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  1. perfX

    Occhio allo schermo!

    Performance (sadismo), di Donald Cammell e Nicolas Roeg, 1968 (realizzazione), 1970 (distribuzione). Il nostro uomo, implicato nel realizzare affari loschi e truci al soldo di uomini altrettanto loschi, si muove nella spenta Inghilterra di fine anni '60 in cui vibra soltanto l'emozione dettata dal sesso o dalla droga. Per sfuggire a una situazione al quanto complicata trova rifugio in casa mezza diroccata che si rivelerà abitata da personaggi sui generis, anche se in linea con la psichedelia dell'epoca. Questo thriller, dove il da poco scomparso Roeg si occupa più dell'immagine e Cammel della scrittura, ha una certa fama di cult movie per via di contare sulla produzione e interpretazione di uno stralunato Mick Jagger e di una messa in scena al quanto ardita. Fin dalle prime sequenze, in un montaggio che assembla scene differenti ma intrinsecamente legate si svela nella propria follia visiva, quasi come fosse una jam session cinematografica volta a riportare su celluloide lo straniamento mentale dovuto all'assunzione di stupefacenti. Il risultato, forse perché avevo sentito un gran parlare del film, non m'ha convinto del tutto. Certo è apprezzabile il non voler rifugiarsi nella regia più banale e nella storiella dalla facile lettura, il finale ne è il miglior esempio, ma per il resto non v'è nulla di clamoroso o memorabile. Tre volti, di Jafar Panahi, 2018. Il MacGuffin ci è subito offerto dal video registrato da una ragazzina che, chiedendo aiuto alla famosissima attrice iraniana Jafari - che, come tutti nel film, interpreta se stessa -, mostra il suo suicidio. Dubbiosa sulla veridicità del video, assieme all'amico regista Panahi, l'attrice decide di andare al villaggio della ragazza per capirci qualcosa. Il film potrebbe entrare nel canone dei road movie, ma sarebbe riduttivo in quanto l'opera ha sì un suo fulcro nel pick up del regista, questo infatti è l'ambientazione di buona parte del film e funge come da dolly grip o cavalletto per la cinepresa, ma è molto di più per via della sua intrinseca protesta contro l'oscurantismo del governo iraniano postrivoluzionario. Questo perché il film non potrebbe di per sé esistere in quanto a Jafar Panahi è stato vietato di svolgere il suo mestiere, oltre a non poter lasciare l'Iran, e per di più propone frammenti del mondo prerivoluzionario totalmente mal visti dal potere odierno. In questo racconto dell'Iran rurale, in bilico tra la sua ancestrale ospitalità e i tentativi, spesso riusciti, di sottomettere la donna, il film non brilla per volontà di accattivarsi il pubblico ma nel suo alternarsi di non fiction e momenti costruiti prosegue senza inciampi. Paradossalmente, dopo quanto detto sull'importanza dell'automobile, le scene più gustose si svolgono lontano da questa. La sequenza finale, ma non solo, dà misura del valore del film. Premiato per la sceneggiatura a Cannes, è un film su cui farci più che un pensiero.
  2. perfX

    Occhio allo schermo!

    Concordo. Ma leggevo che per la questione premi, secondari anche se meritati per un film così bello, ha mille problemi. Come miglior film c'è il problema che non è in inglese, cosa che sembra sia richiesta; per ora è candidato per il Messico come miglior film straniero ma c'è il problema della distribuzione e permanenza in sala che è un criterio per poter candidare il film; Cuaron pare poi non vogliano ammetterlo per il premio per la miglior cinematografia per questioni di sindacato di categoria; mentre l'attrice che interpreta Cleo, non essendo professionalmente un'attrice, rischia l'ostracismo di chi invece è attore professionista e potrebbe non votare un laico a discapito di un collega. Insomma, c'è da divertirsi...
  3. perfX

    Occhio allo schermo!

    Te ne cito due usciti quest'anno. Visages villages, di cui esce il dvd in questi giorni, e La strada di Samouni ancor più recente.
  4. perfX

    Occhio allo schermo!

    Vedo moltissimi film ma ho perso un po' l'abitudine a scrivervi, mi spiace. Ve ne riporto solo due. Roma, F. Fellini, 1972. il film è semi autobiografico e metacinematografico, racconta l'arrivo a Roma da giovane del regista e l'oggi, di allora, mentre è alle prese con la realizzazione di un film. Sempre presente, come ambientazione e personaggio senza volto la città eterna. Il film, seguendo quella dissoluzione dell'unidirezionalità narrativa attuata da Fellini fin da La dolce vita procede per quadri accomunati dalla costanza del caos iperpervasivo che è espressione della putrefazione della modernità. Strano non ci sia Guerra tra gli sceneggiatori. Emblematica, in tal senso, la scena forse più bella che racconta di un viaggio nelle gallerie della metro in costruzione dove, andando a rompere un diaframma, si scopre una villa romana perfettamente conservata coi suoi affreschi che appena viene a contatto con l'aria della modernità si distrugge senza potervi porre rimedio. Da segnalare nel film l'ultima prova da attrice della Magnani. Il film, visto al cinema, era preceduto dall'intervista dell'attore Peter Gonzales che interpretava il Fellini diciottenne. Tra le varie cose ha raccontato che Fellini lo voleva come Titta in Amarcord ma la madre, in Texas, ha preso la telefonata al suo posto non dicendogli niente per paura che la lasciasse sola. Roma, A. Cuaron, 2018. Avvertenza: da guardare fino all'ultimissimo titolo di coda. Spoiler Roma, in questo caso, è un quartiere messicano. Il film viene dalla vita del regista e racconta l'inizio degli anni '70, quando era bambino, portando sulla pellicola la storia di una famiglia dell'alta borghesia che vive nella sua bella casa cittadina assieme a due domestiche, ed è in particolare Cleo, una delle due, ad esser protagonista del film. La tragedia familiare, nella sua catastrofe piena di fatti comuni ma non per questo meno dolorosi, è qualcosa che il regista, forse anche tramite questo film, discesosi pienamente all'interno, vince non eliminandola ma comprendendola all'interno della vita, quasi ritualizzandola in quell'ultimo "shantih shantih shantih". La pace completa, quasi stoica, che nonostante il dolore ciò che accade rimane al termine di tutto. La maestria nell'utilizzo della cinepresa è impeccabile. Usa il cavalletto, spesso piazzandola al centro della scena, lo usa come fulcro per esplorare a tutto tondo il panorama umano e visivo che lo attornia. Una nota di merito alla casa scelta, a dir poco da rivista di settore in quanto ad arredamento. Tornando alla cinepresa, questa coi suoi movimenti e le sue carrellate accompagna, quasi anticipandoli, i nostri familiari. Ma la maestria è nel riuscire a sfruttare questa camera sempre a distanza, sempre lontana dai protagonista, che guarda con occhio quasi documentaristico le vicende ma allo stesso tempo non toglie niente, anzi arriva ottimamente al pathos, al drammaticità di ciò che avviene. E poi si potrebbe dire di quanto ogni scena non sia mai banale nel modo in cui è inquadrata: anche nel semplice arrivo di un auto a casa che diventa di volta in volta espressione dello stato d'animo del personaggio. Mi spiace soltanto che un film di tale fattura sia destinato ad esser visto in piccoli schermi e in deboli impianti audio, perché anche il lavoro sul suono è ricercatissimo, ma se potete andate a vederlo al cinema. Questa sera l'ultima occasione di trovarlo in sala, tra l'altro grazie a un sodalizio tra Netflix e Cineteca di Bologna che apparentemente dovrebbero apparire agli opposti. Detta in parole povere: anche quest'anno, agli Oscar, vince il Leone d'oro. O almeno lo meriterebbe, in qualsiasi categoria. P.S. Il film in poco più di due ore racconta circa un anno della famiglia, decisamente intenso, ma quando è finito ne volevo ancora, mi è sembrato quasi corto per quanto poteva ancora raccontare.
  5. perfX

    Occhio allo schermo!

    Ho guardato molti film ma faccio fatica a trovare il tempo per scrivere qua. Intanto chiudo, forse per ora, il discorso Sjostrom, ma ne avrei altri film di cui parlarvi. Il carretto fantasma, Victor Sjostrom, 1921. La leggenda narra che chi muore sul' scoccare della mezzanotte di capodanno sarà costretto a condurre il carro che raccatta la anime dei dannati. Il nostro protagonista, un uomo dalla vita ormai persa dietro il vino, sembra il candidato alla conduzione del carro. Intanto, nella stessa notte, è destinata a spegnersi una ragazza che invece ha tentato per tutta la vita di aiutare gli altri, specialmente il nostro di cui si diceva. Cosa succederà lo lascio scoprire. Il film ha la sua pregevolezza sia nella tecnica cinematografica, con un lavoro all'avanguardia sulla sovrimpressione utilizzato specialmente per il carretto eponimo. Ma il suo valore è anche nel racconto di questa storia a dir poco drammatica. Un racconto reso certo più vivo dagli sguardi degli attori in alcune scene decisamente ispirate. Il difetto è forse in 10, 15 minuti di troppo della parte centrale che appesantiscono la visione. Altre cose da notare sono il fatto che Sjostrom utilizzi nel film degli espedienti narrativi, come la prigione e il mancare da casa, che utilizza già in altri film precedenti per far funzionare la trama, e sopratutto da notare la scena che ispirerà, o copierà, Kubrick per la celeberrima scena di Shining. Gran film, tra l'altro ottima la versione restaurata. He who gets slapped (L'uomo che prendeva gli schiaffi), V. Sjostrom, 1924. Un uomo, ormai schiaffeggiato dalla vita sia professionale che sentimentale, diviene clown. E come numero ha proprio la sua specialità: prendere gli schiaffi, questa volta davanti a un pubblico pagante che si sbellica nel vederlo sbeffeggiato da tutti. Ma anche nel circo, in questa sua nuova vita, non riesce mai ad uscire dal personaggio e continuare a prendere schiaffi su schiaffi. Nel finale, tra i più belli e patetici del cinema, morirà da eroe tra le risate del pubblico. Sjostrom dopo i successi scandinavi va negli Usa come capita ad altri suoi colleghi europei che si può dire abbiano in parte insegnato il mestiere da quelle parti, là viene chiamato Seastrom, ma non perde la sua drammaticità. Il film mantiene la sua firma stilistica non solo nel tipo di storia ma anche per le sovrimpressioni utilizzate. E' un film bellissimo quanto triste, posso solo consigliare di vederlo. The scarlet letter (La lettera scarlatta), V. Sjostrom, 1926. Boston in epoca puritana, in sostanza non si può far nulla senza che qualcuno non se ne accorga e per questo ti faccia condannare per un qualsiasi peccato. La più peccatrice della cittadina pare essere una ragazza, Hester, che entra però nelle grazie del giovane pastore ben visto da tutti. E ovviamente, nascendo una relazione fra loro, nasceranno sempre più problemi. Del film è pregevole come mostri quanto il fanatismo, più che dal vertice, spesso nasca dal basso, dalla massa. Poi c'è, come al solito, questa storia drammaticissima che racconta benissimo. C'è in particolare una scena con Esther sul patibolo che per intensità drammatica quasi eguaglia la Giovanna d'Arco di Dreyer, anche se dell'amor profano e non sacro. Da notare, per chi lo vedrà, un intertitolo strabiliante. The wind (Il vento), V. Sjostrom, 1928. Siamo nel West, una ragazza arriva in questa terra desertica e sempre battuta da un'inarrestabile vento. La forestiera non è ben vista dalla padrona di casa dove è ospitata che teme gli rubi il marito, già amico della forestiera. Perciò la ragazza dovrà andarsene e nel farlo sposando un uomo che però non ama. La vita nel West e il vento incessante non le piacciono proprio, vorrebbe solo tornare a casa. Come finirà lo lascio a voi. Il film recupera le sovrimpressioni à la Sjostrom, in questo caso un maestoso cavallo che personifica il grande vento del nord. Ma per il resto il film non ha quasi mai forza, recupera soltanto negli ultimissimi minuti con qualche bella scena. Eppure la protagonista è interpretata da Lilian Gish, meravigliosa donna e attrice, già protagonista ne La lettera scarlatta e musa di Griffith. Certamente il più debole dei film di Sjostrom visti.
  6. perfX

    Occhio allo schermo!

    Terje Vigen, di Victor Sjostrom, 1917. Ne parlò Rhyme mesi fa del regista e ora ho iniziato a recuperarlo. Questo primo film, che non risparmia nulla allo spettatore in fatto di drammaticità, ha tra l'altro un bellissimo modo di integrare uomo in primo piano e fondo naturale alle sue spalle. Un'ora di film molto bella. Nostra signora dei turchi, Carmelo Bene, 1968. Per parlare di Bene servirebbero pagine intere. Quindi solo qualche spunto a riguardo del primo film diretto da lui diretto. Il film, ambientato ad Otranto, in gran parte nel palazzo Moresco, ha una struttura talmente antinarrativa che è solo dannoso provare ad accennarla tra salti temporali e personaggi al limite del reale. Il film, sia appunto a livello di scrittura sia a livello di immagine, è quasi uno sberleffo verso la forma cinematografica, ma nel farlo diventa esso stesso un mirabolante esempio di cinema. E poi monologhi meravigliosi, prove recitative superbe, una fra tutte quando Bene nella stessa scena impersona due frati, da sola varrebbe il biglietto. Tra pellicola graffiata e contestazione verso la contestazione, anche tutto ciò che attornia il film stesso è altrettanto incredibile. Non facile ma da vedere senza dubbio. Umano non umano, Mario Schifano, 1969. Girato dal celebre artista, e prodotto dalla casa di produzioni poi subito chiusa di Mick Jagger e Keith Richards, anche attori nel film; è un palese esempio di cinema che vuole essere sperimentale e d'avanguardia. Il film è come composto da piccoli episodi, unico filo comune la contestazione del '68. Dicevo sperimentale, e in effetti lo è anche con la pazienza dello spettatore in qualche momento. Ma vale qualsiasi fatica arrivare alla scena, direi commovente, con protagonista Sandro Penna, amico di Schifano, che recita i suoi versi e racconta le sue giornate in casa, malinconico. Rimane un film di indubbia importanza, seppur non facile. Il settimo sigillo, I. Bergman, 1957. Chi veglia su di lei: gli angeli, Dio, il diavolo o il nulla? E' la domanda che si porta con sé il cavaliere Antonius Block che non sa più come continuare ad aver fede, ed una domanda che ciascun uomo può porsi a riguardo della propria esistenza di fronte alla Morte. Non penso serva dire altro per ricordare la grandezza del film. Mi spiace per Rhyme che non ha potuto godersi la versione restaurata al cinema e in lingua originale. Tra l'altro, la possibilità di vederlo per la prima volta in lingua fa cogliere meglio le caratteristiche della coppia di teatranti che veniva un filo sviata nella traduzione italiana. Mentre il restauro dell'immagine non produce un maggior contrasto tra gli scuri e i chiari, come si potrebbe pensare, ma dà al film un grigio più intenso e sfumato. In ultimo quello che non è un film ma ha molto a che fare. Him, di Fanny e Alexander (il fatto che lo scriva dopo Il settimo sigillo è totalmente casuale). E' un lavoro teatrale di una decina di anni fa e ampiamente premiato e recensito, quindi trovate diverso materiale per approfondire. Lo spettacolo prevede un unico attore che, inginocchiato e vestito come Him, cioè l'Hitler di Cattelan, è al centro della scena. Dietro di lui uno schermo cinematografico, l'attore alza la bacchetta da direttore d'orchestra e parte Il mago di Oz di Victor Fleming. E lo spettacolo consiste nel nostro him che doppia tutti i personaggi, in inglese, facendo persino le colonna sonora vocalmente. Il risultato, volutamente grottesco, è qualcosa strepitoso, con l'attore a dir poco superlativo. Per l'occasione il film, che non avevo mai visto per intero, veniva proiettato nella versione 3d. Se vi capita non perdetevelo.
  7. perfX

    Occhio allo schermo!

    Periodo moscio, un po' come le pagine qui sul forum. Ho più che altro coperto qualche buco. Tirate sul pianista, di F. Truffaut, 1960. Ha già detto molto Rhyme. Film vivace pur raccontando una storia che potrebbe esser tristissima tra sfortune, suicidi etc. E' un Truffaut che, come spesso accade, gioca con il cinema andando a fare un film godibilissimo anche se lontano dalle sue opere più importanti. Ottima la caratterizzazione del protagonista. Non drammatiziamo... è solo questione di corna, sempre lui, 1970. Terzo capitolo dedicato ad Antoine Doinel, qui è ormai sposato. Anzi, oltre ad essere sposato gli arriva anche un bambino. Funziona tutto bene in questo racconto famigliare della piccola borghesia francese. Come nel precedente film si nota la lezione di Hitchcock sull'importanza dei dettagli imparata perfettamente da Truffaut. Penso che il film oggi sarebbe ingirabile in quanto l'accusa di sessismo si scatenerebbe dopo i primi cinque secondi di film. Il fiore dele mille e una notte, P.P. Pasolini, 1974. Ultimo capitolo della trilogia della vita. Non potendo più trovare nel mondo di oggi una sessualità pura e gioiosa Pasolini si deve rifugiare tra le meravigliose architetture urbane e narrative della fiaba. La storia si sviluppa in un sussegguirsi di racconti che si sviluppano partendo da una storia all'altra. Il che lo rende quasi un film ad episodi: ognuno con i suoi protagonisti e la sua ambientazione. Di conseguenza alcuni capitoli risulteranno meno riusciti di altri. In ogni caso un film da vedere. La strada dei Samouni, Stefano Savona, 2018. Documentario visto al cinema. Racconta la storia di una famiglia palestinese, i Samouni, che vive in un paesino nella campagna di Gaza. Savona come una mosca fa raccontare dai bambini e dalle donne superstiti la loro vita e lo sterminio della famiglia durante l'operazione Piombo fuso nel 2009. Quello che colpisce è l'estraneità e a al contempo la comune presenza della guerra. L'estraneità data dal fatto che loro non la cercano minimamente, non sono affiliati a nessun partito, e vedono la rivalità tra Israele e Palestina più come una guerra di interesse dell'élite al potere. Dall'altro la presenza della guerra che segna la quotidianità dei sopravvissuti con ricordi, ferite, e lutti. l documentario, oltre a delle riprese classiche, è arricchito da un'ampia presenza di sequenze animate. Una della disegnatrici, presente alla proiezione, ha spiegato come i disegni siano stati tutti realizzati a mano, con una tecnica che va a incidere il colore sul foglio lasciando le tracce bianche, scavate, che danno forma al disegno. Un effetto che si può dire visivamente ruvido ed efficace, viene utilizzato per le parti del film che si riferiscono al passato o alla fantasia dei bambini. E' un documentario dal tema molto delicato che spesso porta a polarizzare l'opinione e quindi a creare pregiudizi anche sul film, ma l'intento del film sembra quello di lasciar da parte le questioni geopolitiche o storiche andando a mostrare i volti che subiscono direttamente le conseguenze dei discorsi che si fanno in un verso o nell'altro. Se lo trovate vedetelo. Premiato a Cannes come miglior documentario.
  8. perfX

    Il pre-partita di VecchiaSignora: Juventus-Genoa

    Panchina che fa spavento.
  9. perfX

    Occhio allo schermo!

    Un piacere rileggerti. Devo però dire che a me La paura magia l'anima è quello che è piaciuto meno, in parte annoiato e mi sapeva di già visto dopo Katzelmacher. Mentre Veronika Voss è forse quello che ho più gradito, forse assieme a Attenzione alla * santa, ma in generale ognuno per ogni ragioni differenti li ho apprezzati tutti. Parliamo di un autore di indubbio valore in cui ogni opera ha qualcosa da dirci. Me ne mancano però ancora molti dei suoi, col tempo li recupererò.
  10. perfX

    Occhio allo schermo!

    Reality, M. Garrone, 2012. Non faccio la sinossi perché molti l'hanno già visto e non c'è nulla di eclatante da raccontare. Il film gioca la carta del narcisismo della nostra società e di come certi sogni o desideri possano portare alla malattia mentale. Il film si guarda bene, l'attore protagonista dà un'ottima prova. Per il resto nulla di eclatante. Per me è un film più riuscito a livello di scrittura che a livello cinematografico, per dire poteva essere un buon romanzo. Mi spiace soltanto che Garrone, come anche in Dogman, assieme a molti colleghi utilizzi la cgi anche dove non c'è un particolare bisogno, dando anzi un'aria un po' più grossolana alla pellicola. Poi Fassbinder capitolo 2. Angst essen Seele auf (La paura mangia l'anima), R.W. Fassbinder, 1974. Il film parla dell'incontro di due solitudine, di due emarginati nella società tedesca degli anni '70. Ma che potrebbero esserlo anche oggi, e in altri posti. Si tratta di una donna ormai coi capelli bianchi e figli già cresciuti, e di un immigrato marocchino di mezza età. I due si incontrano fatalmente in un bar, ognuno capisce il disagio altrui e cerca di lenirlo. Da questa amicizia nascerà qualcosa di più profondo. Anche se, come sempre ci racconta Fassbinder, i rapporti umani sono fragili e volubili. Il film prosegue il discorso iniziato da Fassbinder in Katzelmacher, molte dinamiche di discrimazione sono identiche nei due film. Ma a parte la capacità di esporre il tema cinematograficamente il film non l'ho trovato particolarmente significativo. Certo è un capitolo importante del nuovo cinema tedesco, ma in alcune parti confesso di essermi annoiato. Film girato, come consuetudine per il regista, in poco tempo e senza troppe spese. Warnung vor einer heiligen Nutte (Attenzione alla * santa), R.W. Fassbinder, 1971. In un albergo vicino al mare è radunata troupe e attori in attesa dell'arrivo del regista per iniziare le riprese del film. C'è poco da fare, e l'attenzione sembra riposta soltanto al flirtare o amoreggiare vicendevolmente senza troppo badare tra maschi e femmine. D'altronde siamo in un film di Fassbinder. E quasi tutta la prima parte del film è ambientata nella hall dell'albergo, dotata di un frequentatissimo bar, senza che accada nulla se non l'arrivo dell'iracondo e capriccioso regista. Ed è straordinaria la capacità di raccontare questa noia, questa attesa, ma non attesa in qualcosa ma un'attesa del tipo quando suona la campanella all'ultima ora. E per farlo Fassbinder allestisce scene lunghissime con altrettanto ampi piani sequenza. Mentre la seconda parte, quando finalmente iniziano le riprese nonostante le innumerevoli problematiche, il ritmo si rovescia: le scene sono brevi, gli intervalli di tempo sconnessi e profondi, mentre prima praticamente vivevamo il tempo nella hall quasi minuto per minuto. Le scene sono come detto frenetiche, il regista è sempre più annoiato dalla sua opera ed adirato nei confronti dei collaboratori. Per realizzare questo pregevolissimo film, oltre al talento di Fassbinder, bisogna sottolineare quello di Ballhaus alla cinematografia. Ballhaus, che anni dopo sarà tra i più fidati collaboratori di Scorsese, qui mostra ampiamente le sue doti e peculiarità. Per la prima parte del film, quella lenta, muove la cinepresa sinuosamente, ci fa accarezzare muri e tendaggi che inquadra per come indugia e muove docilmente la camera in lunghissimi girotondi su stessa. Girotondi che abbracciano l'intero ambiente facendoci prendere parte a quegli spazi; e quei movimenti continui e fluidi sono facilmente rintraccibali anni dopo nei film del regista newyorchese. Un film strabiliante per scrittura e per capacità di gestire cinepresa e montaggio. Die Sehnsucht der Veronika Voss (Veronika Voss), R.W. Fassbinder, 1972. Spoiler. La Germania negli anni '50, lui è un giornalista sportivo con ormai poco da chiedere alla carriera e in generale. Lei invece è Veronika Voss, una stella del cinema pre-bellico. I due si incontrano durante un temporale, lei inviterà a cena lui che l'ha aiutata senza riconoscerla. Alla cena lei sembra piuttosto disponibile, ma ad un tratto cambia idea e diviene scontrosa. Dev'essere una caratteristica dettata dal nome. A parte le sciocchezze, si scopre che la grande stella del cinema ormai non fa più film, è malata, e per lenire il suo dolore vive nello studio della sua psichiatra che la tiene al guinzaglio con la morfina. Il film è meraviglioso, e allo stesso tempo molto coraggioso. Tratta della malattia mentale, della dipendenza da farmaci, dei metodi nazisti con un tono decisamente raro per quell'epoca. Ma è meraviglioso per come è girato: oltre all'attenzione sul dettaglio e il primo piano, che in Fassbinder non è comune, la prima caratteristica è nel bianconero. Un bianconero che, spesso rievocato nei dialoghi come chiaroscuro, riflette l'alternarsi netto e improvviso dell'umore di Veronika. Un bianconero che vuole essere omaggio non tanto agli anni '50 ma al cinema delle vedette, di cui Veronika è il residuo malato. Ed allora, oltre alla narrazione lineare, il film è frammentato da scene che non sappiamo distinguere se sogno o ricordo dei bei tempi per Veronika, e lì Fassbinder illumina la scena facendo splendere le candele e le fonti di luce come in un musical della fabbrica dei sogni. Hollywood viene chiamata così nel film, ma nel film la fabbrica dei sogni, o meglio placebi o addirittura incubi, è lo studio della psichiatra che con la sua morfina tiene sospese le vite, altrimenti invivibili, dei suoi clienti. La regia del film è frizzante, con un ritmo da commedia e un plot da noir. Spesso Fassbinder utilizza dissolvenze fantasiose, proprio per giocare ancor di più con quel cinema classico rievocato nel film. E, devo dire, che se non conoscessi nulla di questo film, e mi dicessero: abbiamo trovato questa pellicola, non sappiamo di chi sia etc., mi potresti dire l'autore? Io risponderei Truffaut. Certo, poi capisci dove sta la firma di Fassbinder, ma per la freschezza e la cinefilia con cui è girato viene da pensare all'autore parigino. Il finale, già di per sé doloroso e bellissimo, se guardato pensando alla fine del regista dieci anni dopo diviene profetico e ancor più doloroso.
  11. perfX

    Occhio allo schermo!

    Come io leggerò il tuo parere su Gilliam quando andrò a vederlo al cinema.
  12. perfX

    Occhio allo schermo!

    Oltre ad aver rivisto al cinema Raging bull restaurato e in lingua originale, che è sempre una di quelle visioni che fanno piacere ed aiutano mi sono dato un po' a Fassbinder. Katzelmacher, Rainer W. Fassbinder, 1969. Il film ruota attorno a un gruppo di giovani tedeschi degli anni '60. Giovani totalmente disillusi proseguono le proprie vite per inerzia, e là dove ci dovrebbe essere maggiore passione, le relazioni d'amore, c'è solo noia ed etichetta per ben figurare. Poco cambia tra un giovane e l'altro, tutti più o meno insoddisfatti, con le donne che sono o prede o valchirie ma in ogni caso attente più che altro al poco denaro che possono guadagnarsi. A rompere la routine è l'arrivo di uno straniero, un katzelmacher, cioè un fabbrica gattini uno sforna figli. Ecco che allora il gruppetto di giovinastri trova uno sfogo per la propria vita triste, fino a renderlo un capro espiatorio. Ovviamente su di lui cadranno calunnie e maldicenze di ogni genere con sviluppi prevedibili in quanto il film non vuole inventarsi niente, solo renderci spettatori della triste, e direi cattiva, quotidianità. Il film, girato con due soldi, ha una piacevole attenzione per l'immagine: gli attori davanti a una camera sempre fissa appaiono come su di un palco, dove i pochi arredi, in un bianco abbacinante, oltre a ricordare Dreyer, danno la misura della povertà delle loro vite. L'atmosfera, quasi surreale o catatonica di alcune scene, per me è stata di ispirazione per i film di Roy Andersson. Da vedere, anche per certe assonanze con la contemporaneità. Die bitteren Tränen der Petra von Kant (Le lacrime amare di Petra von Kant), R.W. Fassbinder, 1972. Petra è una stilista, più o meno affermata, che ormai non si aspetta più molto dalla vita. La incontriamo a letto in tarda mattinata, quando Marlene "insensibilmente" la sveglia aprendo le tende. Il letto è praticamente il mondo di Petra, si concentra tutta lì la sua vita, non la vedremo mai uscire di casa e neppure dalla sua camera da letto. Lì mangia, lì riceve gli ospiti, lì ha ciò che le serve per disegnare... Il film è girato in quest'unico ambiente, e la bravura di Fassbinder e dei suoi scenografi/architetti è quella di aver costruito una camera da letto con pregevoli soluzioni scenografiche per dare ampiezza, o uno sfondo o separare l'ambiente in due. Ed anche qui, come detto per il film precedente, è l'impostazione è quasi teatrale: non c'è un solo punto di vista e la camera non è sempre fissa, ma per come è concentrata in una sola camera l'intera struttura del film il rimando non può non venire. Altra particolarità del film è che sono presenti solo attrici, degli uomini si parla, a volte chiamano, ma non appaiono mai. Sono al massimo dei deus ex machina per far succedere qualcosa nella monotonia della camera, ma mai si sentirà una voce maschile. L'unico argomento del film è l'amore. Petra si innamora, è amata, è stata innamorata, ha avuto delusioni d'amore, dovrebbe amare di più... E così è anche per gli altri personaggi, unica eccezione Marlene. Marlene non è la governante di Petra, Marlene è la schiava di Petra perché di lei innamorata. Un amore assoluto e incondizionato dal sentimento del soggetto del suo amore. Ama fino a rinunciare a parlare, o forse è perché non parla che ama verrebbe da dirsi vedendo il film. Nella tragedia esistenziale e sentimentale che si consumerà nel film, di assoluta potenza, pare che l'unica via per amare sia appunto quella del totale annichilimento di sé; ma il finale sradica questa debole e scomoda asserzione facendo apparire l'amore come semplice nevrastenia umana che per questo può allora condurre all'annichilimento di se stessi. Querelle de Brest, R.W. Fassbinder, 1982. Querelle, marinaio, arriva nel malfamato porto di Brest. Lì ha sede un ancor più malfamato locale/bordello dove tra i tanti marinai spiccano il fratello di Querelle e la moglie, del proprietario del bordello, amante del fratello di Querelle. Si dice, e la diceria è vera, che se si vuole andare a letto con la moglie del proprietario si debba giocare a dadi con lui, se si vince si può accedere al servizio se si perde bisogna farsi "sottomettere" da Nono, il proprietario e marito. Tra gli altri personaggi di rilievo troviamo Franco Nero come capitano della nave con la passione per le note vocali, stile Dale Cooper, innamoratissimo di Querelle. Troviamo il poliziotto Mario, complice della malavita e grande frequentatore del locale di Nono. Troviamo abitanti di Brest innamorati della sorella dell'amico o forse proprio dell'amico... Si fa fatica a scrivere del film senza aggirare blocchi perché tutto quello che ho scritto ambiguamente dovete pensarlo nell'accezione più cruda, e proprio per la sua "crudezza" in Italia uscì tagliato di un paio di minuti troppo espliciti. D'altronde il film è tratto da un romanzo di Jean Genet, un autore che prima di scrivere di certe cose le ha provate di persone. Ladro conclamato, forse il narratore più famoso dei rapporti omosessuali, non lascia mai certi dubbi nel lettore. E il film di Fassbinder non addolcisce nessuno spigolo di Genet. In ogni caso il film, uscito pochi mesi dopo la morte del regista, ha un fascino incredibile. E' tutto girato in studio con una scenografia che mai vuole dare idea di realismo ma che assieme al giallo-arancio dello sfondo che, anche amplificato dalla fotografia, appare come un'eterna alba o forse un eterno tramonto fa rimanere Brest e il film nella dimensione del fantastico, della favola. Un po', per capirsi, come certe scenografie nelle pellicole di Fellini. Per meglio leggere il film è allora utile la frase iniziale: l'idea di omicidio si lega al mare, che a sua volta rimanda all'amore. Sono infatti l'amore e la morte che si sovrappongono e si confondono nelle varie scene, con sottofondo il mare. La tensione fra le due, con le scene spesso sospese tra un'evoluzione a favore della morte o dell'amore, non è data dall'opposizione delle due ma dalla sinergia fra queste. Il risultato è un film difficilmente accostabile a qualsiasi altra opera, può lasciare sia inorriditi che affascinati. Certamente non è per occhi impressionabili, ma chi può lo guardi. 4 luni, 3 săptămâni și 2 zile (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni), Cristian Mungiu, 2007. E' un film che per essere apprezzato, per avvertirne tutta la tensione, è meglio conoscerne poco o nulla. Quindi sarò brevissimo. Il film è ambientato nel finire degli anni '80 in Romania, ha per protagonista una ragazza universitaria e la sua compagna di camera. Mungiu d'altronde è uno dei grandi narratori della società romena e della storia del suo paese attraverso la vita dei suoi abitanti, direi quasi dei suoi cittadini più banali. Assieme a lui e a registi romeni come Cristi Puiu o altri hanno dato vita negli ultimi quindici anni ad alcune delle pellicole più riuscite del cinema. E questo è forse il titolo più celebre, oltre che vincitore a Cannes della Palma d'oro. Mungiu con la sua regia e i suoi movimenti di camera dà allo spettatore una visione immersiva, come se fossimo sempre accanto a una delle due ragazze. Riuscitissimo il racconto di un'epoca senza l'utilizzo di alcuna didascalia o spiegazione ma soltanto attraverso la vita quotidiana. Le due cose, riuscitissime entrambe, coniugate danno allo spettatore uno choc non indifferente nel momento in cui...
  13. Quest'anno, finora, sembra di giocare con la play station: diamo l'impressione di vincerla sempre e comunque anche un goal sotto o un uomo in meno.
  14. Marotta nella storia della Juve vale Platini, vale Lippi, forse più di Moggi. Gli sono tanto grato quanto dispiaciuto per questa notizia.
  15. perfX

    Il pre-partita di VecchiaSignora: Juventus-Bologna

    Cancelo a sinistra lo aveva provato più volte questa estate.
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