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  1. perfX

    Occhio allo schermo!

    Reality, M. Garrone, 2012. Non faccio la sinossi perché molti l'hanno già visto e non c'è nulla di eclatante da raccontare. Il film gioca la carta del narcisismo della nostra società e di come certi sogni o desideri possano portare alla malattia mentale. Il film si guarda bene, l'attore protagonista dà un'ottima prova. Per il resto nulla di eclatante. Per me è un film più riuscito a livello di scrittura che a livello cinematografico, per dire poteva essere un buon romanzo. Mi spiace soltanto che Garrone, come anche in Dogman, assieme a molti colleghi utilizzi la cgi anche dove non c'è un particolare bisogno, dando anzi un'aria un po' più grossolana alla pellicola. Poi Fassbinder capitolo 2. Angst essen Seele auf (La paura mangia l'anima), R.W. Fassbinder, 1974. Il film parla dell'incontro di due solitudine, di due emarginati nella società tedesca degli anni '70. Ma che potrebbero esserlo anche oggi, e in altri posti. Si tratta di una donna ormai coi capelli bianchi e figli già cresciuti, e di un immigrato marocchino di mezza età. I due si incontrano fatalmente in un bar, ognuno capisce il disagio altrui e cerca di lenirlo. Da questa amicizia nascerà qualcosa di più profondo. Anche se, come sempre ci racconta Fassbinder, i rapporti umani sono fragili e volubili. Il film prosegue il discorso iniziato da Fassbinder in Katzelmacher, molte dinamiche di discrimazione sono identiche nei due film. Ma a parte la capacità di esporre il tema cinematograficamente il film non l'ho trovato particolarmente significativo. Certo è un capitolo importante del nuovo cinema tedesco, ma in alcune parti confesso di essermi annoiato. Film girato, come consuetudine per il regista, in poco tempo e senza troppe spese. Warnung vor einer heiligen Nutte (Attenzione alla * santa), R.W. Fassbinder, 1971. In un albergo vicino al mare è radunata troupe e attori in attesa dell'arrivo del regista per iniziare le riprese del film. C'è poco da fare, e l'attenzione sembra riposta soltanto al flirtare o amoreggiare vicendevolmente senza troppo badare tra maschi e femmine. D'altronde siamo in un film di Fassbinder. E quasi tutta la prima parte del film è ambientata nella hall dell'albergo, dotata di un frequentatissimo bar, senza che accada nulla se non l'arrivo dell'iracondo e capriccioso regista. Ed è straordinaria la capacità di raccontare questa noia, questa attesa, ma non attesa in qualcosa ma un'attesa del tipo quando suona la campanella all'ultima ora. E per farlo Fassbinder allestisce scene lunghissime con altrettanto ampi piani sequenza. Mentre la seconda parte, quando finalmente iniziano le riprese nonostante le innumerevoli problematiche, il ritmo si rovescia: le scene sono brevi, gli intervalli di tempo sconnessi e profondi, mentre prima praticamente vivevamo il tempo nella hall quasi minuto per minuto. Le scene sono come detto frenetiche, il regista è sempre più annoiato dalla sua opera ed adirato nei confronti dei collaboratori. Per realizzare questo pregevolissimo film, oltre al talento di Fassbinder, bisogna sottolineare quello di Ballhaus alla cinematografia. Ballhaus, che anni dopo sarà tra i più fidati collaboratori di Scorsese, qui mostra ampiamente le sue doti e peculiarità. Per la prima parte del film, quella lenta, muove la cinepresa sinuosamente, ci fa accarezzare muri e tendaggi che inquadra per come indugia e muove docilmente la camera in lunghissimi girotondi su stessa. Girotondi che abbracciano l'intero ambiente facendoci prendere parte a quegli spazi; e quei movimenti continui e fluidi sono facilmente rintraccibali anni dopo nei film del regista newyorchese. Un film strabiliante per scrittura e per capacità di gestire cinepresa e montaggio. Die Sehnsucht der Veronika Voss (Veronika Voss), R.W. Fassbinder, 1972. Spoiler. La Germania negli anni '50, lui è un giornalista sportivo con ormai poco da chiedere alla carriera e in generale. Lei invece è Veronika Voss, una stella del cinema pre-bellico. I due si incontrano durante un temporale, lei inviterà a cena lui che l'ha aiutata senza riconoscerla. Alla cena lei sembra piuttosto disponibile, ma ad un tratto cambia idea e diviene scontrosa. Dev'essere una caratteristica dettata dal nome. A parte le sciocchezze, si scopre che la grande stella del cinema ormai non fa più film, è malata, e per lenire il suo dolore vive nello studio della sua psichiatra che la tiene al guinzaglio con la morfina. Il film è meraviglioso, e allo stesso tempo molto coraggioso. Tratta della malattia mentale, della dipendenza da farmaci, dei metodi nazisti con un tono decisamente raro per quell'epoca. Ma è meraviglioso per come è girato: oltre all'attenzione sul dettaglio e il primo piano, che in Fassbinder non è comune, la prima caratteristica è nel bianconero. Un bianconero che, spesso rievocato nei dialoghi come chiaroscuro, riflette l'alternarsi netto e improvviso dell'umore di Veronika. Un bianconero che vuole essere omaggio non tanto agli anni '50 ma al cinema delle vedette, di cui Veronika è il residuo malato. Ed allora, oltre alla narrazione lineare, il film è frammentato da scene che non sappiamo distinguere se sogno o ricordo dei bei tempi per Veronika, e lì Fassbinder illumina la scena facendo splendere le candele e le fonti di luce come in un musical della fabbrica dei sogni. Hollywood viene chiamata così nel film, ma nel film la fabbrica dei sogni, o meglio placebi o addirittura incubi, è lo studio della psichiatra che con la sua morfina tiene sospese le vite, altrimenti invivibili, dei suoi clienti. La regia del film è frizzante, con un ritmo da commedia e un plot da noir. Spesso Fassbinder utilizza dissolvenze fantasiose, proprio per giocare ancor di più con quel cinema classico rievocato nel film. E, devo dire, che se non conoscessi nulla di questo film, e mi dicessero: abbiamo trovato questa pellicola, non sappiamo di chi sia etc., mi potresti dire l'autore? Io risponderei Truffaut. Certo, poi capisci dove sta la firma di Fassbinder, ma per la freschezza e la cinefilia con cui è girato viene da pensare all'autore parigino. Il finale, già di per sé doloroso e bellissimo, se guardato pensando alla fine del regista dieci anni dopo diviene profetico e ancor più doloroso.
  2. perfX

    Occhio allo schermo!

    Come io leggerò il tuo parere su Gilliam quando andrò a vederlo al cinema.
  3. perfX

    Occhio allo schermo!

    Oltre ad aver rivisto al cinema Raging bull restaurato e in lingua originale, che è sempre una di quelle visioni che fanno piacere ed aiutano mi sono dato un po' a Fassbinder. Katzelmacher, Rainer W. Fassbinder, 1969. Il film ruota attorno a un gruppo di giovani tedeschi degli anni '60. Giovani totalmente disillusi proseguono le proprie vite per inerzia, e là dove ci dovrebbe essere maggiore passione, le relazioni d'amore, c'è solo noia ed etichetta per ben figurare. Poco cambia tra un giovane e l'altro, tutti più o meno insoddisfatti, con le donne che sono o prede o valchirie ma in ogni caso attente più che altro al poco denaro che possono guadagnarsi. A rompere la routine è l'arrivo di uno straniero, un katzelmacher, cioè un fabbrica gattini uno sforna figli. Ecco che allora il gruppetto di giovinastri trova uno sfogo per la propria vita triste, fino a renderlo un capro espiatorio. Ovviamente su di lui cadranno calunnie e maldicenze di ogni genere con sviluppi prevedibili in quanto il film non vuole inventarsi niente, solo renderci spettatori della triste, e direi cattiva, quotidianità. Il film, girato con due soldi, ha una piacevole attenzione per l'immagine: gli attori davanti a una camera sempre fissa appaiono come su di un palco, dove i pochi arredi, in un bianco abbacinante, oltre a ricordare Dreyer, danno la misura della povertà delle loro vite. L'atmosfera, quasi surreale o catatonica di alcune scene, per me è stata di ispirazione per i film di Roy Andersson. Da vedere, anche per certe assonanze con la contemporaneità. Die bitteren Tränen der Petra von Kant (Le lacrime amare di Petra von Kant), R.W. Fassbinder, 1972. Petra è una stilista, più o meno affermata, che ormai non si aspetta più molto dalla vita. La incontriamo a letto in tarda mattinata, quando Marlene "insensibilmente" la sveglia aprendo le tende. Il letto è praticamente il mondo di Petra, si concentra tutta lì la sua vita, non la vedremo mai uscire di casa e neppure dalla sua camera da letto. Lì mangia, lì riceve gli ospiti, lì ha ciò che le serve per disegnare... Il film è girato in quest'unico ambiente, e la bravura di Fassbinder e dei suoi scenografi/architetti è quella di aver costruito una camera da letto con pregevoli soluzioni scenografiche per dare ampiezza, o uno sfondo o separare l'ambiente in due. Ed anche qui, come detto per il film precedente, è l'impostazione è quasi teatrale: non c'è un solo punto di vista e la camera non è sempre fissa, ma per come è concentrata in una sola camera l'intera struttura del film il rimando non può non venire. Altra particolarità del film è che sono presenti solo attrici, degli uomini si parla, a volte chiamano, ma non appaiono mai. Sono al massimo dei deus ex machina per far succedere qualcosa nella monotonia della camera, ma mai si sentirà una voce maschile. L'unico argomento del film è l'amore. Petra si innamora, è amata, è stata innamorata, ha avuto delusioni d'amore, dovrebbe amare di più... E così è anche per gli altri personaggi, unica eccezione Marlene. Marlene non è la governante di Petra, Marlene è la schiava di Petra perché di lei innamorata. Un amore assoluto e incondizionato dal sentimento del soggetto del suo amore. Ama fino a rinunciare a parlare, o forse è perché non parla che ama verrebbe da dirsi vedendo il film. Nella tragedia esistenziale e sentimentale che si consumerà nel film, di assoluta potenza, pare che l'unica via per amare sia appunto quella del totale annichilimento di sé; ma il finale sradica questa debole e scomoda asserzione facendo apparire l'amore come semplice nevrastenia umana che per questo può allora condurre all'annichilimento di se stessi. Querelle de Brest, R.W. Fassbinder, 1982. Querelle, marinaio, arriva nel malfamato porto di Brest. Lì ha sede un ancor più malfamato locale/bordello dove tra i tanti marinai spiccano il fratello di Querelle e la moglie, del proprietario del bordello, amante del fratello di Querelle. Si dice, e la diceria è vera, che se si vuole andare a letto con la moglie del proprietario si debba giocare a dadi con lui, se si vince si può accedere al servizio se si perde bisogna farsi "sottomettere" da Nono, il proprietario e marito. Tra gli altri personaggi di rilievo troviamo Franco Nero come capitano della nave con la passione per le note vocali, stile Dale Cooper, innamoratissimo di Querelle. Troviamo il poliziotto Mario, complice della malavita e grande frequentatore del locale di Nono. Troviamo abitanti di Brest innamorati della sorella dell'amico o forse proprio dell'amico... Si fa fatica a scrivere del film senza aggirare blocchi perché tutto quello che ho scritto ambiguamente dovete pensarlo nell'accezione più cruda, e proprio per la sua "crudezza" in Italia uscì tagliato di un paio di minuti troppo espliciti. D'altronde il film è tratto da un romanzo di Jean Genet, un autore che prima di scrivere di certe cose le ha provate di persone. Ladro conclamato, forse il narratore più famoso dei rapporti omosessuali, non lascia mai certi dubbi nel lettore. E il film di Fassbinder non addolcisce nessuno spigolo di Genet. In ogni caso il film, uscito pochi mesi dopo la morte del regista, ha un fascino incredibile. E' tutto girato in studio con una scenografia che mai vuole dare idea di realismo ma che assieme al giallo-arancio dello sfondo che, anche amplificato dalla fotografia, appare come un'eterna alba o forse un eterno tramonto fa rimanere Brest e il film nella dimensione del fantastico, della favola. Un po', per capirsi, come certe scenografie nelle pellicole di Fellini. Per meglio leggere il film è allora utile la frase iniziale: l'idea di omicidio si lega al mare, che a sua volta rimanda all'amore. Sono infatti l'amore e la morte che si sovrappongono e si confondono nelle varie scene, con sottofondo il mare. La tensione fra le due, con le scene spesso sospese tra un'evoluzione a favore della morte o dell'amore, non è data dall'opposizione delle due ma dalla sinergia fra queste. Il risultato è un film difficilmente accostabile a qualsiasi altra opera, può lasciare sia inorriditi che affascinati. Certamente non è per occhi impressionabili, ma chi può lo guardi. 4 luni, 3 săptămâni și 2 zile (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni), Cristian Mungiu, 2007. E' un film che per essere apprezzato, per avvertirne tutta la tensione, è meglio conoscerne poco o nulla. Quindi sarò brevissimo. Il film è ambientato nel finire degli anni '80 in Romania, ha per protagonista una ragazza universitaria e la sua compagna di camera. Mungiu d'altronde è uno dei grandi narratori della società romena e della storia del suo paese attraverso la vita dei suoi abitanti, direi quasi dei suoi cittadini più banali. Assieme a lui e a registi romeni come Cristi Puiu o altri hanno dato vita negli ultimi quindici anni ad alcune delle pellicole più riuscite del cinema. E questo è forse il titolo più celebre, oltre che vincitore a Cannes della Palma d'oro. Mungiu con la sua regia e i suoi movimenti di camera dà allo spettatore una visione immersiva, come se fossimo sempre accanto a una delle due ragazze. Riuscitissimo il racconto di un'epoca senza l'utilizzo di alcuna didascalia o spiegazione ma soltanto attraverso la vita quotidiana. Le due cose, riuscitissime entrambe, coniugate danno allo spettatore uno choc non indifferente nel momento in cui...
  4. Quest'anno, finora, sembra di giocare con la play station: diamo l'impressione di vincerla sempre e comunque anche un goal sotto o un uomo in meno.
  5. Marotta nella storia della Juve vale Platini, vale Lippi, forse più di Moggi. Gli sono tanto grato quanto dispiaciuto per questa notizia.
  6. perfX

    Il pre-partita di VecchiaSignora: Juventus-Bologna

    Cancelo a sinistra lo aveva provato più volte questa estate.
  7. perfX

    Il mondo del ciclismo

    Han presentato il giro dell'anno prossimo e c'è una tappa che per me è un sogno: crono/cronoscalata Riccione-Città di San Marino. E scalano il Titano dal versante di Montegiardino, scoprirete una salita bastarda bella bella.
  8. A parte tutto, "pro-attivi" non si può guardare.
  9. perfX

    Occhio allo schermo!

    Ma oltre a ciò che racconta è anche il cambio di ritmo rispetto a tutto il resto del film a stonare e rendere quella parte estranea al resto. Uno dei pregi del film è quello di accompagnarci nella vita sui generis di questa famiglia facendoci conoscere pian piano le loro abitudini e scoprire i loro segreti, nell'ultima parte si perde tutto ciò. E' come se la necessità di dare narrazione rovinasse il lato forte del film che è la descrizione.
  10. perfX

    Occhio allo schermo!

    Concordo, anche per me il finale è la parte più debole.
  11. perfX

    Occhio allo schermo!

    Penso sia tra più difficili da non apprezzare se si è appassionati di cinema.
  12. perfX

    Valencia - Juventus 0-2, commenti post partita

    Ci han provato a fargliela vincere, ma siamo uno squadrone. Partita gestita con la testa del campione che sa che la sistema e se la porta a casa. Juve mostruosa, bravi tutti.
  13. perfX

    Occhio allo schermo!

    Tutti film molti importanti di una stagione decisamente densa di titoli e autori. Di Resnais volevo proprio vederlo L'anno scorso a Marienbad, che è stato tra l'altro restaurato da poco. Quindi non escludo possa fare un giro nei cinema. Comunque quelle atmosfere che descrivi nel film lei puoi ritrovare anche in un altro grande film di Resnais che è Hiroshima mon amour. Molto criptico. Mentre per Truffaut, devo sottolineare come il libro stesso di Bradbury è bellissimo, leggetelo se potete. Tra l'altro scritto in meno di un mese. Di Truffaut dovresti vedere il metacinematografico Effetto notte, oltre a L'uomo che amava le donne. Belissimo. E in fondo le tre passioni di Truffaut erano il cinema, i libri, e le donne. Come dargli torto...
  14. perfX

    Occhio allo schermo!

    Puoi recuperare i tuoi ultimi due messaggi sul cinema francese che non sono riuscito a leggerli? @Rhyme
  15. perfX

    Occhio allo schermo!

    Un affare di famiglia, di K. Hirokazu, 2018. Premetto che non guardo praticamente mai film asiatici. Il film ha come protagonista una famiglia composta da nonna, figlia con marito, figlia nubile, bambino e bambina raccattata per strada nella prima scena. Nulla di troppo particolare, ma pian piano si scoprirà qual è il vero legame tra i sei. E uno dei pregi della sceneggiatura starà proprio nel farci comprendere i vari pezzi della situazione senza che mai si alzi il tono, senza che mai ci sia il uhau del colpo di scena. Questa famiglia, lo si vede fin da subito, vive al limite dell'indigenza sopravvivendo con mezzi sempre al limite, ma anche oltre, la legalità; in una città che è asiatica ma potrebbe essere una città qualsiasi. Hirokazu, che mi dicono abbia già trattato temi simili in altri film, sul piano dell'immagine attinge alla grande tradizione del cinema giapponese. Costruisce immagini e scene dove l'azione o comunque il focus narrativo si sviluppa non in primo piano ma in secondo o in terzo. Spesso ci sono elementi, mobili, spigoli o altri personaggi che si frappongo tra l'occhio della cinepresa il centro del suo interesse. Così sia nelle scene a camera fissa sia nelle bellissime carrellate. Ma è proprio quando narrativamente si rompe il legame che regge la famiglia, dando una svolta alla trama, ecco che si rompe anche lo stile visivo appena detto. Nessun elemento tra il protagonista e noi che guardiamo, bensì un primo piano che, banale dirlo, si direbbe a dir poco bergmaniano con il lunghissimo piano sequenza statico su quel volto per farci misurare ogni parola e lineamento del viso. Scena straordinaria per semplicità, intensità, ed efficacia. Il film lascia sospeso non solo il giudizio sui fatti, e noi che siamo chiamati a darcelo come se si trattasse di un'operetta morale, ma anche i risvolti ultimi della trama; anche se, a meno di non volersi illudere, c'è ben poco da sperare per la sorte dei nostri familiari. Palma d'oro all'ultimo Cannes. At Berkeley, F. Wiseman, 2013. Documentario in tipico stile Wiseman, visto in più momenti data la lunghezza non troppo agevole. Siamo come mosche nel prestigioso, ma pubblico, campus californiano dove nacque il movimento del free speech. E la cosa che forse più mostra il documentario non è tanto il funzionamento dell'università, ma l'evoluzione che hanno avuto i movimenti di protesta dagli anni '60-70 ad oggi.
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