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(The Guardian) «Erano come bombe»: le pillole bianche di Herrera e l'Inter "a tutto gas"

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Quoto

In un estratto dal suo libro, Richard Fitzpatrick racconta come, all’inizio degli anni Sessanta, il grande club nerazzurro fosse, di fatto, attrezzato per il doping come «un piccolo ospedale».

 

All’inizio degli anni Sessanta, nel centro dell’Inter circolavano talmente tanti farmaci che la squadra sembrava organizzata come «un piccolo ospedale». Un’immagine che richiama (per usare un paragone noto) quanto si sarebbe detto anni dopo della cultura del doping alla Juventus negli anni Novanta. A guidare quel sistema, sostiene l’autore, era l’allenatore Helenio Herrera, “HH” per tutti nel mondo del calcio.

Secondo Ferruccio Mazzola, allora nel vivaio nerazzurro (e fratello minore di Sandro, uno dei simboli della squadra), Herrera avrebbe usato i ragazzi delle giovanili come vere e proprie “cavie” per sperimentare sostanze. In un memoriale dal tono confessionale, Mazzola descrive gli effetti di quelle compresse bianche: insonnia, allucinazioni e un malessere che lo faceva sentire «come un pesce buttato sulla riva». «Tremavo tutto, sembravo un epilettico. Avevo paura. E l’effetto durava giorni, poi arrivava di colpo una stanchezza devastante», scrisse.

Non tutti, racconta, le prendevano volentieri. Alcuni, ascoltando i consigli dei più esperti, cercavano di “fregarlo” mettendole sotto la lingua e poi sputandole in bagno. Ma ingannare Herrera non era semplice: «Non si lasciava prendere in giro così facilmente. Le scioglieva nel caffè e controllava di persona, per quanto possibile, che le bevessimo prima della partita».

 

Per un giovane delle giovanili, rifiutare era quasi impensabile: mettere in discussione l’autorità di Herrera non era contemplato. «Ci incoraggiava a prendere [anfetamine], a usare zucchero», raccontò Egidio Morbello, giocatore della prima squadra. HH era il capo, e per un ragazzo andare contro di lui poteva significare compromettere la carriera. «Erano come bombe. Ti davano una spinta vera», disse Pierluigi Gambogi, che allora era nel settore giovanile. «Le mandavamo giù: volevamo farci notare, salire di categoria».

 

Ma gli effetti collaterali delle anfetamine possono essere pesantissimi. Gambogi ricorda il caso di Marcello Giusti, suo migliore amico: piccolo, spiritoso, centravanti. Nel 1962 fu convocato per una partita delle riserve in trasferta a Como: viaggiò con la squadra, ma non giocò. Eppure, forse per scherzo o per pressione, prese una delle pillole che giravano. Dopo il fischio finale andò in crisi: si arrampicava sulle pareti dello spogliatoio, sbavava come un cane rabbioso. Era talmente alterato che i compagni, inizialmente, credettero stesse recitando. Quando la squadra salì sul pullman, Giusti non si trovava. Herrera non si scompose e ordinò di partire: «Ci raggiunge al casello». Il casello era a due chilometri. Giusti scattò di corsa e, per fortuna, il pullman rimase bloccato nel traffico: così riuscì a recuperare.

 

La Federazione italiana introdusse i controlli antidoping nella stagione 1961-62, ma — sostiene l’estratto — eluderli era tutt’altro che difficile. «C’erano mille modi per farla franca», disse Franco Zaglio, centrocampista dell’Inter. E nelle coppe europee non c’era alcun controllo. «Nelle competizioni internazionali cambiava tutto», spiegò Zaglio, «perché quando una partita vale tre milioni di premi, chiunque può decidere di rischiare». In Italia, uno stratagemma ricorrente era usare urine di un giocatore “pulito” — spesso una riserva — da consegnare a chi si era dopato e doveva presentarsi al test. Oppure veniva scelto per il controllo un calciatore di cui si sapeva la “pulizia”, come Morbello. In Serie A, racconta il testo, si arrivò a piani elaborati per ingannare i verificatori.

 

Carlo Petrini, attaccante del Genoa e del Milan negli anni Sessanta, raccontò nella sua autobiografia uno dei trucchi in uso a Genova: prima delle partite si raccoglieva l’urina “pulita” di alcuni panchinari, si riempivano alcune fiale e il massaggiatore le nascondeva in una doppia tasca degli accappatoi, con un piccolo beccuccio interno. Bastava premere leggermente e l’urina usciva, riempiendo il contenitore ufficiale “antidoping”. Un’operazione semplice anche — scrisse Petrini — perché nella stanza dei controlli mancava un vero sistema di supervisione.

 

L’impressione, però, è che fosse un fenomeno ben più ampio. «È ingenuo pensare che l’Inter fosse l’unica colpevole, l’unica “mosca bianca” — in negativo — tra le grandi squadre d’Italia, d’Europa e del mondo», disse Ferruccio Mazzola (morto nel 2013). Quando nel 2004 pubblicò il suo libro-denuncia sulle pratiche di Herrera, si aprì una frattura dolorosa con il fratello Sandro e, nel 2005, l’Inter lo citò per diffamazione, definendo una «profanazione» l’idea che la Grande Inter avesse fatto ricorso al doping per costruire i propri successi.

La vicenda fece rumore: emersero dettagli sulle “miscela” attribuite a Herrera — caffè “corretto”, zucchero mescolato a polveri insolite, vitamine che non erano vitamine. In tribunale sfilarono, uno dopo l’altro, molti protagonisti ancora in vita di quella squadra leggendaria.

 

Nel 2008 il giudice diede torto al club: l’Inter non riuscì a dimostrare che i fatti riportati nel libro fossero falsi e dovette farsi carico delle spese legali. Diversi ex compagni liquidarono Ferruccio come un uomo rancoroso, amareggiato per una carriera non decollata. Lui replicò con amarezza: «Se avessi voluto davvero fare del male all’Inter, avrei parlato di combine e di arbitri comprati, soprattutto nelle coppe».

Quando l’autore chiede a Sandro Mazzola del presunto “programma” di Herrera, scopre una posizione più sfumata rispetto al passato.

 

Sandro ricostruisce il meccanismo: «C’era un massaggiatore nello staff di Herrera, un mio amico d’infanzia. Mi raccontò tutto. Mi disse di non prendere quelle compresse. Però non potevo farmi vedere mentre le evitavo, quindi facevo finta: la mettevo sotto la lingua».

«Le compresse le distribuiva il massaggiatore, ma Herrera era presente e controllava che tutti le ingoiassero. Io restavo con la compressa sotto la lingua e, appena lui non guardava, la infilavo in uno scarpino. Mi portavo sempre quattro paia di scarpe, per ogni tipo di campo: pioggia, terreno duro e così via. Mi capitò perfino di portare quelle compresse a casa. «A Como mi facevo seguire da un massaggiatore, Ferrario, che l’anno prima mi aveva risolto un problema muscolare. Un giorno gli portai quelle pastiglie e gli chiesi: “Mi controlli cosa c’è dentro? Così capisco. Magari è niente.” Dopo una settimana mi chiamò: “Meno male che non le hai prese: è Simpamina”, mi disse — il nome commerciale delle anfetamine vendute in Italia in quegli anni. “Potevi crollare mentre correvi. Ha effetti collaterali fortissimi. È pericolosa.” Da allora non presi più niente.»

The Guardian

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il The Guardian ricorda bene!  anche Ferruccio, il fratello di Mazzola li sputtano' alla grande... ONORE!!

E di Zanetti che a 40 anni correva come uno di 25, non ne vogliamo parlare??!

 

Ladri, dopati e impuniti sin dal 1908!!

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Mi fa rabbia che di queste notizie in Italia non ne vedremo nemmeno un trafiletto in 20esima pagina di un giornale 

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LA GRANDE INTER DI HELENIO HERRERA E IL DOPING: AVEVA RAGIONE FERRUCCIO MAZZOLA

Dieci anni dopo l'intervista a l'Espresso su pasticche e caffè con sostanze, il fratello Sandro ammette: «Era tutto vero». Una battaglia storica che il nostro settimanale ha condotto non solo sulla squadra milanese, ma anche sulle morti misteriose nella Fiorentina degli anni Settanta.

Articolo tratto da L'Espresso.it

 

Finalmente anche Sandro Mazzola ha parlato, ammettendo la verità. I "caffè dopati" di Helenio Herrera, nell'Inter degli Anni '60, non erano un'invenzione di suo fratello Ferruccio. Era tutto vero. Ed è la parola definitiva su una vicenda controversa in cui ha avuto un ruolo anche "l'Espresso".

Andai da Ferruccio un giorno di primavera di dieci anni fa. Ci incontrammo all'estrema periferia di Roma, dove l'ex calciatore viveva, in una casa modestissima, non lontano dal campetto dove - credo gratis o quasi - allenava i ragazzi del quartiere. «Lo faccio per sentirmi vivo e per insegnargli a non doparsi», diceva.

Mi ci aveva mandato, da Ferruccio, Carlo Petrini. Che pochi ricordano e alcuni confondono con l'omonimo fondatore di Slow Food: invece era stato un centravanti di una certa fama negli anni Settanta, poi era stato condannato per il calcioscommesse e parecchi anni dopo aveva tirato fuori tutto quello che sapeva - non solo sui soldi, ma anche sul doping e il resto - in un libro che ancora oggi vale la pena di leggere.

Petrini ormai aveva fatto del suo stesso pentimento e della moralizzazione del calcio una battaglia di vita. Andava nelle scuole, a parlarne e a spiegare ai ragazzi cosa c'era dietro il mondo dorato del pallone. Così, dopo un'intervista che gli avevo fatto sul suo libro, Petrini mi fece conoscere la vedova di Bruno Beatrice, Gabriella, che aveva appena fatto causa alla Fiorentina e alla Federcalcio perché fossero riconosciute le responsabilità di entrambe nella morte, a 39 anni, del marito. Ne vennero fuori un paio di pezzi per l'Espresso, con qualche conseguenza: una querela per diffamazione da parte di Carletto Mazzone (che poi prudentemente rimise) e una promessa mai mantenuta di Diego Della Valle di far giocare al Franchi una partita di beneficenza "Memorial Bruno Beatrice".

Dopo che avevo scritto della Fiorentina dei '70, Petrini mi consigliò di occuparmi anche dell'Inter, della grande Inter dei '60. Per me era un mito, quella squadra: ero bambino quando mio padre mi portava a vederla trionfare. Sarti, Burnich, Facchetti, eccetera. Ma quando Petrini me ne parlò ero già abbastanza grande per mettermi alle spalle il tifo e andare ad ascoltare Ferruccio Mazzola, che aveva da pochissimo pubblicato il suo libro, "Il terzo incomodo". Non se l'era filato nessuno, quel volumetto di ricordi, e non solo perché il suo editore era poco potente.

Un muro di silenzio l'aveva sepolto, un muro di convenienza e non solo nerazzurra: nessuno ha interesse a denudare quella grande macchina da soldi che è il mondo del pallone. Quando andai a intervistarlo, in quella periferia romana, Ferruccio era un uomo stanco, amareggiato e preoccupato. Quasi pentito di quello che aveva scritto nel libro, per via della causa milionaria che gli aveva intentato l'Inter di Moratti. E perché quelle pagine avevano provocato la rottura dei rapporti con Sandro, il fratello maggiore e più bravo sul campo. Mi confermò lo stesso tutto quello che aveva scritto, in modo ancora più chiaro ed esplicito.

In realtà la mia intervista non conteneva niente di più di quello che c'era nel libro. Semplicemente, le accuse erano più dirette: «Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno 'il caffè' di Herrera divenne una prassi all'Inter. Non so con certezza cosa ci fosse dentro, credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Mio fratello ha paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri. E tutti quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, temono di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via».

Ripeto: rispetto al libro c'era poco di nuovo. Però l'intervista servì a rompere il muro di gomma. Non tanto sui mainstream media - specie quelli sportivi - ma soprattutto su Internet: un po' perché fu ripreso dal blog di Beppe Grillo e un po' per tifo anti interista.

Ricevetti anche una valanga di insulti da parte dei supporter più accaldati della stessa squadra per cui tifo io e alle cui partite sono stato abbonato per quasi dieci anni, secondo anello rosso. Tempo dopo, occupandomi di Moggi e Giraudo, ne avrei ricevuti altrettanti da tifosi di altra parte.

Nel 2011 Ferruccio Mazzola fu assolto: la causa intentata da Moratti, che tanto lo preoccupava, finì in un autogol. Ferruccio era già malato: morì due anni dopo. Pochi mesi prima se n'era andato anche Petrini, dopo un'altra lunghissima malattia che negli ultimi anni gli aveva tolto quasi del tutto la vista.

I due ex calciatori che hanno raccontato la verità sul gioco più bello del mondo non ci sono più. «Le cose sono vere», ammette però oggi Sandro, testualmente. E aggiunge particolari nuovi: come i valori sballati, i giramenti di testa, il medico che voleva fermarlo e Herrera che si oppose. Non so perché, a 73 anni, Sandro Mazzola ha deciso finalmente di dire tutto. Se per età, intendo dire, o per indifferenza alla nuova dirigenza dell'Inter. Ma in fondo non importa. «Le cose sono vere», questo è l'importante. Ed è l'omaggio più dovuto a suo fratello Ferruccio, centrocampista fragile ma uomo onesto e coraggioso.

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Bene. Sono tutte cose ben note, ma è importante ricordarle.

Se poi lo fa una testata straniera ancora meglio.

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Il "mago" Herrera fece i suoi trucchetti pure a Roma... ed è doveroso citare il povero Giuliano Taccola, che morì giovanissimo: 

Due settimane prima della trasferta di Cagliari, contro la Sampdoria, Taccola si fa male al malleolo. Recupero lampo, viene convocato per Cagliari: sta male di notte, va in tribuna. A fine partite, scende negli spogliatoi per festeggiare con i compagni, abbraccia e bacia tutti: cinque minuti e si accascia distrutto, intervengono i medici, muore. Questi sono i fatti che da quarant’anni tormentano la signora Marzia, che nessun tribunale ha verificato. L’inchiesta viene aperta e chiusa in pochi giorni. La perizia medico legale viene consegnata alla moglie nel ’95, con 26 anni di ritardo...Marzia e la figlia subiscono due sfratti, a ogni sfratto coincide un contributo della Lega e della Figc. Un comodo lavaggio di coscienza. Marzia va dal pm Guariniello e il marito viene inserito in un processo che non conosce sentenza; tra i martiri del pallone, presunti ammazzati dalla Sla e dai tumori, dalla fretta di guarire e dall ansia, da parte di chi li allenava, di vincere. Come Bruno Beatrice e i raggi Roentgen. Come Fulvio Bernardini, che aveva segnalato Taccola alla Roma, e che apre, suo malgrado, la lunga lista delle morti bianche per la sclerosi laterale amiotrofica...Soltanto nel 2005, quando Marzia è ormai anziana e i figli adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dell Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l’operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un’iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: «Mi sento male, mi gira la testa»...Così l’hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l’ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L’hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori: «Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un’altra partita». Quarant anni, nessuna verità, nessun colpevole.

(da Storiedicalcio.org)

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4 minuti fa, Rick Sanchez ha scritto:

Come è possibile che questa roba sembri essere praticamente certa e che abbiano ancora quei titoli?

perchè sono mafiosi dal 1908

qualcuno sa perchè si sono staccati nel 1908 dal Milan? non è che erano persone poco limpide?

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7 minuti fa, Luca Alessandro ha scritto:

Il "mago" Herrera fece i suoi trucchetti pure a Roma... ed è doveroso citare il povero Giuliano Taccola, che morì giovanissimo: 

Due settimane prima della trasferta di Cagliari, contro la Sampdoria, Taccola si fa male al malleolo. Recupero lampo, viene convocato per Cagliari: sta male di notte, va in tribuna. A fine partite, scende negli spogliatoi per festeggiare con i compagni, abbraccia e bacia tutti: cinque minuti e si accascia distrutto, intervengono i medici, muore. Questi sono i fatti che da quarant’anni tormentano la signora Marzia, che nessun tribunale ha verificato. L’inchiesta viene aperta e chiusa in pochi giorni. La perizia medico legale viene consegnata alla moglie nel ’95, con 26 anni di ritardo...Marzia e la figlia subiscono due sfratti, a ogni sfratto coincide un contributo della Lega e della Figc. Un comodo lavaggio di coscienza. Marzia va dal pm Guariniello e il marito viene inserito in un processo che non conosce sentenza; tra i martiri del pallone, presunti ammazzati dalla Sla e dai tumori, dalla fretta di guarire e dall ansia, da parte di chi li allenava, di vincere. Come Bruno Beatrice e i raggi Roentgen. Come Fulvio Bernardini, che aveva segnalato Taccola alla Roma, e che apre, suo malgrado, la lunga lista delle morti bianche per la sclerosi laterale amiotrofica...Soltanto nel 2005, quando Marzia è ormai anziana e i figli adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dell Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l’operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un’iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: «Mi sento male, mi gira la testa»...Così l’hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l’ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L’hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori: «Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un’altra partita». Quarant anni, nessuna verità, nessun colpevole.

(da Storiedicalcio.org)

Proprio una bella persona il mago Herrera... 

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Gli onesti.

La cosa che è più incredibile è che passa quasi sotto traccia il «Se avessi voluto davvero fare del male all’Inter, avrei parlato di combine e di arbitri comprati, soprattutto nelle coppe».

Questi per decenni hanno fatto un'opera di gaslighting incredibile facendo passare noi per ladri, quando la verità era che cercavamo solamente di difenderci dal sistema, come peraltro ci avevano detto Moggi e Giraudo durante il processo di Farsopoli.

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14 minuti fa, Turellone78 ha scritto:

Ormai il vaso è scoperchiato 

I disonesti presto soccomberanno e subiranno la distruzione eterna. 

Sì, come no.

Come nel meme, faranno un'indagine interna su loro stessi e non troveranno nulla di irregolare.

Sono loro stessi il sistema, come possono fallire?

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