francia perché il calcio francese non gli dice più nulla. L’ho visto intervenire molto regalmente la sera dell’ultima giornata di campionato qui, a Saint Etienne, quando tutti «les verts» correvano come matti e segnavano gol a gettoni nel vago-sognato-impossibile-inutile tentativo di sorpasso al Monaco per il titolo e lui, Michel Platini, toccava di grazia ma senza scomporsi essendo proprio di un altro pianeta, non un postino del pallone, ma un artista. Nel dramma della serata per un titolo già perduto, segna due gol da re e un terzo pallone mette dentro la gruviera del portiere di Metz Ettori (mai nome glorioso è stato tanto mortificato: nove gol nella sera di Saint Etienne) con un delicato colpettino di mano, annullato, da gran giocoliere del Circo di Mosca. MICHELINO E PABLITO Certo, sarà una bella coppia quella di «Michelino» e «Pablito» per una Juve di tutte stelle. Saint Etienne non ha fatto cose folli per l’ultima partita di Platini con la maglia biancoverde, e c’erano solo 17 mila spettatori sotto le tettoie in lamiera del «Geoffry Guichard» la sera degli ultimi due gol di Michel. Mi ha spiegato Gerard Simonian, chef du sport de «La Tribune» mangiando una pizza napoletana al ristorante di Mario D’Angelo, siciliano trapiantato qui da venticinque anni, amico di tutti i giocatori del Saint Etienne: «Il fatto è che nel Saint Etienne ci sono, oggi, un sacco di casini e nessuno ha voglia di organizzare feste, neanche per uno che si chiama Platini». Però Mario D’Angelo, «chez Mario», che ne sa una più del diavolo, mi confida: «Non c’è più grande entusiasmo per il Saint Etienne. Questa non è una grande squadra. Io mi ricordo quella di Larqué, di Bathenay, di Synaeghel. E, qui, una sola festa si è fatta: per Piazza l’argentino. Una favola era quell’uomo, veniva a giocare a bocce sul marciapiede del ristorante, e tiravamo le tre di notte, giocandoci la birra. Poi, era sempre il migliore in campo». La festa a Platini si farà in settembre: la Juve verrà a giocare in amichevole e mostrerà Michel in maglia bianconera per i rimpianti e i sospiri dei «platinois» di questo delizioso posto della Lorena neanche sporcato dal gran carbone che produce. TESTA A TESTA C’è un infortunio nel vostro futuro. Sembrò lo slogan di Platini fra gli anni ’72 e ’76. Due volte gli saltò la caviglia sinistra; una volta si ruppe una mano e una volta un braccio; gli hanno tirato fuori, inutile e fastidioso, un menisco. Ma storica è rimasta la grande capocciata con Tresor, un kappaò spettacolare, lo stadio ammutolito. «Mi hanno chiesto spesso dei miei infortuni – mi dice Platini – Ma non preoccupatevi, in Italia. Sono solido. Dopo l’operazione al menisco, guarii in diciannove giorni. Le mie ossa non si sbriciolano». Pessimista, invece, è Johnny Rep, l’olandese che gioca nel Saint Etienne e che mi chiede di Krol, e poi fa: «Non sarà facile per Platini da voi, con i difensori che avete». Ho chiesto a Platini, che nell’ultimo campionato francese ha segnato ventidue gol in trentotto partite, quante ne segnerà in Italia in trenta. Mi ha detto: «Dieci gol sicuri. E vengo a rendere un po’ più offensivo il gioco italiano». IL PASTORE TEDESCO Viene in Italia, e alla Juventus, convinto che non c’è posto migliore per giocare al calcio. «Siete unici, nel football create un ambiente pazzesco», ha dichiarato a un giornalista torinese. Lascia una villa con giardino e altalene per le sue bambine, Laurent di tre anni e Marina di 16 mesi, nel quartiere residenziale che è L’Etrat di Saint Etienne, ma la Juve gliene ha trovata una altrettanto confortevole sulla collina di Torino, press’a poco dove abita Tardelli. A Torino verrà con la bellissima moglie Christele, capelli biondi, bocca irresistibile e origini bergamasche, il padre (monsieur Bigoni, costruttore edile) ha grossi affari e una gran villa bianca a Plombières-les-Bains, piscina e campo da tennis. Verrà con le due figlie e con Mitty, il pastore tedesco che dovrà tenere lontano i fotografi («ne ho orrore») dalla sua privacy. Verrà per concedere interviste a pagamento e per conservare gli sponsor da mezzo miliardo l’anno: un succo di frutta, scarpe per bambini, calze sportive, maglie da gioco. Con la Juve ha un contratto per due anni. Potranno diventare tre, poi Michel potrebbe finire negli Stati Uniti («ci vanno tutti, si vedono bei posti, si guadagnano dollari»). GLI HOBBY Non ne ha uno, non va neanche al cinema, preferisce la televisione. Ama la poesia? Lamartine? Ha risposto sinceramente: «Lamartine e io siamo due cose diverse». E Jacques Laffite? «Non mi interesso molto di automobilismo. Mi piace il rugby». I giocatori che ammira di più sono due. «Beckenbauer e Cruijff». Poi aggiunge: «E Gerd Muller, perché sapeva fare dei gran gol». È a favore della pena di morte ed è per la parità fra uomo e donna. I giornalisti? «Bons. Ma sono troppo appiccicosi». Paragonato spesso a Raymond Kopa, ecco quello che ne pensa Albert Batteux uno dei più prestigiosi allenatori di Francia: «Platini fa più gol, è altruista, Kopa non mollava una palla che era una, ma Platini è meno rapido ed ha meno temperamento». Pare che Michel sia un solitario. «Solo all’apparenza», corregge. Trentaquattro partite in nazionale, venti gol. «In Italia si gioca solo alla domenica, avrò più tempo per la mia famiglia. E avrò sempre tempo per la nazionale francese. Je suis fier de la servir». Le vacanze che preferisce: Brasile, Martinica, Thailandia. Il giocatore che gli è più antipatico? Il nizzardo Huck che gli disse una volta «ma chi ti credi di essere», Michel disse di essere Platini, poi lo giocò sei volte facendo quattro reti e due passaggi-gol. Gli avversari coi quali non l’ha mai spuntata facilmente? Laposte del Paris Saint Germain e Kabyle del Nimes. LA CUGINA DI NOVARA Bernard Persia di «Foot 2» è partito alla scoperta dei parenti italiani di Platini e ha trovato una cugina ad Agrate Conturbia, in Piemonte: Stefanina, con suo marito Piero Santi. Sono loro che hanno tirato fuori la storia del cane Fufi. Quand’era piccolo, Michel Platini partiva dalla Francia con la famiglia e andava a far le vacanze da Stefanina. La cugina ricorda: «Aveva un caratterino. Non gli andava mai di perdere. Giocavamo a carte e, se era lui a perdere, non voleva proprio starci». La cugina, che non aveva più notizie di Michel, un giorno lo vide in una trasmissione di una tv privata. Fu un gran colpo. Era diventato il miglior calciatore di Francia. Ha detto Stefanina, tanto per stabilire che quella di Michel è una faccia italiana: «Ha le stesse fossette, la stessa fronte, lo stesso sorriso, lo stesso naso dei Platini». E, giustamente, non ha accettato l’ultima «i». Un poster di Michel fa bella mostra nella casa della cugina a Conturbia. Ma il paese, ora, pretende che Michel vada sulla collina in carne e ossa. Loro, poi, andranno a vederlo giocare nella Juve. IL VIAGGIO IN ITALIA Quando è partito per firmare per la Juventus, Platini ha preso in contropiede tutti i giornalisti. Non se ne sarebbe saputo niente se non avesse funzionato il «telefono rosso» di Europe 1, la più popolare emittente radiofonica francese. I particolari me li racconta Eugène Saccomano, amico di Platini e voce notissima di Europe 1. «Il telefono rosso è un numero particolare della nostra emittente che tutti possono chiamare per darci la migliore informazione della settimana. Quella che poi utilizziamo viene premiata con cinquecento franchi. Bene, venerdì squilla il telefono rosso e una voce ci dice: Platini sta partendo per l’Italia, chiamo dall’aeroporto di Lyon. L’informatore, per il quale sono pronti i cinquecento franchi, è ancora anonimo. Ma solo un tecnico dell’aeroporto di Lyon poteva darci una soffiata del genere, uno cioè al corrente dei piani di volo predisposti dallo scalo di Lyon. Così noi di Europe 1 siamo stati gli unici a sapere del viaggio di Platini a Torino a bordo di un petit Cessna quattro posti. Quando abbiamo rilanciato la notizia in Italia, nessuno voleva crederci. Per convincere un giornale di Milano, poiché nel frattempo avevamo raggiunto telefonicamente Platini a Torino nello studio di Boniperti, abbiamo dovuto fare ascoltare la registrazione delle voci di Platini e di Boniperti. Il giornalista milanese che non voleva crederci mi è sembrato addirittura addolorato perché continuava a dire: impossibile, impossibile, Platini è dell’Inter». Sul viaggio segreto di Michel a Torino e sul suo ingaggio da parte della Juve la Francia conosce ormai tutti i dettagli che sono stati rivelati in esclusiva da «Paris Match» in un servizio di 318 righe, con una foto di Platini nella rilassante vasca da bagnomassaggi dello stadio di Saint Etienne, e il titolo «Le sette ore che hanno cambiato la mia vita». Di queste sette ore, tre sono state durissime. «Sono state le tre ore di discussione con Boniperti», mi ha confermato Platini ammirato dallo stile del presidente juventino ma anche scosso dalla sua abile fermezza. UNA PARKER TUTTA D’ORO I dettagli che più hanno impressionato i lettori di «Paris Match» sono i seguenti: 1) appena il giorno prima del «voyage en Italie» di Platini, quattro molto simpatici dirigenti dell’Arsenal, incontratisi col campione francese in un albergo di Saint Etienne, erano rimasti con la convinzione di avere le stesse chances della Juve, fifty-fifty; 2) il Paris Saint Germain non ha ancora capito, avendo offerto quasi il doppio della Juve (ma annunciava una colletta tra i suoi tifosi), perché Platini abbia preferito l’Italia; 3) Michel Platini è volato in Italia con Bernard Genestar, suo consigliere di affari, che sedeva accanto a lui sul Cessna a quattro posti, e con Philippe Piat, consigliere dei giocatori professionisti francesi, che invece sedeva dietro; 4) mentre l’aereo atterrava all’aeroporto di Caselle, la testa di Platini era vuota, egli non aveva preso alcuna decisione però pensava a nonno Francesco e guardando il cielo azzurro di Torino prometteva al nonno di «diventare una vedette nel suo paese»; 5) all’aeroporto di Caselle c’era la limousine grigia di monsieur Agnelli, la limousine era blindata, Boniperti era alla guida e lo chaffeur sedeva dietro; 6) lo chaffeur era armato; 7) alla fine di una discussione a sei – Michel Platini, Genestar, Piat, Boniperti, Giuliano d.s. della Juve e un avvocato italiano amico di Genestar – Michel si aspettava una colazione con vitello tonnato, o una scaloppe all’albese, e una bottiglia di barolo, gli venivano offerti invece due sandwichs (e un terzo riusciva a soffiarlo a Boniperti); 😎 al colmo del deludente spuntino, Michel Platini si è sentito chiedere da Boniperti se preferiva un succo di frutta al naturale o un succo di frutta con la soda; 9) Michel Platini ha replicato con trasporto: «Non, président, champagne!», ed è giunta una bottiglia di Asti; 10) Boniperti gli ha detto: Adesso che siete dei nostri, dovete tagliarvi i capelli» e Michel Platini.con un «coup frane» di lingua ha chiesto: «Avete forse paura che mi possano cadere?» ; 11 ) Michel Platini ha sottoscritto il contratto che lo lega alla Juve per due anni con una «Parker» d’oro prestatagli da Bernard Genestar; 12) il ritorno è stato tranquillo, mentre all’andata Michel, attardandosi a bere un caffè, aveva costretto il pilota del Cessna a cambiare il piano di volo. UNA COCA Il viaggio-lampo di Michel Platini si è concluso con una Coca Cola offertagli dalla moglie Christèle al suo ritorno a casa. Lui ha detto: «On a gagné!». Lei si è compiaciuta e poi ha azionato il videoregistratore assistendo con Michel al film «La guerra dei bottoni». Anche questo ha scritto «Paris Match». Alla Juve, in tanti anni, è arrivata tanta gente: Luisito Monti con i suoi 92 chili, Mumo Orsi con la più bella brillantina nei capelli, Renato Cesarini col violino e la sua celebre «zona», Felice Borel col soprannome di Farfallino, Omar Sivori col suo fantastico piede mancino. Ora c’è Michel Platini con l’accento sulla «i» ma proprio con le fossette, la fronte, il sorriso e il naso dei Platini che non hanno mai avuto la «i» accentata, sono nati sulle colline novaresi e gli piaceva il calcio. Ma questo, a Saint Etienne e nella Lorena, non risulta. Qui, Michel ha una tipica faccia francese che andrebbe benissimo sull’etichetta di uno champagne «très brut».
  22. impossibile sia accaduto. Lui è una brava persona, mica come Juan Jesus che lo ha irriso per il colore della pelle. ps: non mi stupirei qualcuno prima o poi sfondi lui, di legnate
  23. Quindi: si indebitano di nuovo per coprire un debito vecchio. Un classico gioco delle tre carte, ma con l’applauso generale di alcuni media, il silenzio di altri. Perché questa manovra adesso? Perché da febbraio 2026 quel bond avrebbe avuto un impatto negativo sugli indici finanziari per l’iscrizione alla Serie A 2026/27. E proprio in quella stagione entra in funzione un nuovo organismo di controllo, che sostituirà quei nullafacenti di Covisoc. Si dice sarà più indipendente, più severo. Noi incrociamo le dita… ma non ci illudiamo. Perché quando si tratta dell’inter, la storia è sempre la stessa: Proprietà cinese (Suning) evaporata, passaggi societari ambigui, indebitamento costante, eppure mai una penalizzazione, mai una domanda scomoda, mai un titolo in prima pagina che metta in discussione la loro “gestione”. L'inchiesta di Report come se non fosse mai esistita. Nel 2006 bastò qualche telefonata per distruggere la Juve. Con la vicenda plusvalenze e la manovra stipendi cercarono pure "la carta che non doveva esistere". Da sempre l’inter fa acrobazie finanziarie e nessuno si scandalizza. Due pesi, due misure. Sempre. E intanto continuano a competere sul campo senza rispettare davvero le stesse regole di tutti gli altri. Vedremo nel 2026 se il vento cambierà. O se continueranno a galleggiare… sulle coperture degli altri. Non mi illudo. Sono schifato
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