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Deborah J

GdS: "Su Ndrangheta e Juve si è strumentalizzato". Esposito: "La Juventus è stata oggetto di sciacallaggio e cecchinaggio mediatico"

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«Mi ha impressionato la deposizione del capo della Dda di Napoli che ha chiarito la situazione delle due curve, di fatto in mano ai clan camorristici.

 

è un virgolettato giusto?

porcoraro che dice?

 

"Il nabule non interessa" (semi cit.)

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Dopo diversi mesi di audizioni, la commissione Antimafia ha approvato all'unanimità la relazione su mafia e pallone. "Il crimine organizzato intuisce nel calcio e nelle attività collegate - scrive Palazzo San Macuto - ghiotte opportunità per ampliare i traffici illeciti e i canali di reinvestimento dei capitali sporchi". Dalle piccole società dilettantistiche fino alle vicende che hanno coinvolto Fabrizio Miccoli, l'altra faccia dello sport più popolare tra gli italiani

 

Gli stadi in mano ai clan. Un tifoso su tre che ha precedenti penali. I gruppi ultras fondati solo dopo che dalla Calabria è arrivato il via libera. E poi biglietti e merchandising in mano allo ‘ndrine. Ma anche personaggi legati al clan dei casalesi che decidono di comprarsele direttamente le società. Senza dimenticare, ovviamente, quelli che dovrebbero essere i protagonisti di questa storia: i calciatori. Corteggiati dai mafiosi, in qualche caso ci diventano talmente amici che arrivano a chiedere dei “favori“. Cortesie poi finite dentro le aule di tribunale. Oppure sono costretti ad aprire il portafogli e contribuire alle “spese processuali” della famiglia. È l’altra faccia del calcio italiano. Un volto marcio e fortemente compromesso con le associazioni criminali di questo Paese. E solo apparentemente lontano dai talk show domenicali e dagli stipendi milionari di Icardi e Higuain. Sì, perché i legami tra lo sport più amato del mondo e le piovre italiane non si esauriscono in curva: al contrario i tentacoli delle mafie sono arrivati in certi casi dentro le società.

 

A scriverlo è la commissione Antimafia in una dettagliata relazione di 99 pagine. “Fatti emersi dalle indagini indicano come il crimine organizzato intuisce nel calcio e nelle attività collegate ghiotte opportunità per ampliare i traffici illeciti e i canali di reinvestimento dei capitali sporchi, nonché per insinuarsi in maniera strisciante e pervasiva nel tessuto sociale”, annotano da Palazzo San Macuto dopo aver ascoltato investigatori, magistrati e addetti ai lavori. Mesi di audizioni per arrivare a tratteggiare l’anima nera del pallone nostrano. Diventato un business anche per le mafie e non solo a livello economico. Le associazioni criminali, infatti, hanno capito da tempo un dettaglio fondamentale: essendo il calcio di gran lunga lo sport più popolare d’Italia, amministrarlo consente di accrescere il proprio consenso sociale. E le mafie senza consenso sociale neanche sarebbero mai esisitite. 

 

Il pallone come consenso sociale:

 

In questo senso le parole dei commissari guidati da Rosy Bindi e da Marco di Lello sono nette. “Le numerose vicende richiamate nella relazione e i procedimenti penali ad esse connesse indicano come il crimine organizzato sia in grado di cogliere nel calcio e nelle attività collegate importanti opportunità, al fine di ampliare il panorama già vasto dei propri traffici illeciti, aprire nuovi canali per il riciclaggio dei capitali di illecita provenienza e, non ultimo, per perseguire strategie di acquisizione o consolidamento del consenso sociale in più o meno ampi segmenti della popolazione rappresentati dalla tifoseria della squadra di calcio oggetto di attenzione di una determinata consorteria criminale”, scrive l’Antimafia. Secondo cui, come raccontano fonti di polizia, alcune tifoserie sono formate “dal 30% di persone pregiudicate”: in pratica un tifoso su tre. “I gruppi ultras – si legge nella relazione – sono costituiti, spesso, da soggetti con gravi precedenti penali o, comunque, con storie personali contraddistinte da comportamenti aggressivi e antisociali, pronti a dare luogo a violenze, fuori dello stadio o sugli spalti, contro la tifoseria avversaria o contro le forze dell’ordine”. Ma non solo. Perché, secondo il numero uno della polizia Franco Gabrielli, “la criminalità organizzata di tipo mafioso vede nel settore calcistico un’opportunità per ampliare non solamente il campo dei traffici illeciti e dei canali per il riciclaggio dei capitali sporchi, ma anche per insinuarsi in maniera strisciante e pervasiva nel tessuto sociale”.

 

Casalesi football club, il riciclaggio:

 

Già il riciclaggio. Il calcio, come si sa, costa. “La domanda legata ai crescenti bisogni di natura finanziaria cui il calcio è andato incontro – spiega l’Antimafia – trova una facile offerta in coloro che, disponendo di ingenti flussi di denaro sporco, devono trovare sbocchi per reimmettere nel circuito legale tali disponibilità”. Insomma: le squadre di calcio sono diventate come le società decotte spolpate dai clan. “Uno degli schemi di riciclaggio più ricorrenti in questo settore – continua la relazione è l’acquisto di club calcistici che versano in difficoltà economiche. Le dinamiche alla base di tali ipotesi non sono molto differenti da quelle riscontrate per le infiltrazioni criminali in altri settori economici: una volta individuato un soggetto in evidente e urgente bisogno finanziario, gli si offre la possibilità di porre rimedio allo stato di dissesto tramite la vendita a una nuova proprietà, sovente celata dallo schermo di uno o più prestanome”. Un meccanismo che è già finito al centro delle indagini della magistratura. Palazzo San Macuto fa soprattutto un esempio: quello del Mantova calcio. “Soggetti legati a un clan della camorra, al fine di tener celata la propria riconducibilità all’organizzazione criminale, avrebbero frazionato artatamente le proprie quote nella società, in modo da evitare la soglia del 10% oltre la quale è invece richiesta l’informazione antimafia”. Uno schema criminale già visto ma applicato soprattutto in altri settori imprenditoriali.

 

Anche se, in passato, c’era chi voleva “importarlo” nel mondo del pallone. “Il riferimento è a quanto emerso in una indagine del 2006, coordinata dalla procura della Repubblica di Roma e della direzione distrettuale Antimafia di Napoli, sulle trattative per la vendita delle azioni della Lazio a un gruppo societario dell’est europeo, risultato poi legato al clan camorristico dei casalesi. Le indagini condotte dalla magistratura avevano messo in luce come l’operazione fosse stata congegnata in modo tale da dissimulare l’identità degli effettivi acquirenti della squadra di calcio attraverso l’utilizzo di prestanome e lo schermo di una complessa catena societaria. La trattativan ha  risvolti finanziari importanti per le turbolenze che interessarono la quotazione in borsa dei titoli della società e che indussero la Consob ad intervenire per impedire manovre indebite”, ricorda la commissione. Il bello è che i casalesi avevano in mente di lanciare un investimento su larga scala nel mondo del calcio.  “Le indagini giudiziarie – si legge sempre nella relazione – svelarono come il progetto criminale del clan dei casalesi fosse ancora più vasto e ambizioso, tant’è che erano state programmate altre acquisizioni societarie in compagini calcistiche (Lanciano, Marsala, Benevento) che, militando in serie minori, si prestavano ancor meglio e con rischi minori a questa tipologia di reinvestimento di capitali sporchi”.

 

I dilettanti, figli di un boss minore:

 

Ovviamente a rischiare maggiormente di essere “infiltrate” dai clan sono le società che miltiano nelle serie minori.  Il motivo? “Le peculiari tipologie di forma giuridica utilizzate dalle società iscritte alla Lega nazionale dilettanti che, si ricorda, non richiedono particolari formalità contabili, fiscali e di bilancio, ben si prestano all’esecuzione di operazioni opache, di inserimento di capitali illeciti e di utilizzo del contante e di altri strumenti di pagamento non tracciabili”, dice l’Antimafia alla quale sono arrivati “da alcuni uffici giudiziari ben 5 segnalazioni negli ultimi 12 mesi”. Si tratta dei casi della Polisportiva Laureanese, della società Fronti di Lamezia Terme, del Città di Foligno, dell’Ilva Maddalena e dell’Isola Capo Rizzuto. Elementi che non lasciano dubbi: il calcio minore è praticamente abbandonato ai clan. “La percezione che ne deriva, in sintesi, è che il mondo del calcio dilettantistico sia lasciato alla propria mercé, privo di controlli efficaci sul piano sportivo ma anche difficilmente controllabile anche sul piano fiscale e penale in quanto organizzato in associazioni non riconosciute prive di documentazione contabile e bilanci attendibili. Un segmento importante dello sport diventa, così, facile preda di organizzazioni criminali che intendono promuoversi su un circoscritto territorio attraverso il consenso sociale che ne deriva dall’acquisto di una società di calcio locale, nonché potenziale veicolo di riciclaggio di capitali di dubbia provenienza”.

 

L’amico degli amici? Ha il numero 10:

 

Fin qui il capitolo legato agli affari. Diverso invece è il caso dei calciatori che hanno rapporti diretti con i boss. Anche i mafiosi, si sa, hanno passioni sportive.  E come tutti gli appassionati non vedono l’ora di potere chiedere una foto ai loro beniamini. In certi casi, però, quella foto ricordo diventa l’inizio di rapporti peggiori. Gli esempi si sprecano. Un caso emblematico – ricordato dalla commissione- in questo senso è quello del calciatore Fabrizio Miccoli, condannato dal tribunale di Palermo il 20 ottobre 2017 a tre anni e sei mesi per estorsione, aggravata dal metodo mafioso. Per anni Miccoli è stato fantasista, capitano, e bandiera della squadra del Palermo. E tra gli amici più stretti che si fa in Sicilia c’è Mauro Lauricella, figlio del boss mafioso della Kalsa Antonino Lauricella detto “Scintilluni”.  Un legame, quello tra Miccoli e Lauricella junior che porterà il fantasista dei rosanero addirittura a conoscere Francesco Guttadauro, nipote del boss latitante Matteo Messina Denaro. Tutti congiunti di mafiosi e come tali controllati dagli investigatori. E infatti, a un certo punto, Miccoli viene intercettato mentre con Lauricella pronuncia una frase agghiacciante: “Ci vediamo sotto l’albero di quel fango di Falcone”. Per quei fatti il fantasista chiederà scusa. Nel frattempo, però, finirà sotto processo – venendo condannato in primo grado – perché approfittando dell’amicizia di Lauricella aveva chiesto un favore particolare. Quale?  L’ex bomber rosanero avrebbe chiesto al suo amico Mauro Lauricella di recuperare 12mila euro che sarebbero stati vantati da un suo amico per una vicenda legata alla gestione della discoteca “Paparazzi” di Isola delle Femmine. “Essendo il calcio un efficace volano di consenso sociale – annota l’Antimafia – in quel periodo la frequentazione di Miccoli assicurava certamente, a livello cittadino e non solo, un sicuro prestigio e le organizzazioni criminali mafiose, dovendosi accreditare come ordinamento alternativo allo Stato, di quel consenso sociale si nutrono”.

 

Catania e la vicenda Biagianti:

 

Per capire la sfrontatezza degli ultras, la commissione Antimafia parte da Catania e dal “mutuo soccorso” all’interno della curva dopo gli arresti per gli scontri prima di Catania-Palermo nei quali morì l’ispettore Filippo Raciti. “Vere e proprie raccolte di fondi” tra gli i tifosi organizzati “per sostenere le spese legali delle famiglie” con metodi “analoghi” a quelli riscontrati, sostengono i parlamentari “per le consorterie mafiose”. In una curva dove i legami con i clan non mancano: “Alcuni leader dei gruppi ultras maggiormente rappresentativi all’interno del locale stadio Angelo Massimino vantavano rapporti diretti con la criminalità organizzata mafiosa – si legge nella relazione – sia per i legami di parentela con alcuni esponenti, sia per i precedenti penali specifici che gli stessi annoveravano”. Due nomi per tutti: il leader degli “Irriducibili”, Rosario Piacenti, “appartenente alla omonima famiglia mafiosa del quartiere Picanello”, e Stefano Africano, condannati nel 2016 per tentata estorsione ai danni del calciatore rossoblù Marco Biagianti per “agevolare l’associazione mafiosa dei Cursoti”. La sentenza viene definita “emblematica” dai parlamentari: il giocatore, ancora oggi capitano della squadra, viene avvicinato dai due capi ultras che “tentano di estorcergli una somma di denaro di 5 mila euro al fine di poter sostenere, come accerterà il tribunale, alcune “spese processuali”, con chiaro riferimento alla loro appartenenza ad ambienti criminali”. Biagianti non denunciò né si è costituito parte civile “intimidito dal chiaro contesto criminale mafioso” e durante il processo “ha sostenuto la tesi difensiva degli imputati – poi smentita dal tribunale – secondo la quale i soldi gli erano stati chiesti come forma di sostegno alla tifoseria delle spese attinenti alle coreografie”.

 

 

Napoli e lo striscione per Lavezzi:

 

Non è migliore la fotografia scattata all’interno del San Paolo. Nel corso del lavoro sulle infiltrazioni criminali nelle curve, la commissione ha ascoltato il capo della Digos di Napoli, Luigi Bonagura, e dalla pm antimafia Enrica Parascandolo. “Ovviamente, i vari gruppi ultras sono espressione dei clan, non fosse altro che per la loro origine territoriale”, racconta il poliziotto. “Parecchie” sono a suo avviso le persone con precedenti all’interno dei due settori più caldi dell’impianto di Fuorigrotta: “Forse – spiega – facciamo prima a escludere quelle che non ne hanno”. Dopo aver ripercorso le vicende di Genny ‘a Carogna e Antonio Lo Russo, figlio di Salvatore e pentito del clan dei “Capitoni” che seguì Napoli-Parma da bordocampo con un pass da giardiniere, Parascandolo si sofferma sugli striscioni in favore del Pocho Lavezzi comparsi in entrambe le curve: “Vi erano stati dei dissidi tra giocatori e società, per cui si paventava l’allontanamento del giocatore dal Napoli, e quindi ci fu l’esposizione di uno striscione a tutela del giocatore per dimostrare alla società che la tifoseria voleva Lavezzi a Napoli”, spiega. Secondo le parole di Lo Russo, l’attaccante argentino “aveva interesse a che la tifoseria stesse dalla sua parte e quindi a esporre uno striscione in sua difesa del tenore «Lavezzi non si tocca» o qualcosa del genere e si rivolse” a Lo Russo “per ottenere l’esposizione dello striscione su entrambe le curve, che non è una cosa così facile, così scontata, perché significa avere il placet di due aree geo-criminali diverse“. L’episodio, aggiunge la magistrata antimafia, “assume un significato simbolico di accordo o almeno di avallo dei clan presenti nelle due curve contrapposte, appunto di ‘placet di due aree geo-criminali diverse'” perché è un dato “notorio che all’interno dello stadio San Paolo esista una suddivisione tra la curva A e la curva B, che in qualche modo rispecchia anche una provenienza territoriale della tifoseria, dove per provenienza territoriale ovviamente mi riferisco, non solo ma anche, purtroppo, ai gruppi camorristici“.

 

Juve, la ‘ndrangheta decide i nuovi gruppi:

 

Al di là degli esiti dei processi, sia penale sia sportivo che in primo grado ha visto i bianconeri condannati per il bagarinaggio, la commissione Antimafia evidenzia come dall’inchiesta Alto Piemonte e da altre indagini precedenti emerga un quadro “molto preoccupante di infiltrazione ‘ndranghetista nei gruppi di tifosi organizzati della Juventus”. I primi segnali dell’interessamento della ‘ndrangheta alle partite nell’Allianz Stadium sono emersi negli anni 2012 e 2013, “in un contesto del tutto inaspettato”, nel corso di un’indagine su un’associazione di tipo mafioso di origine rumena. Da quel gruppo, i Templari, le inchieste toccano poi i Bravi Ragazzi e i Viking, fino alla sentenza del gup del tribunale di Torino che lo scorso 30 giugno ha condannato con rito abbreviato Saverio e Rocco Dominello per associazione mafiosa e come i mandanti di un tentato omicidio. Il giudice definisce il più piccolo dei Dominello, Rocco, come un  “deferente tifoso” dal lato dei rapporti con la società Juventus e, grazie al ruolo del padre Saverio, “referente della ‘ndrangheta dal lato della gestione dei rapporti con i gruppi del tifo organizzato juventino”. Il tribunale cristallizza una situazione assai più ampia: “Gli elementi raccolti dimostrano – scrive il gup – anzitutto l’esistenza di un sistema di ripartizione dei gruppi di tifosi organizzati fra diverse articolazioni locali della ‘ndrangheta, che non a caso devono prestare il proprio assenso all’ingresso in curva di nuovi soggetti in quanto ciò comporta evidenti ricadute di carattere economico“. Un controllo tanto capillare che “le decisioni di maggior rilievo e la definizione di contrasti particolarmente accesi” vengono risolti attraversi la “‘casa madre’ in Calabria”. E se qualcuno voleva creare il proprio gruppo ultras “erano necessarie due autorizzazioni: una da parte degli ultras storici, una da parte della ‘ndrangheta”. Il tifo? Importava poco, l’obiettivo era lucrare sul bagarinaggio dei biglietti. E per questo era stato suggellato un accordo, sostiene l’Antimafia, citando le intercettazioni agli atti del processo: “Andate avanti e non vi preoccupate, che abbiamo Rosarno, Barrittieri, Seminara, Reggio…”, dicevano gli indagati al telefono. E ancora: “E se ve lo dice lui sapete chi ve lo ha detto? Ve lo ha detto Rosarno!!! Quelli che comandano, non ve lo ha detto solo Saverio…”, “Andiamo avanti che non ci tocca nessuno a noi (…) non gli conviene che tocchino a noi… che veramente, abbiamo la possibilità di fare la guerra veramente”.

 

Le zone grigie di Genova e Lazio:

 

Nelle curve in cui i clan non arrivano, la forza di “intimidazione” delle tifoserie ultras è spesso “esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso”. Dentro e fuori dallo stadio. Accade a Genova, come racconta la commissione Antimafia, rispolverando la sospensione di Genoa-Siena nel 2012 e l’umiliazione subita dai giocatori costretti a consegnare le magliette. Tra i leader del Marassi c’è Massimo Leopizzi, capoultras della Brigata Speloncia, gruppo di estrema destra. I reati collezionati sono elencati dai parlamentari: estorsione, rissa, minaccia a pubblico ufficiale, ricettazione, falso, detenzione illegale di armi, porto di armi, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, maltrattamenti, violenza sessuale, guida in stato di ebbrezza, detenzione abusiva di armi clandestine e di munizioni. È stato recentemente condannato, racconta in audizione il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, per il possesso di una rivoltella e di 50 proiettili, che “avrebbe ricevuto da Marietto Rossi, uno degli esponenti più pericolosi della criminalità genovese degli anni Ottanta e Novanta, (…) condannato all’ergastolo per omicidio”. In quella giornata, fu proprio Leopizzi – come ricostruirono gli inquirenti – a parlare al telefono con l’attaccante Giuseppe Sculli, nipote del boss ‘ndranghetista Giuseppe Morabito, che riuscì a fermare la contestazione “forte della sua estrazione familiare generalmente nota e sfruttando lo stretto rapporto personale con alcuni capi ultras”. Non va molto meglio alla Lazio, dove tra i leader degli Irriducibili viene segnalato Marco Turchetta, detto Orso, indagato per intestazione fittizia di beni in un’inchiesta del Gico di Roma che lo scorso 16 giugno ha portato all’arresto – per reati con l’aggravante del metodo mafioso – di diversi esponenti di un gruppo criminale “guidato da Alessandro Presutti, che risulta essere intimo amico” di Turchetta. Tra le sue conoscenze ci sono anche il leader dell’estrema destra romana Giuliano Castellino e Maurizio Boccacci, pluripregiudicato esponente neo fascista, amico di Massimo Carminati.

 

Ilfattoquotidiano.it

 

 

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L unica perplessità é che certe frasi arrivano da un politico Juventino.. Quando le sentirò da un interista o milanista o napoletano allora ricomincerò ad avere fiducia in questa classe politica di opportunisti

 

Il problema irrisolvibile è che nel nostro merdoso paese la fede calcistica conta più di politica, professione, religione, sesso e razza.

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Il 16/12/2017 Alle 11:09, RafJu ha scritto:

«Mi ha impressionato la deposizione del capo della Dda di Napoli che ha chiarito la situazione delle due curve, di fatto in mano ai clan camorristici.

 

è un virgolettato giusto?

pecoraro che dice?

a che pagina e ?

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