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RogerWaters

È morto Giampiero Boniperti

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15 minuti fa, FuoriDalCoro ha scritto:

ho scritto appunto "celebrazioni eccessive"

celebrazioni eccessive ...stile sabaudo...Gianni,Umberto...insomma sta statua all'interno dello stadio ( di proprieta') Boniperti per quello che ha dato nella vita alla Juve se la meriterebbe o noooo? se per te e' no...dillo chiaro e tondo ...te lo ripeto all'Old Trafford non si sono fatti tutte ste  S e gh e mentali

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20 minuti fa, mrhyde ha scritto:

celebrazioni eccessive ...stile sabaudo...Gianni,Umberto...insomma sta statua all'interno dello stadio ( di proprieta') Boniperti per quello che ha dato nella vita alla Juve se la meriterebbe o noooo? se per te e' no...dillo chiaro e tondo ...te lo ripeto all'Old Trafford non si sono fatti tutte ste  S e gh e mentali

L'ho scritto fin dall'inizio. Per me meriterebbe di avere intitolato il Museum. Lui è gran parte della storia della Juventus

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3 minuti fa, FuoriDalCoro ha scritto:

L'ho scritto fin dall'inizio. Per me meriterebbe di avere intitolato il Museum. Lui è gran parte della storia della Juventus

Vabbe' ho capito  ...saresti daccordo...ma per partito preso continui a buttarla in "angolo" finiamola qui tanto non c'e' peggior sordo di chi non vuole sentire , arrivederci

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15 minuti fa, mrhyde ha scritto:

Vabbe' ho capito  ...saresti daccordo...ma per partito preso continui a buttarla in "angolo" finiamola qui tanto non c'e' peggior sordo di chi non vuole sentire , arrivederci

tu sei uno di quelli che la ragione ce l'ha o se la prende? Me lo ricorderò in futuro evitando di entrare in qualsiasi confronto. Buona serata...per davvero.salve

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Il 20/6/2021 Alle 09:33, trap78 ha scritto:

E stamattina ho letto su FB il post di Andrea Lorentini parente di una delle vittime dell'Heysel in cui diceva che Boniperti si era sempre opposto a fare memoria di quella tragica vicenda. E non vi riporto i commenti sotto quel post. Io non ho mai capito quali colpe si possano addossare alla società Juventus di allora. Cosa avrebbe dovuto fare la Juventus e Boniperti? La partita fu giocata per ordine pubblico. Certo Boniperti chiese all'Uefa se quel trofeo avrebbe avuto valore sportivo e l'Uefa gli rispose affermativamente. In Italia all'indomani della tragedia sembrava che le colpe maggiori fossero solo della Juventus società. Ma voi pensate che se quella sera avesse vinto il  Liverpool non avrebbero al ritorno in Inghilterra mostrato la Coppa? Io penso che l'avrebbero mostrata. In Italia fu imbastito un processo mediatico contro la Juventus rea di non si sa cosa. Invece di accusare Uefa autorità belghe e hooligans. 

Il problema allora come ora, è che a vincere la Coppa fu la Juventus. Ci fossero stati l'Inter o il Milan al posto nostro, tutte queste fanfare, discorsi, polemiche, non sarebbero successe e la cosa si sarebbe chiusa di li a poco. Fu una tragedia assoluta, in cui la Juventus ed i suoi giocatori si trovarono tirati dentro loro malgrado, giocando per ordine pubblico in un'atmosfera surreale, e chi era presente quel giorno a Bruxelles, non fu mai più lo stesso, giocatori, tifosi o chiunque esso sia. Gli inglesi vennero preparati per vendicarsi di quanto capitato ad alcuni tifosi del Liverpool l'anno prima, nella Finale di Coppa Campioni giocata all'Olimpico contro la Roma, dove se non ricordo male, ci furono accoltellati, risse e quant'altro, prima e dopo la gara. Per loro i romanisti erano italiani, e a Bruxelles gli juventini erano italiani. Tornando a Boniperti, anche quel giorno fu il Presidente che sapeva essere, e la sua mancanza si sentirà da ora in avanti come non mai.

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1 ora fa, Bismarck ha scritto:

Il problema allora come ora, è che a vincere la Coppa fu la Juventus. Ci fossero stati l'Inter o il Milan al posto nostro, tutte queste fanfare, discorsi, polemiche, non sarebbero successe e la cosa si sarebbe chiusa di li a poco. 

Questo è sicuro e ti posso citare almeno due episodi che hanno visto protagonisti i rossoneri : la mancata restituzione della palla a Bergamo nella.coppa.Italia del 1990 e il vergognoso atteggiamento di Galliani e di tutta la squadra al Velodrome di Marsiglia nel 1991 che valse la.squalifica dalle.coppe.europee.

Sono due episodi che molti giovani non conoscono neanche, prova invece a immaginarti se al posto loro ci fosse stata la Juventus, come minimo ce lo rinfaccerebbero per i prossimi 100 anni.

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Non so se è stata postata nelle pagine precedenti. Ma se anche fosse è troppo bello per non riproporlo. Gtazie Gian Paolo.

 

Gian Paolo Ormezzano

Siccome nessun giornalista ha conosciuto bene come me Giampiero Boniperti, lui primo califfo juventino del mondo io umile fante granata, lui geometra io residuo di liceo classico, lui biondo io bruno, lui sempre crinito io subito calvo, lui di destra io di sinistra, lui di poche parole io logorroico, lui tre figli io anche, e cinque su sei messi al mondo dallo stesso medico ostetrico, lui col primogenito chiamato Giampaolo (con la enne o emme? non lo si saprà mai, idem per Giampiero) come me, lui calciatore affermatissimo io giovanissimo giornalistucolo a lungo abusivo (precario, oggi), lui mio vicino di balcone in un cortile dell’isolato semiperiferico torinese in cui abitavamo.

 

Lui che mai mi ha regalato un’intervista vera e però mi ha lasciato finire il libro della sua vita a sua firma, ”La mia Juventus”: inizio dell’amicizia, Carlin direttore juventino di Tuttosport dove vivacchiavo mi aveva portato da lui (“è il figlio che non ho”) perché non aveva più voglia e tempo di fare il “nom de plume”, il “ghost writer”. Il librò uscì, lo pubblicai indebitandomi, fu un successino, per tutta la vita residua (era l’alba degli anni Sessanta) Giampiero mi chiese se davvero avevo venduto più con lui che con “Cara Juventus” del suo nemicissimo collega Omar Sivori, dissi sempre sì, la verità, e sempre se ne compiacque.

Eravamo amici fraterni salvo le volte, in genere appena due l’anno, del derby. Io con lui mi proclamavo persin più che granata: antijuventino; lui mi diceva di un suo voler bene ai giocatori del Grande Torino, li aveva frequentati e patiti in campo, si era preso sanamente a pugni con tre di loro per le vie del centro di Torino, reputava Valentino Mazzola il più grande di sempre e di tutti, e nel mondo … Io niente di simile, anzi.

Mai un’intervista, persino una smorfietta quando gli lo annunciai che avrei scritto per Tuttosport la storia della sua vita, di calciatore, titolo “Ehi tu biondino”. Sono stato ore con lui nel suo studio torinese dove giocava e bene a fare l’imprenditore di un sacco di cose e sempre mi ha mostrato il suo cappello da alpino, la foto sua a Wembley quando venne selezionato nel Resto del Mondo contro l’Inghilterra (4 a 4, due gol suoi), mi ha sempre rammentato che lui è il capocannoniere del derby (14 ferite a me).

Di sette anni più vecchio ha giocato a fare con me il Grande Saggio sino a due anni fa, quando i suoi novanta erano diventati troppi, aveva confusioni. Ma all’ultimo compleanno, 4 luglio 2020, lui era del 1928, ci eravamo parlati al telefono, ero felice: nessuna screpolatura di dialogo, di memoria in Giampiero. Come sempre, e per ben più di mezzo secolo fra noi due, parlando di Dio e uomini, donne e motori, attaccanti e difensori, gioie e dolori, squadre e colori.

Non mi ha mai perdonato quella volta che mi invitò ad una domenica così: partenza all’alba da Torino su sua auto con autista, passaggio in Umbria nella tenuta di Umbertide, proprietà degli Agnelli, a cui lui geometra accudiva, degustazione di vini importanti, Perugia-Juventus allo stadio ma finito il primo tempo ritorno a Torino e al massimo la radio a ragguagliarci. Gli dissi che facevo il giornalista, se andavo a Perugia era per raccontare la partita, amen.

Gli devo sintonia piena di onestà, di amore per la vita e lo sport e il mondo, gli devo scorribande felici nel nostro amato Piemonte, gli devo tante vigilie di Natale nella sua Novara dove lui ed altri novaresi celebri radunavano un bel pezzo di mondo per ragioni gastronomiche ma anche benefiche. Gli devo amicizie importanti, su tutte quella con Gianni Agnelli. Gli devo, qui, questa precisazione: lo dicevano avaro, era generosissimo, a patto che non lo si sapesse. Guai però se lo dicevo.

Lui mi deve l’esser morto proprio quando andavo in Francia per rimettermi da malanni vari e consultare medici presunti speciali. In lacrime col figlio Giampaolo l’ho rivissuto al telefono. Ma mi piangerò Giampiero dentro sempre, davvero. Sempre più rimpicciolirò al suo confronto calcistico, e parlo del suo saper volere una specie di bene al Toro mentre io non ce la faccio con la Juve.

Resta il mistero di questa “corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote negli umani” (Foscolo). E un granata vs uno juventino, poi. Chiaro che saremmo diventati così amici anche se io caldarrostaio e lui capitano di vascello, ma perché? Dopo i Giochi di Roma 1960 avevo un debito con un amicone giornalista, gli dovevo portare Livio Berruti che il suo pargolo voleva conoscere, Giampiero seppe dell’idea e splendidamente mi disse: “Vengo anch’io”. Approfittammo di una premiazione a Roma con invito al più celebre calciatore d’Italia ed al più grande nostro atleta di sempre. Dovevamo andare da Roma a Santa Marinella, rifeci con Livio un po’ della strada che avevo fatto per riportare a Torino l’eroe dei giochi, un mese prima. Giornata meravigliosa. Chi vuole giochi al gioco fantascientifico di pensare se possibile e come una cosa simile al giorno d’oggi, con sponsor padroni e anche giornalisti rapaci e televisioni in agguato e campioni miliardari.

Non mi ha mai dato una notizia fruibile, magari dicendomi cose ma ammonendomi a seppellirle in me, tipo segreti di formazione, di muscoli, di spogliatoio, di mercato. Quando ha smesso, di botto, mica mi ha preavvertito. Non gli ho mai anticipato un articolo mio, men che mai quando criticavo la Juventus e dirigevo Tuttosport (sono riserbi tipici piemontesardi, sabaudi). A tutti due è sempre andata bene così. Una volta mi chiese: “Mai pensato a dove saresti arrivato in carriera se fossi stato dei nostri?” E io: “Ad avere sicuramente più soldi, e non me ne frega niente, e magari ad avere un alloggetto targato Fiat al Sestriere, come quello che hai tu e dove non vai mai”. Ridemmo eccome insieme. I nostri sei figli e le nostre due mogli ci hanno sempre guardati come alieni giunti probabilmente da un pianeta davvero lontano.

L’ultima volta che ho visto fisicamente Giampiero gli ho detto che Berruti stava male, problemi di deambulazione, lui mi chiese “chi è?” (ovvio che si conoscevano benissimo), gli mostrai una foto di Livio, niente e allora gli dissi: “A questo punto mi chiedo se sai chi sono io”. Mi snocciolò molto di me, mi chiese se avevo ancora buona memoria, sì gli dissi, “e totale e lancinante persino”, mi chiese che esercizi avevo fatto per mantenerla viva. Gli risposi: “Non ricordo”. Non rise e capii che qualcosa dentro si era davvero incrinato. Da allora cominciai la conta al rovescio del tramonto anzi del calar del sole, aspettandomi la notizia che mi raggiunse quando andavo a curarmi le scie del mio tremendo Covid, e solo tre giorni dopo riuscii a spiegare tutto bene a Giampaolo.

No, non può esistere, non è mai esistita e non esisterà mai un’altra storia bella così fra un grande campione e dirigente sportivo e un piccolo giornalista che per fortuna ha memoria di tutto. Grazie, Giampiero.

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47 minuti fa, Antojuve66 ha scritto:

Non so se è stata postata nelle pagine precedenti. Ma se anche fosse è troppo bello per non riproporlo. Gtazie Gian Paolo.

 

Gian Paolo Ormezzano

Siccome nessun giornalista ha conosciuto bene come me Giampiero Boniperti, lui primo califfo juventino del mondo io umile fante granata, lui geometra io residuo di liceo classico, lui biondo io bruno, lui sempre crinito io subito calvo, lui di destra io di sinistra, lui di poche parole io logorroico, lui tre figli io anche, e cinque su sei messi al mondo dallo stesso medico ostetrico, lui col primogenito chiamato Giampaolo (con la enne o emme? non lo si saprà mai, idem per Giampiero) come me, lui calciatore affermatissimo io giovanissimo giornalistucolo a lungo abusivo (precario, oggi), lui mio vicino di balcone in un cortile dell’isolato semiperiferico torinese in cui abitavamo.

 

Lui che mai mi ha regalato un’intervista vera e però mi ha lasciato finire il libro della sua vita a sua firma, ”La mia Juventus”: inizio dell’amicizia, Carlin direttore juventino di Tuttosport dove vivacchiavo mi aveva portato da lui (“è il figlio che non ho”) perché non aveva più voglia e tempo di fare il “nom de plume”, il “ghost writer”. Il librò uscì, lo pubblicai indebitandomi, fu un successino, per tutta la vita residua (era l’alba degli anni Sessanta) Giampiero mi chiese se davvero avevo venduto più con lui che con “Cara Juventus” del suo nemicissimo collega Omar Sivori, dissi sempre sì, la verità, e sempre se ne compiacque.

Eravamo amici fraterni salvo le volte, in genere appena due l’anno, del derby. Io con lui mi proclamavo persin più che granata: antijuventino; lui mi diceva di un suo voler bene ai giocatori del Grande Torino, li aveva frequentati e patiti in campo, si era preso sanamente a pugni con tre di loro per le vie del centro di Torino, reputava Valentino Mazzola il più grande di sempre e di tutti, e nel mondo … Io niente di simile, anzi.

Mai un’intervista, persino una smorfietta quando gli lo annunciai che avrei scritto per Tuttosport la storia della sua vita, di calciatore, titolo “Ehi tu biondino”. Sono stato ore con lui nel suo studio torinese dove giocava e bene a fare l’imprenditore di un sacco di cose e sempre mi ha mostrato il suo cappello da alpino, la foto sua a Wembley quando venne selezionato nel Resto del Mondo contro l’Inghilterra (4 a 4, due gol suoi), mi ha sempre rammentato che lui è il capocannoniere del derby (14 ferite a me).

Di sette anni più vecchio ha giocato a fare con me il Grande Saggio sino a due anni fa, quando i suoi novanta erano diventati troppi, aveva confusioni. Ma all’ultimo compleanno, 4 luglio 2020, lui era del 1928, ci eravamo parlati al telefono, ero felice: nessuna screpolatura di dialogo, di memoria in Giampiero. Come sempre, e per ben più di mezzo secolo fra noi due, parlando di Dio e uomini, donne e motori, attaccanti e difensori, gioie e dolori, squadre e colori.

Non mi ha mai perdonato quella volta che mi invitò ad una domenica così: partenza all’alba da Torino su sua auto con autista, passaggio in Umbria nella tenuta di Umbertide, proprietà degli Agnelli, a cui lui geometra accudiva, degustazione di vini importanti, Perugia-Juventus allo stadio ma finito il primo tempo ritorno a Torino e al massimo la radio a ragguagliarci. Gli dissi che facevo il giornalista, se andavo a Perugia era per raccontare la partita, amen.

Gli devo sintonia piena di onestà, di amore per la vita e lo sport e il mondo, gli devo scorribande felici nel nostro amato Piemonte, gli devo tante vigilie di Natale nella sua Novara dove lui ed altri novaresi celebri radunavano un bel pezzo di mondo per ragioni gastronomiche ma anche benefiche. Gli devo amicizie importanti, su tutte quella con Gianni Agnelli. Gli devo, qui, questa precisazione: lo dicevano avaro, era generosissimo, a patto che non lo si sapesse. Guai però se lo dicevo.

Lui mi deve l’esser morto proprio quando andavo in Francia per rimettermi da malanni vari e consultare medici presunti speciali. In lacrime col figlio Giampaolo l’ho rivissuto al telefono. Ma mi piangerò Giampiero dentro sempre, davvero. Sempre più rimpicciolirò al suo confronto calcistico, e parlo del suo saper volere una specie di bene al Toro mentre io non ce la faccio con la Juve.

Resta il mistero di questa “corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote negli umani” (Foscolo). E un granata vs uno juventino, poi. Chiaro che saremmo diventati così amici anche se io caldarrostaio e lui capitano di vascello, ma perché? Dopo i Giochi di Roma 1960 avevo un debito con un amicone giornalista, gli dovevo portare Livio Berruti che il suo pargolo voleva conoscere, Giampiero seppe dell’idea e splendidamente mi disse: “Vengo anch’io”. Approfittammo di una premiazione a Roma con invito al più celebre calciatore d’Italia ed al più grande nostro atleta di sempre. Dovevamo andare da Roma a Santa Marinella, rifeci con Livio un po’ della strada che avevo fatto per riportare a Torino l’eroe dei giochi, un mese prima. Giornata meravigliosa. Chi vuole giochi al gioco fantascientifico di pensare se possibile e come una cosa simile al giorno d’oggi, con sponsor padroni e anche giornalisti rapaci e televisioni in agguato e campioni miliardari.

Non mi ha mai dato una notizia fruibile, magari dicendomi cose ma ammonendomi a seppellirle in me, tipo segreti di formazione, di muscoli, di spogliatoio, di mercato. Quando ha smesso, di botto, mica mi ha preavvertito. Non gli ho mai anticipato un articolo mio, men che mai quando criticavo la Juventus e dirigevo Tuttosport (sono riserbi tipici piemontesardi, sabaudi). A tutti due è sempre andata bene così. Una volta mi chiese: “Mai pensato a dove saresti arrivato in carriera se fossi stato dei nostri?” E io: “Ad avere sicuramente più soldi, e non me ne frega niente, e magari ad avere un alloggetto targato Fiat al Sestriere, come quello che hai tu e dove non vai mai”. Ridemmo eccome insieme. I nostri sei figli e le nostre due mogli ci hanno sempre guardati come alieni giunti probabilmente da un pianeta davvero lontano.

L’ultima volta che ho visto fisicamente Giampiero gli ho detto che Berruti stava male, problemi di deambulazione, lui mi chiese “chi è?” (ovvio che si conoscevano benissimo), gli mostrai una foto di Livio, niente e allora gli dissi: “A questo punto mi chiedo se sai chi sono io”. Mi snocciolò molto di me, mi chiese se avevo ancora buona memoria, sì gli dissi, “e totale e lancinante persino”, mi chiese che esercizi avevo fatto per mantenerla viva. Gli risposi: “Non ricordo”. Non rise e capii che qualcosa dentro si era davvero incrinato. Da allora cominciai la conta al rovescio del tramonto anzi del calar del sole, aspettandomi la notizia che mi raggiunse quando andavo a curarmi le scie del mio tremendo Covid, e solo tre giorni dopo riuscii a spiegare tutto bene a Giampaolo.

No, non può esistere, non è mai esistita e non esisterà mai un’altra storia bella così fra un grande campione e dirigente sportivo e un piccolo giornalista che per fortuna ha memoria di tutto. Grazie, Giampiero.

Grazie di cuore per aver postato queste bellissime parole sul nostro presidente!

Mi hanno davvero commosso! 

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7 ore fa, Axl Rose76 ha scritto:

Grazie di cuore per aver postato queste bellissime parole sul nostro presidente!

Mi hanno davvero commosso! 

👏👏👏👏👏👏👏

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19 ore fa, ronny80 ha scritto:

Questo è sicuro e ti posso citare almeno due episodi che hanno visto protagonisti i rossoneri : la mancata restituzione della palla a Bergamo nella.coppa.Italia del 1990 e il vergognoso atteggiamento di Galliani e di tutta la squadra al Velodrome di Marsiglia nel 1991 che valse la.squalifica dalle.coppe.europee.

Sono due episodi che molti giovani non conoscono neanche, prova invece a immaginarti se al posto loro ci fosse stata la Juventus, come minimo ce lo rinfaccerebbero per i prossimi 100 anni.

Parole sante da sottoscrivere col sangue

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Ho 28 anni e ovviamente non ho vissuto Boniperti in nessuna delle sue vesti, ma mi ha sempre commosso leggere dell'amore che provava per questo club. Rimarrà un orgoglio da tifoso ricordarlo, per sempre.

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"La notte prima di firmare il mio primo contratto con la Juventus, non chiusi occhio. 
Avevo l'adrenalina a mille.
La mattina successiva, trascorsi del tempo insieme al mio procuratore a fare delle riflessioni su cosa dire, in merito alla cifra e durata del contratto.
Arrivati nell'ufficio di Boniperti, mi bloccai: avevo perso le parole. 
Avevo 17 anni, cosa potevo dire davanti a uno come lui? 
Per 5 minuti parlammo di tutt'altro. 
Ad un certo punto, nel mezzo della chiacchierata, si girò Boniperti e mi disse: 
"Bene, questo è il contratto. Firma". 
Mi spiazzò totalmente. 
Mi presi 5 minuti di tempo per decidere, insieme al mio procuratore, al di fuori dell'ufficio. 
L'offerta era molto più bassa di quella che avevamo pensato col mio procuratore, ma comunque accettammo. 
Come si faceva a dire no a Boniperti e alla Juventus". 

28 giugno 1993, l'inizio di una lunga e romantica storia d'amore tra Alessandro Del Piero e la Juventus. ❤

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"È l'unico calciatore ad aver segnato un gol in azzurro in tre decenni differenti, dagli anni 1940 agli anni 1960. Prese inoltre parte, unico italiano invitato, alla prestigiosa sfida tra Inghilterra e Resto d'Europa giocata il 21 ottobre 1953 al Wembley Stadium di Londra, in cui si mise in mostra nelle file dei «continentali» realizzando una doppietta nel 4-4 finale.[28]"

 

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