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  1. perfX

    Occhio allo schermo!

    La favorita. Efficacemente ruffiano. Nell'accezione migliore. Il film è scritto a favore del pubblico, affinché possa godersi il film e questo non è poco. Nel film c'è tutta questa splendida costruzione, quasi esasperata, di situazioni quasi grottesche; di personaggi di corte, parlamentari, nobili e regine che assomigliano più ad adolescenti in crisi ormonale o bambini capricciosi che ad adulti di rango. E questi trovano il loro corrispettivo formale nei grandangoli, spesso eseguiti con rapidi movimenti, che creano quasi anamorfosi come se si fosse in una tela di quel periodo storico. Questa caratterizzazione e tono della pellicola può esser frutto di quella che forse può apparire quasi una facile moda post-modernista, ma in realtà è pure propria di quel tempo la grande ironia, anche salace, di Swift, citato nel film, o di Pope. Si potrebbe criticare l'eccesso di anacronismi ma vorrebbe dire dimenticarsi che con gli anacronismi ci giocava spesso Pasolini; ma forse quello che più viene in mente vedendo la particolare voglia di schernire - anche per avvicinarla a noi - un'aristocrazia tanto ricca negli abiti come nei vizi è Greenaway. Gli esempi si sprecherebbero. Così il castello dove è ambientato il film appare quasi una casa delle bambole dove far divertire questi bambinelli anche cattivi, perché in fondo tutti vogliono vincere e tenere il giocattolo per sé. Forse risulta meno riuscito lo sviluppo della trama, con i vari intrighi di corte, di cui forse ne abbiamo anche seguiti fin troppi negli anni. E non è neanche importante per il film. Quello che invece conta è come il film, con il suo ritmo sempre sostenuto, è talmente ben congegnato nella sua ironia, anche venata di grottesco, che il cambio di tono finale è difficilmente accolto dallo spettatore che giustamente ne rimane estraniato, confuso e quasi inquietato. Pregevole la colonna sonora. Non è il "mio" film, ma dopo il detestevole The Lobster Lanthimos si riscatta indubbiamente, anche per merito degli sceneggiatori che non mi stupirei di vederli sorridere agli Academy.
  2. perfX

    Occhio allo schermo!

    Mi ricordo che ne parlasti bene di Tramonto, e proprio per questo avevo anche delle aspettative non indifferenti. Però se il discorso che fai sul senso di angoscia, caos, caduta etc. lo capisco e lo posso ricostruire intellettualmente ripensando al film, durante la visione non l'ho vissuto, anzi, come scrivevo prima per me ha pure difetti non piccoli, primi fra tutti i dialoghi. Tra l'altro in questo periodo sto recuperando Bresson. Averne il tempo di lasciarne due righe, sono arrivato a Diario di un ladro.
  3. perfX

    Occhio allo schermo!

    Così mi offendi, non sono così snob. Anche se vorrei esserlo...
  4. perfX

    Occhio allo schermo!

    Vedendo per sbaglio il trailer, li detesto, mi era sembrato la versione estesa di una di quelle ricostruzioni à la History channel. Invece leggendo te e altrove devo ricredermi. Peccato che già farò fatica a vedermi La favorita, questo lo recupererò forse un giorno.
  5. perfX

    Occhio allo schermo!

    Cléo de 5 à 7, Agnès Varda, 1962. Il film, nella trama, è semplicissimo. E' il racconto di due ore, dalle 5 alle 7, di una giornata - tipo non lo direi visti gli avvenimenti che accadranno- di una giovane cantante non ancora famosa, ma con l'intenzione di esserlo, anche grazie a una bellezza non indifferente. La Varda, anima femminile della Nouvelle vague, è bravissima nel raccontarci gli sguardi, i dettagli, le svolte e le giravolte nella giornata dalle ragazza. Colpisce l'agilità con cui muove la cinepresa, come riesce a incastrare tutti gli avvenimenti, tra il serio e il giocoso, senza mai perdere il ritmo sostenuto del film. Un piccolo esempio di buon cinema tipico di un'epoca, può solo far bene vederlo. Curioso, è capitato per caso, il fatto che i 90 minuti del film li abbia visti proprio tra le 5 e le 7. Martha, R.W. Fassbinder, 1974. Una giovane sembra restia a tutto ciò che concerne l'amore e gli uomini, fino a quando la morte del padre non la condurrà ad un incontro per cui rinnegherà la lei di prima. Tipica esposizione dell'amore nella visione di Fassbinder: cioè un sentimento capace di prendere e sovvertire un'intera esistenza, e sopratutto l'amore visto come prigione e tortura. Straordinaria la tensione generata dalla sceneggiatura per cui ad un certo tratto non sai più se credere alla protagonista, o se invece pensarla pazza -un poco Rosemary baby in questo. Ovviamente una nota va a Ballhaus, capace insieme a Fassbinder di ribadire in immagine il tuffo al cuore di un incontro diverso dagli altri. Tramonto, Laszlo Nemes, 2018. Budapest negli anni '10, una ragazza cerca di farsi assumere nella prestigiosa cappelleria che fu dei genitori, morti quando lei era bambina. La cifra stilistica di Nemes è precisa e inconfondibile per tutto il film come è proprio dei grandi autori. Macchina a mano che segue costantemente il protagonista, campi stretti, piani sequenza. E questo lo si era già imparato nel precedente e primo film del regista: il figlio di Saul, premio Oscar 2016. Lì veniva racconta la storia di un ebreo rinchiuso dai nazisti e obbligato a "pulire" i resti degli altri ebrei, prima che tocchi a lui la medesima fine. Il figlio di Saul sul piano dell'immagine è forse meno prezioso di Tramonto, dove abbonda il giallo oro e gli scuri in ogni scena; ma più riuscito nella resa drammatica, forse per via di una storia più inquadrata che gli impedisce di scivolare. Difatti, in Tramonto ho trovato debole sopratutto la trama che appare come artificiosamente complicata, con passaggi quasi volutamente non chiariti perché forse inspiegabili agli stessi sceneggiatori - tra cui lo stesso Nemes-, senza parlare dei dialoghi che sembrano copiati da un romanzo d'appendice. Quindi, se Il figlio di Saul riesce nel far partecipe lo spettatore del dramma vissuto da Saul seguendolo passo a passo e partecipando con lui all'orrore che vive, in Tramonto le parti che dovrebbero provocare le emozioni maggiori quasi annoiano, e se il film vuol dare testimonianza della tensione soggiacente nell'impero austro-ungarico prima della sua caduta, questa al massimo la si comprende dopo ripensando al film, non mentre si segue il film. Quindi rimane contraddittoria la mia opinione su Tramonto, da una parte così curato dall'altra così insopportabile. E questo è un po' l'effetto che mi danno i film di Malick, decidete voi se è un complimento. Inoltre ho letto nelle scorse settimane Scolpire il tempo, di Tarkovskij. Oltre a suscitarmi la voglia di rivedere i suoi film, il libro è una straordinaria lezione più che di cinema di vita. Se infatti le sue idee sul cinema sono ovviamente parziali, cioè sue, e si può concordare o meno, d'altra parte è meraviglioso il modo in cui intende la responsabilità dell'artista e dell'arte nei confronti dell'umanità. Un libro che occorre leggere non solo per quanto si può imparare sul cinema, ma sopratutto su quanto attraverso il cinema si possa imparare sulla vita.
  6. perfX

    Occhio allo schermo!

    Essendo stato distribuito dalla Cineteca penso proprio che il dvd uscirà fatto da loro, come fatto con Visages Villages uscito in dvd a dicembre.
  7. perfX

    Occhio allo schermo!

    Ma figurati, penso sia una speranza comune ritrovarti qui più spesso quando ti sarai ripresa.
  8. perfX

    Academy Awards (Oscar) 2019: le nomination

    Quest'anno un premio va alle nomination, che promettevano malissimo quando si ipotizza del premio del miglior film popolare, e invece... Aspetto La favorita, anche perché con Lanthimos ho un conto aperto dopo il detestato The Lobster, e Green Book. Ma il tifo è tutto per Roma e Cold War. Una suddivisione potrebbe essere: film Roma, straniero Cold War, regista Cuaron, fotografia Zal. Anche se per il film straniero c'è Shopliftster come underdog. E, a proposito, dispiace certo per Dogman ma sopratutto per Fonte che è il vero valore aggiunto del film.
  9. perfX

    Occhio allo schermo!

    Non certo facile per quel tempo, forse anche per l'oggi, però nel senso che magari lo si girerebbe senza troppi problemi ma al contempo privandolo della carica emozionale che inevitabilmente dovrebbe provocare un simile fatto. Ma per la verità non inedita, lo avevo fatto già Rossellini stesso, nel 1948, con Germania anno zero. Il film, strutturalmente basato sugli assiomi del neorealismo, tanto che potrebbe esserne un perfetto manuale, racconta la Berlino post guerra. Totalmente distrutta e affamata, sia la popolazione che la città, ne conosciamo i bassifondi dal punto di vista di un bambino. E' un film che nel suo proseguire diventa sempre più aspro nel racconto, dandoci sempre elementi in più per dubitare di un'uscita dalla situazione in cui si trovano i berlinesi. E, sempre nel proseguire, il film per certi versi si libera dal manierismo neorealista - comunque pregevole -, per donarci un paio di sequenze di un'acuta poeticità, sopratutto nel finale dove si spiega la dedica iniziale del film al figlio di Rossellini morto bambino. Stromboli - Terra di Dio, 1950. E' il primo film girato da Rossellini con la Bergman, e da lì non solo nacque una straordinaria unione artistica ma anche una sentimentale. La Bergman è una nordeuropea in un campo accoglienza post guerra; là incontra un soldato che decide di sposarla e portarla con se nella sua Stromboli. E lì, nell'isola, iniziano i problemi… Il film, inframmezzato da bellissime sequenze di racconto della vita dell'isola tra cui una truce e splendida pesca dei tonni, è un grande racconto di quello che potrebbe essere la lotta tra se e il mondo, il voler piegare la realtà al proprio sistema di idee e quindi il non riuscire a vivere lontano dai propri modi. Ma è anche una grande ricerca della Fede, su come sia impossibile ma necessaria accogliere l'idea di Dio, l'affidarsi a quel Dio proprio per via della propria incapacità di fare i conti con un mondo inospitale fino allo sconforto più totale. E per certi versi sono temi che quasi anticipano quelli tipici di Bergman, Ingmar. Un film eccezionale, da vedere e rivedere. Tra l'altro con una Bergman neppure doppiata. Viaggio in Italia, 1954. Coniugi inglesi a Napoli per vendere una villa ereditata, si capisce subito che il rapporto è agli sgoccioli, lei sembra quasi infatuata di un suo ex corteggiatore poeta e già morto, in ogni caso l'opposto del marito. Il film procede bene, seppure un po' schematico e appesantito dalla trama e dai toni letterari dettati dalla sua origine libresca che non riesce a tradire. Pregevole una scena in cui la Bergman entra a far parte di un gruppo di statue e sembra reciti con loro. Il finale, lontano dal tragico rosseliniano, giustamente fa gridare al miracolo - vedere per capire. Prova d'orchestra, F. Fellini, 1979. Un'orchestra, in un prestigioso e antico oratorio - straordinariamente disegnato nella sua austerità da Dante Ferretti -, viene ripresa dalla televisione che vuole realizzare un documentario sulla musica. Perciò si intervistano i componenti, ognuno legato a suo modo al proprio strumento, e ognuno più pazzo o particolare dell'altro. Tra tutti, ovviamente, spicca il direttore. Il film, piuttosto breve, è girato in tre ambienti, stanze, e il racconto è quello di una giornata di prove. Soltanto che le cose non andranno proprio bene… Il film, già allora ma anche oggi, è stato letto in relazione al clima politico dell'Italia degli anni '70, e in effetti si fatica a non uscire da una tale lettura. Ma non pensandoci del film resta una riuscita galleria di tipi e maschere che danno vanto alla capacità immaginifica del regista, se ancora servisse. in più, per come è strutturato il finale, il film lascia una plurima scelta di interpretazioni che eleva il film dalla commedia - comunque riuscita - alla riflessione di ampio raggio sulla condizione della società, forse legata ad un eterno ritorno. Non tra i suoi film più celebri, ma da recuperare e vedere con gioia.
  10. perfX

    Occhio allo schermo!

    Europa 51, Roberto Rossellini, 1952. Irene, cioè Ingrid Bergman, appartiene a una famiglia agiata della Roma post bellica, una città in cui confluiscono idee comuniste, pacifiste assieme alla povertà e all'indifferenza. Irene non è esente dall'indifferenza, ma a farle cambiare atteggiamento è la tragedia, ammantata da un dubbio pressoché insostenibile, che coinvolgerà suo figlio. Si apre così per Irene la porta di casa e inizia il nostro viaggio con lei nella realtà più scarnificata della capitale. Ingrid sembra accogliere le idee politiche che vogliono il paradiso in terra fatto dagli uomini per gli uomini, idee progressiste e comuniste; ma proseguendo nel film capiamo che a muoverla non è una convinzione politica, potrebbe forse essere una fede. Una fede come quella raccontataci sempre da Rossellini nel 1950 con Francesco giullare di Dio. Il film in questione, ispirato dai Fioretti di san Francesco, racconta per quadri gli avvenimenti del frate e della suo compagnia che si andava formando. Tutti in qualche modo distanti e inspiegabili dalle logiche del mondo, vivono affidati totalmente alla provvidenza. E Rossellini, come unico orpello a questa vita, a questa storia che già di per sé ha da narrare, si rende servo del racconto andando a impreziosirlo costruendo scene splendide, come quella dell'incontro in una notte stellata tra Francesco e un lebbroso, oppure non limitando il comico che può di certo esser presente nelle vita di tutti, compresa quella di dei frati, lasciando ricchi spazi ai racconti anche più frivoli ma significativi della cesura nel vivere secondo la regola di Francesco o secondo la società. Ma non è questa, non è la fede in Dio, a spingere Irene a fare ciò che fa per gli altri. Il motivo ce lo viene detto nel finale, dove il film, che fin a quel punto aveva giusto regalato qualche ottimo squarcio di regia su vasti interni o panorami urbani, oltre alla tragedia detta in apertura, nel finale ecco che erutta, complice una regia ancor più capace nella sua apparente semplicità, tutta la drammaticità dei sentimenti e del vivere di Irene, della sua assoluta inclassificabilità in ogni forma di sistema costituito, di ogni sua distanza dal pensiero sia cattolico che comunista che la costringeranno a una fine speculare a quella di Francesco d'Assisi. Se lui compie la sua missione andando nel mondo a predicare, un mondo che non è certo pronto ad accoglierlo ma che lui combatte avendo dalla sua un alleato più grande; per lei, altrettanto distante da tutti, nel suo mondo, nel mondo di oggi, non può essere una santa ma soltanto una reclusa, una da dimenticare affinché nessuno prenda il suo esempio. In un mondo che sembrava aperto a tutte le nuove idee e possibilità dopo la guerra, Ingrid è paria, per lei non c'è posto. Troppo pericolosa. Il mulino del Po, di Alberto Lattuada, 1949. Nell'Italia post unitaria vediamo la vita di una famiglia di mugnai che abitano nel loro mulino sul Po. Vita agreste, una figlia promessa sposa, e una serie di difficoltà sempre maggiori dovute da due movimenti contrari ma convergenti nell'abbattersi sul mulino. Parlo della lega dei lavoratori, una lega nata sulle idee socialiste che tanto stavano prendendo piede nell'europa di allora, che spingeva per la collettivizzazione delle terre e quindi anche contro mugnai che detenevano i mezzi di produzione. Dall'altra lo stato unitario, visto come entità distante e avversa, è il principale nemico per via delle tasse sul macinato e le eventuali sanzioni in caso di elusione. In breve, le cose per il mulino vanno male, come allegoria di ciò abbiamo una scena riccamente costruita di un incendio notturno che porterà alla distruzione del mulino e da questo alla sfaldarsi della famiglia. Il film, sempre capace nel raccontare le istanze e i sentimenti del popolo e delle altri parti, trova il suo punto d'onore nel finale, per niente accomodante, dove si trovano nella regia come i germogli di qualche celebre film che farà la storia del cinema qualche anno più in là. Ma è soltanto un'impressione, ed il finale ha comunque valore di per sé. Sceneggiatura di Fellini e Pinelli, ma se non lo avessi letto nei titoli non l'avrei mai detto. Sarà che avevo un po' di fretta mentre lo guardavo, ma 15-20 minuti in meno non avrebbero fatto male. Roma città aperta, R. Rossellini, 1945. Uno di quei titoli che non si può non vedere e elogiare per la loro grandiosità. E' forse I promessi sposi del cinema italiano, in questo sua racconto corale di un resistenza morale - esemplare una delle battute finali: non è difficile morire bene, difficile è vivere bene - prima che politica nell'Italia occupata e ancora incerta sulla sua fine; dà la possibilità di scorgere una propria via a tutta il cinema italiano che necessitava, al pari della popolazione, il modo per ripartire. Una via che forse ha perduto, ma è meglio non andare oltre. In ogni caso, il film, complici due attori come la Magnani e Fabrizi a dir poco dominanti nei propri ruoli, restituisce più che una memoria una panoramica al pubblico di allora. E' quasi un cinegiornale per lo spettatore di allora, ed è forse questa sua capacità di sintetizzare il reale in una storia così capace di emozionare a rendere il film ancor oggi di indiscutibile presa. Double vies (Il gioco delle coppie), di Olivier Assays, 2018. E' il racconto del ceto intellettuale, più o meno benestante, della Francia odierna. Coppie di mezza età con lavori che gravitano sopratutto attorno all'editoria, chi è scrittore, chi è editore, chi non legge più, e chi invece lo fa solo su tablet… L'attenzione del film è tutta posta sullo stato delle vite di oggi, così apparentemente vicine a una svolta, facilmente dettata e legata alla tecnologia e all'informatica, ma che, come nella battuta citata de Il Gattopardo: sembra che tutto debba cambiare perché nulla cambi. Il film, che all'inizio, nei suoi serrati dialoghi sulla condizione della vita di oggi, mi ricordava quasi uno dei Moretti prima maniera, è un abile lavoro di scrittura. Per il resto, mi sembra non ci sia molto da notare. In questa scrittura il film sembra però sempre apparecchiare la tavola in attesa di una portata che non arriva mai. Ma se appare per questo deludente, è forse in questo suo tratto, nel suo sottrarsi, che si trova il valore dell'opera. Come se questo mai compiersi, in questo pervadere dell'implicito che mai si palesa, vi sia lo stesso destino delle vite che racconta il film. Certo il film appare più di facile godimento se si ha un minimo interesse per la sfera libraria, ma lo prenderei in ogni caso in considerazione.
  11. Che miseria... Per trovare dieci film hanno raschiato il fondo.
  12. perfX

    Occhio allo schermo!

    Una cosa che mi ero dimenticato di scrivere. Ma quanto è brutto il doppiaggio di questo film? Inascoltabile. Anche Cold war vorrei rivederlo in lingua.
  13. perfX

    Occhio allo schermo!

    Cold war, P. Pawlikowski, 2018. - quasi nessuno spoiler- Continua il viaggio nelle storie e nel passato del regista dopo il precedente Ida. Qui è sempre la Polonia post seconda guerra mondiale e il decennio successivo ad esserci raccontati tramite le vite di una ragazza dotata nel canto e del suo maestro di musica che la conosce mentre allestisce un ensemble di musica e balli folcloristici. Subito spicca l'1.37 (simile al 4:3 per capirci) utilizzato dal regista per dare verticalità alla scena, si può ormai ritenere una sua firma. E l'effetto goticheggiante lascia il segno sopratutto nelle scene girate in Polonia. Tra le scene più belle vi sono sicuramente quelle dove vengono eseguiti i bellissimi e spesso struggenti canti popolari, accompagnati dai tipici costumi, che anche nell'austero bianconero non perdono la loro iridescenza, e dalle coreografie non dissimili a quelle già conosciute fin dai film di Savchenko. Balli e musiche che poi vediamo come corrotte dal socialismo che vuole prenderne le forme per occuparne il posto nella cultura della Polonia segnata dai cambiamenti post conflitto mondiale. La storia d'amore prosegue lungo l'Europa e sempre accompagnata dalla musica, forse soffre un filo d'appannamento nella trama a tre quarti quando va un po' troppo di fretta o mette il pilota automatico alla sceneggiatura. Non ho capito dove sia il problema. In ogni caso resta un film splendido, che ammetto ha con con me gioco facile in quanto molti degli elementi di cui è composto sono quelli che più apprezzo nel cinema. Kieslowski non può non venire in mente, il film rimanda facilmente al suo cinema. Oppure per via del fatto che più un film tende all'est Europa più, non so perché, ne sono attratto. Insomma, se poi si dovesse confrontarlo con Roma, solo per una questione di premi perché i due film sono profondamente differenti, sceglierei per gusto Cold war. In ogni caso, il cinema americano quest'anno dovrebbe dire: saltiamo un'edizione e lasciamo fare agli altri che non c'è storia. Film in sostanza pregevolissimo, con un Pawlikowski che sa sempre bene cosa fare e come ottenerlo con la cinepresa. A riprova, dopo le tante scene di danza, una bellissima scena statica dove protagonista è uno specchio.
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