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Mormegil

Guerra di Siria e situazione mediorientale: news e commenti

Post in rilievo

mi riferisco alle "dichiarazioni di felicità" in seguito alla strage di rabia e alla derubricazione a terroristi delle vittime. cita le fonti, per una volta nella vita.

è grave non distinguere fra questo, che è violenza, e gli endorsement per sisi, che è politica (e dal punto di vista copto questione di sopravvivenza).

 

Non stiamo parlando di dichiarazioni del Papa o di non so quale esponente di spicco della Chiesa perché io ti debba dire quando e come, sto parlando di personaggi del mondo copto egiziano, ospiti di programmi televisivi, ecc. Su Youtube è pieno di video con le "collection" di certe dichiarazioni di quel periodo, come il video che ti avevo linkato, ma sono tutti in arabo, non ho trovato nulla in inglese per poterti aiutare. E personalmente non conosco i nomi di ogni giornalista o intellettuale copto d'Egitto, so chi è Sawiris, chi sono Shenuda e Tawadros, ecc, non chi è pinco pallino di Al Hayat TV e via dicendo. Non sono egiziano e per quanto io possa seguirne le notizie non avrò mai l'interesse che ha un egiziano, io molto semplicemente da arabo seguo le notizie, mi faccio delle idee, leggo un articolo così dove un tale Sameh Abu Arayes, dell'iniziativa "figli di Mubarak" e sostenitore all'epoca della campagna per Omar Sulayman presidente, dice testualmente "Lo stesso cristiano che pretende solidarietà per i cristiani è quello che sosteneva i massacri di Rabia, Al Nahda, Ramses, considerando le vittime dei terroristi" e aggiunge "lo stesso cristiano che solidarizza con il cristiano come lui considera normale l'uccisione di centinaia di civili musulmani, lo stesso che piange per l'allontanamento di 200 copti da Al Arish è quello che sosteneva l'allontanamento di migliaia di musulmani da Rafah con la scusa del terrorismo. Nessuno vuole trovare scusanti per i terroristi o giustificare l'uccisione di persone innocenti, ma è innegabile che negli ultimi 3 anni la comunità copta è stata a favore di una sistematica repressione anti-musulmana nel paese. Spero che i leader della comunità si facciano un esame di coscienza e arrivino a capire che l'odio genera solo odio". Queste non sono parole di un salafita o di un simpatizzante islamista, ma di uno pro-Mubarak e pro-Omar Sulayman, cioè il tipico egiziano nazionalista!

 

E fidati, se accendi su certi canali copti non è molto diverso dall'accendere su certi canali salafiti, c'è un'ostilità di fondo verso gli "altri" che non ti immagini. I copti non sono i cristiani palestinesi, iracheni o siriani, da sempre con tendenze panarabiste e quindi molto più in sintonia con la maggioranza musulmana, sono decisamente diversi. Prima del 2011 fortunatamente si era trovato un equilibro, i problemi erano essenzialmente quelli tipici della convivenza tra comunità diverse in ambienti non proprio evoluti culturalmente, tizia cristiana sposava un musulmano contro il volere delle due famiglie e nei rispettivi villaggi scoppiavano risse, ecc, dal 2011 in poi il fattore politico purtroppo ha cambiato tutto, la situazione è molto più complicata rispetto ai tempi di Mubarak, quello è innegabile, ed è innegabile che una parte della colpa è anche della stessa comunità copta, che probabilmente non si è resa conto della portata del cambiamento e del rischio di schierarsi apertamente contro un presidente eletto democraticamente dagli egiziani.

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Intanto, anche se la notizia è passata in secondo piano sugli organi d'informazione italiani, la reazione dell'Egitto dopo l'attentato è stata quella di bombardare la zona di Derna in Libia, in quanto "covo dei terroristi".

 

Inutile dire che questa reazione così rapida (in accordo con Haftar) alimenta ulteriormente nell'opinione pubblica egiziana (ed araba) l'idea di una regia oscura dietro agli attentati contro i copti che sarebbero "opera dei servizi segreti egiziani", ovvero usare la carta del pericolo terrorista interno per far passare altre agende in politica estera (vedi quella del sostegno egiziano a Haftar, personaggio sicuramente poco amato dall'opinione pubblica araba).

 

Da Repubblica.

 

Egitto, strage di cristiani copti: l'Isis rivendica. Raid egiziani con Haftar. Sarraj: "Lesa sovranità"

 

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Raid aerei delle forze armate egiziane in Libia dove si trova il quartier generale dei terroristi. Il blitz insieme agli uomini del generale Haftar. Ma al Sarraj, leader del Governo di accordo nazionale libico, accusa: "Attentato alla nostra sovranità". Il Papa: "I martiri cristiani oggi sono di più dei tempi antichi"

 

di ALBERTO CUSTODERO

 

 

 

DOPO 24 ore dall'attentato a un convoglio di bus di cristiani copti di ieri a Menyah, è arrivata la rivendicazione dello Stato islamico. L'Egitto ha reagito con blitz aerei in Libia (dove si trovano le basi dei terroristi), insieme all'aviazione del generale Haftar. Ma al Sarraj, leader del Governo di accordo nazionale libico, accusa: "Raid attentato alla nostra sovranità". Sta diventando un affaire internazionale destinato a aumentare la tensione tra Egitto e Libia, l'attacco ai cristiano copti.

 

La rivendicazione dell'Isis. Sull'agenzia di propaganda Amaq, gli jihadisti scrivono: "Un distaccamento di sicurezza dell'Isis ha condotto un attentato ieri a Mynia contro un autobus che trasportava copti". Lo ha riferito Site, il sito che monitora l'attività jihadista della galassia estremista. L'organizzazione rivendica un bilancio di 32 vittime, a differenza delle ultime notizie confermate dalle autorità egiziane che parlano di 29 morti e 13 persone ancora ricoverate in ospedale per le ferite riportate. Tra le vittime numerosi bambini.

 

La reazione dell'Egitto: raid aerei. Le Forze Armate egiziane confermano di aver distrutto covi dei "terroristi" in raid aerei sulla vicina Libia dopo l'attacco contro i copti a Minya, rivendicato dall'Is. I raid hanno portato alla "completa distruzione" degli obiettivi, compresi centri di "addestramento dei terroristi che hanno partecipato alla pianificazione e attuazione dell'attacco di Minya", affermano i militari in una nota che parla di "successo" della "missione". I media egiziani parlano di numerosi raid aerei contro obiettivi nella zona di Derna, in Libia. Al-Sisi ha promesso che "non esiterà a colpire i campi dei terroristi ovunque si trovino".

 

Le forze di Haftar insieme ai raid egiziani. L'aviazione fedele al generale Khalifa Haftar, l'uomo forte dell'est della Libia, ha annunciato di aver partecipato ai raid aerei lanciati ieri dall'egitto nella città libica di derna per rappresaglia all'attacco terroristico contro cristiani copti. In un comunicato dell'agenzia di stampa lana, fedele alle autorità dell'est libico, si riferisce di una "operazione congiunta" a Derna in cui gli egiziani "hanno usato caccia moderni tipo Rafale". Sono state usate "munizioni precise" per distruggere siti "precedentemente individuati" e durante l'operazione sono stati "identificati altri due obiettivi". Nella nota si precisa quindi che sono stati presi di mira campi militari e il quartier generale del consiglio dei mujahedeen di Derna, vicino ad al Qaida, che controlla la città: "L'operazione è riuscita e le perdite sono stati pesanti per i terroristi di al Qaida in termini di uomini e mezzi".

 

L'Ira di al Sarraj: "Attentato alla nostra sovranità". Il governo di accordo nazionale libico, guidato da Fayez al Sarraj, ha denunciato i raid aerei dell'Egitto a Derna come "un attentato alla sovranità" del Paese. "Quali che siano i pretesti, noi respingiamo ogni azione che attenti alla sovranità del nostro paese - si legge nel comunicato diffuso oggi dal governo di Sarraj - non c'è alcuna giustificazione alla violazione del territorio di altri Paesi, non importa come sia qualificata".

 

Derna, roccaforte degli islamisti. Conosciuta come una roccaforte degli estremisti già sotto Muammar Gheddafi, la città di Derna è stata controllata da un gruppo associato ad Ansar al sharia (vicino ad al Qaida) tra il 2011 e il 2014, quando molti jihadisti disertarono per giurare fedeltà allo stato islamico (Isis) e si impadronirono della città. Gli altri jihadisti rimasti fedeli ad al Qaida hanno dato vita a una coalizione, il 'Consiglio dei mujahiddin' di Derna, e hanno combattutto contro l'Isis, ma anche contro le forze fedeli ad Haftar, riprendendo la città nell'estate del 2015. Le forze di Haftar conducono spesso attacchi aerei contro le postazioni di questa coalizione.

 

L'attacco ai cristiani copti. Un convoglio di due autobus che trasportava i fedeli è stato assalito venerdì mattina - alla vigilia dell'inizio del mese del Ramadan - da un commando di dieci uomini a bordo di tre pick-up a 250 Km a sud del Cairo. Armati di mitragliatrici e con addosso divise militari, gli assalitori hanno bloccato il mezzo, sono saliti a bordo e hanno aperto il fuoco sui passeggeri. Secondo quanto scritto da un testimone su Twitter, uno degli assalitori ha anche filmato il massacro. I passeggeri erano diretti al monastero di San Samuele, nella provincia di Minya. I terroristi dell'Isis - fuggiti dopo il massacro - stanno portando avanti da mesi una campagna contro la minoranza copta.

 

La preghiera del Pontefice. A Genova il Papa, prima di cominciare l'incontro in Cattedrale, ha invitato a una preghiera "per i nostri fratelli copti egiziani che sono stati uccisi perchè non volevano rinnegare la fede". Francesco ha poi aggiunto: "Ricordiamo che i martiri cristiani oggi sono di più dei tempi antichi".

 

Fonte

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Non stiamo parlando di dichiarazioni del Papa o di non so quale esponente di spicco della Chiesa perché io ti debba dire quando e come, sto parlando di personaggi del mondo copto egiziano, ospiti di programmi televisivi, ecc. Su Youtube è pieno di video con le "collection" di certe dichiarazioni di quel periodo, come il video che ti avevo linkato, ma sono tutti in arabo, non ho trovato nulla in inglese per poterti aiutare. E personalmente non conosco i nomi di ogni giornalista o intellettuale copto d'Egitto, so chi è Sawiris, chi sono Shenuda e Tawadros, ecc, non chi è pinco pallino di Al Hayat TV e via dicendo. Non sono egiziano e per quanto io possa seguirne le notizie non avrò mai l'interesse che ha un egiziano, io molto semplicemente da arabo seguo le notizie, mi faccio delle idee, leggo un articolo così dove un tale Sameh Abu Arayes, dell'iniziativa "figli di Mubarak" e sostenitore all'epoca della campagna per Omar Sulayman presidente, dice testualmente "Lo stesso cristiano che pretende solidarietà per i cristiani è quello che sosteneva i massacri di Rabia, Al Nahda, Ramses, considerando le vittime dei terroristi" e aggiunge "lo stesso cristiano che solidarizza con il cristiano come lui considera normale l'uccisione di centinaia di civili musulmani, lo stesso che piange per l'allontanamento di 200 copti da Al Arish è quello che sosteneva l'allontanamento di migliaia di musulmani da Rafah con la scusa del terrorismo. Nessuno vuole trovare scusanti per i terroristi o giustificare l'uccisione di persone innocenti, ma è innegabile che negli ultimi 3 anni la comunità copta è stata a favore di una sistematica repressione anti-musulmana nel paese. Spero che i leader della comunità si facciano un esame di coscienza e arrivino a capire che l'odio genera solo odio". Queste non sono parole di un salafita o di un simpatizzante islamista, ma di uno pro-Mubarak e pro-Omar Sulayman, cioè il tipico egiziano nazionalista!

 

E fidati, se accendi su certi canali copti non è molto diverso dall'accendere su certi canali salafiti, c'è un'ostilità di fondo verso gli "altri" che non ti immagini. I copti non sono i cristiani palestinesi, iracheni o siriani, da sempre con tendenze panarabiste e quindi molto più in sintonia con la maggioranza musulmana, sono decisamente diversi. Prima del 2011 fortunatamente si era trovato un equilibro, i problemi erano essenzialmente quelli tipici della convivenza tra comunità diverse in ambienti non proprio evoluti culturalmente, tizia cristiana sposava un musulmano contro il volere delle due famiglie e nei rispettivi villaggi scoppiavano risse, ecc, dal 2011 in poi il fattore politico purtroppo ha cambiato tutto, la situazione è molto più complicata rispetto ai tempi di Mubarak, quello è innegabile, ed è innegabile che una parte della colpa è anche della stessa comunità copta, che probabilmente non si è resa conto della portata del cambiamento e del rischio di schierarsi apertamente contro un presidente eletto democraticamente dagli egiziani.

 

come no, solo video su youtube. manco uno * che si sia preso la briga di mettere per iscritto le dichiarazioni che tu "riporti". sapendo che la questione copta è tra le più dibattute sul fronte terrorismo.

che poi mi fa ridere che parli "esponenti di spicco" , ma non ricordi i nomi, né le circostanze, ne alcunché.

tutto ciò che sei riuscito a racimolare è qualche post su facebook di 'sto Sameh Abu Arayes. e chi * è? a che titolo parla? è copto? no. è un grafomane vagamente antisemita che parla di "nemici dell'islam" un post sì e l'altro pure, i quali occuprebbero posti di potere nelle tv egiziane, parla di "persecuzione dei musulmani in egitto", parla di imporre il ramadam in tv , e così via. eh però si fa i selfie da handicappato davanti alle piramidi con l'ankh di plastica in mano, quindi automaticamente un patriota.

 

ma crìsto.

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come no, solo video su youtube. manco uno * che si sia preso la briga di mettere per iscritto le dichiarazioni che tu "riporti". sapendo che la questione copta è tra le più dibattute sul fronte terrorismo.

che poi mi fa ridere che parli "esponenti di spicco" , ma non ricordi i nomi, né le circostanze, ne alcunché.

tutto ciò che sei riuscito a racimolare è qualche post su facebook di 'sto Sameh Abu Arayes. e chi * è? a che titolo parla? è copto? no. è un grafomane vagamente antisemita che parla di "nemici dell'islam" un post sì e l'altro pure, i quali occuprebbero posti di potere nelle tv egiziane, parla di "persecuzione dei musulmani in egitto", parla di imporre il ramadam in tv , e così via. eh però si fa i selfie da handicappato davanti alle piramidi con l'ankh di plastica in mano, quindi automaticamente un patriota.

 

ma crìsto.

 

Devi fare una cosa molto semplice, sintonizzarti sulle loro TV. Ne sentirai di tutti i colori. Francamente non ho né la voglia né il tempo di stare a farti una ricerca di due ore per trovarti nomi e cognomi di chi ha detto cosa, tra l'altro di un argomento e un paese a cui non sono particolarmente interessato, a differenza della Siria (io mi sento principalmente Levantino, non ho problemi a dirti che del Golfo, dell'Egitto e del Maghreb mi interessa fino ad un certo punto).

E non c'è nulla di strano in certe dichiarazioni per doverci fare uno "scoop" giornalistico come ti aspetti, sono cose arcinote in Egitto. Sarebbe come fare uno scoop perché in una tv palestinese o su un sito palestinese si parla male degli ebrei! L'idea di fondo secondo cui loro sono i "padroni di casa" e gli altri "ospiti" l'hanno sempre avuta (come se gli egiziani musulmani non fossero in realtà discendenti di copti convertiti all'Islam), dimenticandosi forse che sono in un paese al 90% islamico e avere questo pensiero vuol dire porsi in modo ostile verso la maggioranza della popolazione. E con l'elezione di Morsi sbroccarono di brutto! Poi se vuoi pensare che il golpe e il supporto a Sisi non c'entrano nulla con l'escalation attuale (ti ho anche postato un paio di articoli di siti direi più che autorevoli che ne parlano) allora pace.

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Riad Hijab :

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Il presidente francese Emmanuel Macron, ha incontrato il coordinatore dell'Alto Comitato per i negoziati, Riad Hijab, e una delegazione del principale gruppo di opposizione siriana

appoggiato dall'Arabia Saudita .

 

 

Durante il loro incontro, Macron ha ricordato il suo impegno personale per la questione siriana e il suo sostegno all ' opposizione,

( da precisare : sponsorizzata dall'Arabia Saudita in vista di una transizione politica nel paese.)

 

L'incontro del presidente francese con la delegazione dell'opposizione siriana è avvenuto un giorno dopo quello a Versailles con il suo omologo russo, Vladimir Putin. bah

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Repubblica Centrafricana. Centrafrica: il vescovo salva 2mila musulmani

 

 

Lucia Capuzzi mercoledì 31 maggio 2017

 

«In chiesa con i musulmani. Aiutatemi a proteggerli».Due settimane fa, il comboniano aveva fatto da scudo umano in una moschea per salvare duemila islamici attaccati

 

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«Ci sono 800 uomini armati qui fuori.
Da un momento all’altro possono fare irruzione nella Cattedrale e nel seminario. Non so quanto a lungo potremo proteggere i 2mila profughi che vi sono alloggiati. Il governo ci aiuti. E se quest’ultimo non ha le risorse, facciamo appello alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie. Non lasciateci soli. Non voltatevi dall’altra parte». La voce di monsignor Juan José Aguirre Muñoz è tesa. Come la situazione che vive ormai da più di due settimane. Il 13 maggio – «il giorno della * di Fatima, per questo non posso dimenticarlo» –, Tokoyo, il quartiere islamico di Bangassou, nel sud-est della Repubblica Centrafricana, è stato attaccato e distrutto dalle milizie anti-Balaka.

«Questi ultimi erano originariamente gruppi di autodifesa, nati per rispondere alle violenze delle bande islamiste Seleka, arrivate nel Paese dal Ciad e dal Sudan nel 2013. Ben presto, però, gli anti-Balaka sono diventate formazioni criminali. Non fanno differenza tra Seleka e civili musulmani, come la gente di Tokoyo: sono dei pacifici commercianti, non dei fondamentalisti», racconta ad
Avvenire il
vescovo e missionario comboniano, da oltre 35 anni in Centrafrica e alla guida della diocesi di Bangassou da 17. Gli abitanti della zona si sono rifugiati nella moschea, immediatamente presa d’assalto dai miliziani. Là, sulla linea del fronte, si è recato in tutta fretta, anche monsignor Aguirre, nonostante i tre infarti avuti e i problemi cardiaci.

«Per tre giorni, i civili sono rimasti là dentro,
senza cibo né acqua.
Se provavano ad uscire, li sparavano come conigli. C’erano francotiratori ovunque. Quando sono arrivato, insieme a due sacerdoti e il cardinale Dieudonné Nzapalainga, ho visto cadaveri ovunque. Abbiamo fatto da scudi umani agli islamici: sentivo le pallottole fischiarmi intorno ma non mi hanno colpito. Alla fine, sono arrivati i caschi blu portoghesi della Minusca (missione Onu in Centrafrica,
ndr)
e hanno fatto uscire gli ostaggi. L’emergenza, però, non è finita». Già, perché le case dei musulmani erano state razziate e date alle fiamme. «Ritornare là sarebbero stato, inoltre, troppo pericoloso », prosegue monsignor Aguirre. Quest’ultimo, dunque, ha scelto di aprire, nel senso letterale, le porte della parrocchia. I duemila sfollati sono stati alloggiati nel seminario minore, nella chiesa, alcune decine di persone dormono nella casa del vescovo. «Abbiamo dovuto decidere in cinque minuti. Non eravamo preparati per ospitare un simile flusso di persone. Ma che altro potevamo fare? Ciò che mi preoccupa di più, però, è l’incolumità di queste persone. Non abbiamo nemmeno le inferriate alle finestre, come possiamo difenderli?».

Gli anti-Balaka non sono disposti a “mollare la presa”. Gruppetti armati minacciano la parrocchia. «Subiamo continue aggressioni verbali. Uno dei sacerdoti è stato picchiato, hanno danneggiato le nostre auto. Domenica, poco lontano dalla parrocchia, hanno massacrato una donna musulmana con i suoi cinque bimbi. Anche molti abitanti sono arrabbiati perché abbiamo dato asilo agli islamici. Ci insultano, ci considerano “traditori”.
E dire che, fino al 2013, la convivenza fra le due comunità era pacifica
e armoniosa». In Repubblica Centrafricana, gli islamici sono minoranza: circa il 10 per cento della popolazione. Una collettività, però, ben integrata. Almeno fino all’ultimo conflitto civile. A “spezzare” il tessuto sociale è stata l’entrata in gioco degli islamisti della Seleka.

«Si tratta di gruppi venuti e finanziati da Paesi vicini che hanno interesse a destabilizzare il Centrafrica», sottolinea il vescovo. La loro ferocia ha provocato un forte risentimento nella popolazione cristiana, spianando la strada alla formazione di milizie anti-islamiche. La situazione sembrava rientrata all’inizio del 2016, con l’elezione del presidente Faustin-Archange Touadéra. Poi, negli ultimi mesi, la tensione si è riaccesa. A Bangassou la questione si è ulteriormente complicata per l’emergere di istanze autonomiste locali, manipolate da gruppi di potere. «La lotta è politica non certo di fede», conclude monsignor Aguirre, impegnato nel dialogo interreligioso con la Fondazione Bangassou, da lui creata. «Ci vorrà, però, tempo per ricucire le ferite. Per questo, nel breve periodo, per far fronte quest’emergenza, abbiamo necessità dell’aiuto del mondo».

Avvenire

 

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Iraq. A Mosul dopo il Daesh si torna a dire Messa

 

 

Luigi Ginami * mercoledì 31 maggio 2017

 

Rinascita a Mosul: «Gesù è tornato fra queste macerie». In viaggio da Erbil fin dentro la metà liberata della «capitale» dei jihadisti

 

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Pubblichiamo una anticipazione di «Nasren» (Ed.Velar Marna), istant book scritto durante il viaggio dell’autore in Iraq. Una missione umanitaria per inaugurare delle aule di catechismo, ristrutturate dalla Fondazione Santina Onlus, ad Araden. In quei giorni, nel campo profughi di Dawdya, pure l’incontro Nasren, yazida di 11 anni che racconta con gli occhi di una bimba l’irruzione dei terroristi del Daesh nel suo villaggio. Quello di seguito è un estratto dal capitolo «Mosul», scritto a poche centinaia di metri dal fronte.

Partiamo presto da Erbil.
È venerdì, la strada è completamente libera. Arriviamo al primo dei numerosi check-point. Ivan parcheggia la grossa jeep. «Torno subito padre, ma per ogni evenienza sappi che qui nel cruscotto vi è una pistola!» Il cruscotto è lì che mi sfida: apro. È vero! «Tutto in ordine, quando hanno visto che tu eri un sacerdote ci hanno subito concesso il permesso ». Partiamo. Venire a Mosul? Tutti hanno sconsigliato! Perché? Perché? Perché? La domanda diventa ritmica mentre le prime immagini della città si presentano agli occhi. È un grande mercato. La macchina nera rallenta. Ivan prende la pistola. «Vedi questa gente? Loro non ti faranno nulla. Ma tra di loro, a qualche finestra potrebbe esserci un cecchino». Rimango senza parole. Piano piano la grossa vettura esce dal mercato. Ivan rimette la sicura alla pistola e la richiude nel cruscotto.

Ora invece i militari non la devono vedere
. Siamo nella parte sinistra della città, divisa in due dal Tigri. La prima chiesa che visitiamo ci sta davanti: la croce è divelta dal campanile. Una porta arrugginita si apre. Ivan mette l’arma sotto la camicia dietro la schiena e nuovamente mi spavento. Un uomo con il volto sorridente ed accogliente ci saluta. Salgo le scale sconnesse e visibilmente rovinate. Ma mentre avverto la furia di Daesh, dei piccoli bambini mi corrono incontro con dei grandi sorrisoni. Si avvicinano. Sollevò il più piccolino alla mia guancia e lui si accoccola comodo comodo e pacioso. La chiesa è pulita, ma vuota... Il bel marmo viene staccato con cura e messo in ordine per la vendita. «Padre dobbiamo andare», mi pressa Ivan. Dopo aver visitato la chiesa dedicata allo Spirito Santo, andiamo alla chiesa dedicata a San Giorgio: i militari, questa volta, non ci danno il permesso.

È una zona strategica. Regaliamo due bottiglie di acqua ai giovani militari al caldo dei 40 gradi e Ivan mi porta a vedere un’altra chiesa. «
Quando quel demonio del Daesh si è ritirato
, ha lasciato cariche di dinamite nascoste. Basta urtare male una pietra che salta in aria tutto». Entriamo: il pavimento è spoglio e liscio, una enorme lastra di cemento armato. Nessuna bomba può essere qui. «Bene padre tu aspetta qui, faccio un giro attorno per essere sicuro. Tu prepara per la Messa, celebreremo qui». Con un fazzolettino di carta pulisco l’altare dalla polvere, una lastra di cemento spogliata dal marmo, pongo sull’altare il mio caro ed inseparabile Vangelo aperto e pongo il pane ed il vino. Ma ci pensate? Gesù tornerà a Mosul. Forse è la prima Messa che si celebra qui dalla liberazione del Daesh. Un brivido ritorna prepotente, forse provocato dal rumore di un elicottero che si avvicina ed inizia a mitragliare. Se ne va, più lontano odo il rumore del conflitto a fuoco. E Gesù? Verrà qui tra poco... È la voce di Ivan ad interrompere il mio pensiero. «Padre qui non abbiamo molto tempo. Celebra bene la Messa con devozione e calma ma cerca di non essere troppo lungo...».

Prego per la città, per i cristiani, per Ivan, per i morti,
per coloro che sono feriti o che stanno morendo proprio durante questo nuovo sacrificio di Gesù sulla croce. «Prendete e mangiate questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». Mi inginocchio e mi fermo in adorazione. Da lontano qualcuno arriva. Istintivamente mi dico: devo proteggere questo tesoro prezioso che è la divina Eucaristia, male che vada subito mangio e bevo... Ivan mi dice in inglese stai calmo e soprattutto fermo. Lui si blocca e con voce calma e tranquilla saluta il giovane. Il giovane guarda incuriosito e chiede: «Ma state dicendo Messa?». Ivan risponde di sì e il ragazzo con un grande sorriso chiede: «Posso partecipare anche io? Sono cristiano. Sono un soldato dell’esercito iracheno». Avrà 22 o 23 anni, il mio forte abbraccio lo riempie di gioia e mi dice: «Abuna», padre. Mi viene in mente una frase bellissima di Gesù: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro! Lo benedico.

La Messa è finita
. Sto mettendo via il Vangelo, quando Ivan mi porta ad una finestra, dove da lontano si vede una croce. «Si padre e l’ho portata io con altri tre amici musulmani. È alta tre metri e larga due, di legno, sulla cima di quella collina e ogni volta che vengo a Mosul, quando la guardo mi dà forza e coraggio». Lo guardo negli occhi. Che coraggiosa iniziativa, se ne vuoi portare un’altra in futuro... Ti darò una mano.

* Sacerdote, presidente Fondazione Santina Onlus

Istant book

 

«Nasren», di Luigi Ginami, conla prefazione di monsignor Nunzio Galantino, è il diario di un viaggio di solidarietà svolto dal 29 aprile al 7 maggio in Iraq per «seminare speranza, per raccogliere futuro» nelle terre devastate dal Daesh

 

Avvenire

 

 

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Camion-bomba esplode in centro Kabul, 90 morti e 400 feriti

 

 

 

Nel distretto diplomatico di Wazir Akbar Khan

 

 

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Un camion-bomba è esploso questa mattina sulla piazza Zanbaq di Kabul, nella zona diplomatica della capitale afghana, provocando almeno 90 morti e 400 ferit - secondo l'ultimo bollettino ufficiale del governo afghano - , fra cui alcuni dipendenti dell'ambasciata tedesca e 4 reporter Bbc. Una terrificante esplosione, la cui matrice non è stata ancora rivendicata ma dalla quale si sono già chiamatoi fuori i talebani.

Da parte sua il coordinatore del governo, Abdullah Abdullah, ha sostenuto in un tweet che "quelli che ci uccidono nel mese sacro di Ramadan non meritano appelli alla pace, ma devono solo essere distrutti ed estirpati".

L'attacco e' avvenuto nel distretto di Wazir Akbar Khan, vicino a diverse ambasciate e non lontano dal palazzo presidenziale e dalla sede della missione Nato 'Resolute Support'. La missione Nato ha confermato che l'attentato è avvenuto vicino al suo quartier generale, sostenendo di essere impegnata a verificare le condizioni di tutto il suo personale. L'esplosione e' stata così violenta che ha distrutto o danneggiato oltre 30 vetture ed ha mandato in frantumi i vetri degli edifici circostanti per un raggio di circa un chilometro.

 

Sono 65 i feriti già assistiti dall'ospedale di Emergency a Kabul, che pure ha subito danni per la forza dell'esplosione. "E altre decine e decine sono in attesa al pronto soccorso". Lo rende noto in una serie di tweet la stessa ong guidata da Gino Strada. Sua figlia Cecilia spiega da parte sua racconta che "il nostro centro a Kabul è stato scosso dall'esplosione. I colleghi stanno bene, sono al lavoro per i feriti; poi vedremo i danni".

 

Quasi tutte le vittime sono civili e molti di essi sono dipendenti della compagnia di telefonia cellulare afghana Roshan. Lo sostiene la tv Ariana. Queste informazioni sono rilanciate anche da 1TvNews che segnala come l'esplosione abbia danneggiato anche l'edificio dove si trovano i suoi studi. Nell'attentato sono rimasti feriti anche alcuni dipendenti dell'ambasciata tedesca. Lo ha detto il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel. Un addetto alla sicurezza afghano è rimasto ucciso. Morto anche un autista della Bbc, mentre quattro reporter sono rimasti feriti ma non sono in pericolo di vita, come riferisce il sito online dell'emittente britannica.

"Avendo appreso con tristezza dell'abominevole attacco a Kabul e dei molti morti e gravemente feriti, Papa Francesco esprime le sue sentite condoglianze a tutti i colpiti da questo brutale atto di violenza", si legge in un messaggio di cordoglio inviato a nome del Papa dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin all'Ambasciatore dell'Afghanistan in Italia. Il Papa "raccomanda le anime dei defunti alla misericordia dell'Onnipotente e assicura al popolo afghano le sue incessanti preghiere per la pace".

ansa

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Suggerisco la lettura di un fondo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi, intitolato "ecco perché quei ragazzi figli d'Europa scelgono l'Isis" (purtroppo l'articolo non è accessibile on-line, quindi non posso postarlo), che offre parecchi spunti di riflessione partendo da un libro di nuova pubblicazione titolato "generazione Isis" di Oliver Roy che analizza il profilo di un centinaio di jihadisti reclutati in Europa dall'Isis.

 

Alcuni spunti interessanti:

 

1) il rigetto, da parte di questi giovani, dell'integrazione ricercata a suo tempo dai loro genitori immigrati in Europa in nome di una ribellione che è in parte generazionale, ma soprattutto nichilistica

 

2) il rifiuto delle radici religiose dei loro genitori in quanto considerate una ritualità passiva ed un retaggio di sottomissione, in nome di una rilettura esasperata, semplificata e "deculturata" dell'elemento religioso tradizionale. Quindi, la deculturazione dell'Islam come presupposto alla sua ricostruzione in chiave fondamentalista-jihadista.

 

3) la dinamica dell'adesione al millenarismo dell'Isis, che non sarebbe tanto una "radicalizzazione dell'Islam", bensì piuttosto una "islamizzazione della radicalità"

 

4) la totale chiusura di questi adepti nei confronti della società esterna e la creazione di una specie di microcosmo autoreferenziale e separato, formato dal jihadista, dai fratelli, dagli amici d'armi e di carcere, dalla moglie pronta a trasformarsi in vedova: da qui anche la difficoltà a contrastare queste cellule chiuse da parte degli organi di sicurezza

 

5) la provenienza sociale, che NON coincide con quella dei quartieri più disagiati e popolari (ma nei quali i soggetti possono poi facilmente mimetizzarsi una volta decisa la scelta jihadista), un buon tasso di scolarizzazione, una discreta integrazione di base, una adesione alla cultura giovanile occidentale ed una mediocre osservanza religiosa iniziale: tutto questo prima della "conversione jihadista"

 

6) una radicalizzazione avvenuta in carcere, oppure nel ristretto microcosmo di amici d'infanzia o coetanei di famiglia (in particolare fratelli maggiori): quindi teologicamente povera ed autodidatta

 

7) la scelta del jihadismo quale rottura definitiva ed irrevocabile, un bruciarsi i ponti alle spalle, in nome di una esaltazione quasi superomistica di "eroismo" autodistruttivo ed iconoclasta, quasi un prologo della "battaglia finale" a Dabiq: il tutto all'interno di un immaginario teologico mitologico che "assume forme incantatorie, rende metafisico ogni conflitto fino all'annientamento in una fascinazione dell'Apocalisse".

 

Un grosso interrogativo, sottolinea Mauro, è il perché la Democrazia con la sua cornice di diritti e libertà non riesca a prevalere sul miraggio abbagliante del martirio criminale

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Suggerisco la lettura di un fondo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi, intitolato "ecco perché quei ragazzi figli d'Europa scelgono l'Isis" (purtroppo l'articolo non è accessibile on-line, quindi non posso postarlo), che offre parecchi spunti di riflessione partendo da un libro di nuova pubblicazione titolato "generazione Isis" di Oliver Roy che analizza il profilo di un centinaio di jihadisti reclutati in Europa dall'Isis.

 

Alcuni spunti interessanti:

 

1) il rigetto, da parte di questi giovani, dell'integrazione ricercata a suo tempo dai loro genitori immigrati in Europa in nome di una ribellione che è in parte generazionale, ma soprattutto nichilistica

 

2) il rifiuto delle radici religiose dei loro genitori in quanto considerate una ritualità passiva ed un retaggio di sottomissione, in nome di una rilettura esasperata, semplificata e "deculturata" dell'elemento religioso tradizionale. Quindi, la deculturazione dell'Islam come presupposto alla sua ricostruzione in chiave fondamentalista-jihadista.

 

3) la dinamica dell'adesione al millenarismo dell'Isis, che non sarebbe tanto una "radicalizzazione dell'Islam", bensì piuttosto una "islamizzazione della radicalità"

 

4) la totale chiusura di questi adepti nei confronti della società esterna e la creazione di una specie di microcosmo autoreferenziale e separato, formato dal jihadista, dai fratelli, dagli amici d'armi e di carcere, dalla moglie pronta a trasformarsi in vedova: da qui anche la difficoltà a contrastare queste cellule chiuse da parte degli organi di sicurezza

 

5) la provenienza sociale, che NON coincide con quella dei quartieri più disagiati e popolari (ma nei quali i soggetti possono poi facilmente mimetizzarsi una volta decisa la scelta jihadista), un buon tasso di scolarizzazione, una discreta integrazione di base, una adesione alla cultura giovanile occidentale ed una mediocre osservanza religiosa iniziale: tutto questo prima della "conversione jihadista"

 

6) una radicalizzazione avvenuta in carcere, oppure nel ristretto microcosmo di amici d'infanzia o coetanei di famiglia (in particolare fratelli maggiori): quindi teologicamente povera ed autodidatta

 

7) la scelta del jihadismo quale rottura definitiva ed irrevocabile, un bruciarsi i ponti alle spalle, in nome di una esaltazione quasi superomistica di "eroismo" autodistruttivo ed iconoclasta, quasi un prologo della "battaglia finale" a Dabiq: il tutto all'interno di un immaginario teologico mitologico che "assume forme incantatorie, rende metafisico ogni conflitto fino all'annientamento in una fascinazione dell'Apocalisse".

 

Un grosso interrogativo, sottolinea Mauro, è il perché la Democrazia con la sua cornice di diritti e libertà non riesca a prevalere sul miraggio abbagliante del martirio criminale

 

per come la vedo io, è poco significativo ricercare le cause che spingono alcuni personaggi figli dell'europa ad aderire ad organizzazioni terroristiche...

altri giornalisti lo hanno fatto, ci sono stati anche dibattiti televisivi. il tutto ha poco senso secondo me.

in ogni epoca, in ogni dove, se c'è la volontà di relutare, si trovano persone deboli, emarginate, disturbate, malleabili. pensiamo che non sia così ?

il punto è un'altro, chi sono i manovratori ? chi c'è in regia ? chi finanzia in modo occulto ? chi sono i collaboratori ? quelli che contano non sono certo le tipologie descritte sopra, non sono certo i disperati ed emarginati che si fanno saltare in aria o che vanno a finire nei campi per l' addestramento nel deserto....

chi fa da ponte ? tra l'isis in iraq e i disperati in europa ? un conto è combattere una guerra tradizionale in medio oriente, fatta anche di auto bombe, certo, ma altro conto è mettere su organizzazioni su territorio europeo con basi logistiche, piani, identificazione di obbiettivi, tempistiche e cosi via... e devono per forza essere personaggi capaci e ben inseriti nel nostro continente.

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Esplosioni e spari in resort a Manila, almenoi 25 feriti. Isis rivendica

 

 

 

La struttura è in 'lockdown' per la sparatoria scoppiata dopo mezzanotte

 

 

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Esplosioni e colpi d'arma da fuoco sono stati uditi in un resort nelle Filippine, non lontano dall'aeroporto di Manila. Lo riferiscono vari media, fra cui la Cnn, che cita la polizia. "Un combattente filippino dell'Isis, che riferisce da Marawi, dice che 'i soldati lupi solitari del Califfo' sono responsabili dell'attacco al Resort World Manila", scrive su Twitter Rita Katz, direttrice del Site, il sito che monitora il jihadismo sul web.

Il Resorts World Manila è in 'lockdown' per la sparatoria scoppiata dopo mezzanotte. Agli ospiti e ai dipendenti è stato chiesto di lasciare l'edificio.

Secondo la locale Croce ROssa, sono almeno 25 le persone ferite durante l'attacco. Alcuni sono in gravi condizioni perchè sono saltati dal secondo piano di un albergo

ansa

 

 

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Suggerisco la lettura di un fondo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi, intitolato "ecco perché quei ragazzi figli d'Europa scelgono l'Isis" (purtroppo l'articolo non è accessibile on-line, quindi non posso postarlo), che offre parecchi spunti di riflessione partendo da un libro di nuova pubblicazione titolato "generazione Isis" di Oliver Roy che analizza il profilo di un centinaio di jihadisti reclutati in Europa dall'Isis.

 

Alcuni spunti interessanti:

 

1) il rigetto, da parte di questi giovani, dell'integrazione ricercata a suo tempo dai loro genitori immigrati in Europa in nome di una ribellione che è in parte generazionale, ma soprattutto nichilistica

 

2) il rifiuto delle radici religiose dei loro genitori in quanto considerate una ritualità passiva ed un retaggio di sottomissione, in nome di una rilettura esasperata, semplificata e "deculturata" dell'elemento religioso tradizionale. Quindi, la deculturazione dell'Islam come presupposto alla sua ricostruzione in chiave fondamentalista-jihadista.

 

3) la dinamica dell'adesione al millenarismo dell'Isis, che non sarebbe tanto una "radicalizzazione dell'Islam", bensì piuttosto una "islamizzazione della radicalità"

 

4) la totale chiusura di questi adepti nei confronti della società esterna e la creazione di una specie di microcosmo autoreferenziale e separato, formato dal jihadista, dai fratelli, dagli amici d'armi e di carcere, dalla moglie pronta a trasformarsi in vedova: da qui anche la difficoltà a contrastare queste cellule chiuse da parte degli organi di sicurezza

 

5) la provenienza sociale, che NON coincide con quella dei quartieri più disagiati e popolari (ma nei quali i soggetti possono poi facilmente mimetizzarsi una volta decisa la scelta jihadista), un buon tasso di scolarizzazione, una discreta integrazione di base, una adesione alla cultura giovanile occidentale ed una mediocre osservanza religiosa iniziale: tutto questo prima della "conversione jihadista"

 

6) una radicalizzazione avvenuta in carcere, oppure nel ristretto microcosmo di amici d'infanzia o coetanei di famiglia (in particolare fratelli maggiori): quindi teologicamente povera ed autodidatta

 

7) la scelta del jihadismo quale rottura definitiva ed irrevocabile, un bruciarsi i ponti alle spalle, in nome di una esaltazione quasi superomistica di "eroismo" autodistruttivo ed iconoclasta, quasi un prologo della "battaglia finale" a Dabiq: il tutto all'interno di un immaginario teologico mitologico che "assume forme incantatorie, rende metafisico ogni conflitto fino all'annientamento in una fascinazione dell'Apocalisse".

 

Un grosso interrogativo, sottolinea Mauro, è il perché la Democrazia con la sua cornice di diritti e libertà non riesca a prevalere sul miraggio abbagliante del martirio criminale

 

Il 6 è il punto che tendo a sottolineare spesso e che per alcuni può sembrare un paradosso, ovvero che chi ha alle spalle un'educazione religiosa, che ha studiato l'Islam sui libri, con professori, ecc, è spesso meno esposto al rischio jihadista di questi "musulmani fai da te" che fino al giorno prima non sapevano come fare le abluzioni e poi pensano di poter parlare di teologia!

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Il 6 è il punto che tendo a sottolineare spesso e che per alcuni può sembrare un paradosso, ovvero che chi ha alle spalle un'educazione religiosa, che ha studiato l'Islam sui libri, con professori, ecc, è spesso meno esposto al rischio jihadista di questi "musulmani fai da te" che fino al giorno prima non sapevano come fare le abluzioni e poi pensano di poter parlare di teologia!

 

io invece penso che chi ha studiato il corano è pericoloso, soprattutto se ha intenzione di applicarlo

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chi ha studiato il corano è il più pericoloso invece, soprattutto se ha intenzione di applicarlo

 

Chi ha studiato il Corano e la teologia in modo approfondito è generalmente in grado di capire che l'ideologia dell'Isis fa USO della religione ma ne viola troppi precetti e insegnamenti, mentre chi non ha questo tipo di preparazione ma è arrabbiato, per motivi politici o sociali, può trovare affascinante un'ideologia vendicativa del genere, a maggior ragione se gli viene presentata in salsa religiosa.

E' come pensare ad uno che ha studiato economia e uno che non l'ha fatto. Se gli si presenta un truffatore che con diagrammi, tabelle, ecc, gli parla di un grandissimo affare, è più probabile che a cascarci sia quello non preparato, perché l'altro potrebbe rendersi conto che ha di fronte un truffatore.

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Chi ha studiato il Corano e la teologia in modo approfondito è generalmente in grado di capire che l'ideologia dell'Isis fa USO della religione ma ne viola troppi precetti e insegnamenti, mentre chi non ha questo tipo di preparazione ma è arrabbiato, per motivi politici o sociali, può trovare affascinante un'ideologia vendicativa del genere, a maggior ragione se gli viene presentata in salsa religiosa.

E' come pensare ad uno che ha studiato economia e uno che non l'ha fatto. Se gli si presenta un truffatore che con diagrammi, tabelle, ecc, gli parla di un grandissimo affare, è più probabile che a cascarci sia quello non preparato, perché l'altro potrebbe rendersi conto che ha di fronte un truffatore.

 

Ti ripeto, per me invece si rischia di più con chi ha studiato quella religione ed è un fanatico. Parliamo di cose reali: come è punita la blasfemia dalle leggi del corano? Parlo di leggi perchè il corano è una legge. Lo sai benissimo come è punita, lo abbiamo visto con la strage al giornale satirico Charlie Hebdo. Come viene punita l'intenzione di cambiare religione? Ecco, potrei continuare ma credo sia meglio lasciar perdere. L'isis, che è solo una parte del problema, applica quello che è scritto.

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io invece penso che chi ha studiato il corano è pericoloso, soprattutto se ha intenzione di applicarlo

 

il corano è un testo violento, è

vero. maometto e i suoi seguaci furono per loro stessa ammissione predoni, assassini e analfabeti in senso letterale.questo non si dice da ieri, ma dai tempi di voltaire , col suo "Le fanatisme, ou Mahomet le prophète".

però affermare che il corano ti trasformi in terrorista sarebbe come dire che leggere il mein kampf , in sé, ti faccia diventare un nazista.

anche nel tanakh e nei vangeli ci sono parti incompatibili con la vita moderna, motivo per cui fin da subito i testi furono corredati da vasti apparati esegetici. nell'islam sunnita invece la nozione di allegoria è quasi assente, con la minima eccezione delle tradizioni sufi.

questa è la causa più immediata del fondamentalismo islamico.

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Carestia. La grande fame in Africa: il Sahel muore e il mondo non si muove

 

 

sabato 3 giugno 2017

 

Nel Ciad, Camerun, Niger e Nigeria oltre sette milioni di persone non hanno cibo, gran parte del bestiame è morto e l’accesso all’acqua è un lusso

 

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Borno, Adamawa e Yobe. Non sono solo remoti Stati federali, teatri del conflitto civile di matrice jihadista che infiamma il nord-est della Nigeria. Sono anche regioni in cui si sta consumando nel silenzio una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni. È qui che gran parte dei 5,2 milioni di nigeriani soffre di insicurezza alimentare.

 

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In un Paese come la
Nigeria
, dove i militanti islamici di Boko Haram combattono da otto anni per istituire un califfato, le condizioni dei civili sono sull’orlo di una «morte imminente». Gli scontri e gli attentati terroristici – oltre a mietere vittime in modo diretto – bloccano l’accesso a varie regioni dove sono urgenti gli aiuti umanitari. Drammatica anche la situazione in
Niger
: «Gli abitanti che soffrono di crisi alimentare sono passati da 748mila a 1,3 milioni in questi giorni – affermano le organizzazioni umanitarie che lavorano nel Paese ai cancelli d’entrata del Sahara –. Tra le più gravi regioni c’è quella di Diffa dove gli abitanti sono rimasti vittime anche di epidemie di meningite e epatite E».

Nonostante una stagione agricola soddisfacente nell’ultimo anno, il Niger si è ritrovato con un deficit alimentare di oltre 12 milioni di tonnellate, ossia il 48% del fabbisogno nazionale. «L’insicurezza nelle zone orientali del territorio, le inondazioni e la malnutrizione – spiegano le autorità –, tutte hanno contribuito ad aggravare le condizioni alimentari dei più vulnerabili ». Nel pericoloso bacino del lago Ciad su oltre nove milioni di sfollati, «più di 7,1 milioni sono affetti da una grave insicurezza alimentare». In questa regione, dove si incontrano le frontiere di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria, la gente non ha cibo, gran parte del bestiame è morto e l’accesso all’acqua è un lusso. Gli eserciti di questi Paesi stanno inoltre combattendo, con alterni successi, i miliziani di Boko Haram.

E la violenza dilaga: ieri un doppio attacco kamikaze a Kolofata, nel nord del Camerun, in un campo di profughi fuggiti da Boko Haram, ha provocato 9 morti e 30 feriti. Sono però molti altri i teatri di guerra causati dalla miopia dei loro leader, accusati dalle organizzazioni internazionali di avere una «grande responsabilità » per tale crisi. «Quella in corso in Sud Sudan, per esempio, è una catastrofe provocata dall’essere umano – ha commentato Mark Toner, portavoce per il Dipartimento di Stato Usa –. È la conseguenza diretta di un conflitto prolungato dai leader sudsudanesi incapaci di privilegiare il bene della popolazione». È qui che lo scorso febbraio è stata dichiarata la carestia per la prima volta negli ultimi sei anni, da quando fu la Somalia ad esserne vittima nel 2011. Anche in
Africa orientale,
infatti, le condizioni della popolazione sono allarmanti.

«Facciamo appello alla comunità internazionale affinché la gente non muoia per mancanza di cibo», erano state le parole di
Dominik Stillhart
, a capo delle operazioni per il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), durante la sua recente visita in Somalia, dove nella precedente carestia morirono 250mila persone. Nel Corno d’Africa 6 milioni di civili hanno urgente bisogno di cibo. E i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati radicalmente in varie zone. In Kenya, la più forte economia della regione, il governo ha ricevuto forti pressioni affinché venissero rimossi «gli ostacoli commerciali» interni ed esterni. Mentre in Etiopia, dove «la crisi sta colpendo almeno 7,7 milioni di persone e milioni di animali “domestici”», si stima che «oltre 600 scuole hanno chiuso e l’istruzione di 5 milioni di bambini è a rischio».

 

 

«La situazione nel Sahel è destinata ad aggravarsi a partire da questo mese di giugno», afferma un recente rapporto delle Nazioni Unite. E nell’intera regione subsahariana il totale delle persone minacciate dalla carestia è ormai vicino ai 26 milioni. «Diminuiranno le riserve di cibo in gran parte dei Paesi colpiti, soprattutto nella regione del Lago Ciad e nel nord del Mali. Inoltre – continua lo studio –, le persone sfollate e l’insicurezza in varie aree peggioreranno i livelli delle condizioni alimentari. Di conseguenza ci sarà un aumento del numero di civili in fase di crisi e emergenza».

Secondo le stime «oltre 9,6 milioni
di persone si trovano da tre mesi in una situazione d’urgenza». Con il prossimo trimestre le cifre si alzeranno fino a raggiungere i «13,8 milioni». Tali risultati, però, rappresentano solo una piccola percentuale della popolazione analizzata in 16 Paesi saheliani colpiti dalla crisi. «La mia più grande preoccupazione ora è la fame – ha detto alla stampa Toby Lanzer, a capo del coordinamento umanitario dell’Onu per l’intero Sahel –. Resta comunque difficile stimare quanti esseri umani periranno per mancanza di cibo durante i prossimi mesi».

 

Avvenire

 

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La politologa. Turnaoglu: con Erdogan la Turchia davanti a un bivio

 

 

Silvia Guzzetti sabato 3 giugno 2017

 

La politologa Banu Turnaoglu: «L’islamismo ha approfittato dell’incapacità del kemalismo di capire religiosi e conservatori. Ora altro che Europa, c’è il rischio dell'isolazionismo e del nazionalismo»

 

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Banu Turnaoglu, docente di Politica internazionale all’Università di Cambridge e autrice di
The formation of Turkish republicanism
(
La formazione del repubblicanesimo turco),
pubblicato dalla Princeton University Press, è appena ritornata da Istanbul dove ha partecipato al referendum che ha concentrato il potere nelle mani di Recep Tayyp Erdogan e del suo partito, l’Akp, con metodi di propaganda e di scrutinio dei voti poco democratici. La battaglia perché il suo Paese riesca a preservare la libertà e a mantenere al potere il popolo la conduce attraverso i suoi studi. «Considero il mio lavoro di storica del pensiero, che guarda come le idee si sviluppano nel tempo e nello spazio e l’impatto che hanno sul presente, come un’attività politica e penso che sia mio dovere mostrare alle persone nuove opportunità anche se ci vuole tempo per renderle concrete», spiega. «Il mio libro, la prima storia completa del concetto di repubblica a partire dall’impero ottomano, mostra la via per il futuro, se la Turchia vuole assicurarsi la democrazia e un buon rapporto con l’Occidente», spiega la docente di Cambridge. «Ormai la politica turca è divisa da due ideologie, il kemalismo, che è la forma di repubblicanesimo radicale che venne promossa da Mustafa Kemal Atatürk nel 1923, quando proibì pratiche islamiche come il velo, e l’islamismo tornato in auge negli ultimi anni. I turchi sono piuttosto pessimisti, rispetto al loro futuro, in questo momento, e pensano che una sconfitta della democrazia sia quasi certa perché il kemalismo è in declino e non è facile sfidare l’ideologia dominante, l’islamismo nazionalista. Io penso, al contrario, che un senso di speranza si possa ritrovare nella nostra storia, che ci racconta una tradizione liberale e repubblicana piuttosto forte, in grado di rispondere alle sfide del presente».

Quali sono le fonti di questa tradizione che può rappresentare una via di uscita dalle difficoltà di oggi?

«Penso che dovremmo leggere con più attenzione pensatori liberali repubblicani del diciannovesimo e ventesimo secolo come Namik Kemal, Hüseyin Cahit e Velid Ebüzziyad e imparare dalle loro idee, soprattutto il concetto di costruzione di una comunità libera e secolare dove vi siano legami sociali forti. Certo, il passato è diverso dal presente ma credo che questi intellettuali ci possano insegnare che la democrazia vuol dire, oltre che governo della maggioranza, valori, un dialogo migliore tra gruppi diversi oltre che, naturalmente, separazione dei poteri e un forte parlamento. È dovere dei cittadini turchi essere cittadini più impegnati e, di recente, la consapevolezza sociale è aumentata e si è manifestata nella formazione di società civili».

Nel suo libro lei mostra come il kemalismo abbia riscritto la storia turca presentando il repubblicanesimo come inevitabile mentre esistevano altre visioni importanti della storia. Quali erano?

«I kemalisti hanno riscritto la storia dalla loro prospettiva dipingendo la loro versione di repubblicanesimo come l’unica possibile. In realtà esistevano alternative. Nel 1860, per la prima volta, si cominciò a pensare che la pa- rola “repubblica” potesse trasformare la vita collettiva ed emersero tre diverse concezioni di questa idea. Quella islamica, che credeva che la sovranità assoluta appartenesse a Dio e lo Stato dovesse essere guidato dal califfo e seguire la sharia. Quella liberale repubblicana, che si ispirava a Montesquieu e proponeva una rigida separazione dei poteri e la difesa delle libertà individuali. Ispirò la prima costituzione ottomana scritta del 1876 e il primo parlamento portando i Giovani Turchi al potere. Infine il repubblicanesimo radicale, che proponeva la sovranità popolare attraverso la rivoluzione e che ispirò Mustafa Kemal Atatürk a proporre una nazione omogenea e secolarizzata di turchi. Gli anni formativi della repubblica assistettero alla battaglia tra queste tre concezioni repubblicane che tentavano tutte e tre di monopolizzare la nuova ideologia di stato. Alla fine il repubblicanesimo radicale e popolare dei kemalisti prevalse, con la forza e la repressione, sconfiggendo sia quello islamico, con l’abolizione del califfato, sia quello liberale».

La Turchia sta attraversando un momento difficile e si trova ad affrontare diversi problemi: la questione curda, l’instabilità democratica, la crescita dell’Islam radicale e il nazionalismo turco. Può spiegarci perché il
kemalismo è all’origine di queste tensioni e se riesce a vedere una via d’uscita?

«Non penso sia corretto dire che soltanto il kemalismo è la causa di queste tensioni che hanno origine nell’antitesi tra l’ideologia di Ataturk e islamismo e liberalismo. Il kemalismo rimase, nel corso della sua storia, un’ideologia poco elastica ed esclusiva che spinse ai margini l’islamismo e il liberalismo ed è stata proprio l’ascesa dell’Islam politico, negli anni Ottanta, a sfidare l’incapacità del kemalismo di accomodare le esigenze di gruppi più religiosi e conservatori. Il successo dell’Akp, il partito islamico di Erdogan, dopo un periodo di declino economico e di governi instabili, negli anni Novanta, ha minacciato seriamente il kemalismo e, col risultato del recente referendum, il divario tra l’islamismo conservatore e la tradizione che si rifà a Kemal Atatürk non ha fatto che approfondirsi».

La Turchia è sempre stato un ponte importante tra l’occidente e l’Islam e un alleato chiave nella Nato. Ma, con la minaccia di Erdogan di reintrodurre la pena di morte e la decisione dell’Unione Europea di monitorare il Paese sulla questione dei diritti umani, l’ingresso del vostro Paese nella Ue si allontana.

«Erdogan ha detto che la Turchia riconsidererà i propri rapporti con l’Unione Europea, dopo che quest’ultima ha deciso di monitorare il trattamento dei diritti umani, e ha detto che potrebbe indire un referendum sulla richiesta del nostro Paese di far parte dell’Unione Europea perché non vuole aspettare ancora per anni alle porte della Ue. Insomma, la Turchia sembra pronta ad abbandonare il sogno di entrare in Europa che ha inseguito per 400 anni. Una svolta di importanza critica se consideriamo che l’unica altra opzione è di guardare a Oriente, dove non abbiamo forti alleati, e che la Turchia rischia di avviarsi sulla strada di un ulteriore isolazionismo e nazionalismo ».

 

Avvenire

 

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il corano è un testo violento, è

vero. maometto e i suoi seguaci furono per loro stessa ammissione predoni, assassini e analfabeti in senso letterale.questo non si dice da ieri, ma dai tempi di voltaire , col suo "Le fanatisme, ou Mahomet le prophète".

però affermare che il corano ti trasformi in terrorista sarebbe come dire che leggere il mein kampf , in sé, ti faccia diventare un nazista.

anche nel tanakh e nei vangeli ci sono parti incompatibili con la vita moderna, motivo per cui fin da subito i testi furono corredati da vasti apparati esegetici. nell'islam sunnita invece la nozione di allegoria è quasi assente, con la minima eccezione delle tradizioni sufi.

questa è la causa più immediata del fondamentalismo islamico.

 

è ma il discorso alla fine va a finire sempre li... il corano per l'islam è parola dettata da Dio in persona.

i vangeli invece sono stati scritti dall'uomo, la torah pure, forse si può affermare che l'unico testo equivalente nell'ebraismo sono le dieci parole, dettata direttamente da Dio a Mosè sul monte Sinai e per questo, credo, che siano più importanti della stessa torah per gli ebrei.

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Ti ripeto, per me invece si rischia di più con chi ha studiato quella religione ed è un fanatico. Parliamo di cose reali: come è punita la blasfemia dalle leggi del corano? Parlo di leggi perchè il corano è una legge. Lo sai benissimo come è punita, lo abbiamo visto con la strage al giornale satirico Charlie Hebdo. Come viene punita l'intenzione di cambiare religione? Ecco, potrei continuare ma credo sia meglio lasciar perdere. L'isis, che è solo una parte del problema, applica quello che è scritto.

 

Se l'Isis si limitasse ad azioni tipo Charlie Hebdo potrei anche darti ragione, ma l'Isis (o Alqaeda) colpiscono i civili in modo indiscriminato (musulmani e non) senza alcun motivo e non c'è nulla che abbia un fondamento teologico (vedi Jihad) in ciò. Ecco perché chi conosce teologicamente l'argomento sa quali sono i limiti, mentre chi non lo conosce può accettare di varcare quei limiti convinto di fare il "bene" della ummah in una logica da "il fine giustifica il mezzo".

E non è un caso se gran parte dei foreign fighters vengono da un percorso di "verginità" in senso religioso.

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Alla fine la rottura che era nell'aria è arrivata (con buona pace del nostro caro "analista fai da te" del forum che non ci ha capito nulla degli equilibri e delle alleanze nel golfo e nella regione).

Inutile dire che per il Qatar le ripercussioni a livello economico potrebbero essere pesantissime, visto che gran parte del suo import passa dal territorio saudita.

 

 

Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto chiudono le frontiere col Qatar: "Fomenta il terrorismo"

 

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Decisione senza precedenti. Interrotte tutte le relazioni diplomatiche. In 48 ore le ambasciate dovranno essere svuotate. Blocco totale dei voli e dei confini. La nazione esclusa dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen. In forse anche i mondiali di calcio del 2022

 

 

Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, chiudendo tutte le frontiere aeree e terrestri verso la nazione accusata di fomentare il terrorismo nei paesi confinanti e nello Yemen. I diplomatici del Qatar hanno tempo 48 ore per lasciare le nazioni ospitanti. E' l'escalation di una crisi da tempo annunciata tra alcuni paesi arabi e il Qatar che ora sembra diventare sempre più alta, e che sta adesso sfiorando il rischio di uno scontro militare. L'accusa contro il Qatar è quella di supportare i gruppi terroristici che "vogliono destabilizzare la regione". Il riferimento è alle formazioni dei Fratelli Musulmani (Egitto), dello Stato Islamico-Isis, di Al-Qaeda e di tutti quei gruppi che secondo i paesi arabi hanno il supporto degli iraniani.

 

Il Qatar è stato anche espluso dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen.

 

I primi effetti della decisione senza precedenti dei paesi arabi di "isolare" il Qatar è quella che colpisce principalmente la compagnia aerea, una delle più grandi del mondo, e mette a rischio anche i campionati mondiali di calcio che l'emirato dovrà organizzare nel 2022.

 

Fonte

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Alla fine la rottura che era nell'aria è arrivata (con buona pace del nostro caro "analista fai da te" del forum che non ci ha capito nulla degli equilibri e delle alleanze nel golfo e nella regione).

Inutile dire che per il Qatar le ripercussioni a livello economico potrebbero essere pesantissime, visto che gran parte del suo import passa dal territorio saudita.

 

 

Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto chiudono le frontiere col Qatar: "Fomenta il terrorismo"

 

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Decisione senza precedenti. Interrotte tutte le relazioni diplomatiche. In 48 ore le ambasciate dovranno essere svuotate. Blocco totale dei voli e dei confini. La nazione esclusa dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen. In forse anche i mondiali di calcio del 2022

 

 

Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, chiudendo tutte le frontiere aeree e terrestri verso la nazione accusata di fomentare il terrorismo nei paesi confinanti e nello Yemen. I diplomatici del Qatar hanno tempo 48 ore per lasciare le nazioni ospitanti. E' l'escalation di una crisi da tempo annunciata tra alcuni paesi arabi e il Qatar che ora sembra diventare sempre più alta, e che sta adesso sfiorando il rischio di uno scontro militare. L'accusa contro il Qatar è quella di supportare i gruppi terroristici che "vogliono destabilizzare la regione". Il riferimento è alle formazioni dei Fratelli Musulmani (Egitto), dello Stato Islamico-Isis, di Al-Qaeda e di tutti quei gruppi che secondo i paesi arabi hanno il supporto degli iraniani.

 

Il Qatar è stato anche espluso dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen.

 

I primi effetti della decisione senza precedenti dei paesi arabi di "isolare" il Qatar è quella che colpisce principalmente la compagnia aerea, una delle più grandi del mondo, e mette a rischio anche i campionati mondiali di calcio che l'emirato dovrà organizzare nel 2022.

 

Fonte

Ho letto che è per via della recente apertura di Al Thani all'Iran. Te che ne sai di più che ne dici?

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