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Andrej Rublëv

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Su Andrej Rublëv

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  1. Occhio allo schermo!

    mi riferivo semplicemente al fatto che quando si parla di cinema francese, i primi nomi che vengono in mente e vengono spesso citati sono Godard, Truffaut, Bresson, Melville ecc. mentre Rohmer passa un po' in secondo piano. anche lui comunque ha avuto successo tra il pubblico, ad esempio Il raggio verde ebbe un grandissimo riscontro dentro e fuori i confini francesi.
  2. Occhio allo schermo!

    Ho iniziato l'anno scoprendo quest'autore meno considerato rispetto ad altri nell'ambito del cinema francese, Éric Rohmer. Rohmer è il regista della parola, nei suoi film l'aspetto più importante sono i dialoghi, e infatti i personaggi vanno avanti con i dialoghi per ore con pochissime pause. Questa attenzione per la parola non significa che venga trascurata la scenografia, anzi, in varie opere si vede un gusto per i paesaggi rurali, rupestri o marittimi, ma anche per la città (e in Francia "la città" è Parigi). Essendo quindi composti in gran parte di dialoghi i suoi film si possono spezzettare in varie "sezioni": prima si discute di questo, poi dell'altro, poi magari c'è uno sviluppo della trama; è un'arma a doppio taglio, visto che da una parte il discorso può affascinare e tenere incollato allo schermo mentre dall'altra può essere non interessante per uno spettatore qualsiasi e il rischio e quello di non essere completamente concentrati. I sei film della sua prolifica cinematografia che ho visto sono: La collezionista (1967), La mia notte con Maud (1969), Il ginocchio di Claire (1970), L'amore il pomeriggio (1972), Pauline alla spiaggia (1982) e Il raggio verde (1986). Il filo comune che li lega è quello di rapporti e relazioni: spesso vengono analizzati i personaggi grazie ad esse, capendo comportamenti e attitudini, ma anche grazie al fatto che sono gli stessi personaggi a rivelarsi e a discutere. Un altro è la grande capacità di Rohmer nei finali: il regista sapeva sicuramente come chiudere al meglio le storie con dei finali a effetto, alcuni anche misteriosi ma sicuramente d'impatto. E poi le vacanze: sembra strano da dirlo ma quel periodo in cui si smette di lavorare o studiare e si scende dalla metaforica metropolitana del mondo Rohmer lo utilizza per far uscire fuori i veri sentimenti e le vere opinioni dei personaggi (infatti quattro di cui sei film sono ambientati durante le vacanze e trattano di esse). Prima di addentrarmi ad analizzare ulteriormente, sembra chiaro che le opere di Rohmer siano fatte con pochi fondi, perché hanno bisogno sostanzialmente di una scenografia e degli attori, quasi fino a diventare teatro (e infatti ci sarà in un film proprio l'allusione teatrale). Parlo solo dei tre che mi sono piaciuti di più. La mia notte con Maud è la storia di Jean-Louis e di, appunto, la sua notte spesa con Maud. Il protagonista è un cristiano convertito in età adulta, che cerca di attenersi al sistema di principi e morale a cui si è votato. È un film che tratta di morale, in parte di filosofia, della bellezza ideale e reale; ed è probabilmente il film più parlato di Rohmer, con pochissimi cambi di scena e la maggior parte del film occupata dalla notte con Maud, anche questo con un gran finale. L'amore il pomeriggio è la storia della progressiva perdita di coesione di una coppia sposata della borghesia, che ha causa di impegni e altre ragioni ha visto la perdita di passione nella coppia. Questo è dovuto soprattutto al protagonista, Frédéric, che ha ritrovato nella sua vita una conoscenza del suo passato. Vengono analizzati il matrimonio, la fedeltà nella coppia, l'amore e l'attrazione. La prima parte inoltre descrive benissimo la vita nelle metropoli: un ritmo caotico e frenetico dove non ci si ferma mai e dove si incontrano ogni giorno volti nuovi che non si vedranno mai più, e per questo le relazioni tra uomini e donne sono regolamentata quasi esclusivamente dall'attrazione fisica. Il finale poi è la parte riuscita meglio sicuramente, un finale misterioso e dubbioso aperto ad interpretazioni ma in un certo senso liberatorio per lo spettatore, sicuramente d'impatto. Infine, Pauline alla spiaggia. Il film inizia con un cancello che si apre e finisce con lo stesso cancello che si chiude come se fosse un sipario. Ecco il rimando al teatro, visto che i personaggi che compongono il film sembrano proprio in un palco. Non c'è un protagonista fisso, sono vari personaggi legati e incastrati tra loro, ognuno con le sue preoccupazioni e i suoi obiettivi, e giostrano intorno a questa località balneare. I personaggi sono caratterizzati bene e la trama - questa volta ben presente - tiene incollati allo schermo. In particolare c'è da vedere come Rohmer faccia una specie di omaggio a Hitchcock ponendo lo spettatore come un voyeur in varie situazioni.
  3. Occhio allo schermo!

    diciamo che condivido in parte la tua affermazione, perché nonostante il tempo sia fondamentale nell'opera, ridurre la fuga da Dunkerque a solo pretesto sminuisce il film, che ha anche lo scopo di raccontare una storia, e di raccontarla bene e in una maniera che si sia mai vista prima. non mi ricordo dove l'avevo letto ma qualcuno, forse Nolan stesso, ha detto che la rappresentazione più completa della guerra era stata già raggiunta nei primi venti minuti di Salvate il soldato Ryan, quindi c'era bisogno di un modo nuovo e innovativo per raccontare il conflitto bellico (e infatti i critici poi hanno parlato del fatto che sarà una pietra di paragone e uno standard per il futuro).
  4. Occhio allo schermo!

    nell'ultima parte dell'anno scorso, da quando è finita l'estate, non ho frequentato molto il topic e il forum in generale. grandi cambiamenti nella mia vita in questo periodo e l'anno prossimo ancora di più. nonostante questo spero di essere in futuro più costante nella lettura del topic. detto questo le visione dell'ultimo mese dell'anno scorso. Avevo già detto che avevo visto Dunkirk, qui dentro se n'è parlato in tutti modi e quasi tutti l'abbiamo visto, per questo mi limiterò semplicemente a raccontare le sensazioni che mi ha dato: quando è partito il discorso di Churchill mi è venuto un forte groppo in gola e le lacrime agli occhi, come se il ritorno a casa dei soldati fosse anche la liberazione della costante sensazione di ansia che il film trasmette ogni secondo senza tregua. Per me è un film che dimostra le capacità che ha la settima arte in genere ed è una delle sue migliori espressioni. Breve parentesi sul doppiaggio: ho letto che nella versione italiana quando viene chiesto al comandante "Cosa vede?" quando sta usando il binocolo per notare le barche inglesi, lui risponde "patria", mentre nella versione originale risponde con un più sobrio "home". Per me non è un dettaglio da poco considerando come le due versioni differiscano non solo nel significato ma anche nel messaggio che vogliono trasmettere. Altro film del 2017 recuperato è Blade Runner 2049, Villeneuve è un regista che mi piace anche se Arrival per me è stata una delusione. Invece questo Blade Runner 2049 è un gran film, se tutti i sequel fossero di questo livello ben vengano. La durata lunga non si fa sentire molto anche se a tratti sembra ingiustificata, ma come il predecessore è un film atmosferico, lento che si basa molto sui paesaggi distopici e cyberpunk. Fuocoammare è un altro gran film che mi ero perso per generico disinteresse. Rosi è un regista che sa sicuramente filmare bene, ed è riuscito a catturare sia la tragedia dei migranti ma anche le vite degli abitanti di Lampedusa. Nonostante sia un'isola più vicina all'Africa che all'Italia mantiene le sue origini siciliane, ma non della Sicilia moderna di Palermo, Catania e Messina, ma di quella più bistratta e a volte dimenticata, quella fatta di Agrigento, Caltanissetta, Enna, dove, essendo io originario da quelle parti, potevo benissimo specchiarmi nella vita e nella lingua del bambino protagonista. È un film che mostra invece di parlare, tranne per l'unica, toccante, intervista posta a metà film concessa da Pietro Bartolo. Grande esempio di docufilm e di cinema italiano. I Am Trying to Break Your Heart: A Film About Wilco è un documentario musicale riguardante i Wilco durante il periodo di registrazione e pubblicazione del loro album più importante, Yankee Hotel Foxtrot. Naturalmente è solo per i fan dei Wilco o almeno di YHF, però ci sono anche scene che spiegano bene il sistema delle label americane, della difficoltà di far pubblicare un disco senza scendere a compressi con la propria arte. Impiegati... male! non molto da dire se non una buona commedia che è diventata un cult, magari più in America che qui in Italia. Grandi personaggi (tranne per quello di Jennifer Aniston che non mi è mai piaciuta, manco in Friends), fa anche ridere. Gomorra: altro film italiano di qualità, anche se qui la qualità sta nel rappresentare lo squallore, il putrido, la sozzura che si trova in quel territorio, sotto diversi aspetti, dalla camorra vera e propria; gli affari che le girano intorno; la moda; lo smaltimento di rifiuti tossici; i ragazzini che crescono in quella cultura e non possono sperare in altro. Grande prestazione degli attori per quanto amatoriali, ma anche di gente come Servillo. Il profondo desiderio degli dei: film di 3 ore con piglio quasi documentaristico su un'isola che fa parte del gruppo di quelle di Okinawa, molto distanti dalla mainland e rimaste indietro nei profondi cambiamenti del Giappone post-WWII. Narra di una famiglia, ma anche degli abitanti, delle superstizioni e credenze del luogo, delle tradizioni vetuste e sterili. Nella seconda parte l'isola viene sconvolta dalle trasformazioni fino ad arrivare alla trasformazioni principale nel finale dove l'isola diventa un paese giapponese del XX secolo come tutti gli altri. Solo per cinefili hardcore di film giapponesi. Ammetto infine che non avevo visto Il gladiatore, diciamo che il mio giudizio è sufficiente, per il resto penso che tutti abbiano un'opinione e l'abbiano visto.
  5. 2017 in musica

    top 10 1. Gesu no Kiwami Otome - Daruma Ringo 2. indigo la End - Crying End Roll 3. Luca Bocci - Ahora 4. King Krule - The Ooz 5. Gas - Narkopop 6. The Horrors - V 7. Forest Swords - Compassion 8. Kelly Lee Owens - s/t 9. Slowdive - s/t 10. Ryuichi Sakamoto - async altri dal 6 in su Saagara - 2 Phoenix - Ti amo Sampha - Process Carl Brave x Franco126 - Polaroid William Basinski - A Shadow in Time Brian Eno - Reflections
  6. Occhio allo schermo!

    visioni del mese in ritardo Tra i preferiti, Un uomo a nudo, capolavoro che non si sente nominare quasi mai quando si parla di New Hollywood, film di una complessità psicologica pazzesca e prestabile a varie interpretazioni. C'è che ci vede la storia del fallimento del sogno americano, chi un viaggio nell'illusione e nella nostalgia, chi un semplice incubo. È la storia di Ned Merrill, interpretato magistralmente da Burt Lancaster (lui stesso considerò questa la sua migliore interpretazione), un uomo di mezza età che vive in un sobborgo in Connecticut ed è benvoluto da tutti. Trovandosi a casa di un amico, decide di ritornare alla sua "nuotando", ovvero passare per tutte le case dei vicini e fare un bagno in piscina. Però il film prende gradualmente una piega diversa fino a diventare quasi angoscioso e rivelarsi nell'angustiato finale. Diretto dallo zio di Katy Perry, che sa fare il suo mestiere ed è avanti del suo tempo usando tecniche innovative (distorsione, appiattimento, rallentamenti). Ombre rosse, un tipico western di John Ford, contenente tutti gli ingredienti principali del genere: cowboy, pistoleri (Ringo Kid), donne nobili, prostitute, ubriaconi. Un film classico che tratta di una carovana che deve passare in territorio di indiani e che ha plasmato l'idea del genere per la prima volta, toccherà poi a Leone rifarlo. Mysterious Skin: un film che tratta di abusi su bambini e le conseguenze di chi li ha subiti: alla fine della visione però è lo spettatore a sentirsi quasi abusato, un film duro, diretto, pieno di violenza sessuale fino alla rivelazione finale. Gordon-Levitt non mi piace assai ma qui mostra una grande capacità attoriale nell'interpretare il suo personaggio, e attraverso di lui si tratta non solo del tema della pedofilia, ma anche della comunità gay. Loving Vincent: ne aveva già scritto Rhyme un po' di tempo fa e l'aveva fatto bene, quindi se vi interessa magari leggete lui. Mi è piaciuto anche se con riserve, l'idea di dipingere il film è stata geniale, purtroppo l'ho visto al cinema e il doppiaggio me l'ha rovinato molto (lo so, è un mio chiodo fisso). bullet: Gravity: sarà pur fatto tecnicamente benissimo (anche se nello stesso anno esce Interstellar che per me su quell'aspetto è meglio), ma Sandra Bullock e la storia non mi hanno preso per niente. Election: film in un certo senso strano, che tratta di mille argomenti diversi uniti dal filo conduttore della scuola e dei personaggi, però il risultato è un po' incasinato. Cinque pezzi facili: Jack Nicholson come al solito è un grandissimo, però il film parte lentamente e male, si riprende un po' verso la fine, poteva essere un'ottima analisi della borghesia americana, invece resta metà quello e metà un'analisi del complesso protagonista. Perfetti sconosciuti: non mi è andato giù il fatto che debba essere così profondamente moralista, poi io sono che non bada molto alle incongruenze, ma com'è possibile che questi qui ricevano tutti chiamate e messaggi compromettenti nella stessa giornata, che tutti abbiano queste vite super segrete manco fossero dei serial killer, l'elemento comico non era granché, insomma mi è rimasto un po' sullo stomaco. Symbiopsychotaxiplasm: Take One: un documentario che appartiene al filone del New American Cinema, teoricamente un esperimento sociale e uno studio su attori e recitazione, praticamente molto fumo e poco arrosto. Il buio oltre la siepe: non ho letto il libro, negli USA è considerato parte formante della memoria collettiva americana visto che è letto in qualsiasi high school, qui da noi per niente anche perché è profondamente americano. Sapevo di cosa parlava a grandi linee, non pensavo però che la storia dei bambini occupasse così tanto spazio nell'arco narrativo. Poi ovviamente quando parte il processo il livello si alza, ma questo vale praticamente per ogni film (come ad esempio in JFK che di per sé è un buon film ma quando parte la scena in tribunale diventa un'altra cosa). Samba: dai registi di Quasi amici, questa storia sull'immigrazione e sull'integrazione, meno comica del loro film precedente e più incentrata sulla storia, forse per questo sufficiente. Purtroppo Charlotte Gainsbourg. per concludere, finalmente ho visto Dunkirk, ma ne parlerò dopo, per ora dico solo che è più di un capolavoro.
  7. [Topic Unico] Pes 18

    sto facendo una master league con la SPAL, sono alla terza stagione. Alla prima sono arrivato sesto, alla seconda settimo ma ho vinto l'Europa League (in finale 0-5 alla Roma con tripletta di Borriello ). in questa stagione sono terzo a 9 punti dal primo. l'anno prossimo ho intenzione di cambiare squadra e campionato: o il Barcellona da rifondare, o il Borussia Dortmund per fermare l'egemonia del Bayern. la mia formazione titolare (4-2-3-1) Meret 80 Conti 80 Diop 80 Mangala 78 Bernat 81 Locatelli 85 Pellegrini 82 Chiesa 79 Barkley 84 Spinazzola 77 Schick 82 il gioco è una bomba ed è pure migliorato rispetto all'anno scorso.
  8. Il topic dell'NBA

    Houston-Cleveland per ora partita più bella della stagione. Capela sta diventando fortissimo, Harden padrone di tutto. e manca ancora CP3. mi sto esaltando.
  9. Occhio allo schermo!

    visioni del mese Il mondo sul filo, film per la televisione di Rainer Werner Fassbinder del 1973. Film fantascientifico dalla durata di 3 ore e mezza, narra la storia di un futuro in cui si riesce a creare con un supercomputer una simulazione del mondo dotando gli esseri all'interno della simulazione di ogni caratteristica umana, ma con la necessità di dover nascondere la verità della simulazione dai partecipanti della stessa. Oltre che a livello narrativo, il film è un capolavoro a livello tecnico. Una delle particolarità della sua regia è l'uso degli specchi: sono usati per deformare la realtà ma anche per ingannarla completamente o ricrearla: in alcune scene i personaggi sono distorti, in altri il regista illude filmando prima il riflesso e poi spostandosi sui personaggi, oppure solamente il riflesso. Altri pregi sono la fotografia e i costumi che rendono il mondo filmato opprimente ma anche molto elettronico, come se fosse un disco dei Kraftwerk messo su pellicola. Il mondo sul filo è uno dei capolavori del cinema e della fantascienza dimenticati: in parte perché la seconda è utilizzata solo per approfondire la psicologia dei personaggi, in parte per essere un film destinato alla televisione, e questi partono con dei pregiudizi già in partenza. Una riflessione esistenzialista sulla vita, il suo valore, la verità e l'illusione con dentro momenti di azione, di tensione e di riflessione amalgamati benissimo in 3 ore e mezza che volano subito. Capolavoro dimenticato ma la Criterion Collection l'ha recuperato. Habemus Papam (2011). Moretti nella sua maturità ha mutato il suo stile concentrandosi più sulle storie e i suoi personaggi più che su se stesso. Questo film si concentra sulla storia di questo neopapa che non riesce a reggere il ruolo affidatogli. Infatti è un film più concentrato sulla dimensione umana che sulla Chiesa; non che Moretti tralasci l'argomento, inserendo dell'umorismo distante da quello affilato e critico per cui si è fatto un nome. Sa inserirsi benissimo nel cosmo della storia (nonostante sviluppi essenzialmente una storia a parte da quella del protagonista. Ad esempio, sono stupende le scene surrealiste della pallavolo con i cardinali). Michel Piccoli interpreta un uomo di fronte a qualcosa più grande di lui, e nonostante sia un incarico così singolare come quello del papa lo spettatore può immedesimarsi rendendo universale il concetto dell'uomo posto di fronte alle sue responsabilità. Però non manca un po' di analisi in superficie della Chiesa, l'ipotesi che potesse trovarsi senza una guida e un papa che rinnegasse il ruolo (anche qui ci ha preso, Moretti profetico). Un buon film, il problema è però l'appiattimento tecnico che ha subito Moretti in questo film: a partire dalle riprese che si limitano a essere semplici, ma non in accezione positiva, quasi televisive, il sonoro utilizzato un po' male, soprattutto nel finale dove è fuori contesto. Alla Festa di Roma, oltre ad aver mostrato in esclusiva un corto (Autobiografia di un uomo mascherato), ha annunciato pure di aver lottato contro un altro tumore due anni fa. Ha raccontato anche del suo amore per il cinema e per la scoperta di esso che è rimasto immutato, come se fosse un bambino, per questo la versione matura - quasi anziana - di Moretti mi fa ancora di più volergli bene. Hoje eu quero voltar sozinho (2014): primo lungometraggio del regista brasiliano Daniel Ribeiro che si basa su un suo cortometraggio precedente. È di un adolescente cieco omosessuale e del rapporto che si viene a creare con i suoi compagni di classe. Fortunamente il film non è un'opera che compatisce il protagonista, ma ne mostra la sua storia da un punto di vista oggettivo. I personaggi sono caratterizzati bene, il film si occupa di amicizia e amore adolescenziale e lo fa con tenerezza. Pane e fiore (1996): il film più noto di Mohsen Makhmalbaf (il regista che venne interpretato da Sabzian in Close Up) è un docudrama che riflette sulla giovinezza del regista e un suo particolare episodio. Quando ebbe 17 anni durante una rivolta Makhmalbaf accoltellò un poliziotto, e diversi anni dopo lo rincontra per dargli una parte in un suo film e inscenare l'accoltellamento. La storia in realtà raggiunge un livello così complicato che non sono riuscito a capirla pienamente, però nondimeno è interessante scoprire nuovi tipi di cinema e di esprimersi, e questo è molto particolare. Vivere e morire a Los Angeles (1985): onestamente questo è stato l'unico film che non mi ha pienamente convinto, gli attori non mi sono piaciuti (Willem Dafoe che non mi è mai andato a genio come antagonista e William Petersen come protagonista, quello che ha fatto CSI). La storia mi è sembrata poco avvincente, un crime movie mediocre e simile a molti altri, la città losangelina è rappresentato in un modo troppo anni '80 e non in maniera positiva. Inoltre è probabilmente il film che ha iniziato il cliché del poliziotto prossimo alla pensione che viene ucciso negli ultimi giorni di servizio, male.
  10. Occhio allo schermo!

    L'estate scorsa Abbas Kiarostami è deceduto e benché lo conoscessi per fama non avevo mai visto un suo film. Quello che mi colpì però furono le reazioni alla sua dipartita. Percepivo qualcosa di diverso dal solito annuncio della morte di una persona importante: nonostante avessi semplicemente letto il suo cognome prima della sua morte, sentivo che i cordogli e i dispiaceri per la sua morte erano veritieri, non di quelli che ti lasciano l'amaro in bocca, ma di quelli che ti dispiacciono perché senti che una buona persona se n'è andata. E successivamente ho potuto costatare come attraverso la sua arte Kiarostami ha proprio dato l'impressione di essere un gentiluomo dietro una macchina da presa. Questo, lo si può capire destrutturando la sua opera in più punti. 1) I personaggi Kiarostami potrebbe essere definito un continuatore del neorealismo, e molti non esitano a paragonarlo a uno come De Sica, questo perché nelle sue opere Kiarostami propone personaggi semplici, umili, gli anziani ma soprattutto bambini. La figura del bambino è ricorrente nelle sue opere: in una delle sue prime opere, Dov'è la casa del mio amico?, il protagonista è una bambino delle elementari che per sbaglio si porta a casa il quaderno di un suo compagno che rischia di essere espulso qualora non dovesse consegnare nuovamente i compiti. La storia è indubbiamente semplice, priva di fronzoli, ed è una storia di senso del dovere, di responsabilità, ma anche di amicizia, dove non esistono persone squisitamente cattive (anche il maestro che appare severo, in realtà si rivela una persona comprensiva) ma esistono difficoltà da superare nel viaggio della vita. Questo stesso discorso vale anche per Close Up, il suo vero capolavoro, che tratterò a parte. Dieci anni dopo questo film, realizzando Il sapore della ciliegia, Kiarostami mette in scena la storia di un uomo (clamorosamente simile a Vincenzo Salemme) in cerca di aiuto per suicidarsi. Questo protagonista può essere inquadrato come un qualsiasi uomo in punto di terminare la propria esistenza: non viene rivelata la ragione dietro la sua scelta, non c'è il minimo tentativo di contestualizzarlo. Questo perché Kiarostami vuole risaltare la preziosità della vita attraverso i vari personaggi posti davanti all'idea del suicidio. C'è chi trova moralmente sbagliato il suicidio, c'è chi antepone il volere di Dio a quello dell'uomo, c'è chi ha provato le stesse sensazioni del protagonista ma non ha fatto l'estremo atto per un motivo spicciolo. Ed ecco allora il protagonista per la prima volta prende coscienza di sé e incomincia a rivalutare le sue convinzioni, ad essere titubante della scelta. Il film più cupo per temi trattati di Kiarostami è in realtà un'accettazione della vita. 2) L'Iran Kiarostami nasce a Teheran, ma le sue radici non si fermano nella capitale persiana ma vanno anche nelle profondità del paese. Come detto prima, Kiarostami si occupa degli umili, gente che vive in villaggi con centinaia di abitanti, o addirittura vive in aperta campagna, senza avere neanche un indirizzo. In particolare - il suo tratto caratteristico più noto - è la rappresentazione della campagna iraniana che sarà presente in maniera quasi ossessiva. La stessa campagna è spesso solcata di solito da un veicolo: viene subito alla mente il contrasto tra tecnologia e natura, dove la prima osa inopportunamente penetrare nel dominio della seconda. Continuando la descrizione del suo paese rurale, non mancano quindi alberi, fiori, piante, ruscelli, colline e burroni; nelle opere di Kiarostami la natura è variegata e parte integrante del prodotto finale. L'altro pezzo di Iran presente è la poesia persiana. Così viva che addirittura i suoi versi danno anche il titolo a un'opera (Il vento ci porterà via), i personaggi sono soliti recitarle a memoria, avendole apprese a scuola, dando un linguaggio più elevato ai loro sentimenti. Lo stesso Kiarostami si dilettò nell'arte della penna (e qui faccio un richiamo a Tarkovskij, un altro che amava la poesia e ne inserì pure una di suo padre in suo film, non è strano infatti che anche lo stesso Kiarostami apprezzasse molto il regista sovietico). 3) Il metacinema Ed eccoci arrivati all'ultimo punto, il metacinema (inteso come il cinema che indaga su stesso). Nel 1990 un devastante terremoto si scatena nelle zone dove Kiarostami aveva filmato Dov'è la casa del mio amico?. Mette in scena quindi il suo alter ego che va alla ricerca dei bambini protagonisti del suo film, per sapere se sono periti nel disastro, nel film E la vita continua. Il suo viaggio rivela il dramma della popolazione locale: chi ha perso dimora, chi ha perso moglie o marito, chi ha perso figli, chi ha perso amici. Ma nonostante ciò la vita continua. Il suo lavoro successivo, Sotto gli ulivi (1992), narra la creazione del precedente e ne approfitta per infilare un'altra storia di persone umili (un ragazzo illetterato chiede insistentemente la mano di una ragazza che non gli risponde). In particolare riprende la scena di un dialogo tra due neo-sposi che hanno deciso di convolare a nozze nonostante la tragedia. Soltanto che la scena non riesce ad essere portata a termine. Kiarostami mette a nudo il cinema smascherando gli attori, facendoli vedere come persone e non come pupazzi, ma mette a nudo anche la tecnica cinematografica stessa, ripetendola così tante volte da renderla meccanica e svuotarla da qualsiasi allegoria. Questi tre film citati (Dov'è la casa del mio amico?, E la vita continua, Sotto gli ulivi) compongono la trilogia di Koker, chiamata così dal nome del villaggio presente in tutt'e tre i film. Il finale de Il sapore della ciliegia è lo stesso Kiarostami che decide di rompere la quarta parete e mostrare se stesso e la sua troupe durante le riprese e le pause. Ma anche fattori autoreferenziali che si ripetono nelle sue opere (un bambino che cerca un quaderno, l'alter ego kiarostamiano ad esplorare i luoghi del suo film precedente, due easter egg presenti in Il vento ci porterà via) suggerisce che il regista iraniano voglia suggellare nelle sue opere un carattere di universalità e rimando alla differenza tra cinema e realtà. E infine Close Up (1990). Quasi tutto quello che ho scritto precedentemente non si può applicare a questo film: non è ambientato nelle campagne iraniane bensì a Teheran, il protagonista è sì una persona modesta, ma c'è una forte rappresentazione della borghesia e dei garanti della legge. Questo perché Close Up narra un evento realmente accaduto. Hossain Sabzian è un cinefilo con poche disponibilità economiche che riesce a convincere una famiglia di essere il noto regista Mohsen Makhmalbaf. Sabzian imbroglia alla famiglia di avere in progettazione un nuovo film dove vorrebbe far partecipare i figli di questa famiglia. Il film è un docudrama, mischia parti di documentario (come il processo a Sabzian per tentata truffa) a parti recitate (che in realtà sono parti successe realmente: Kiarostami convinse la famiglia e Sabzian di recitare insieme e dare vita nuovamente ai fatti antecedenti al processo). Il personaggio di Sabzian in questo film è quello che più cattura l'attenzione. Innanzitutto non si riesce a stabilire con precisione il suo animo: è una persona cattiva che cerca di professarsi per un animo buono o è veramente pentito delle sue azioni? E qual era il suo obiettivo in tutto questo? Sabzian sostiene che si sia fatto trasportare dal personaggio - avendo sempre vissuto una vita umile e precaria, nei panni di Makhmalbaf viene adulato e pregato compiacendosi della situazione (una tema simile lo tratta Scorsese in Re per una notte). Ma il film spara i suoi migliori colpi nella parte finale: L'estate scorsa Abbas Kiarostami è deceduto e io ho finalmente capito perché percepivo il cordoglio come veritiero. nota a margine: l'anno prossimo vado a Berlino durante il periodo della Berlinale. Yahoo!
  11. Il topic dell'NBA

    ma ricordo male o non tifavi Warriors tu?
  12. [Topic Unico] Pes 18

    mi ero perso sta cosa delle patch, ero rimasto all'anno scorso dove dovevo aggiungere a mano le correzioni e mi rompevo le scatole (che poi sicuro c'era anche l'anno scorso ma non voglio controllare). appena l'ho saputo mi sono fiondato su Amazon
  13. Il topic dell'NBA

    due pronostici in croce: Warriors campioni, Antetokounmpo nei primi 3 per l'MVP, Lonzo Ball farà bene (che magari non significa per forza fare 20 punti a partita) e probabilmente anche Ingram, Harden ha davanti la stagione della vita per diventare un top-3 in NBA o restare un fortissimo ma sotto un gradino, Phila e Minnesota tornano ai playoff. comunque secondo me Aldridge non è così male, non è quello che segna tanto a partita e magari quello che ci si aspettava quando fu preso da FA ma in difesa è forte e mi pare che al ferro concede quanto Green e Gobert più o meno
  14. Serie TV o Film sopravvalutati

    in effetti hai ragione, solo che nelle comunità online che frequento ha un credito immenso ed è abbastanza famoso mentre al di fuori di esse, giustamente, è abbastanza sconosciuto
  15. Serie TV o Film sopravvalutati

    ecco, io ho sempre pensato che Kubrick ha fatto film come se fosse un automa. perfezione tecnica ma alla fine della visione non ti lascia niente. Il cacciatore me lo ricordo bello ma veramente troppo lungo perdendo l'impatto che poteva avere (mi ricordo che c'è una scena di un matrimonio che dura 20-30 minuti senza che succeda nulla di particolare). forse su L'Atalante ho esagerato ma non mi ha mai colpito. Star Wars ha avuto il merito di rivoluzionare il genere fantascientifico nel cinema, almeno il primo o i primi tre film, il resto è spazzatura ed è un franchise che è stato rovinato dai chi lo possedeva e dai fan. non capisco quella sul neorealismo. tra quelli che ho scordato di mettere prima aggiungo i Monty Python che in decine di ore mi hanno fatto ridere solo una volta (questa)
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