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Mormegil

Guerra di Siria e situazione mediorientale: news e commenti

Post in rilievo

Eh, appunto. Se al confronto non ci arrivano, sempre guerra per procura è, è abbastanza tautologico sefz

 

Se parliamo solo di guerra convenzionale e diretta tra due eserciti ok, ma altre guerre dove sono coinvolti militari di entrambe le nazioni le possiamo definire per procura fino ad un certo punto, non stiamo parlando solo di terroristi ideologicamente vicini all'una o all'altra sponda.

Se dei "consulenti militari" di Teheran insegnano ai Houthi come combattere e se i missili che gli Houthi lanciano sul territorio saudita sono "made in Iran" stiamo parlando praticamente di azioni iraniane contro l'Arabia.

Se un caccia saudita intercetta e obbliga ad atterrare un aereo cargo iraniano diretto in Yemen è praticamente un'azione saudita contro l'Iran.

Siamo ben oltre il livello "terroristi sunniti" vs "terroristi sciiti".

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altre guerre dove sono coinvolti militari di entrambe le nazioni le possiamo definire per procura fino ad un certo punto, non stiamo parlando solo di terroristi ideologicamente vicini all'una o all'altra sponda.

Se dei "consulenti militari" di Teheran insegnano ai Houthi come combattere e se i missili che gli Houthi lanciano sul territorio saudita sono "made in Iran" stiamo parlando praticamente di azioni iraniane contro l'Arabia.

non capisco perché ti stai impuntando sul negare che, finora, quelle tra Arabia Saudita e Iran siano state proxy war.

Guarda che è insito nella tua descrizione. Se insegno a qualcuno a combattere al posto mio, e io non intervengo, è guerra per procura.

Una volta Medvedev parlò di nuova guerra fredda per descrivere questa contrapposizione, e infatti utilizzò come benchmark il proxy conflict per eccellenza

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Beh insomma, per procura fino ad un certo punto, di attentati in Arabia con lo zampino di elementi collegati all'Iran ce ne sono stati diversi dagli anni 90, vedi soprattutto gli attacchi ad Al Khobar nel 96 o altri attacchi negli anni 2000 (Riyadh 2003, Al Khobar 2004) in cui sostanzialmente ci fu una collaborazione Alqaeda-Iran, visto che i responsabili, a quanto dicono i servizi sauditi e americani, trovarono rifugio in Iran e furono di fatto protetti dalle autorità iraniane. Poi di recente non c'è più stata questa collaborazione, ma fino a una decina d'anni fa ci furono legami piuttosto forti (sulla base del nemico comune, quindi stessi interessi) tra l'Iran e movimenti sunniti come Alqaeda. Del resto anche Hamas, sunnita, è nell'orbita di Teheran e non di Riyadh, vedi le dichiarazioni del ministero degli esteri saudita Al Jubeir ieri, ha detto a chiare lettere che Doha deve rompere ogni legame con i Fratelli Musulmani e con Hamas (entrambi sunniti ma accusati di essere filo-Iran) se vuole tornare ad avere buoni rapporti con loro.

 

A quanto risulta è la prima volta che l'Isis attacca un obiettivo iraniano, marcando così una netta differenza con Al-Quaida che aveva sempre evitato di colpire l'Iran per non compromettere i propri collegamenti con l'Afghanistan.

Oltretutto l'attacco di ieri è altamente simbolico: il parlamento di Teheran ed il mausoleo di Kohmeini, proprio come sovrappiù di sfregio alla natura stessa del regime iraniano. È chiaro quindi che si tratta di un attacco volutamente mirato a scatenare una reazione, perché Teheran non potrà fare finta di nulla di fronte a quello che è un vero e proprio insulto diretto.

 

Tutto questo avviene poi in un momento di apparente estrema debolezza dello Stato Islamico, con Raqqa sotto attacco dei curdi e Mossul oramai caduta (salvo il quartiere della moschea): come se di fronte alla sua prossima sconfitta militare il Califfato avesse deciso di rompere gli indugi alzando la soglia dello scontro in una specie di redde-rationem definitivo tra sciiti e sunniti. In pratica un forzare la mano alla monarchia saudita affinché arrivi alla resa dei conti con Teheran, un "tanto peggio tanto meglio" che punta a polarizzare e in ultima analisi, a garantire un nuovo spazio di manovra al Califfato e quindi a garantirne la sopravvivenza rilanciandone di fatto il ruolo di ariete anti-sciita: quello che Al-Quaida aveva sempre rifiutato anche nella fase più acuta della crisi irachena (e che aveva portato poi alla rottura tra Al Baghdadi e Al Zawahiri).

 

Teniamo gli occhi sul l'Iraq, perché mi sa che da quelle parti tornerà a "fare caldo", mentre al contrario potrebbe raffreddarsi il "fronte europeo" dell'Isis.

 

Certo che se fosse vero uno scenario del genere, ci vedrei dietro uno stile molto ex-Mukhabarat... .ehm

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non capisco perché ti stai impuntando sul negare che, finora, quelle tra Arabia Saudita e Iran siano state proxy war.

Guarda che è insito nella tua descrizione. Se insegno a qualcuno a combattere al posto mio, e io non intervengo, è guerra per procura.

Una volta Medvedev parlò di nuova guerra fredda per descrivere questa contrapposizione, e infatti utilizzò come benchmark il proxy conflict per eccellenza

Perché in una vera proxy war tu non perdi soldati.

I sauditi perdono soldati ogni settimana in Yemen. E gli iraniani perdono soldati ogni settimana in Siria. Diciamo che è una guerra asimmetrica perché si sviluppa su due fronti, ma alla fine entrambi i paesi hanno i propri eserciti coinvolti.

 

 

A quanto risulta è la prima volta che l'Isis attacca un obiettivo iraniano, marcando così una netta differenza con Al-Quaida che aveva sempre evitato di colpire l'Iran per non compromettere i propri collegamenti con l'Afghanistan.

Oltretutto l'attacco di ieri è altamente simbolico: il parlamento di Teheran ed il mausoleo di Kohmeini, proprio come sovrappiù di sfregio alla natura stessa del regime iraniano. È chiaro quindi che si tratta di un attacco volutamente mirato a scatenare una reazione, perché Teheran non potrà fare finta di nulla di fronte a quello che è un vero e proprio insulto diretto.

 

Tutto questo avviene poi in un momento di apparente estrema debolezza dello Stato Islamico, con Raqqa sotto attacco dei curdi e Mossul oramai caduta (salvo il quartiere della moschea): come se di fronte alla sua prossima sconfitta militare il Califfato avesse deciso di rompere gli indugi alzando la soglia dello scontro in una specie di redde-rationem definitivo tra sciiti e sunniti. In pratica un forzare la mano alla monarchia saudita affinché arrivi alla resa dei conti con Teheran, un "tanto peggio tanto meglio" che punta a polarizzare e in ultima analisi, a garantire un nuovo spazio di manovra al Califfato e quindi a garantirne la sopravvivenza rilanciandone di fatto il ruolo di ariete anti-sciita: quello che Al-Quaida aveva sempre rifiutato anche nella fase più acuta della crisi irachena (e che aveva portato poi alla rottura tra Al Baghdadi e Al Zawahiri).

 

Teniamo gli occhi sul l'Iraq, perché mi sa che da quelle parti tornerà a "fare caldo", mentre al contrario potrebbe raffreddarsi il "fronte europeo" dell'Isis.

 

Certo che se fosse vero uno scenario del genere, ci vedrei dietro uno stile molto ex-Mukhabarat... .ehm

Mukhabarat irachene dici?

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Perché in una vera proxy war tu non perdi soldati.

I sauditi perdono soldati ogni settimana in Yemen. E gli iraniani perdono soldati ogni settimana in Siria. Diciamo che è una guerra asimmetrica perché si sviluppa su due fronti, ma alla fine entrambi i paesi hanno i propri eserciti coinvolti.

 

 

Mukhabarat irachene dici?

 

Yess ex-saddamiti. Gente esperta ed di capacità sofisticate, che conoscono le dinamiche della zona e con alle spalle dieci anni di guerra con l'Iran. Gente che magari si trova fuori dal Siraq ed al sicuro, al Cairo, Ankara, Amman, dove non corre il rischio di vedersi piombare un missile in camera da letto e che è capace di indirizzare le scelte operative del Califfato o di quel che ne rimane.

Lo stesso Califfato, l'uso spregiudicato del marketing terroristico, le capacità operative -autobombe, IED, uso di gas- non è opera di pecorai ignoranti, ma implica un livello più sofisticato.

 

 

Aggiungo una cosa. Un possibile detonatore di crisi potrebbe essere Mossul.

La città sta per cadere nelle mani dell'esercito iracheno, supportato dall'aviazione Usa (rimangono sotto controllo ISIS solo un paio di quartieri) e da gennaio le operazioni sono state condotte interamente dalla Golden Division (addestrata dagli americani) e dalla polizia irachena, lasciando fuori dai giochi le milizie sciite al Shaabi: scelta quanto mai opportuna visto che Mossul è totalmente sunnita ed anzi era uno dei bastioni politico-militari dell'elite baathista.

Finora questa specie di tacito accordo ha retto. Ma visto che le milizie al Shaabi rimangono comunque presenti in forze alla periferia ovest di Mossul e nella provincia di Ninive, cosa succederà quando le ultime sacche ISIS in città verranno spazzate via? Quali direttive arriveranno da Teheran? Accetteranno gli sciiti di continuare a rimanere fuori dai giochi o si innescheranno i presupposti per un nuovo scontro interetnico? E in questo caso, quale sarà la reazione dei gruppi ex-baathisti di Mossul che ancora rispondono a Al-Douri (che pare sia ancora vivo)?

E cosa succederà se, su ordine di Teheran, gli al Shaabi tenteranno di replicare dal lato iracheno qualche manovra ostile tipo quella tentata l'altro giorno più a sud, dal lato siriano da una milizia sciita filo Assad contro la città di confine siriana di Al Tanf presidiata da una guarnigione americana e da un gruppo di ribelli anti-Assad e respinta a suon di bombe dall'aviazione Usa?

 

 

 

Nelle prossime settimane Mossul potrebbe essere la cartina di tornasole delle relazioni tra sciiti e sunniti ed un ennesimo fronte della proxy war tra Teheran e Ryadh

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Profughi cristiani. A Lampedusa 1.700 Bibbie per i migranti. «C'è molta richiesta»

 

 

mercoledì 7 giugno 2017

 

La maggior parte dei migranti che arrivano in Italia, secondo il Cesnur, non sono musulmani ma cristiani. Consegnato a papa Francesco un Vangelo in inglese trovato sul fondo di un barcone

 

BibbiaOK.jpg?width=1024

 

 

Milllesettecento copie della Bibbia
in inglese e francese
per rifugiati e richiedenti asilo
, nell'edizione interconfessionale, curate dalle alcune società bibliche, sono arrivate
a Lampedusa
. L'iniziativa, riporta l'Osservatore Romano, che cita il sito riforma.it, risponde all'
appello
lanciato nel 2016 dal
parroco di Lampedusa
e
assistente dell'Azione cattolica di Agrigento
, don
Carmelo La Magra
.

"Come è noto - aveva dichiarato il sacerdote - la nostra isola da anni è il crocevia di migrazioni di popoli e, specie negli ultimi anni, l'approdo di molti fratelli fuggiti da guerre, persecuzioni e fame.
Tra questi migranti
,
molti di loro sono fratelli e sorelle che condividono la fede cristiana. Tra le prime richieste, prima ancora dei beni di necessità, spesso c'è quella di un testo della sacra scrittura".

Un appello che ha trovato immediatamente l'attenzione della
Società biblica in Italia,
di diverse
chiese protestanti ed evangeliche
, insieme a quello di diocesi cattoliche, dell'
Associazione biblica della Svizzera italiana
e di singole persone.

La maggior parte dei migranti che arrivano in Italia, infatti - secondo i dati registrati dal Centro studi sulle nuove religioni (Cesnur) di Torino - non sono di religione musulmana ma cristiana.

"A Lampedusa, sono già state spedite 1700 copie della Bibbia in lingua inglese e in francese nell'edizione interconfessionale", hanno ricordato Valdo Bertalot e Mara La Posta, rispettivamente segretario generale e responsabile dell'informazione e fondi della Società biblica in Italia che, insieme a Luca Mazzinghi, presidente dell'Associazione biblica italiana, si sono recati recentemente in visita nell'isola siciliana da don La Magra e presso l'Osservatorio sulle migrazioni
Mediterranean Hope
della
Federazione
delle chiese evangeliche in Italia
(Fcei).

Seicento copie della Bibbia sono già state distribuite ai rifugiati cristiani: «
Sono loro stessi a chiederle
- ha reso noto don Carmelo in occasione della visita delle due associazioni bibliche - oltre ad altri oggetti religiosi come
crocifissi, rosari
; prima di tutto chiedono la Parola di Dio. C'è una fame che è certo diversa, ma forse non meno urgente, di quella materiale:
fame di Parola e di
fraternità
».

Lo scorso aprile il sacerdote ha consegnato a
papa Francesco
un
Vangelo con i salmi in lingua inglese trovato sul fondo di un barcone
. "Il Papa era visibilmente commosso - ha dichiarato nell'occasione il sacerdote - e con le lacrime agli occhi ha baciato il libro dei Vangeli. Nel testo c'è
una pagina segnata, il Salmo 55
, che il migrante avrà usato come sua preghiera. È
la supplica dell'uomo perseguitato
".

Intanto, la scorta di Bibbie è quasi esaurita, ricordano Bertalot e La Posta: "Con l'arrivo dell'estate e l'aumento degli sbarchi sarà necessario spedirne altre".

 

Avvenire

 

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Perché in una vera proxy war tu non perdi soldati.

I sauditi perdono soldati ogni settimana in Yemen. E gli iraniani perdono soldati ogni settimana in Siria. Diciamo che è una guerra asimmetrica perché si sviluppa su due fronti, ma alla fine entrambi i paesi hanno i propri eserciti coinvolti.

e certo che perdono soldati i sauditi in Yemen, sono boots on the ground a capo della coalizione loro. Ma combattono contro l'Iran, o contro qualcuno dietro cui c'è l'Iran? Questo è proxy war, se no più niente lo è visto che ogni guerra ha le sue vittime. Anche i sovietici avevano le loro perdite in Afghanistan, o pure quella non era una guerra per procura?

Finché non si scontreranno direttamente, tutti gli scenari in cui intervengono sono proxy war: la guerra civile siriana, il contagio libanese, la crisi in Yemen. Entrambi hanno i propri eserciti coinvolti, ma non sullo stesso fronte (in modo ufficioso). Cioè in sostanza, non si sono dichiarati guerra.

No, non diciamo che è una guerra asimmetrica, perché una guerra asimmetrica è un'altra cosa ancora e ha a che fare con le risorse in campo, non con i fronti che apri. Guerra asimmetrica era, che ne so, quella del Vietnam, cioè tra un esercito professionale e i predoni. La maggior parte delle proxy war sono asimmetriche, comunque c'entra con la capacità degli schieramenti. Uno poi può avere tutte le opinioni politiche che vuole, ma qui stiamo parlando di definizioni.

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Aggiungo una cosa. Un possibile detonatore di crisi potrebbe essere Mossul.

good point, ed è anche l'opinione di gente che conta e che non siamo io e te :d

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Yess ex-saddamiti. Gente esperta ed di capacità sofisticate, che conoscono le dinamiche della zona e con alle spalle dieci anni di guerra con l'Iran. Gente che magari si trova fuori dal Siraq ed al sicuro, al Cairo, Ankara, Amman, dove non corre il rischio di vedersi piombare un missile in camera da letto e che è capace di indirizzare le scelte operative del Califfato o di quel che ne rimane.

Lo stesso Califfato, l'uso spregiudicato del marketing terroristico, le capacità operative -autobombe, IED, uso di gas- non è opera di pecorai ignoranti, ma implica un livello più sofisticato.

 

 

Aggiungo una cosa. Un possibile detonatore di crisi potrebbe essere Mossul.

La città sta per cadere nelle mani dell'esercito iracheno, supportato dall'aviazione Usa (rimangono sotto controllo ISIS solo un paio di quartieri) e da gennaio le operazioni sono state condotte interamente dalla Golden Division (addestrata dagli americani) e dalla polizia irachena, lasciando fuori dai giochi le milizie sciite al Shaabi: scelta quanto mai opportuna visto che Mossul è totalmente sunnita ed anzi era uno dei bastioni politico-militari dell'elite baathista.

Finora questa specie di tacito accordo ha retto. Ma visto che le milizie al Shaabi rimangono comunque presenti in forze alla periferia ovest di Mossul e nella provincia di Ninive, cosa succederà quando le ultime sacche ISIS in città verranno spazzate via? Quali direttive arriveranno da Teheran? Accetteranno gli sciiti di continuare a rimanere fuori dai giochi o si innescheranno i presupposti per un nuovo scontro interetnico? E in questo caso, quale sarà la reazione dei gruppi ex-baathisti di Mossul che ancora rispondono a Al-Douri (che pare sia ancora vivo)?

E cosa succederà se, su ordine di Teheran, gli al Shaabi tenteranno di replicare dal lato iracheno qualche manovra ostile tipo quella tentata l'altro giorno più a sud, dal lato siriano da una milizia sciita filo Assad contro la città di confine siriana di Al Tanf presidiata da una guarnigione americana e da un gruppo di ribelli anti-Assad e respinta a suon di bombe dall'aviazione Usa?

 

 

 

Nelle prossime settimane Mossul potrebbe essere la cartina di tornasole delle relazioni tra sciiti e sunniti ed un ennesimo fronte della proxy war tra Teheran e Ryadh

 

Beh, non credo sia un segreto di stato, nell'Isis sono confluiti molti elementi dell'ex esercito di Saddam, dei suoi servizi di sicurezza, ecc.

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e certo che perdono soldati i sauditi in Yemen, sono boots on the ground a capo della coalizione loro. Ma combattono contro l'Iran, o contro qualcuno dietro cui c'è l'Iran? Questo è proxy war, se no più niente lo è visto che ogni guerra ha le sue vittime. Anche i sovietici avevano le loro perdite in Afghanistan, o pure quella non era una guerra per procura?

Finché non si scontreranno direttamente, tutti gli scenari in cui intervengono sono proxy war: la guerra civile siriana, il contagio libanese, la crisi in Yemen. Entrambi hanno i propri eserciti coinvolti, ma non sullo stesso fronte (in modo ufficioso). Cioè in sostanza, non si sono dichiarati guerra.

No, non diciamo che è una guerra asimmetrica, perché una guerra asimmetrica è un'altra cosa ancora e ha a che fare con le risorse in campo, non con i fronti che apri. Guerra asimmetrica era, che ne so, quella del Vietnam, cioè tra un esercito professionale e i predoni. La maggior parte delle proxy war sono asimmetriche, comunque c'entra con la capacità degli schieramenti. Uno poi può avere tutte le opinioni politiche che vuole, ma qui stiamo parlando di definizioni.

 

Diciamo che non siamo d'accordo sulla definizione allora. :d

In una proxy war io non ci vedo alcun coinvolgimento diretto dei tuoi uomini.

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Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrain hanno diffuso da poco una lista di personaggi e organizzazioni terroristiche di cui il Qatar sarebbe "sponsor".

 

Qui i dettagli e la lista completa.

https://english.alar...d-by-Qatar.html

 

Gran parte dei 59 in lista sono personaggi legati ai Fratelli Musulmani, tra cui spicca il nome di Yousef Al Qaradawi, egiziano trapiantato in Qatar, uno dei più noti teologi del mondo islamico e "guida spirituale" dei FM. E francamente fa ridere l'idea che l'Arabia, culla del wahhabismo in cui non si può costruire una chiesa o un qualsiasi tempio non islamico, vada a mettere uno come Qaradawi, da sempre impegnato nel dialogo interreligioso (se c'è una chiesa a Doha è anche merito suo), nella lista dei terroristi.

A dimostrazione che lo scontro non è tanto sul terrorismo ma è essenzialmente sulla posizione politica riguardo ai Fratelli Musulmani.

 

Poi ci sono anche alcuni personaggi vicini ad Alqaeda, Hezbollah e altri gruppi islamici, tra cui il più noto al pubblico europeo è probabilmente il libico Belhadj, tra i capi della guerriglia anti-Gheddafi.

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Il Pentagono , intanto , cerca di calmare le acque .

 

fonte : Reuters .http://www.reuters.com/article/us-gulf-qatar-usa-pentagon-idUSKBN18X2G2

(tradotto con il traduttore )

 

In una dichiarazione ufficiale riportata dall’agenzia di stampa Reuters,

il Pentagono ha rinnovato il proprio apprezzamento per «il duraturo impegno per la sicurezza regionale» messo in campo da Doha

e per ospitare l’importante base aerea statunitense.

Nella giornata di Martedì , i funzionari governativi di Washington hanno ribadito la volontà di ricucire lo strappo e di " calmare le acque " tra Qatar e Arabia Saudita ... bah,

affermando che il piccolo stato del Golfo è troppo importante per gli interessi militari e diplomatici degli Stati Uniti per essere isolato.

 

 

800px-Al_Udeid_Air_Base-300x195.jpg : AL Udeid .

 

(( A sud-ovest di Doha, infatti, ha sede una delle più grandi basi militari Usa di tutto il Medio Oriente,

Al Udeid, anche conosciuta come Abu Nakhlah Airport,

in cui lavorano oltre 11 mila militari americani e della coalizione occidentale

e dove stanziano più di 100 caccia da guerra.

Secondo l’Air Force, ad Al Udeid ogni 10 minuti un aereo americano atterra.

La base ospita

a): il quartier generale del commando centrale dell’aeronautica degli Stati Uniti,

b) : la divisione no. 83 della Air Force britannica

c) : e la 379esima divisione aerea Usa,

d) : oltre a essere la sede dell’aeronautica militare dell’Emirato del Qatar.

In una nota, l’aeronautica statunitense ha confermato di non aver interrotto le missioni «a sostegno delle operazioni in corso in tutta la regione». ))

 

 

 

c480395b43498d3ccc41.jpeg

 

Tamim bin Hamad Al Thani, che con i suoi 34 anni è il più giovane regnante del mondo e quello che controlla una delle più enormi ricchezze.

Per dare un'idea, la Qatar Investment Agency gestisce un patrimonio intorno ai 140 miliardi di euro e ogni anno può investire dai 20 ai 30 miliardi di euro in partecipazioni societarie.

 

La Q.I.A. è il fondo sovrano del Qatar , piccolo emirato, poco più grande della Basilicata

ma con il primo reddito pro capite del mondo (102 mila dollari all'anno) e la sua fonte di denaro giace nel sottosuolo, discretamente ricco di petrolio, immensamente ricco di gas liquefatto di cui detiene un terzo delle risorse globali e il cui esaurimento, con questi ritmi di consumo, viene valutato in circa trecento anni.

 

La QIA un pezzo per volta sta acquistando mezzo mondo:

dalle banche (ha il 12% di Barclays)

alle automobili (17% di Volkswagen),

dalle proprietà immobiliari (il grattacielo più alto d'Europa lo Shard di Londra),

all'industria del cinema (Miramax).

Ha fatto shopping anche in Italia la QIA:

Excelsior Hotel Gallia di Milano (134 milioni di dollari)

il gruppo Valentino Fashion (oltre 700 milioni di dollari),

il consorzio Costa Smeralda (700 milioni di euro)

e il Grand Hotel Baglioni di Firenze.

 

2uy3xc8.jpg

Ma forse nessuna di queste operazioni ha dato visibilità alla famiglia Al Thani come l'acquisto del Paris Saint Germain e lo sbarco ufficiale nel mondo del calcio. Una spesa insignificante (130 milioni di euro, ovvero lo 0,4% degli investimenti annui) che ha moltiplicato la visibilità dei regnanti qatarioti. Tutto calcolato, naturalmente.

Già il padre di Tamim Al Thani, Hamad, aveva capito la potenza dello sport come mezzo di comunicazione di massa, ma al ragionamento machiavellico aveva aggiunto una sana passione.

Sportivo e interessato di molte discipline, l'ex emiro ha trasmesso ai figli questo amore, che nel tempo è stato affiancato alla strategia politica.

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uno come Qaradawi, da sempre impegnato nel dialogo interreligioso (se c'è una chiesa a Doha è anche merito suo), nella lista dei terroristi.

mi puoi girare qualcosa sul dialogo interreligioso di Qaradawi, anche questa storia della Chiesa che sembra molto interessante?

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mi puoi girare qualcosa sul dialogo interreligioso di Qaradawi, anche questa storia della Chiesa che sembra molto interessante?

 

In generale è stato per anni tra le più importanti figure islamiche facenti parte del Doha International Center for Interfaith Dialogue, ora non più, del resto ha 91 anni.

 

Sulla costruzione di chiese nei paesi islamici è nota la sua apertura in tal senso. Questa è una sua fatwa.

https://archive.islamonline.net/?p=926

 

E questa è la chiesa di Doha, che se non erro è stata la prima costruita in un paese del golfo, che come sappiamo sono paesi senza comunità cristiane autoctone, a differenza di Siria, Egitto, Giordania, ecc, dove ci sono cristiani autoctoni.

 

Per completezza c'è da dire che Qaradawi viene visto come "anti-semita" e "filo-terrorista" da alcuni osservatori in Occidente per le sue posizioni molto dure nei confronti di Israele e per il suo pieno supporto a Hamas.

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In generale è stato per anni tra le più importanti figure islamiche facenti parte del Doha International Center for Interfaith Dialogue, ora non più, del resto ha 91 anni.

 

Sulla costruzione di chiese nei paesi islamici è nota la sua apertura in tal senso. Questa è una sua fatwa.

https://archive.islamonline.net/?p=926

 

E questa è la chiesa di Doha, che se non erro è stata la prima costruita in un paese del golfo, che come sappiamo sono paesi senza comunità cristiane autoctone, a differenza di Siria, Egitto, Giordania, ecc, dove ci sono cristiani autoctoni. https://it.wikipedia...l_Rosario_(Doha)

 

Per completezza c'è da dire che Qaradawi viene visto come "anti-semita" e "filo-terrorista" da alcuni osservatori in Occidente per le sue posizioni molto dure nei confronti di Israele e per il suo pieno supporto a Hamas.

Sì infatti lo conoscevo più per le posizione anti-semite, ci fu un articolo di qualche anno fa su Limes che parlava della sua figura, però mancava questa sua caratterizzazione interreligiosa.

Grazie, molto utile .ok

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Sì infatti lo conoscevo più per le posizione anti-semite, ci fu un articolo di qualche anno fa su Limes che parlava della sua figura, però mancava questa sua caratterizzazione interreligiosa.

Grazie, molto utile .ok

 

Secondo me su tutto ciò che riguarda la Palestina è il politico Qaradawi a prevalere sul teologo. Bene o male è pur sempre uno dei "riferimenti spirituali" dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è una diramazione, non può esprimersi in modo diverso, perderebbe il suo pubblico.

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.giornale Mentre le forze " democratiche siriane " (Sdf) – (( formate da curdi, arabi, turkmeni, assiri e circassi ... bah )) –

sostenute dagli Stati Uniti assediano in queste ore i terroristi dello Stato Islamico a Raqqa,

 

prosegue il piano strategico del Pentagono

per dividere la Siria in zona d’influenza.

Il comandante delle Sdf, Rojda Felat, ha dichiarato all’agenzia di stampa Afp che la coalizione sta «combattendo le battaglie in strada all’interno di Raqqa».

L’avanzata è avvenuta a seguito di potenti offensive da parte della coalizione anti-Daesh guidata dagli Stati Uniti e dell’aviazione.

Un’operazione, quella di strappare la città siriana allo Stato islamico che dura da mesi ( è inutile sottolineare che i morti civili superano quelli "militari" ) , resa possibile solo dal sostegno dell’aviazione Usa e dal continuo rifornimento di armi pesanti garantito alle "forze ribelli" che con i siriani veri hanno poco a che spartire .

La conquista della roccaforte dell’Isis avrebbe un duplice effetto:

una sconfitta pesantissima per lo Stato Islamico ma anche il probabile avvio verso una frammentazione in zone d’influenza di quella che, prima del 2011, era la Repubblica Araba Siriana. Un progetto a lungo termine auspicato da Washington ma osteggiato dalla diplomazia russa-Iraniana .

 

Nel mese di aprile, infatti, la " Sdf " annunciava che il controllo di Raqqa dopo la sconfitta di Daesh sarebbe finito nelle mani di un «consiglio civile» e non sotto il governo siriano di Bashar al-Assad. Quest’organo sarebbe sostenuto dalla presenza di oltre 3 mila soldati americani.

Il generale Joseph Votel ha dichiarato che queste truppe terrestri sarebbero rimaste a Raqqa a lungo dopo la sconfitta del Califatto per aiutare «gli alleati degli americani» a stabilizzare la regione e aiutarli a stabilire «gli sforzi di mantenimento della pace di Siria».

In altre parole, le forze di terra statunitensi sosterranno le forze di opposizione nella creazione di quello che sarebbe, essenzialmente, uno stato indipendente o comunque una regione autonoma all’interno della Siria.

 

L’obiettivo finale della strategia statunitense è la spartizione della Siria in zone d’influenza.

Tale piano, secondo Mintpress ,rappresenta il classico "divide et impera " adottato spesso dall’Uccidente nel Medio Oriente.

A questa strategia mirata alla frammentazione della Repubblica Araba Siriana, tuttavia, si oppongono Russia e Iran.

 

Lavrov ha inoltre osservato che Iran, Russia e Turchia hanno firmato un accordo sulle zone-cuscinetto approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU: «Tale accordo è stata concordato con Damasco.

Riteniamo illegittima qualsiasi altra strategia non approvata dal governo siriano.

Ci auguriamo che la coalizione guidata dagli USA aderisca all’accordo (... .ghgh) ,

in cui si afferma che le zone-cuscinetto devono essere concordate nel dettaglio con tutte le parti interessate».

Il Ministro degli Esteri russo ha sottolineato il fatto che gli attacchi statunitensi non hanno fatto altro che avvantaggiare ... i terroristi/jihadisti ( detti : "ribelli moderati" dalla stampa mainstream ) .

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Visto che secondo certi "esperti" che popolano i salotti televisivi italiani nel mondo arabo ci sarebbe una sorta di "silenzio assenso" verso l'Isis (basterebbe guardare i talk show arabi per capire l'entità della boiata) segnalo che per il terzo anno di fila l'Isis è protagonista di alcune delle maggiori serie tv in onda per il Ramadan. Perché dovete sapere che il Ramadan nel mondo arabo, oltre ad essere il mese del digiuno, è il mese delle serie tv, la sera, a panza piena, quasi tutto il mondo arabo si piazza davanti alla tv e sceglie cosa guardare tra le centinaia di serie tv offerte sui vari canali (tutte fatte appositamente per il Ramadan, quindi di 30 puntate).

 

Quest'anno sta facendo molto discutere "gharabib soud" (si potrebbe tradurre in "neri oscuri"), interamente dedicato alla vita dentro l'Isis. E' un lavoro coraggioso perché non risparmia critiche a nessuno, società, famiglia, governi, religiosi. Alcuni non lo stanno gradendo perché "esagera su certi passaggi, fa passare tutti i religiosi per potenziali terroristi" e perché, già dalla prima puntata, fa apparire le donne del golfo che si uniscono all'Isis come ninfomani assetate di sesso che si uniscono ai jihadisti solo per avere un uomo diverso al mese, quindi nel golfo se la sono presa perché "le nostre donne non sono zo****e". La cosa buffa è che il gruppo MBC (che produce e trasmette la serie) è di proprietà saudita.

 

Questa è la prima puntata, ci sono anche i sottotitoli in inglese, se a qualcuno interessa...

 

 

 

Poi invece ci sono le solite serie tv di sketch comici, che spesso e volentieri prendono in giro l'Isis.

Questa è una delle tante, giordano-palestinese.

 

 

L'episodio parla della "crisi" di Abu Qatada, un capo dell'Isis "alternativo" che canticchia le canzoni di Nancy Ajram (popstar libanese) nonostante i divieti del califfato e i rimproveri dei compagni, che parla di "sono bambine, potrebbero essere vostre figlie" riferendosi a delle sedicenni che i jihadisti vorrebbero prendere in spose, che ammette senza giri di parole che "tanto lo sappiamo tutti che siamo qui per i soldi e per le donne, altro che Jihad", che in una riunione operativa, con un mappamondo davanti, pianifica con i compagni "Ora quale paese arabo andiamo a distruggere?", gli altri gli chiedono "posti freschi, con belle donne, siamo stanchi del caldo", uno insiste che gli vorrebbe far vedere il sedere "pieno di piaghe per il caldo"! Quando dopo varie proposte rifiutate (Sudan, Somalia, Giordania, Palestina, ecc) dice "Libano" tutti esultano perché Beirut è piena di f***a e iniziano a dividersi le varie popstar (dovete sapere che in Libano c'è una popostar ogni 10 abitanti :d ). In mezzo ci sono passaggi come "La Giordania no, quelli di Kerak sono tosti, ci pigliano a calci nel sedere fino al confine" e poi "la Palestina no, ci sono già i nostri amici a far soffrire i palestinesi" (chiaro riferimento all'idea dell'Isis come qualcosa che ha gli stessi interessi di Israele).

Alla fine dello sketch Abu Qatada è da solo, serio e cupo, parla da solo e pensa "ma che stiamo combinando, distruggiamo un paese arabo dopo l'altro, compiamo orrori mai visti prima in queste terre e vogliamo anche prenderci in giro raccontando di essere jihadisti?", poi conclude "i popoli arabi soffrono ma alla fine vinceranno, la Siria tornerà, il Yemen tornerà, l'Iraq tornerà, dobbiamo essere determinati più di chi ci vuole distruggere".

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si, però chiediamoci perché PandoraTv sposi undici volte su dieci la linea di Mosca ed in maniera totalmente acritica, molto di più di quanto non facciano i media occidentali nei confronti della linea di Washington (Usa), Bruxelles (Nato) e Bruxelles (UE); e chiediamoci come mai, non perda occasione per mettere in cattiva luce qualsiasi iniziativa politica-diplomatica-economica-militare occidentale, esaltando invece tutto ciò che proviene dal cortile del Cremlino; e per quale ragione, immancabilmente accolga come fideisticamente attendibile ogni starnazzo propalato da Mosca&Friends ed invece come gretta menzogna o propaganda tutto ciò che proviene dall'altra parte.

 

Ed in conseguenza di tutto ciò chiediamoci quindi, su quale base razionale noialtri si debba voler considerare anche solo minimamente autorevole PTV ed invece come volgare spazzatura tutti i cosiddetti "mainstream".

 

Nessuno è stato ancora capace di spiegarmelo. .the

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Posto questo articolo di D.Raineri pubblicato sul Foglio di sabato scorso, che (quasi) nessuno leggerà perché molto lungo ma che condivido totalmente.

In sintesi l'autore dice cose che già si sapevano ma che è sempre meglio ribadire e che sottolineano come l'Occidente stia facendo molto contro il Califfato pur dando l'impressione di fare poco, a differenza di altri che pur strafottendosene dell'Isis se la vendono come se stessero vincendo la guerra da soli. Ed ogni riferimento all'asse russo-iraniano è puramente voluto.

 

 

La guerra che non vediamo

 

Siamo troppo occupati a lagnarci di quanto “siamo deboli” davanti alle violenze islamiste per accorgerci che stiamo spazzando via lo Stato islamico. Il conflitto sarà lungo, ma la crisi sul campo è la loro non la nostra

 

di Daniele Raineri

 

12 Giugno 2017 alle 15:32

 

Il 90 per cento di Mosul è stato liberato dallo Stato islamico, mancano pochi chilometri quadrati. Potevano essere già liberati, la presenza di civili rallenta le operazioni

 

 

Sono a Mosul ovest a marzo, all’inizio dell’operazione militare per liberare la città. Vedo i jet americani mentre bombardano le posizioni dello Stato islamico, sfondano edifici di sei piani, fanno schizzare i pezzi per centinaia di metri. Vedo i soldati iracheni avanzare dentro la città con in mano armi occidentali e addestrati da istruttori di eserciti occidentali, gli uomini in nero dei reggimenti antiterrorismo creati dagli americani, gli altri iracheni – con addosso mimetiche regolari – preparati alla battaglia da militari tedeschi, spagnoli, australiani e da una lista lunga di altre nazioni. Alcuni di quei soldati iracheni portano ancora sul braccio con orgoglio lo stemma attaccato con il velcro degli incursori italiani, reggimento d’assalto Col Moschin, lo hanno ricevuto in addestramento da poco e non c’è modo di sbagliarsi: è quello con il gladio e le due fronde reintrodotto nell’ottobre 2015. Vedo queste cose eppure so che al rientro in Italia sentirò e leggerò in mille commenti su Facebook e su Twitter – ma a volte pure nelle pagine degli editoriali dei giornali – la stessa domanda: “E l’occidente che fa contro questi mostri sanguinari, contro questi fanatici? Quando ci decideremo una buona volta a fare la guerra contro lo Stato islamico?”. E’ come un episodio acuto di dissociazione collettiva, ci lamentiamo di non fare nulla contro lo Stato islamico mentre facciamo a pezzi lo Stato islamico. E dopo ogni attentato questa domanda è ripetuta con più angoscia: “Ci dovremmo svegliare, perché non facciamo la guerra allo Stato islamico?”.

 

 

 

Siamo già svegli. Stiamo già facendo la guerra allo Stato islamico. L’anno scorso a fine febbraio sono entrato nella base militare di Ahmad al Juber, nel deserto a sud di Kuwait City, che è un campo di volo immenso da dove tutti i giorni partono gli aerei occidentali per bombardare lo Stato islamico più a nord, in Iraq, e ci sono anche gli italiani (non bombardano, si occupano della sorveglianza ad alta definizione con i droni dell’Iraq, quelle immagini sono passate ai jet che bombardano). A fine aprile ho visitato il fronte curdo che spingeva verso Mosul e c’erano armi ed equipaggiamento occidentale ovunque e droni sopra le teste e consiglieri americani in giro per le strade. Un tempo una delle grandi paure dei peshmerga erano le incursioni nemiche con i camion bomba, perché succede che l’Isis organizzi attacchi a sciame anche con dieci camion bomba in una volta sola, ma ora i curdi hanno i missili controcarro donati dell’occidente e sono addestrati a usarli. Li puntano contro i veicoli dello Stato islamico, li fanno saltare a distanza e tutti gli assalti sono falliti. A luglio ero a Sirte, in Libia, un tempo capitale dello Stato islamico sulla riva del Mediterraneo che ci guarda, liberata dopo una battaglia furiosa. A ottobre ero a Mosul est, a seguire l’inizio delle operazioni per riprendere quel settore della città, a est del fiume Tigri. Oggi il 90 per cento di Mosul è libero, mancano soltanto dieci chilometri quadrati. Nei quartieri più lontani dal fronte la vità è già ripartita come prima, ci sono pure gli spacci di liquore. Anzi la vita è ripresa diversa da prima, i ristoranti sono aperti di giorno anche durante il Ramadan, prima dell’Isis tenevano le vetrate coperte da pudichi veli neri, durante l’Isis erano chiusi, ora lascino che i clienti mangino senza coprire le vetrate, perché il digiuno è adesso una libera scelta, tre anni di oscurantismo hanno funzionato come un vaccino, l’osservanza stretta è vissuta con disagio. Questa settimana è partita l’offensiva per riprendere Raqqa, capitale siriana dello Stato islamico. Ho elencato questa carrellata di posti per condividere una testimonianza personale, ma queste sono le esperienze anche di altre migliaia di giornalisti e di altre centinaia di migliaia di persone che sono venute a contatto con la situazione.

 

 

Lo Stato islamico collassa, perde tutti i territori che aveva conquistato e la fase del crollo è più veloce della fase delle conquiste. L’Isis ha perso Falluja, Tikrit, Ramadi, Sinjar, Kobane, Derna, Tal Abyad, Sirte, Manbij, Azaz, al Bab, Beiji, Tabqa, Palmira, Mosul est, sta per perdere anche a Mosul ovest, poi perderà a Raqqa, poi perderà in un altro paio di città dentro il corridoio dell’Eufrate tra Siria e Iraq e alla fine non avrà più territori sotto il suo controllo. I pozzi di petrolio che garantivano introiti? Andati quasi del tutto. Il progetto di una moneta d’oro, il dirham, che doveva rimpiazzare le monete degli infedeli? Fallito prima nascere. I leader? Eliminati uno a uno dalle bombe e non credete a chi dice che tanto si rimpiazzano, certe esperienze formative sono durate dieci anni, lasciano buchi difficili da colmare. Non accettereste lo stesso discorso – “tanto uno vale l’altro” – per la squadra che tifate o per il partito che votate.

 

 

 

Dice: ma che importano le città, quello che conta è l’ideologia. Qui c’è un grande fraintendimento da chiarire. L’ideologia dello Stato islamico è il territorio. Il territorio è l’ideologia dello Stato islamico. Lo Stato islamico si basa per intero su poche convinzioni, una è che i suoi uomini stanno rivivendo la vita e i successi dei primi compagni del profeta Maometto, i sahabah, che da una piccola enclave nella città di Medina sfidarono tutto il mondo e crearono l’impero islamico, l’altra è che la fine dei tempi è vicina e l’apocalisse sarà annunciata da una battaglia finale contro l’armata dell’anticristo a Dabiq, che è un piccolo posto nella pianura fra Siria e Turchia. Questa è la convinzione forte dello Stato islamico, che spinge i suoi uomini a immolarsi in guerra e a fare stragi. Ma se la piccola enclave che dovrebbe rivivere i fasti della Medina maomettana non esiste più perché è spazzata via dalla mappa geografica? E se la fine dei tempi non arriva, allora che si fa? Come faranno i predicatori a convincere altre reclute a unirsi a un progetto che più va avanti e più è sballato? In pochi ricordano che lo Stato islamico è quasi morto nel 2010 perché non controllava più nemmeno un fazzoletto di territorio in Iraq e quindi non attraeva più combattenti, firmava i suoi proclami “Stato islamico in Iraq” ma suonava ridicolo, l’utopia aveva perso il suo magnetismo. Quell’anno il numero di volontari che partiva dal mondo musulmano, dalla Libia, dall’Arabia Saudita, dalla Tunisia e poi arrivava in Iraq per combattere sotto la bandiera nera dello “Stato” passò da cento al mese a quasi zero. Quando il predecessore di Abu Bakr al Baghdadi, che si chiamava Abu Omar al Baghdadi, viveva nascosto in un piccolo compound nel deserto a ovest di Tikrit sua moglie gli gridava contro: “Ma di che Stato islamico parli? Ma cosa dici? Ma non vedi che viviamo in mezzo al nulla?”. Abu Omar al Baghdadi fu ucciso in quel compound nel marzo 2010. Un altro episodio che spiega l’escatologia autodistruttiva dello Stato islamico e la vena di inevitabile delusione si verificò nel 2006, quando il leader di allora, Abu Hamza al Muhajir, si convinse che l’Apocalisse sarebbe arrivata nel giro di un mese e sparpagliò contingenti di uomini in tutto l’Iraq dicendo loro di tenersi pronti. Non accadde nulla, se non che alcune cellule spedite ai quattro angoli del paese in attesa dell’Armageddon disertarono.

 

 

Non si vede la fretta che hanno gli uomini dello Stato islamico nell’alzare la bandiera nera su ogni lembo di territorio appena preso? Non si vede quanto sono alacri nel dipingere il sigillo di Maometto sui muri, nel disporre cartelloni con il simbolo del gruppo e nell’imporre la sharia più stretta sulla popolazione (velo integrale per le donne, barba e pantaloni sopra la caviglia per gli uomini, nessuna musica strumentale) in modo da manifestare in senso pratico e fisico che il territorio è loro, è dar al islam , terra dello Stato islamico? Non colpisce, nella propaganda, l’attenzione data alle regioni geografiche, le suddivisioni amministrative, gli Uffici, i Wilayah? Il gruppo non si fa chiamare “Sostenitori del Corano” o “Esercito di Allah”, si fa chiamare “lo Stato islamico” perché si fonda sul controllo del territorio. Senza il territorio, non è dato Stato islamico. Senza Califfato, il califfo non ha più voce. Resterà una rete di gruppuscoli che conducono una doppia vita, uomini che di di giorno fanno un mestiere normale e di notte si riuniscono giù in cantina a organizzare attacchi e creare propaganda. Ma saranno sempre più isolati, più deboli e più patetici. Non si potrà combattere una battaglia apocalittica a Dabiq, perché quel posto è passato al nemico l’anno scorso. Quando lo Stato islamico vinceva, attraeva molti adepti. Ora il numero dei volontari che partono è bassissimo, un centesimo rispetto all’estate 2014. A nessuno piace far parte di un culto di perdenti.

 

 

 

E invece, a sondare l’umore dei giornali e della conversazione generale, il perdente è l’occidente. Siamo sempre sul punto di scomparire inghiottiti dalla sharia. Sempre impegnati a fare propaganda gratis per lo Stato islamico, a dire che l’occidente è debole e il nemico è fortissimo. E’ una guerra lunga, quindi sappiamo che ci saranno attacchi e contrattacchi (e che prima o poi potrebbe capitare anche in Italia). Ma qualche giorno fa dopo l’attentato di Londra un editoriale in Italia lamentava che ovviamente faremo una brutta fine, perché in natura “i molli sono schiacciati dai duri”, dove i molli saremmo noi, diciottomila raid aerei in Iraq e Siria per non parlare del resto, i duri sarebbero loro perché in tre attaccano i passanti di Londra con i coltelli per otto minuti prima di essere uccisi. Nel settembre 2014 il portavoce dello Stato islamico, Abu Mohammed al Adnani, disse che l’obiettivo del gruppo è conquistare Roma, spezzare le croci e fare schiave le donne. Se qualcuno sostiene che quell’obiettivo annunciato da Adnani – che nel frattempo è stato trovato e ucciso da un drone, come tanti altri, è oggi più vicino rispetto al 2014 o è poco informato oppure gioca a fare la Cassandra. Perché le profezie di sventura fanno più clic su Facebook, perché sono più facili e accattivanti da titolare sui giornali e perché sono una posa più interessante. L’occidente è riuscito a superare prove molto difficili come la Guerra fredda – in tutte le sue manifestazioni, dalla deterrenza atomica al terrorismo interno. Sostenere che possiamo battere squadre di fanatici che ci assalgono a colpi di furgone e coltelli e che non sono una minaccia esistenziale è un esercizio di sangue freddo che non eccita, non fa scena.

 

 

 

Una precisazione: in questa guerra i governi occidentali non usano il massimo della forza di cui dispongono perché hanno fatto una scelta deliberata. Potrebbero inviare centinaia di migliaia di uomini e di mezzi, marine e carri armati, ma preferiscono combattere una guerra ibrida: gli alleati locali – si chiamino essi peshmerga curdi, soldati iracheni, miliziani libici – ci mettono i boots on the ground, i governi occidentali ci mettono equipaggiamento, intelligence, bombardieri e forze speciali. Così i governi colpiscono due uccelli con un sasso solo, come dicono gli anglosassoni. Ottengono di non eccitare più di così la propaganda dello Stato islamico, che di sicuro farebbe dello scontro diretto a contatto con i soldati infedeli un altro motivo di richiamo per le sue reclute in tutto il mondo. Sembra già di vedere la propaganda per i teenager tunisini: venite a farvi ammazzare in battaglia contro i marine americani. E limitano le perdite di soldati, come invece per esempio non succedeva in Iraq, dove gli americani subivano fino a cento morti al mese. Oggi Sirte in Libia cade grazie all’avanzata dei miliziani locali libici (ne sono morti più di seicento) e grazie a più settecento raid aerei americani. Ma senza i crociati a terra non c’è l’aura di glamour jihadista che c’era in Iraq e in Afghanistan, non c’è il respiro della storia, non c’è epopea, c’è soltanto la morte in posti polverosi che nessuno conosce. Inoltre, troppi interventi esterni atrofizzano gli eserciti locali. Le truppe irachene che riconquistano Mosul sono le stesse che tre anni fa, incapaci di opporre resistenza, fuggirono ai primi spari. Le potenze occidentali potrebbero dal punto di vista tecnico adottare metodi più forti: potrebbero usare le armi atomiche sulle città in mano allo Stato islamico e per esempio trasformare Raqqa in un deserto di vetro radioattivo, ma questo porterebbe più complicazioni che vantaggi.

 

 

Gli aerei americani sono sempre in volo sopra Mosul, sono in collegamento con gli operatori a terra, seguono l’andamento della battaglia, ricevono indicazioni, fanno saltare in aria quello che devono. Nidi di mitragliatrici, tetti usati dai cecchini dello Stato islamico, piazzole usate per i mortai, mezzi corazzati, a volte anche i camion bomba prima che riescano ad arrivare al fronte. I soldati iracheni chiedono, gli aerei eseguono, i vetri delle macchine tremano per chilometri tutto attorno. Le bombe disintegrano gli edifici, spazzano via i combattenti, aprono voragini nelle strade. A volte agli aerei è richiesto di rendere inservibile un incrocio per limitare i movimenti dei camion carichi di esplosivo dello Stato islamico che vagano per Mosul, allora sganciano una bomba e creano un cratere profondo cinque metri e largo abbastanza da impedire il passaggio. Così i soldati a terra si sentono più sicuri, sanno che le vie sui lati sono chiuse e pensano ad avanzare. Anche per i cinque ponti sul Tigri è stato così, li hanno tranciati con cinque bombe per bloccare il passaggio da una sponda all’altra. Gabriele Micalizzi, un freelance milanese che fa video e foto mi dice: “Zio, ci sono anche le forze speciali italiane”. Quando le hai viste? “Ieri, due incursori, sono embedded con la polizia federale, il capo della base li ha fatti convocare per fare la carrambata, ‘Gli italiani sono con noi!’, ma i due stavano zitti, non hanno detto una parola, non erano contenti di essersi fatti sgamare. E niente fotografie”. Ma avevano la divisa? Qualche segno di riconoscimento, qualche simbolo? “No niente, maglietta e pantaloni militari e mitra”.

 

 

 

A scanso di equivoci: si tratta di una guerra di sterminio, questa contro l’Isis. Anche se non si usa il massimo della forza non ci sarà un negoziato finale, si va avanti fino all’estinzione. Nessuno crede davvero che si tratti di un conflitto convenzionale contro un nemico che un giorno siederà a un tavolo della pace per firmare una resa, come succedeva in passato. Gli uomini dello Stato islamico sono fanatici, vogliono la morte oppure distruggere tutto quello che non è Stato islamico, non c’è altro modo di fermarli e spesso negli anni passati hanno approfittato dei periodi di detenzione nelle prigioni arabe come di un periodo di addestramento e di ripasso ideologico. Non è un caso che tutti i leader dello Stato islamico e molte figure importanti abbiano trascorsi in cella (guardate le foto, vedrete spesso hanno una tuta gialla, è la divisa del campo di detenzione di Camp Bucca in Iraq). Così, è difficile farsi illusioni sulla natura di questa guerra che è unica ma si combatte su molti fronti e in molti stati. I miliziani libici che si battevano per riprendere Sirte lo dicevano in modo esplicito ai giornalisti: non intendiamo fare prigionieri. Un bravo fotografo italiano, Alessio Romenzi, quest’anno ha vinto un premio internazionale con uno scatto che mostra gli ultimi istanti di un combattente dello Stato islamico catturato alla fine della battaglia per gli ultimi edifici della città. Strattonato dai libici, passa tra due ali di uomini che lo vogliono uccidere e finisce ucciso dalle raffiche dopo pochi metri. A settembre il giornale britannico Independent ha rivelato che gli uomini delle forze speciali inglesi, il Sas, erano a Mosul con una lista di duecento inglesi che si erano arruolati nello Stato islamico e che devono essere uccisi. I cittadini britannici che si sono uniti ai terroristi sono di più, ma quei duecento sono i più pericolosi, quelli che a guerra finita non devono tornare in Gran Bretagna. A maggio il Wall Street Journal ha rivelato che le forze speciali francesi a Mosul hanno anche loro una lista, con una trentina di nomi. Il pezzo del Wall Street Journal è interessante perché spiega che i francesi non hanno il mandato diretto di uccidere, ma devono indicare la posizione dei bersagli agli iracheni, che poi ci penseranno loro, con l’artiglieria o in combattimento (se proprio li catturano, c’è la condanna a morte per impiccagione). E’ interessante perché è un riassunto di come stiamo combattendo queste guerre ibride contro lo Stato islamico: mandiamo i nostri asset migliori e lasciamo che i colpi finali siano dati dagli alleati locali, meglio senza fare troppa notizia

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Posto questo articolo di D.Raineri pubblicato sul Foglio di sabato scorso, che (quasi) nessuno leggerà perché molto lungo ma che condivido totalmente.

In sintesi l'autore dice cose che già si sapevano ma che è sempre meglio ribadire e che sottolineano come l'Occidente stia facendo molto contro il Califfato pur dando l'impressione di fare poco

C'era qualche dubbio che l'Is sarebbe stato spazzato via non appena si fosse riusciti a costituire una coalizione appena decente? Il punto non è andare a combatterlo ora, ma aver contribuito con scelte sbagliate a creare le condizioni in cui avesse possibilità di svilupparsi.

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C'era qualche dubbio che l'Is sarebbe stato spazzato via non appena si fosse riusciti a costituire una coalizione appena decente? Il punto non è andare a combatterlo ora, ma aver contribuito con scelte sbagliate a creare le condizioni in cui avesse possibilità di svilupparsi.

Va anche detto che in Medio Oriente come ti muovi fai danni. E sei comunque "costretto" a muoverti per interessi economici e strategici. Per dire, molte di quelle che combattono dalla parte nostra in Iraq sono brigate ripulite, sulle quali nessuno può assicurare anche per il futuro.

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C'era qualche dubbio che l'Is sarebbe stato spazzato via non appena si fosse riusciti a costituire una coalizione appena decente? Il punto non è andare a combatterlo ora, ma aver contribuito con scelte sbagliate a creare le condizioni in cui avesse possibilità di svilupparsi.

 

In astratto sono d'accordo che prevenire sia meglio che curare. Il fatto è che in M.O. è impossibile prevedere tutti gli infiniti sviluppi di una scelta piuttosto che di un'altra. Per questo non addosserei all'Occidente (in senso lato) responsabilità oltre un certo limite ragionevole.

Prendiamo Daesh.

Possiamo dire che il "peccato originale" dell'"Occidente" sia stata la scellerata strategia di "pacificazione" dell'Iraq da parte americana, anzi da parte di alcuni settori dell'establishment americano che avevano Paul Bremer come terminale a Baghdad. Un errore di strategia che ha del clamoroso (e che sfocia nell'ottusità), costato il caos e decine di migliaia di morti da una parte e dall'altra e nel quale è maturata la nascita di Daesh.

Ma poi? Quanto di tutto ciò che è successo in seguito può essere imputato all'"Occidente" e quanto invece a cause endogene, locali, (quasi) totalmente imprevedibili, fuori controllo, su cui gli occidentali non avevano di fatto più alcuna voce in capitolo?

Daesh non nasce per un qualche perfido disegno "della Cia" o "di Israele", o "dell'Arabia Saudita" come a taluni piace credere (e far credere), bensì nasce da una convergenza di interessi diversi prodotti da dinamiche su cui l'Occidente non aveva più alcun controllo:

 

- quelli di un gruppetto di tagliagole (il gruppo di al Zarkawi) senza arte ma con molta parte nel caos iracheno e dalla difficile collocazione ideologica: quaedisti, ma fino ad un certo punto e di fatto incontrollabili pure da Al Quaida; panislamisti che con l'Iraq non c'entravano nulla (Zarkawi era giordano e i suoi stretti accoliti venivano da fuori Iraq); jihadisti ma privi di un reale retroterra religioso (Zarkawi era un piccolo delinquente tatuato dedito all'alcool ed alle donne prima di essere folgorato sulla via di Baghdad)

 

- quelli dei vecchi quadri baathisti, saddamiti, che avevano in odio gli americani non tanto per aver fatto fuori Saddam, quanto per aver fatto fuori loro stessi da ogni posizione di rilievo durante la "pacificazione" di Bremer e che c'entravano con l'Islam esattamente quanto Rocco Siffredi con la castità e che erano visti dai salafiti sauditi probabilmente come il demonio

 

- quelli delle tribù sunnite del Triangolo, che in una spirale di odi, vendette ed autobombe, si trovavano a contendersi l'osso con gli sciiti iracheni, che con l'appoggio americano stavano prendendo le redini a Baghdad e sui quali però (ennesimo paradosso) l'Iran aveva cominciato a giocare la sua partita regionale antisaudita ed antiamericana

 

Dalla convergenza di tutti questi interessi, endogeni, autoreferenziali e del tutto opposti a quelli "Occidentali" nasce Daesh, o meglio ciò che poi, dopo la morte di al Zarkawi e del primo "califfo" al Baghdadi (ambedue dronati dagli americani) diventerà Daesh.

Quindi trovo francamente difficile in tutto ciò, trovare qualche pesante responsabilità Occidentale che non sia il "peccato originale" dell'aver puntato sul cavallo sbagliato, ossia sugli sciiti per pacificare l'Iraq anziché sui sunniti (e sul loro efficiente apparato repressivo), a cui va aggiunta una diffusa incapacità/ignoranza/superficialità nel rapportarsi alle millemila sfumature del M.O. da parte di molti occidentali che invariabilmente finiscono per fare la figura del turista sprovveduto turlupinato nel suk dal mercante di tappeti.

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