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Juventus_addicted

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    ex juventino milanese

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    Juventus
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    Milano
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    JUVE, Springsteen, viaggi, buon cibo, grande cinema

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  1. E probabilmente a te nessuno ha mai insegnato l'educazione. Se avessi letto gli altri miei messaggi in questa discussione, capiresti. Ma non mi aspetto che tu possa reggere oltre la seconda pagina
  2. "'Voglio una squadra che mi voglia davvero". Perfetto. Ma vale anche il contrario: la Juve dovrebbe volere davvero un giocatore che la vuole davvero. Se siamo dietro a Barcellona, Atletico e chiunque altro passi di lì, allora il problema è già risolto. Grazie e arrivederci. A Torino servono giocatori che scelgono la Juve, non che ci ripiegano sopra quando finiscono le alternative. Via, raus, andale. E buona fortuna alla tua prima scelta. O alla seconda. O alla terza.
  3. Capisco il tuo punto e, infatti, non ho mai sostenuto che un futuro presidente della Juventus debba passare le giornate a fare il guerriero davanti alle telecamere. Su questo siamo d'accordo: i risultati contano più delle dichiarazioni. Dove continuiamo a vederla diversamente è sul valore di questa diplomazia permanente. Tu la interpreti come intelligenza strategica finalizzata a costruirsi un profilo istituzionale; io, invece, penso che a volte il rischio sia quello di diventare talmente prudenti da risultare innocui. Probabilmente Del Piero ha impostato la sua immagine pubblica esattamente come dici tu, ed è una scelta legittima. Semplicemente non è detto che sia quella che io apprezzo di più in una figura chiamata a rappresentare la Juventus in una fase così delicata. E aggiungo una considerazione finale: nel 2026, in un mondo in cui tutti urlano, mantenere un basso profilo quasi ottocentesco può certamente apparire elegante e di classe. Il problema è che spesso, mentre tu mantieni lo stile, gli altri occupano spazi, dettano la narrazione e difendono i propri interessi senza tanti complimenti. E alla fine rischi di ritrovarti con la classe intatta, ma con qualcuno che te l'ha messa in quel posto. Comunque credo che le nostre posizioni siano abbastanza chiare: tu vedi in questo atteggiamento una qualità, io ci vedo anche un potenziale limite. Saranno eventualmente i fatti a dirci chi dei due aveva visto meglio. Buon proseguimento
  4. Hai citato solo una parte del mio intervento, e tra l'altro estrapolando una frase che da sola non rende il senso del discorso. Il punto non era che Del Piero debba fare il duro davanti alle telecamere o "imbonire i tifosi" con dichiarazioni roboanti. Quello che contestavo è un atteggiamento comunicativo che da anni appare estremamente prudente, quasi sempre orientato a non esporsi mai davvero su nulla. Quando parla della Juve, delle vicende che l'hanno riguardata o del calcio italiano in generale, sembra sempre scegliere la formula più diplomatica possibile. Sono d'accordo che un dirigente si giudichi dai fatti e non dalle parole. Però le parole contano, soprattutto quando rappresenti un club come la Juventus. Ci sono momenti in cui serve anche dare una posizione chiara, trasmettere personalità e far capire che sei disposto a difendere gli interessi della società. E questo discorso vale per tutti, comprese le amebe attuali. Quindi il mio "presidente con il coltello tra i denti" non era un invito a fare il guappo in TV, ma il contrario di una figura che, almeno pubblicamente, sembra sempre preoccupata di non pestare i piedi a nessuno. Era questo il senso del ragionamento, che era molto più ampio della singola frase che hai citato.
  5. Che palle con sto buonismo, Alex! Che palle... Io voglio un bene dell'anima a Del Piero, è la nostra Storia, ma ogni volta che parla sembra un democristiano della prima Repubblica. "Responsabile di quello che dico e non dico", "momento complicato", "cose positive".....ma per favore! In società oggi serve un leone, uno che entri a gamba tesa in Lega e nei talk show a difendere la Juve, non un diplomatico che pesa ogni singola virgola per non scontentare nessuno (né la proprietà attuale, né la FIGC, né i tifosi avversari). Va bene il legame con la famiglia Agnelli, va bene lo stile Juve, ma qui siamo al Festival della Serie A a fare i complimenti a un "campionato combattuto" (dagli altri, forse) quando noi tifosi abbiamo il fegato spappolato. Se deve tornare solo per fare la statuina rappresentativa ed evitare di esporsi, forse è meglio che continui a fare l'opinionista in TV. Noi abbiamo bisogno di un presidente con il coltello tra i denti, che dia la carica ai giocatori e pretenda la vittoria, non di uno che ci dice di "cambiare pagina" con il sorriso sulle labbra.
  6. Juventus_addicted

    Ronaldo alla Juve (bei tempi...)

    Mai avrei pensato che in un'assolata giornata di luglio, sotto un ombrellone di una spiaggia salentina, avrei passato il mio tempo a guardare sul telefonino il tragitto di un aereo. Quello che con il Presidente andava a prenderlo. Era il sogno che si avverava: con lui l'avremmo vinta. Le cose sono andate diversamente, ed è stato anche un bagno di sangue. Ma ho goduto
  7. Al netto del fatto che trovo abbastanza squallido che qualcuno stia prendendo in giro Calvo per presunte vicende personali e gossip che nulla hanno a che vedere con il calcio (a meno che non conosciate i protagonisti, sono comunque * loro) nell'intervista c'è un passaggio che dovrebbe far riflettere tutti i tifosi juventini. Quando Calvo ricorda che Agnelli aveva capito già dieci anni fa dove stava andando il calcio europeo, dice una cosa che oggi appare evidente: la Premier non è diventata dominante all'improvviso, ma attraverso un processo lungo, che alcuni avevano visto arrivare molto prima degli altri. E proprio per questo Agnelli aveva compreso anche un'altra cosa: se i ricavi continuavano a divergere in quel modo, per club come la Juventus sarebbe diventato sempre più difficile competere stabilmente con le grandi inglesi e con pochissime superpotenze europee. La Super League nasceva da questa analisi, non da un capriccio o da una presunta sete di potere. Si può essere favorevoli o contrari al progetto, ma oggi è difficile negare che il problema individuato allora fosse reale. Basta guardare i bilanci, il mercato e l'attrattività dei campionati: la forbice economica si è allargata ulteriormente e il calcio italiano continua a perdere terreno. Anche per questo colpisce la frase di Calvo su Agnelli: "aveva capito tutto". Forse non tutto, ma certamente aveva capito prima di molti altri che il modello tradizionale stava diventando insostenibile per chi voleva restare ai massimi livelli europei.
  8. mamma mia.... al mio professore d'italiano verrebbe un attacco cardiaco: "La stagione non e finita": Manca l'accento sulla "e". Il verbo essere è diventato una congiunzione. Confuso in campo e confuso con la penna. "Perche alla Juventus": Un altro accento dimenticato. Si scrive "Perché". Le basi del computer, Manuel! "meritarsi questo maglia": "Questo maglia" al maschile non si può sentire. Un errore di sesso della parola degno di un fallo da espulsione diretta. "nei momenti piu delicati": Terzo accento perso per strada. Ormai è un vizio, li perdi come perdi l'uomo in marcatura. "E la sua storia": Qui l'accento ci voleva ("È la sua storia"). Lo hai tolto dove serviva e non lo hai messo dove mancava. Un vero disastro tattico. "Ma questo delusione": Ancora una volta il maschile al posto del femminile. "Questa delusione", Manuel! La grammatica è un'opinione. "deve sevirci da lezione": Manca una "r". Hai scritto "sevirci". Forse volevi dire che la delusione deve "sfiancarci"? Di sicuro ha sfiancato noi. "sonso d'appartenenza": Il "sonso"? Volevi scrivere "senso", ma il "sonso" si avvicina molto al "sonno" che ci fai venire quando giochi a centrocampo. "sempre piu forte": E per chiudere in bellezza, un altro accento saltato sul "piu"
  9. Juventus_addicted

    Ridateci la Juventus

    Il mio tostapane stamattina mi ha guardato con l’aria di chi sa troppe cose. Non ha detto nulla, ovviamente (i tostapane sono notoriamente discreti) ma mentre sputava fuori una fetta di pane leggermente carbonizzata ho percepito un giudizio silenzioso sull’intera esistenza. Allora ho deciso di uscire. Ho preso l’ascensore, ma l’ascensore invece di salire o scendere ha iniziato a raccontarmi la trama di un film francese in cui una lumaca diventa sindaco di una città fatta interamente di cuscini. Non era un brutto film, a dire il vero, ma il finale era molto ambiguo: la lumaca non sapeva più se era davvero un sindaco o solo un’idea. Fuori piovevano cucchiaini. Un piccione mi ha chiesto se per caso avevo visto il suo commercialista, che pare sia sparito dopo aver investito tutto in futures sul basilico. Gli ho detto che non mi occupo di queste cose, io sto solo cercando di capire perché il mio frigorifero applaude ogni volta che apro lo sportello. Comunque niente, volevo condividere questo momento di grande serenità interiore. Se qualcuno ha una ricetta per la zuppa di nuvole o conosce un buon meccanico per ascensori narratori, mi scriva pure. Grazie.
  10. Juventus_addicted

    Ravanelli: "La Juve del 1996 avrebbe battuto anche l'Impero Romano"

    Scusa, ma chi ha detto che Ravanelli non se lo ricorda nessuno? Il senso del mio discorso era un altro. Se ti chiedessero, così d’istinto, di fare una lista dei più grandi giocatori che hanno indossato la maglia della Juve, inseriresti subito anche lui? Io, sinceramente, avendo ricordi nitidi della Juventus fin dai tempi di Liam Brady, mi vengono in mente tanti altri campioni tecnicamente più forti. Questo però non toglie nulla a Fabrizio Ravanelli. Se invece il discorso si sposta su attaccamento alla maglia, spirito di sacrificio, abnegazione e mentalità juventina, allora sì: Penna Bianca è assolutamente tra i migliori e merita tutta la gratitudine dei tifosi.
  11. Juventus_addicted

    Ravanelli: "La Juve del 1996 avrebbe battuto anche l'Impero Romano"

    Tutti noi, quando parliamo dei grandi della Juve, tendiamo a nominare le solite superstar: Del Piero, Zidane, Tevez, Vialli, Platini e così via. Eppure Fabrizio Ravanelli ha segnato in una finale di Champions League poi vinta dalla Juve, e nonostante questo viene raramente inserito in quel gruppo. Ma meriterebbe assolutamente di esserci. Per lo meno per gratitudine. Grande Penna Bianca "Nell'attacco della Juve, C'è una grande novità, È Fabrizio Ravanelli. Beniamino degli ultrá, Ravanelli Alè alè, Ravanelli Alè alè"
  12. Juventus_addicted

    22 Maggio 1996

    Il 22 maggio 1996 non è una data. È un odore, un rumore, un’immagine che chi c’era si porta dietro da trent’anni. La Juventus alzava la Champions a Roma contro l’Ajax, e noi eravamo convinti che quello fosse solo l’inizio di un’epoca infinita. Invece, col senno di poi, quello è diventato il punto più alto di una nostalgia collettiva. Erano anni diversi. Non migliori per forza, ma più nostri. Il calcio aveva ancora le ombre della nebbia nelle partite di provincia, le telecronache con pochi fronzoli, le maglie larghe, i numeri (e i nomi, in quella partita) cuciti male, i campioni che sembravano irraggiungibili ma umani. Si aspettava Novantesimo Minuto, si registravano le partite sulle VHS, si litigava al bar il lunedì mattina e basta: niente social, niente clip da 15 secondi, niente processi continui H24. Quella Juve aveva una fame feroce. Marcello Lippi in panchina, Gianluca Vialli capitano, Alessandro Del Piero che stava diventando leggenda davanti ai nostri occhi, Didier Deschamps, Paulo Sousa, Angelo Peruzzi, Ciro Ferrara. E tutti gli altri. Gente con facce vere, personalità vere, fame vera. E Roma quella sera sembrava il centro del mondo. I rigori. L'adrenalina. Le mani nei capelli. Il rigore di Jugovic, con quel sorriso carico di consapevolezza, che entra. La coppa al cielo. Per chi è juventino, certi frame sono tatuaggi. E fa quasi male pensare a tutto quello che è venuto dopo. Le finali perse del ’97, ’98, 2003, 2015, 2017. Le illusioni ogni volta. Le squadre fortissime. Le notti finite male. Ogni generazione juventina ha avuto la sua Champions sfiorata, ma chi ha vissuto il ’96 ha sempre avuto dentro quella convinzione romantica: “prima o poi torniamo lì”. E invece sono passati trent’anni. Nel frattempo è cambiato tutto. È cambiata l’Italia: a volte penso in meglio, quasi sempre in peggio. È cambiato il calcio: da sport popolare a industria globale. Sono spariti gli stadi fumosi, le radioline, i pomeriggi lenti della domenica. Sono arrivati gli algoritmi, il VAR, i procuratori star, le maglie che cambiano ogni tre mesi. Eppure, quando parte un video di quella finale o rivedi il Capitano Gianluca Vialli che alza la coppa, succede una cosa strana: per un attimo torniamo tutti lì. Più giovani. Più ingenui. Più convinti che il calcio potesse davvero fermare il tempo. Forse è questo il punto. Non ci manca soltanto vincere la Champions. Ci manca come ci sentivamo allora.
  13. Juventus_addicted

    Disperato bisogno di Juventus

    Ciao Zebra, Hai ragione a ricordare quel periodo, perché chi c’era se lo ricorda benissimo: anche allora sembrava di vivere in una Juventus smarrita, con dirigenti improvvisati, idee confuse e la sensazione costante che mancasse una direzione vera. E infatti il paragone ci sta. Però secondo me c’è anche una differenza emotiva enorme tra allora e oggi. In quegli anni eravamo devastati, sì, ma soprattutto arrabbiati. C’era un’ingiustizia enorme appena subita, c’era il veleno di Farsopoli ancora addosso, c’era la sensazione di essere stati colpiti e umiliati. Il tifoso juventino viveva di sangue amaro, ma anche di spirito di rivalsa. Ti aggrappavi all’idea che prima o poi saremmo tornati per riprenderci tutto. Oggi invece io vedo soprattutto stanchezza. Almeno nel mio caso. Non rabbia: stanchezza. Perché qui non c’è solo un nemico esterno da combattere, non c’è una ferita “subita”. Qui c’è una lenta erosione interna fatta di mediocrità normalizzata, comunicazione piatta, ambizioni ridotte e una Juventus che troppo spesso sembra aver perso la memoria di sé stessa. Ed è forse questo che deprime di più: vedere l’eccezionalità juventina trattata come un concetto quasi imbarazzante, come se pretendere fame, personalità e mentalità vincente fosse diventato eccessivo nel calcio moderno. Però ti dico anche una cosa: proprio perché ho già vissuto periodi storti, oggi cerco di non farmi più divorare il fegato. Il sangue amaro non me lo faccio più venire. Perché ho capito che loro passano, la Juve resta. E sotto questo aspetto il tuo richiamo al 2011 è giusto. Perché all’epoca, dopo due settimi posti e anni di confusione, sembrava davvero impossibile ricostruire una mentalità dominante. E invece bastarono poche persone giuste, messe nei posti giusti, per riaccendere tutto quasi all’improvviso. È anche per questo che, nonostante tutto, io non riesco a essere veramente rassegnato. Disilluso sì, spesso amareggiato pure. Ma rassegnato no. Perché la storia della Juventus è ciclica: cade, si sporca, viene data per finita, e poi torna. Nel frattempo provo a viverla con meno tossicità possibile. Mi concedo l’ironia, anche feroce, perché è l’unico modo per non trasformare il tifo in una continua intossicazione emotiva. E sinceramente preferisco farmi una risata amara davanti all’ennesima intervista sul “percorso di crescita” dopo una sconfitta deprimente, piuttosto che lasciare che questa fase mi consumi la passione. Perché la passione, quella vera, viene da molto più lontano di questa dirigenza o di questi giocatori.
  14. Juventus_addicted

    Disperato bisogno di Juventus

    Ti capisco fin troppo bene. Perché il punto non è “non vinciamo”. La Juve ha perso anche in passato. Il punto è che oggi non la riconosci più. Guardi una partita e non senti niente. Nessuna aura, nessuna fame, nessuna arroganza sportiva. Solo una squadra che sembra chiedere scusa di esistere. Ed è questa la cosa più devastante per chi è cresciuto con l’idea che la Juventus dovesse entrare in campo per comandare, non per galleggiare. Però sai una cosa? Io ho smesso di farmi divorare dalla depressione calcistica. Ho trovato il mio metodo di sopravvivenza: ridicolizzarli. Tutti. Senza rabbia isterica (almeno ci provo), senza insulti. Con quell’ironia amarissima che ormai è l’unica difesa possibile. Perché obiettivamente siamo arrivati al punto in cui il vertice societario parla come un amministratore di condominio, i dirigenti sembrano scoprire il calcio ogni lunedì mattina, e in campo vedi giocatori che portano la maglia della Juve con la stessa partecipazione emotiva di chi deve fare una call alle 8 di lunedì mattina. Gente che dopo un pareggio col Verona ti rilascia interviste con la faccia soddisfatta, come se avessero appena espugnato il Bernabeu. O che ti fa un balletto da bimbiminchia dopo aver segnato un gol. E allora io me li immagino così: riunioni infinite per decidere se fare un passaggio in avanti, facce serissime per spiegare che “serve equilibrio”, video motivazionali con la musica epica… per poi fare un tiro in porta in novanta minuti contro una squadra che ha il terzino pagato in buoni pasto. La verità è che questi non fanno arrabbiare: fanno folklore. Sono diventati una parodia inconsapevole della Juventus. E più cercano di raccontarti “il progetto”, più ti viene da chiedere se il progetto sia sabotare il concetto stesso di juventinità dall’interno. Ma proprio qui, paradossalmente, io ritrovo un filo di orgoglio. Perché la Juventus vera non sono loro. Non è questa dirigenza spaesata, non sono queste facce svuotate, non sono prestazioni senz’anima. La Juventus è quella roba che ti hanno cucito addosso da bambino. È il rifiuto dell’alibi. È la pretesa di grandezza. È quella sensazione quasi arrogante che il pareggio sia una mezza sconfitta. E quella roba lì non muore perché anni di gestione confusa e mediocrità travestita da prudenza hanno provato a spegnerla. Passeranno anche questi. Passeranno i filosofi del “quarto posto importantissimo”, passeranno quelli che “bisogna dare tempo al tempo”, passeranno i professionisti della mediocrità elegante. E quando la Juve tornerà davvero (perché storicamente torna sempre) io voglio esserci anche per ricordarmi quanto fosse profondo il deserto. Nel frattempo? Li guardo per quello che sono diventati: interpreti temporanei e indegni di una storia infinitamente più grande di loro. E sinceramente, ridere amaramente di certe scene è molto più sano che lasciare che ti tolgano pure l’amore per quei colori.
  15. Anch'io da giovane ho dato tutto me stesso per la figa, ma nessuno mi ricorda come Ricco Siffredi
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