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CenzinoJuve

Omosessualità nel mondo del calcio. Cosa ne pensi?

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1 minuto fa, Aquadijo77 ha scritto:

L'imbarazzo è la prima cosa che mi viene in mente. Se mi mettete in uno spogliatoio con splendide surfiste nude che si fanno la doccia, proverei imbarazzo. Ora capite che imbarazzo non è la parola giusta, ma facciamo finta che lo sia va.

L'imbarazzo da parte sua o da parte degli eterosessuali che sanno della sua omosessualità?

 

1 minuto fa, Aquadijo77 ha scritto:

L'ignoranza è la seconda cosa. Il mondo del calcio è intrinsecamente permeato di beata e ricca ignoranza. I calciatori non sono uomini che parlano di massimi sistemi tra una partita e l'altra. L'ignoranza va di pari passo con la poca elasticità mentale e la chiusura culturale. Ergo, l'ambiente del calcio è per sua natura più ostico per un omosessuale. Vorrei anche menzionare la distribuzione statistica degli omosessuali in vari ambienti. È vero che ci sono nel calcio, ma è anche vero che non sono così numerosi come in altri ambiti, sono ancor meno numerosi nel rugby per esempio, o nel pugilato. Questa generalizzazione ha il suo motivo. Un ragazzo che ha dubbi sulla propria sessualità tenderà a non frequentare un ambiente che di fatto promuove la figura del macho gigante e forzuto. Sono filtri imposti dall'ambiente stesso, che diventa un sistema chiuso. Altri ambienti dove la propria personalità può essere manifestata più liberamente, rispetto al diktat del rugby, pugilato, Forza Nuova, Top Gun, ospitano un numero più alto di omosessuali, più liberi di vivere serenamente la loro scelta.

Certo il mondo del calcio non spicca per profondità di contenuti, ma non credo che l'ambiente calcistico o gli altri che hai citato possa bastare a frenare l'interesse/la passione di un omosessuale per il calcio. Nessuno ha dei dati a portata di mano, ma sono portato a credere che la percentuale di omosessuali nel mondo del calcio non sia poi così bassa rispetto a quella, che so, degli agenti di commercio.

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Certo il mondo del calcio non spicca per profondità di contenuti, ma non credo che l'ambiente calcistico o gli altri che hai citato possa bastare a frenare l'interesse/la passione di un omosessuale per il calcio. Nessuno ha dei dati a portata di mano, ma sono portato a credere che la percentuale di omosessuali nel mondo del calcio non sia poi così bassa rispetto a quella, che so, degli agenti di commercio.


Da parte di entrambi direi...ma nell'esempio mi sono messo nei panni del gay.

Sulla statistica magari hai ragione, ma credo che un ambiente ostico in età adolescenziale possa essere determinante per dar scattare una scelta alternativa. Sono speculazioni naturalmente, ma è un fattore da considerare in questo topic.

Un saluto fratello, era un po' che non ci si parlava

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Il commento di Fischer dopo gli”insulti”.

Il 24 enne attaccante del Copenaghen e della nazionale danese, il biondissimo Viktor Fischer è stato recentemente vittima di insulti omofobi, piovuti dal campi di calcioin cui ha giocato.Preso di mira dai tifosi avversari, Fischer ha replicato a tono a chi gli ha urlato ‘froc*o’ dagli spalti, sbattendogli in faccia tutta la loro ignoranza.Ho sentito diversi cori contro di me, che mi definivano omosessuale. Ma non è questo il problema. Non me ne frega niente se mi chiamano in un modo o nell’altro. Il problema è che la parola “omosessuale” viene utilizzata come insulto. Questa è una pessima cultura per i giovani e in generale per tutti coloro che entrano in uno stadio per assistere ad una partita di calcio. C’è un problema culturale nel calcio, che si basa sul solo essere duri, sul silenzio, perché questo ti renderebbe forte. Ma non si tratta di essere uno sportivo forte. Riguarda la cultura degli stadi che devono essere migliori. Riguarda il fatto che “omosessuale” non è un insulto. Non avrebbe mai dovuto esserlo … e soprattutto nel 2019, in Danimarca, non dovrebbe più esserlo.

La Federcalcio danese (DBU) ha applaudito le dichiarazioni di Fischer, sottolineando come “l’omofobia non deve avere spazio, né dentro né fuori dal campo”. Sia l’FC Copenhagen che l’Odense Boldklub, squadra dei tifosi che hanno ricoperto Fischer di cori omofobi, hanno pubblicamente condannato la diffusione di certi comportamenti negli stadi.

 

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Vorrei in ogni caso dare il mio modesto contributo.

 

Cerco sempre di essere onesto con me stesso, cerco di aprirmi e considerare punti di vista diversi (a volte radicalmente diversi) dal mio.

Del resto sono fondamentalmente un ricercatore e nella ricerca si avanza attraverso l'accettazione dei propri sbagli.

 

Avere amici gay cambia poco o nulla per me, forse avrei un atteggiamento un filino diverso rispetto ad amici etero.

Se avessi un figlio gay, molto onestamente sarei forse deluso, la cosa mi metterebbe in difficolta' in alcuni frangenti.

 

Prima considerazione: Queste reazioni appartengono al mio essere piu' profondo, non sono facili da cambiare.

Provengono dal retaggio culturale, dall'educazione, dall'ambiente, dal periodo storico. Sono tratti profondi e fondamentali, non importa se giusti o sbagliati.

 

Seconda considerazione: Se io ho difficolta' nel comprendere, relazionarmi o accettare del tutto o in parte una persona diversa, nera, omosessuale, bassa, grassa, gialla, il problema non e' loro, il problema e' interamente MIO.

 

Io ho un problema. Sono IO ad avere un LIMITE, non certo loro. L'unico che puo' porre rimedio a questo grave limite sono sempre io, non altri.

E se insulto, io non ho un problema, io DIVENTO il problema.

 

E' comprensibile non capire del tutto la diversita', fa parte del nostro essere, siamo programmati geneticamente per questo.

E' per questo motivo che l'umanita' da sempre si indentifica in gruppi di diversa grandezza e natura (la razza e colore, la famiglia, la religione, la squadra del cuore, gli interessi e passioni). L'appartenere a un gruppo ci da coraggio forza energia e fiducia. Quasi sempre a questo si accompagna la rivalita' verso gruppi della stesa natura ma di diversa entita'.

 

E' anche vero che siamo esseri pensanti. Quindi in nome della pace e dell'amore dovremmo tutti sforzarci di capire e apprezzare chiunque sia diverso, a patto che sia una persona spinta dalla pace e dall'amore nella vita.

 

Saluti.

 

 

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Il 12/4/2019 Alle 02:02, Aquadijo77 ha scritto:

 

 

Seconda considerazione: Se io ho difficolta' nel comprendere, relazionarmi o accettare del tutto o in parte una persona diversa, nera, omosessuale, bassa, grassa, gialla, il problema non e' loro, il problema e' interamente MIO.

 

Io ho un problema. Sono IO ad avere un LIMITE, non certo loro. L'unico che puo' porre rimedio a questo grave limite sono sempre io, non altri.

E se insulto, io non ho un problema, io DIVENTO il problema.

 

 

 

 

Questa è la parte del tuo post che più condivido. Complimenti per averla scritta.

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Ne ho conosciuti, mai avuto problemi di spogliatoio nonostante la mia avvenenza uhuh 

 

A parte gli scherzi è come in tutti gli ambienti di lavoro, no ci sono, almeno per me,  e non ci dovrebbero essere problemi

 

 

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Il 12/4/2019 Alle 02:02, Aquadijo77 ha scritto:

Vorrei in ogni caso dare il mio modesto contributo.

 

Cerco sempre di essere onesto con me stesso, cerco di aprirmi e considerare punti di vista diversi (a volte radicalmente diversi) dal mio.

Del resto sono fondamentalmente un ricercatore e nella ricerca si avanza attraverso l'accettazione dei propri sbagli.

 

Avere amici gay cambia poco o nulla per me, forse avrei un atteggiamento un filino diverso rispetto ad amici etero.

Se avessi un figlio gay, molto onestamente sarei forse deluso, la cosa mi metterebbe in difficolta' in alcuni frangenti.

 

Prima considerazione: Queste reazioni appartengono al mio essere piu' profondo, non sono facili da cambiare.

Provengono dal retaggio culturale, dall'educazione, dall'ambiente, dal periodo storico. Sono tratti profondi e fondamentali, non importa se giusti o sbagliati.

 

Seconda considerazione: Se io ho difficolta' nel comprendere, relazionarmi o accettare del tutto o in parte una persona diversa, nera, omosessuale, bassa, grassa, gialla, il problema non e' loro, il problema e' interamente MIO.

 

Io ho un problema. Sono IO ad avere un LIMITE, non certo loro. L'unico che puo' porre rimedio a questo grave limite sono sempre io, non altri.

E se insulto, io non ho un problema, io DIVENTO il problema.

 

E' comprensibile non capire del tutto la diversita', fa parte del nostro essere, siamo programmati geneticamente per questo.

E' per questo motivo che l'umanita' da sempre si indentifica in gruppi di diversa grandezza e natura (la razza e colore, la famiglia, la religione, la squadra del cuore, gli interessi e passioni). L'appartenere a un gruppo ci da coraggio forza energia e fiducia. Quasi sempre a questo si accompagna la rivalita' verso gruppi della stesa natura ma di diversa entita'.

 

E' anche vero che siamo esseri pensanti. Quindi in nome della pace e dell'amore dovremmo tutti sforzarci di capire e apprezzare chiunque sia diverso, a patto che sia una persona spinta dalla pace e dall'amore nella vita.

 

Saluti.

 

 

Diversi spunti interessanti, su alcuni dei quali concordo, su altri un po' meno.

 

Premessa: ciò che dirò NON deve essere inteso come riferito specificatamente alla questione in Topic ma più estesamente ad ogni modello che parli di inclusione a 360°. Si tratta, ovviamente, della mia personale linea di pensiero.

 

Sono ad esempio d'accordo sul discorso dei gruppi: che poi è il concetto-base della Teoria dell'identità sociale secondo la quale ognuno di noi tende a identificarsi con quei gruppi che si percepiscono come più affini, escludendo/marginalizzando tutti gli altri. A quel punto siccome tali affinità non sono altro che proiezioni di noi stessi all'interno di quel gruppo, si avrà la tendenza ad ipervalorizzare il proprio gruppo a scapito dei gruppi esterni, a maggior ragione se tali altri gruppi vengono percepiti concorrenziali o addirittura ostili rispetto a quello cui si appartiene. Da qui lo svilupparsi non solo di fenomeni di esclusione/discriminazione nei confronti degli altri (esclusione/discriminazione che è ovviamente implicita, nel momento stesso in cui si forma un gruppo basato su specificità), ma anche di stereotipi negativi funzionali a dequalificare i gruppi esterni a vantaggio del proprio.

Ovviamente, più l'identità di un gruppo si rafforza, più rischia di essere percepita come concorrenziale, ostile, invasiva da parte degli altri gruppi i quali a loro volta metteranno in atto strategie competitive autoreferenziali ed escludenti, dando così vita ad un circolo vizioso irrisolvibile. Il fatto è che si tratta di un meccanismo probabilmente impossibile da bypassare, in quanto profondamente radicato nel carattere sociale, risalente alla rivoluzione neolitica (se non addirittura antecedente) ed alla formazione di villaggi su palafitte (intrinsecamente escludenti) e di comunità agricole chiuse unite da legami di sangue e/o da interessi condivisi che potevano anche essere conflittuali rispetto a quelli delle altre comunità.

Proprio per tale ragione (cioè per il fatto che il concetto di gruppo - villaggio/clan/tribù - sia radicato da tempi immemori) ritengo che la difficoltà di relazionarsi positivamente con gruppi considerati esterni ed estranei non debba essere considerato per forza un limite, quanto piuttosto uno stato di cose oggettivo, legato essenzialmente ad una necessità di autodifesa (salvaguardia, autotutela...), quindi ad un modello intrinsecamente evolutivo non-distruttivo (vale a dire: tramandare ai posteri i propri geni e per estensione i caratteri del proprio gruppo); in altre parole la difficoltà relazionale nasce automaticamente in quanto l'altro non fa parte (per forza di cose) del mio gruppo e quindi non posso percepirlo come affine a me: anche perchè se io lo percepissi come tale, lui farebbe parte del mio gruppo oppure io non farei più parte del mio.

Il limite quindi non lo vedo come strettamente  individuale/personale (io Vs loro), bensì delineato dai confini del mio gruppo (noi Vs loro), i quali confini possono certamente essere più o meno inclusivi o parzialmente sovrapponibili (l'appartenenza a più gruppi contemporaneamente migliora la relazionalità tra gli individui), senza però che per questo si debba auspicarne la completa rimozione (dei confini),  pena la perdita dell'identità del gruppo e conseguente liquefazione di riferimenti e certezze (incertezza permanente).

Proprio per questo, la difficoltà di relazione tra gruppi non affini non ritengo possa essere un problema addossabile esclusivamente all'uno o all'altro dei contendenti, ma che debba essere oggettivamente (in quanto relazione bi/multilaterale) ripartibile tra tutte le parti in causa, vale a dire: se io non mi relaziono con Tizio e Caio, non posso considerarlo solo un mio problema ma dovrò anche chiedere/chiedermi le ragioni per le quali Tizio e Caio non si relazionano con me.

 

Altra cosa: sono convinto che il principale motore evolutivo della specie umana sia la competitività tra i gruppi (solo un esempio: la corsa allo spazio degli anni '50/60 e le sue enormi ricadute positive) in assenza della quale ne deriva appiattimento e decadenza e che non si possa ad ogni costo ambire all'armonia universale in quanto irrealizzabile, utopistica e paradossalmente dannosa. Ergo non vedo alcuna ragione per la quale si debba per forza autoimporsi di apprezzare gruppi, modelli, stili, caratteri ed elementi che sentiamo a noi estranei solo per il presunto dovere di compiacere ad un' etica idealistica (e sovente ideologica) cui riteniamo di non appartenere. Convivenza sociale nel rispetto delle leggi e ci mancherebbe pure: ma che lo sia per un dovere diciamo antropologico di salvaguardia della propria comunità, senza per questo arrivare a snaturare in un melting-pot indistinto (di generi, etnie, costumi, tradizioni... mi viene in mente la Los Angeles di Blade Runner),  l'identità dei gruppi che la compongono a scapito di altri gruppi, pena l'insorgenza del rischio di una conflittualità permanente.

 

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@sol invictus

Apprezzo sempre i tuoi post di sociologia. Mi ricordano nozioni universitarie ormai perse, anche se in questo caso mi sembrano fini a se stesse. Nel senso che , tenuto conto della osservazione sociologica dello sviluppo dell'identità nel gruppo,non riesco ad arrivare ad una conclusione che possa poi portare a qualcosa di diverso da ciò che accade. Anzi forti della stessa, ci si sente in diritto di far quello che si vuole inasprendo la competitività che poi perde il suo effetto positivo di sviluppo sociale. 

 

Detto questo, ho sempre avuto difficoltà a capire il concetto del Noi vs loro per questi argomenti e quindi il post di @Aquadijo77 che pone se stesso al centro mi sembra francamente più funzionale per una ipotesi di cambiamento che non vada oltre la propria persona con il rischio di diventare utopia.

 

 

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Sono rimasto affascinato dalla tua competenza in psicologia sociale ma non condivido l’ultima parte perchè è vero che l’essere umano è pigro e dunque non ha interesse a capire l’altro più approfonditamente tendendo  verso scorciatoie cognitive varie ma ritengo che la conoscenza dell’altro possa migliorare anche la conoscenza di noi stessi. Inoltre non condivido la questione sulla competitività dato che non è necessario creare competizione  per uscire dall’appiattimento ma una bella cooperazione.

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20 ore fa, sol invictus ha scritto:

Diversi spunti interessanti, su alcuni dei quali concordo, su altri un po' meno.

 

Premessa: ciò che dirò NON deve essere inteso come riferito specificatamente alla questione in Topic ma più estesamente ad ogni modello che parli di inclusione a 360°. Si tratta, ovviamente, della mia personale linea di pensiero.

 

Sono ad esempio d'accordo sul discorso dei gruppi: che poi è il concetto-base della Teoria dell'identità sociale secondo la quale ognuno di noi tende a identificarsi con quei gruppi che si percepiscono come più affini, escludendo/marginalizzando tutti gli altri. A quel punto siccome tali affinità non sono altro che proiezioni di noi stessi all'interno di quel gruppo, si avrà la tendenza ad ipervalorizzare il proprio gruppo a scapito dei gruppi esterni, a maggior ragione se tali altri gruppi vengono percepiti concorrenziali o addirittura ostili rispetto a quello cui si appartiene. Da qui lo svilupparsi non solo di fenomeni di esclusione/discriminazione nei confronti degli altri (esclusione/discriminazione che è ovviamente implicita, nel momento stesso in cui si forma un gruppo basato su specificità), ma anche di stereotipi negativi funzionali a dequalificare i gruppi esterni a vantaggio del proprio.

Ovviamente, più l'identità di un gruppo si rafforza, più rischia di essere percepita come concorrenziale, ostile, invasiva da parte degli altri gruppi i quali a loro volta metteranno in atto strategie competitive autoreferenziali ed escludenti, dando così vita ad un circolo vizioso irrisolvibile. Il fatto è che si tratta di un meccanismo probabilmente impossibile da bypassare, in quanto profondamente radicato nel carattere sociale, risalente alla rivoluzione neolitica (se non addirittura antecedente) ed alla formazione di villaggi su palafitte (intrinsecamente escludenti) e di comunità agricole chiuse unite da legami di sangue e/o da interessi condivisi che potevano anche essere conflittuali rispetto a quelli delle altre comunità.

Proprio per tale ragione (cioè per il fatto che il concetto di gruppo - villaggio/clan/tribù - sia radicato da tempi immemori) ritengo che la difficoltà di relazionarsi positivamente con gruppi considerati esterni ed estranei non debba essere considerato per forza un limite, quanto piuttosto uno stato di cose oggettivo, legato essenzialmente ad una necessità di autodifesa (salvaguardia, autotutela...), quindi ad un modello intrinsecamente evolutivo non-distruttivo (vale a dire: tramandare ai posteri i propri geni e per estensione i caratteri del proprio gruppo); in altre parole la difficoltà relazionale nasce automaticamente in quanto l'altro non fa parte (per forza di cose) del mio gruppo e quindi non posso percepirlo come affine a me: anche perchè se io lo percepissi come tale, lui farebbe parte del mio gruppo oppure io non farei più parte del mio.

Il limite quindi non lo vedo come strettamente  individuale/personale (io Vs loro), bensì delineato dai confini del mio gruppo (noi Vs loro), i quali confini possono certamente essere più o meno inclusivi o parzialmente sovrapponibili (l'appartenenza a più gruppi contemporaneamente migliora la relazionalità tra gli individui), senza però che per questo si debba auspicarne la completa rimozione (dei confini),  pena la perdita dell'identità del gruppo e conseguente liquefazione di riferimenti e certezze (incertezza permanente).

Proprio per questo, la difficoltà di relazione tra gruppi non affini non ritengo possa essere un problema addossabile esclusivamente all'uno o all'altro dei contendenti, ma che debba essere oggettivamente (in quanto relazione bi/multilaterale) ripartibile tra tutte le parti in causa, vale a dire: se io non mi relaziono con Tizio e Caio, non posso considerarlo solo un mio problema ma dovrò anche chiedere/chiedermi le ragioni per le quali Tizio e Caio non si relazionano con me.

 

Altra cosa: sono convinto che il principale motore evolutivo della specie umana sia la competitività tra i gruppi (solo un esempio: la corsa allo spazio degli anni '50/60 e le sue enormi ricadute positive) in assenza della quale ne deriva appiattimento e decadenza e che non si possa ad ogni costo ambire all'armonia universale in quanto irrealizzabile, utopistica e paradossalmente dannosa. Ergo non vedo alcuna ragione per la quale si debba per forza autoimporsi di apprezzare gruppi, modelli, stili, caratteri ed elementi che sentiamo a noi estranei solo per il presunto dovere di compiacere ad un' etica idealistica (e sovente ideologica) cui riteniamo di non appartenere. Convivenza sociale nel rispetto delle leggi e ci mancherebbe pure: ma che lo sia per un dovere diciamo antropologico di salvaguardia della propria comunità, senza per questo arrivare a snaturare in un melting-pot indistinto (di generi, etnie, costumi, tradizioni... mi viene in mente la Los Angeles di Blade Runner),  l'identità dei gruppi che la compongono a scapito di altri gruppi, pena l'insorgenza del rischio di una conflittualità permanente.

 

Mah, a me sembra un discorso simile a quelli che pensano che estendere i diritti civili degli omosessuali porterebbe all'estinzione della razza umana, come se vietare le unioni gay per "costringere" una parte degli omosessuali a sposarsi con una donna e magari procreare fosse una maniera sana di affrontare il "problema".

 

Va benissimo il discorso dei gruppi e del noi vs. loro, ma nessuno ha mai chiesto a un eterosessuale convintissimo di frequentare le discoteche gay dal giorno seguente l'approvazione delle unioni civili o di altri riconoscimenti giuridici per gli omosessuali. Il punto è sempre lo stesso, per quanto si possa/voglia girarci intorno: riconoscere diritti civili ai gay toglie qualcosa ai diritti civili degli eterosessuali? NO. Non riconoscere diritti civili ai gay per "proteggere la propria comunità contro una estranea/nemica" toglie qualcosa ai gay? SÌ.

 

Quindi poche chiacchiere, nessun gay pretende di sposarsi con l'abito bianco e il velo in Chiesa e con Gandolfini e Adinolfi a fare da testimoni. Si reclamano dei sacrosanti diritti e si chiede di essere rispettati anche se chi sta intorno non condivide l'omosessualità - sempre che abbia senso condividere o essere contro la sessualità altrui. E così come, se per strada io vedo scendere da una Ferrari una coppia composta da un 70enne che a stento si regge in piedi e da una formosa 25enne, sono liberissimo di pensare dentro di me "che tristezza questi due, non condivido nulla dei loro valori", ma non vado certo a urlarglielo contro, lo stesso DEVE succedere se vedo scendere da una Panda una coppia omosessuale.

 

E no, nemmeno se la coppia omosessuale si lascia andare ad effusioni mentre passeggio con i miei bambini ho diritto di esprimere la mia contrarietà in difesa della mia "comunità" per la salvaguardia (?) del mio futuro da nonno.

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@CenzinoJuve @L.O.V.E. Apprezzo i vs commenti, e sono consapevole che esistano modelli interpretativi diversi da quello da me esposto: che in realtà voleva essere più che altro (mi si passi la retorica) una specie di grido di dolore nei confronti di quella che a me piace definire, con una specie di paradosso, come la comunità del vuoto, priva di radici, riferimenti precisi, certezze, paradigmi, linee-guida che non siano l'atomizzazione autoreferenziale del singolo, spinto oramai sulla strada di una specie di turbo-individualismo degenerativo. E lo dico, paradossalmente, da individualista convinto (più ideologico che idealistico, lo ammetto, ma questo è un altro discorso...) allo stesso modo in cui, ad esempio, non ho problemi a ritenere il turbo-capitalismo da preda una degenerazione malsana di quel neoliberismo di cui mi ritengo convinto assertore.

E' sempre e semplicemente, una questione di stroncare le estremizzazioni, da qualunque parte provengano: fossero anche rivendicate nel nome del più idealistico degli ideali.

 

Quindi, per rispondere a @Fra The Best va benissimo - per quanto mi riguarda -  l'estensione dei diritti a tutti i membri della polis (oltre che neoliberista mi considero anche sufficientemente liberale da apprezzare quello che è uno dei principi democratici di base :d ) in un contesto di rafforzamento della sicurezza e della società stessa. Ma questo deve/dovrebbe avvenire per progressivo accrescimento del preesistente e non certo attraverso il suo sgretolamento o la sua sostituzione. E non mi riferisco in questo senso solo ai diritti di genere (compresi ovviamente quelli alla parità femminile) i quali tutto sommato sono i più innocui (leggasi meno destabilizzanti) da assorbire per una società occidentale (tranne che per scarse fasce integraliste piuttosto marginali): ma mi riferisco anche se non soprattutto alla questione immigrazione che ha ben altra valenza e portata, ma che ripropone problematiche piuttosto simili amplificate all'esponente (tanto è vero che le due questioni vengono sovente accomunate entro una medesima piattaforma politica).

In altre parole, nessun problema se si tratta di aggiungere diritti ai preesistenti sulla base di un meccanismo di equilibrio tra libertà e sicurezza; viceversa molti problemi se questo processo lo si vuole fare passare attraverso il ridimensionamento (se non lo sradicamento) dei modelli tradizionali in nome di una specie di  malinteso ecumenismo sociale: perchè non è così che funziona ma è così che si creano i presupposti della conflittualità permanente.

Mi è capitato di dirlo più volte: l'eccesso di democrazia nuoce alla Democrazia che deve quindi essere difesa anche da sè stessa, così come l'eccesso di libertà nuoce alla Libertà perchè vi è il rischio, come osserva Platone, che si tramuti per reazione in tirannia: e non è un caso che in questi anni noi si stia assistendo al risorgere di microparticolarismi tendenzialmente antiliberali che ritenevamo superati, ma che la crisi del millenario connubio tra Stato e Nazione (ennesimo venir meno di un riferimento tradizionale) ha improvvisamente riportato a galla, finora senza gravissimi traumi ma un domani chissà.

Per questo  - prendendo spunto dalla questione in topic (che ripeto: è la più innocua tra le grandi crisi che agitano la comunità del vuoto) - dico attenzione perchè ci stiamo muovendo lungo una linea di faglia estremamente fragile: da una parte abbiamo il preesistente che inesorabilmente stiamo azzerando, dall'altro un futuro incerto che potrebbe essere sia evoluzione ma anche involuzione; nel mezzo, dove siamo adesso, la globalizzazione del vuoto, un vuoto che abbiamo creato ma del quale abbiamo terrore (forse perchè ci ricorda la morte) e che pertanto cerchiamo in qualche modo di riempire con dei surrogati liquidi: di relazioni, di idee, di modelli, di valori, addirittura di percezioni, che non è detto abbiano la forza e la profondità per consolidarsi in sistemi di riferimento solidi, realmente alternativi a quelli che abbiamo cancellato.

E siccome in natura il vuoto non esiste, il vero problema sarà scoprire come e con cosa questo vuoto verrà riempito.

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Il 14/4/2019 Alle 10:50, Jaq10 ha scritto:

Ne ho conosciuti, mai avuto problemi di spogliatoio nonostante la mia avvenenza uhuh

 

A parte gli scherzi è come in tutti gli ambienti di lavoro, no ci sono, almeno per me,  e non ci dovrebbero essere problemi

 

 

Ne conosco alcuni e nessunissimo problema. Della proprio sessualità, del proprio corpo e delle proprie passioni in generale ognuno fa ciò che meglio crede. E lo dico io che ho idee assai distanti dalla sinistra...

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Il 16/4/2019 Alle 08:21, Pisogiallorosso ha scritto:

Non ho capito, è un topic sull’omosessualità nel calcio o generico sull’omosesuslita?

 

ovviamente la prima

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cioè? che vuoi sapere? ci sono ma ovviamente stanno zitti per via degli insulti che potrebbero ricevere negli stadi, non è giusto ma purtroppo è così e non so se qualcuno ammetterà di esserlo. Ps per me nello spogliatoio se uno è gay lo sanno benissimo

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Il 6/4/2019 Alle 10:01, CenzinoJuve ha scritto:

È anacronistico ma poi vedi quanto avvenuto a Verona con persone che ci dichiarano impossessati da satana, malati, il male e ti rendi conto che forse tanto anacronistico non lo è. 

Ma quelli ormai sono quattro sfigati. Nel mondo occidentale é una tendenza accettata e che non fa piú discutere, in Italia siamo un pochino piú chiusi di mente e in termini legali a causa dell'influenza negativa della chiesa cattolica, ma ce ne sono tantissimi che svolgono una vita normalissima e quando avvengono i rari episodi discriminatori le cose vengono immediatamente denunciate e i perpetratori messi alla berlina. La questione delle adozioni é un'assurditá tutta italiana dato che all'estero si adotta tranquillamente e non ci sono segnali di abusi o mancanze che invece pullulano nellle famiglie tradizionali.

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Il 16/4/2019 Alle 08:21, Pisogiallorosso ha scritto:

Non ho capito, è un topic sull’omosessualità nel calcio o generico sull’omosesuslita?

 

Nella storia del calcio sono passati milioni di calciatori e quelli gay si contano sulle dita di una mano...ergo l omosessualità nel calcio non esiste😆

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Il 12/5/2019 Alle 19:37, Conte Vlad ha scritto:

Nella storia del calcio sono passati milioni di calciatori e quelli gay si contano sulle dita di una mano...ergo l omosessualità nel calcio non esiste😆

Non esiste? E' censurata ed è ben  diverso.

Ed è assurdo che lo sia.

Credete davvero che i calciatori siano tutti etero?

Anche solo statisticamente, sarebbe impossibile.

 

E non capisco perché se ne faccia un tabù.

E' stupido nasconderlo. E' una cosa normalissima.

E' un gusto, una preferenza, una tendenza.

 

A me per esempio fanno schifo i funghi che piacciono a tutti.

Devo nasconderlo?

 

Ogni volta che leggo di queste cose, mi preoccupo per mio figlio (e degli eventuali successivi) e del mondo in cui crescerà (cresceranno).

Siamo nel 2019 e stiamo ancora a puntare il dito contro una cosa normale e assolutamente soggettiva come i gusti di un individuo.

Il problema ce l'ha chi discrimina. Ma con se stesso.

 

 

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3 ore fa, Dragoon ha scritto:

Non esiste? E' censurata ed è ben  diverso.

Ed è assurdo che lo sia.

Credete davvero che i calciatori siano tutti etero?

Anche solo statisticamente, sarebbe impossibile.

 

E non capisco perché se ne faccia un tabù.

E' stupido nasconderlo. E' una cosa normalissima.

E' un gusto, una preferenza, una tendenza.

 

A me per esempio fanno schifo i funghi che piacciono a tutti.

Devo nasconderlo?

 

Ogni volta che leggo di queste cose, mi preoccupo per mio figlio (e degli eventuali successivi) e del mondo in cui crescerà (cresceranno).

Siamo nel 2019 e stiamo ancora a puntare il dito contro una cosa normale e assolutamente soggettiva come i gusti di un individuo.

Il problema ce l'ha chi discrimina. Ma con se stesso.

 

 

Pensavo fosse chiara l ironia del mio discorso...

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2 minuti fa, Conte Vlad ha scritto:

Pensavo fosse chiara l ironia del mio discorso...

Scusami allora. Comunque ho quotato l’ultimo messaggio, giusto per fare un discorso più articolato. Non che lo avessi con te.

Scusami ancora.

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11 ore fa, Dragoon ha scritto:

A me per esempio fanno schifo i funghi che piacciono a tutti.

Devo nasconderlo?

 

Si

E vergognati, pervertito!

  • Haha 3

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16 ore fa, Dragoon ha scritto:

Non esiste? E' censurata ed è ben  diverso.

Ed è assurdo che lo sia.

Credete davvero che i calciatori siano tutti etero?

Anche solo statisticamente, sarebbe impossibile.

 

E non capisco perché se ne faccia un tabù.

E' stupido nasconderlo. E' una cosa normalissima.

E' un gusto, una preferenza, una tendenza.

 

A me per esempio fanno schifo i funghi che piacciono a tutti.

Devo nasconderlo?

 

Ogni volta che leggo di queste cose, mi preoccupo per mio figlio (e degli eventuali successivi) e del mondo in cui crescerà (cresceranno).

Siamo nel 2019 e stiamo ancora a puntare il dito contro una cosa normale e assolutamente soggettiva come i gusti di un individuo.

Il problema ce l'ha chi discrimina. Ma con se stesso.

 

 

Grande amico, grande apertura. Purtroppo il tuo modo di pensare dovrebbe essere la normalità ma al contrario spicchi a causa della mediocrità in cui viviamo.

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2 minuti fa, CenzinoJuve ha scritto:

Grande amico, grande apertura. Purtroppo il tuo modo di pensare dovrebbe essere la normalità ma al contrario spicchi a causa della mediocrità in cui viviamo.

non temere.. il mio (nostro) pensiero si diffonderà come un virus.. Ci vorrà del tempo come in tutto, ma un giorno non ci sarà più discriminazione, ma ce ne sarà contro chi la fa.

E quel futuro, non è molto lontano.

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Adesso, Dragoon ha scritto:

non temere.. il mio (nostro) pensiero si diffonderà come un virus.. Ci vorrà del tempo come in tutto, ma un giorno non ci sarà più discriminazione, ma ce ne sarà contro chi la fa.

E quel futuro, non è molto lontano.

Lo spero per i figli degli altri, io , nelle mie condizioni , non posso averli, per ora. 

 

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1 minuto fa, CenzinoJuve ha scritto:

Lo spero per i figli degli altri, io , nelle mie condizioni , non posso averli, per ora. 

 

Penso di aver capito la situazione, ma non temere. Arriveremo anche a questo.

Purtroppo ci vuole tempo per capire. La specie umana, in questo, è stata sempre un disastro.

Lenta e soprattutto, prima di maturare la decisione giusta, ha fatto sempre danni e stragi.

Chiaramente, non sarà questo il caso, ma ci arriveremo e confido che ciò avvenga a breve termine.

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